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Autore

Marco Buggio

in archivio dal 23 ago 2008

10 settembre 1978, Lecco

segni particolari:
Sto scrivendo racconti per le seguenti riviste indipendenti: Artuindenfair; Gustorana webzine e con il settimanale on-line romano "Parole fuori le mura" READING di Poesia e Racconti Surreali

mi descrivo così:
Credo di essere un essere, e fin qui ci siamo... sogno ed interagisco con quello che vivo e viceversa; non sono uno scrittore, né un poeta, né un artista, né un attore. Sono tutto questo insieme... contemporaneamente

15 dicembre 2008

Corpi metallici da esposizione (demenziale)

Intro: La vita di un girasole può essere molto più “stressante” di quel che si pensa. Il lettore capirà tante cose su di essa da questo piccolo monologo. La voglia di libertà e la depressione di un girasole in mezzo a tanti altri, per i quali la massima aspirazione è quella di finire sottoscatola e, con un po’ di fortuna, ritrovare i cari “andati” prima di loro.

Il racconto

Basta è ora di smetterla, non voglio più che mio padre parta per non tornare più. E poi per cosa? Per la gloria di avere un corpo metallico?
Non voglio e oggi non me la sento di aprirmi, di svegliarmi alla comparsa del sole e di rimanere in attesa per tutto il giorno, ma non piove più in questo paese?
Intanto tutti si preparano per un altro risveglio, uno sbadiglio veloce e subito pronti a lavorare, ti giri di qua e poi di là, una vita snervante senza sbocchi; solo per ambire ad un robusto corpo metallico. Io non ci riesco a non pensarci, sono giorni che spero in un temporale, in un’eclisse di sole magari, o solo la scomparsa del sole, già, sarebbe meglio, dormirei per tutta la mia vita.
E poi quel frastuono, macchinari che impestano l’ambiente circostante, rumore. Voglio andarmene da qui e rifarmi una nuova vita, più tranquilla e senza pretese; io voglio essere libero e non comandato ogni giorno come un pecorone come fanno gli altri… se solo potessi volare, staccarmi in volo e magari continuare a lasciarmi trasportare dalla corrente dei venti!
E poi planare in un torrente, fresco e limpido.
Oppure volare in alto per planare su di un prato verde.
O di volare sul tetto di una casa e riposare sulle tegole in attesa di un altro soffio di vento.
Ma mio padre non tornerà più, mia madre è morta qualche giorno fa e lui vuole raggiungerla, essergli accanto nel suo corpo metallico, assieme ai suoi fratelli, genitori e parenti che sono stati strappati da questa misera vita.
E gli altri rimangono in attesa, fremono per farsi belli e lavorano per farsi notare, una farsa dello spettacolo, senza spettatori, una continua ricerca della perfezione, e si crogiolano al sole, senza pensieri, senza speranze, ma con solo quel misero sogno di essere immersi nel loro corpo metallico.
Chissà cosa si prova ad essere schiacciati, ad essere privati del proprio corpo, a morire goccia a goccia, per diventare oggetti liquidi nel metallo.
Vorrei avere certezze e non sogni, vorrei potermi aprire e seguire il sole senza la paura di essere tritato, e vorrei avere la forza di strapparmi le radici per liberarmi in volo, eppure non mi muovo.
La terra è stretta alle caviglie e il sole chiama, i petali si cristallizzano e rimangono rigidi dinanzi a lui, in adorazione, in perfetta armonia per una lenta agonia di un giovane girasole.
“Cara sei qui?”
“Ciao tesoro sono al piano di sotto sulla mensola con degli amici, tutti mischiati in maniera promiscua, ma non preoccuparti, ti amo!”
“Anch’io amore, sono felice di averti trovata, sono milioni i posti dove potevano spedirci ma siamo vicini nel nostro corpo metallico.”
“Già, vorrei abbracciarti come una volta sul campo…”
“Anch’io, spero solo che ci acquistino insieme così potremo fare un’ultima nuotata insieme.”
“Lo spero anch’io.”
I genitori del piccolo girasole nella confezione di olio, il loro corpo metallico, stretti e vicini in un piccolo supermarket. A volte l’amore non ha mai fine.

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