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in archivio dal 13 set 2006

Marco De Mattia

20 novembre 1963, Pordenone - Italia
Segni particolari: Ferite sul corpo e nell'anima... forse dopo morto, guariranno?
Mi descrivo così: Grande esistenzialista. Vedo la luce come qualcosa che può accecarmi.
Mi trovi anche su:

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  • 05 ottobre 2010
    A Gesú

    Pusillanimi uomini erranti
    dagli sguardi
    di cinerea funesta potenza.
    Abbiamo dimenticato l’anacoreta
    che spiega l’inganno della mente
    e l’illusione del corpo?
    Coltiviamo i campi
    delle nostre speranze
    ma ci attacchiamo agli altri
    come le zecche.
    Adesso le parole non
    significano niente,
    tutti le seguono.
    Se vogliono farti star male
    parlano di politica,
    parlano di innovazione
    e tecnologia, e mi
    sembra di sentire
    i vecchi Imperatori
    libido in regressione.
    La prognosi dello scabroso
    è che
    il genio non è quello
    che sa o quello che
    tiene, ma quello che
    rompe gli schemi.
    Come Gesú,
    il poeta non deve mai
    suscitare pietà
    ma solo clamore.

     
  • 05 settembre 2007
    Issofatto

    L’amore nasce sempre troppo tardi
    quando hai spento la candela del ricordo
    e viene a chiamarci un’altra persona
    che ti sorride da lontano
    e poi, sempre più vicino.
    Languisci di passione
    i ritrovi dei pensieri
    l’analisi delle situazioni:
    confacente sesso d’irrompe
    mantieni calma la soglia.
    Succede, succede
    rinasci nel lago
    limpido
    di due occhi splendenti.

     
  • 19 dicembre 2006
    Poesia?

    Uno strano ingranaggio
    con rumore di grippaggio.
    La mia cacofonia,
    odora di malinconia,
    bruciata.
    Quella vera è libera, slanciata,
    sembra quasi preparata.


    Adesso haiku
    Vuota rima baciata
    il loto piange.


    Quinario, endecasillabo,
    acrostico…
    Le poesie
    come bugie:
    alcune hanno le gambe corte…
    altre riescono perfettamente.

     
  • 31 ottobre 2006
    La forza dell’autodidatta

    Ridere a denti stretti
    filosofo della mutua
    che tiene lezione.
    Imparo ogni giorno dal male
    della vita
    e dai gamberi del lavoro.
    Prodigo di consigli
    ma non per gli altri
    sul mio letto di speranze,
    a lungo disteso.
    La forza dell’autodidatta
    sta in una mano
    come in esorbitanti fantasie e pensieri.
    Nel trespolo della cattedra,
    un nano,
    con la potenza del suo membro
    scandalizza tutti.

     
  • 13 settembre 2006
    Gelosia

    Come una gru


    camminavo coi trampoli


    sul lago ghiacciato


    della gelosia.


    Si ruppe qualcosa


    e cadere


    e acqua m’avvolse,


    bagnate piume


    piegate ali.


    Annegare


    con dubbio e sospetto:


    le gambe, fragili,


    per sostenermi.


    Ti chiedo scusa


    mia dolce musa,


    tra stridii di uccelli e parole blasfeme


    scritte col sangue, a penna vergate.


    Come una gru…arriva.

     
  • 13 settembre 2006
    M'ama o non m'ama.

    L'amore è come un fiore:
    casca un petalo
    dopo l'altro;
    un albergo ad ore
    minimo componimento
    casca sul pavimento,
    prendi una stanza
    solleva le lenzuola.
    Il nettare è pronto
    il fiore è morto.

     
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  • 29 febbraio 2012 alle ore 23:03
    L’orbo e il fantasma del cimitero

    Come comincia: Maledetto caldo di luglio.
    Spostai la luce della torcia e asciugai il sudore dalla fronte.
    Anche gli occhiali si mossero.
    Per un attimo, nel buio, non vidi niente.
    Raddrizzai le stanghette, pulii le lenti offuscate dalla polvere.
    Qualcosa si appoggiò sulla mia spalla, quindi mi voltai: la megera scarnificata, vestita di lapislazzuli e diademi, diamanti e preziosi, perdendo l’equilibrio era scivolata dalla parete dove l’avevo appoggiata. Che spavento!
    Terrorizzato afferrai la pala da sopra la buca.
    Sferrai una badilata nell’oscurità; le arrivò in pieno sulla faccia scheletrica: la nonnina decrepita, spaccandosi, cadde a terra formando un mucchio d’ossa.
    Dovevo finire il  mio lavoro: in un unico fosso buttai i resti di tre, quattro cadaveri mezzi marci, appena riesumati. Li sotterrai ben bene.
    Rimisi a posto le lapidi nascondendo i segni dello scavo: nessuno sarebbe andato a mettere il naso là sotto, perché avevano finito da un pezzo il riattamento dell’ala est; le impalcature dell’impresa edile erano sistemate nel nuovo settore, a nord, in fase di costruzione.
    Le mie informazioni si rivelarono giuste: con il feretro e il bottino della vecchia feci un sacco di soldi.
    Mi sistemai una volta per tutte.

    Io ero un ladro.
    Spesso andavo a rubare nei posti più impensati o nelle case disabitate.
    Leggevo le notizie sul giornale, i necrologi in particolare.
    Mi preparavo a questi furti seguendo i funerali, girando le chiese, perlustrando i cimiteri.
    Osservavo le macchine parcheggiate all’esterno durante la funzione; contavo i partecipanti; riaprivo i fogli letti, verificavo l’annuncio, la grandezza del trafiletto, la foto, i nomi, le somiglianze tra i parenti. Controllavo la qualità della bara, quale tipo di legno massello, quali le decorazioni e gli intagli, quali le argentature delle maniglie; mentre viaggiava in macchina o nel carro funerario, la seguivo fino al posizionamento davanti all’altare. Appoggiato accanto ai confessionali cercavo di notare quanto importante era stato in vita il caro defunto.
    Il massimo dell’ispezione ante ruberia, la ciliegina sulla torta come si direbbe, era entrare nella camera ardente: per essere presente almeno alla chiusura del feretro, prima del trasporto della salma alla cerimonia, e vedere l’interno della cassa da morto: i velluti, l’abito del dipartito e i suoi gioielli, i denti, la seta dei cuscini. Cercavo di scegliere vittime ricche.
    Dopo la messa, molto spesso, mi ritrovavo a inseguire a piedi, per qualche chilometro, il corteo funebre. Accostavo vedovelle sconsolate, uomini disperati, vecchi claudicanti, fior fiori di ragazzette. Eravamo tutti vestiti di nero. Dentro cappelle dalle finestre inferriate, con porte dai grossi lucchetti, percorrendo vialetti pieni di monumenti, statue, lastre. Quante cose interessanti da prelevare. Candelabri dorati, alari bronzati, marmi levigati, piccole fontane, rubinetti, vasi. Tanti, tanti fiori; tante piante.
    Chiuso il loculo io sarei tornato presto, molto presto: fintantoché la malta e il cemento fossero stati ancora freschi…

    Quell’estate, da un po’ di tempo, nel camposanto del paese di C., si presentava ogni notte una donna anziana, vestita con una vestaglia bianca e una lunga fusciacca verde.
    Il custode vedeva quella macchia chiara nelle ore serali estive: la figura attraversava correndo tra un cipresso e un tabernacolo, poi spariva misteriosamente dentro la terra, in un posto sconosciuto tra le erbe del prato. Ricompariva davanti ai muri esterni, alti quattro metri, e intonava una soave canzone, una melodia struggente. La sua voce, come quella delle sirene, incantava molti curiosi.
    Le persone si soffermavano a guardare la scena e ne narravano per il paese le lodi, ovviamente amplificando all’inverosimile la storia.
    Molti abitanti di C. incominciarono ad avere paura.
    Decisero, così, in Comune, di chiudere per bene i cancelli del cimitero, la sera, con grossi lucchetti; di farli riaprire solo alla mattina, verso le nove. L’intero Consiglio, all’unanimità, deliberò per il meglio, costringendo un impiegato dell’ufficio anagrafe a fare gli straordinari per indagare sulla faccenda.
    Però, nonostante sigilli e rinforzi, la figura femminile passava e trapassava tutti gli ostacoli, finendo per ritornare, e sparire, dopo la mezzanotte, nel buio pesto tra i sepolcri.
    Gli addetti non capivano da dove uscisse e come fare a seguire i suoi passi.
    Finché, in un pomeriggio uggioso, e con un cielo pieno di nuvole, che coprivano il sole da parecchi giorni, un becchino la riconobbe sopra un tumulo, a parlottare da sola.
    L’uomo si avvicinò cautamente e origliò quel bisbiglio, quelle semplici parole che venivano  borbottate. Vide le mani dell’entità muoversi, sollevare la terra. Sentì quella frase, quasi digrignata tra i denti: “faccia di minestra e capelli da insalata.” D’improvviso, tutta l’immagine sparì davanti ai suoi occhi, un brivido freddo lo percorse dietro la schiena. Al beccamorto non rimase altro che prendere nota del numero di riferimento della sepoltura, che si trovava davanti a lui. Era già ora di cena, e avrebbe fatto tardi, a casa lo aspettavano. Non poteva andare subito in Municipio, così, trafelato, sconvolto, per riferire l’accaduto. Eppoi, in ogni caso, avrebbe passato una notte tremenda, piena di incubi; forse avrebbe, addirittura, saltato anche il pasto serale, il suo benedettissimo pasto; e avrebbe rinunciato, forse, a quel vinello, quel buonissimo rosso che centellinava come fosse oro. Qualcosa di pesante gli bloccava lo stomaco, gli impediva di camminare. Dava la colpa alla passione per il cibo, alle pantagrueliche libagioni, alle sonore sbornie che prendeva, ogni giorno, nelle osterie. Forse aveva mangiato e bevuto troppo a pranzo. Forse.
    Da qualche anno aveva la digestione lenta, non riusciva a smaltire come quand’era giovane.
    Era ancora sotto l’effetto dell’alcol o, la sua, era solo… paura?
    Raggiunse la bicicletta con cui arrivava in cimitero tutti i giorni e prese la fiaschetta dalla borsa sul manubrio: ci voleva, un sorso di grappa, contro lo spavento.
    “Uno solo, giuro. Poi, da domani, smetto.” 
    Il giorno dopo la notizia fece il giro del territorio in breve tempo: tutti volevano sapere, guardare, toccare con mano la terra sollevata dal fantasma e la croce di legno piantata al suolo, dove lo spettro si era vaporizzato.
    Sì, si trattava di uno spettro, di un fantasma, e io sapevo benissimo perché appariva.
    Ma un’altra delibera, quasi unanime, decisa con una riunione straordinaria del consiglio comunale, diventò un’ordinanza immediatamente esecutiva da parte della giunta: il cimitero chiudeva l’ingresso ai visitatori, fino a data da destinarsi, e si dava esecuzione a riesumare delle salme per stabilire l’identità e l’origine dell’entità misteriosa.
    Da quanto so, ancora adesso avvengono quelle apparizioni e il caso non è stato risolto.
    Dovete sapere che io c’entro, e c’entro eccome.
    Un giorno mi era capitato di leggere una storia, sembrava una di quelle fantasie locali, che tanto spesso si ascoltano nei villaggi, dove l’immaginazione supera la realtà, viene esagerata all’infinito, fino ad arrivare quasi alla leggenda e al mito.
    Nel paese di C. c’era una nobildonna, di chiare origini veneziane, di nome Tiziana Galvani.
    Nacque figlia unica e venne viziata dai genitori fin da piccola. Divenne una creatura snella, sottile. Rimase magnifica per molti anni, tantoché gli spasimanti e i corteggiatori si stupivano che fosse sempre sola, così bella, e che non volesse incontrare nemmeno le coetanee e i parenti. Nonostante molti uomini avessero varcato la sua porta, con poche frasi tutti furono rifiutati, assieme ai regali e agli omaggi. Rispediti lontano, con le pive nel sacco, assieme alle parole che pronunciavano nel salone d’ingresso di villa Galvani. Tutte dichiarazioni d’amore. La fata percorreva solitaria, a piedi o a cavallo, i boschi e i prati; guardava dalle persiane socchiuse della sua casa la gente passeggiare, passare con i carretti. Quando fu sola, sola veramente, ovvero sia quando i suoi genitori mancarono, le cose precipitarono improvvisamente. I suoi capelli corvini si trasformarono, assomigliando a bianche ife, a tentacoli di medusa; il busto divenne storto e la schiena curva come quella di un gobbo; si accentuò la sua magrezza; il viso diventò sempre più esangue; gli occhi si fecero tondi, piccoli, torvi; la gioia e il sorriso lasciarono il posto alla secchezza di un ghigno sulle labbra. Dopo una vita da zitella, mutò tutta la forma. In modo completo. L’indifferenza declinò in tristezza; l’appariscenza e lo sfarzo ostentarono nella capacità di essere taccagna con il prossimo.
    La ricchezza soddisfaceva la coscienza di Tiziana Galvani con se stessa; l’unica voglia e desiderio: la sicurezza che dà il denaro, le economie. Per il benessere presente, prossimo e post mortem, mise nero su bianco quanto desiderava. Decise di farsi seppellire con tutti gli averi. Il suo testamento parlava chiaro: la dama esigeva che, alla sua morte, tutto fosse andato venduto. Come in terra, così in cielo, tutto il capitale doveva essere tramutato in un bellissimo vestito da farle indossare nella bara, ornato di pietre preziose e di splendidi monili d’oro. Sarebbe stata sepolta in un luogo sconosciuto del cimitero, nella nuda terra, dentro un feretro di particolare robustezza e finitura. Nell’enorme distesa, vicino a delle piante che erano ancora dei virgulti, fu inumata la megera, tronfia d’orgoglio, istupidita di  vanità. Morì con la sua verginità. Quel giorno, verso le otto di sera, un colpo apoplettico la fece schiantare sui piatti della tavola, apparecchiata con bicchieri di cristallo e posate d’argento, la faccia sulla minestra e i capelli finiti sull’insalata…

     
  • 11 febbraio 2008
    Mistero

    Come comincia: Da tempo, circa quattro anni, la ragazza mi passava davanti.
    L’avevo notata, la prima volta, mentre ero intento nella lettura di un libro, seduto alla panchina del parco.
    Appena tornato da un viaggio in Giappone come consolazione dall’abbandono della ex fiamma di origini orientali.
    Compivo un gesto liberatorio: purgarsi tra le isole Ryu-Kyu, a Okinawa.
    Purtroppo non erano più i tempi del passato. Ogni cosa cambia.
    Meditavo su quanto stupido è viaggiare in aereo… costringersi per ore tra morbide poltrone, sorbirsi degli interminabili scali, seduto ad aspettare mentre, i guadagni di una vita, tanto faticosamente risparmiati, prendono il volo.
    Già, perché di soldi si tratta. Lasci il lavoro per una meta esotica. Scegli di cambiare strada.
    Torni a girare il coltello nella ferita, sperando di trovare un’altra donna simile a lei, dagli occhi a mandorla tanto belli.
    Non sono le bellezze tailandesi che cerchi, quelle dei mille italiani sempre seduti a parlare tra loro, in molti dialetti… una lingua unica. Linea intercontinentale.
    Amore orale, scavato con la forza, tra bocche sporche a discapito di ragazze poco più che bambine.

    Quel posto così bello tra i fiumi, ricco di alberi e vegetazione, rilassa. Non penso al denaro per vivere, alle cose viste e le situazioni trascorse… Semplicemente contento: riesco ad essere felice. C’è uno scopo nella vita: guardare gli altri.

    Fino ad allora il mio massimo sforzo era l’adattamento al mondo esterno, il sacrificio per obbiettivi che non erano nemmeno i miei ma quelli altrui, imposti dalla società in cui si vive.
    Quel periodo in Oriente fugò ogni dubbio sul da farsi nella vita: niente.
    Non avrei più preso aerei, che tanto male sopportavo, con attacchi di panico continui.
    Nessuna coda per il museo o per un biglietto della metropolitana.
    Anni di lavoro ripetitivo e monotono hanno esaurito le mie membra, consumato le suole delle scarpe, guanti e attrezzi da lavoro.
    Partii lasciando tutto là, nell’armadietto con su il nome.
    Non mi pento di aver speso tutti i soldi, una cosa utile, come capire che nessuna donna può rimanere con te molto a lungo se non sei in grado di dare la normalità.

    Ogni giorno vado a meditare in quei posti ricchi di pace.
    Osservo tutto, non mi sfugge niente.
    Conosco persone, instauro rapporti.
    Ne ho letti, di libri.
    Sono passato da Osho a Suzuki, da Kundera a Calvino: pagine di capolavori tra le miei mani e, nonostante gli sforzi, ancora trovo difficoltà negli accenti, nella pronuncia delle parole. Confondo idiomi e leggi grammaticali, cerco di convincermi che la lingua è universale, come l’amore… e sbaglio in pieno.

    La ragazza camminava sveltamente, correva.
    Tacco punta, tacco punta. Rallentava.
    Le cuffie e il lettore mp3, occhiali scuri anche d’inverno (perché sì, venivamo entrambi anche col freddo), vestita in tuta e maglietta di colori scuri, spalle e schiena belle dritte, coda di cavallo, uno due, uno due. Le natiche ballonzolavano, all’ inizio mollicce, poi, col passare dei mesi, sempre più sode.
    Passi lunghi, belli distanziati.
    Sono certo avesse gli occhi scuri, come i capelli, corvini.
    Le scarpe bianche, di marca, da trekking, me le ricordo.
    Arrivava in macchina, anch’essa nera o blu, parcheggiava nelle vicinanze del cancello in ferro,
    all’ingresso.
    Io sopraggiungevo e notavo che c’era, perchè distinguevo in lontananza l’automobile.
    - Questa è più pazza di me… -
    La chiamavo “Mistero”.
    Nessuno sapeva dove abitasse, da dove venisse: faceva il suo giro e non salutava nessuno. Imperterrita proseguiva verso l’ auto nonostante molti si sbracciassero davanti a lei.
    - È pazza… -  sostenevano alcuni.
    Dal canto mio, provai diverse volte un cenno di saluto, però mai ricambiato. Si fa per cortesia, come dovere acquisito col rispetto tra persone, vedendosi giornalmente, o quasi. In un raptus avrei desiderato finirle addosso, cadere pesantemente ai suoi piedi, improvviso ostacolo.
    Ma dovetti desistere quando, un giorno, la vidi insieme a una signora.
    Dall’ aspetto ed età, sembrava essere sua madre: normali entrambe, stesso portamento, parlavano animosamente.
    Miracolo! Erano passati tre anni e adesso… Mistero parlava!
    Ci riunimmo in tre di noi, due uomini e una ragazza, abituali frequentatori del posto, per carpire qualcosa dell’ animata discussione…
    - Quel bastardo! (Parolaccia, bestemmia!, bestemmia!, parolaccia) Se lo ritrovo tra i piedi lo uccido! –
    (Fatica stargli dietro a quelle due…)
    Urlavano.
    - Porta pazienza, vedrai che cambierà!... Non dire quelle parole! Basta! –
    Due donne isteriche, sull’orlo di una crisi di nervi…
    - Sono veramente più pazze di me… -
    Poi, per un anno, Mistero calmò di nuovo i suoi nervi, o almeno così pareva… Perché improvvisamente sparì.
    Per mesi molte persone si chiesero dove fosse finita, Mistero.
    Non potevamo darci una risposta.
    Io nel frattempo curavo gli impegni, cercando di risolvere eterni problemi di lavoro e soldi.
    Con la rinuncia completa alle donne capii che le spese diminuivano. Rimpiango di non essere rimasto più a lungo a Okinawa, ad imparare qualche altra mossa segreta.
    Gli sforzi continui per sopravvivere mi danno la certezza che non viaggerò e non lavorerò più...
    Sto troppo bene senza far niente, e non capisco come mai, in Italia, ancora la gente non lo ha dedotto.
    Forse il Giappone, arrivando fino al nord- est, ha inculcato in testa alle persone che bisogna lavorare fin da piccoli.
    Come ad Osaka, anche dalle mie parti il destino di tutti è già codificato, prima di nascere.
    Uno stampo sadico-masochistico crea l’imprinting delle future generazioni. Quando, il tutto, mi è sfuggito di mano?
    Mistero dov’è finita? Tutti ce lo chiediamo…
    Rimango ore con un libro aperto aspettando, l’attendo, Mistero, con grande desiderio.
    Trovo il coraggio di parlarle, per dire che non sono innamorato, anzi, mi è indifferente, ma, almeno una volta, vorrei che salutasse.
    Non me o qualcun altro, ma il mondo intero.
    Che si svegliasse dal lungo letargo e aprisse finalmente la bocca, l’accenno di un sorriso, il rilassamento dei muscoli facciali.
    Desidero vederla immobile, ferma. Il massimo: seduta.
    Anche la bionda, quella anoressica che cammina sempre di corsa (come farà? Boh!) in tutte le capezzagne intorno, saluta!
    Incrocia il tuo sguardo, incontra Mistero sul percorso, un cenno non ricambiato, prosegue… Mentre compi un quarto dell’anello di strada bianca, argine, margine del parcheggio, panchina, laghetto, altro argine, questa ha già esaurito due volte il giro completo.
    Bellissima anoressica. Potenza della fame. Mia, quando penso all’ampia falcata, ‘ste costolette e ‘ste gambette fini. Come scoperà, se ne avrà la forza?
    Col culo piatto fin che vuoi e la pelle raggrinzita, questa: sa- lu- ta- va! Capito Mistero?

    Tornai a leggere molto, in quel periodo.
    Passarono mesi, cadde la neve, quasi passò l’estate.
    Una mattina comprai il giornale quotidiano. Solito posto, caldo. Ombra, vicino al fiume. Girando i fogli vidi la foto. Era lei, Mistero.
    “Giovane donna si è tolta la vita: Ilaria G. ha compiuto, la scorsa notte, un gesto estremo. Il corpo è stato ritrovato senza vita, sfracellato nella discesa ai garage del condominio. Risiedeva, con la famiglia, in un appartamento al quinto piano. Rinvenute alle prime luci dell’ alba, le spoglie saranno sottoposte ad autopsia, ricomposte al più tardi domani pomeriggio per la sepoltura della salma.
    Non ha saputo reagire allo shock di una brutta vicenda, sostengono la madre e il fratello, prostrati dal dolore. In passato, ancora ragazzina, Ilaria fu vittima di abusi: aggredita, sequestrata e stuprata da alcuni balordi in un giardino pubblico.”
    Oggi il mio libro l’ho finito presto. Una silloge di poesie.
    Non capisco… le poesie riesco a leggerle così velocemente…
    Le parole scorrono davanti agli occhi come fotocopiassi le pagine; ingurgito pensieri d’amore, elaborazioni sofisticate e perdo il senso del tempo.
    Come certi giorni, me ne sto a letto senza combinare nulla.
    Dormo e basta.
    Mia madre ogni tanto viene a farmi visita, a casa.
    Apre con le chiavi che le ho consegnato io, tempo fa.
    Mi guarda dalla porta con le braccia incrociate sul petto.
    “Fannullone!”, mi urla… “Meglio un buon disoccupato che un cattivo lavoratore”, rispondo...
    Devo agire, darmi una mossa, studiare...
    I pensieri volano, cercano spazi lontani, l’infinita continuità dei giorni, persi a meditare.
    Apro gli occhi, il soffitto.
    Rammento i posti visitati, le situazioni vissute.
    Riposo… troppi ricordi da ricordare…
    Il libro della vita scorre davanti, come poesia…
    C’è l’anoressica.
    - Buongiorno! -
    - Buongiorno! –
    - Come ti chiami? –
    - Francesca… -
    - Io Guido. –
    Fa per ripartire, il mio braccio sinistro la blocca.
    Osservo i suoi occhi azzurri, il disagio che imprime nella bocca, in uno strano ghigno.
    - Voglio fare l’amore con te! –
    Si divincola, guarda inebetita, riprende il cammino.
    Veloce, più veloce, sempre più veloce!
    Quattro giri completi, non va via, non sparisce, non è impaurita.
    Saluterà ancora?
    Mistero.

     
  • 19 maggio 2007
    Wolf

    Come comincia: Grande spinone bianco, macchia nera intorno all’occhio, lecca la ferita sulla fronte. Fratello, gioca in giardino col triciclo.
    Mamma, al piano di sopra. Altro cane, ben chiuso dentro il recinto.

     

    Wolf inizia ad abbaiare, Raf latra pure lui… attenzione… disteso in cantina… uno sbrego da paura in testa… due mesi d’ospedale; ventotto punti di sutura, quattordici interni e quattordici esterni.
    - Suo figlio è stato fortunato signora. A un anno e mezzo, poteva essere morto. Qualche millimetro oltre e avrebbe preso la tempia. -
    Caduto dalle scale, senza una goccia di sangue.
    Dalla ferita intravedi la vena pulsare balletti di possibile morte.
    Il telefono squilla, mia madre sale, la seguo a gattoni… nessuna colpa…
    Inciampo nella prima rampa. 

    Mio padre è un cacciatore anche adesso, nonostante la veneranda età.
    Un uomo non si deve mai smentire per le scelte. Fino alla fine.
    Iniziò da bambino, assieme a suo fratello e qualche amico.
    Passò dalla carabina ad aria compressa al calibro trentadue monocanna pieghevole a libro, al ventotto, poi il sedici.
    Oggi adopera fucili del dodici, automatici o sovrapposti: rosa di pallini più ampia, resa ottimale, certezza di colpire il bersaglio.
    Negli anni di mezzo c’è stato di tutto…
    Tiene, per ricordo, una doppietta calibro sedici con cani esterni, un vero pezzo da museo, da antologia dello sparo.
    Usciva all’aperto…
    - Cosa prendiamo per pranzo, oggi? –
    Stornelli, pernici, merli, tordi, cardellini, passeri... la fame…
    Il fagiano non circolava: preda rara, assente, introdotta qualche decennio dopo.
    In mezzo alla boscaglia, giusto fuori casa, già campagna.
    Stormi di allodole oscuravano il cielo, la migratoria concedeva pioggia di selvaggina… Cose che non succedono più… Giorni e giorni di nuvole, come passasse Dio, a seminare fertilità. L’uomo…
    La mia vita è sempre stata contornata dagli animali.
    Animali morti, in gabbia, nel recinto. Imbalsamati.
    Gatti, cani.
    Wolf, spinone italiano, bellissimo grifone imponente, un cavallo. Dopo l’ospedale, pensavo di essere John Wayne, con le pistole al fianco e un mucchio di bende in testa, al posto del cappello. Aggrappato in groppa, la criniera tra le mani, i piedi quasi sfioravano il prato…
    Amavo quel cane, uno dei tanti…
    Instancabile, andava in ferma con qualsiasi selvatico.
    Spariva in cerca troppo lontano… si accucciava ad aspettare… la preda già volatilizzata… il povero cacciatore, mio padre, tardava ad arrivare. A Wolf impossibile stargli dietro… potenza fisica... Apparteneva ad una razza peculiare… unica ad andare al galoppo… Uno spettacolo vederlo correre, all’aperto; incredibile. Il mantello ispido; rustico, resistente alle intemperie, adatto al bosco, dove c’è tanta vegetazione.

    Si stava bene, il boom economico, la possibilità di crescere benestanti… gli anni sessanta.
    Dopo tutto crollò, ma questa è un’altra questione…
    Già… il sessantotto.
    Abitavamo sempre nella stessa casa.
    Wolf non tornò più: successe un giorno.
    Mio padre l’aveva ceduto.
    In compenso, due segugi.
    - Sai, i segugi seguono le lepri fino allo sfinimento, corrono, non mollano, alla fine agguantano la preda coi denti, se non arriva il cacciatore, succede un macello… -
    Li chiamano segugi con qualche valido motivo, o no? Peggio di Attila… Più combattivi che mai… “Nick mano fredda”, Paul Newman, perennemente inseguito…
    Quegli anni tenevamo bracchi, setter, pointer, un vero e proprio allevamento. Vedevo partire la combriccola, armata di tutto punto. Telemetri, cannocchiali, mirini, giubbe, stivali, bussole. Fucili, grandi fucili, coltelli, richiami, collari, guinzagli, fischietti, archi, frecce, cartine topografiche. Vino, sigarette, cibo. Tende, paletti, vanghe, fiammiferi, giornali. L’orologio cronografo “Jungfrau”, diciassette rubini, antimagnetico, al polso di mio padre, vicino alla mano che stringevo. Amavo schiacciare quei bottoni: avvio tempo, arresta, riparti. Il cinturino flessibile si contorceva, compivo evoluzioni sul braccio paterno. Prima del commiato ero sempre nervoso, temevo di non rivedere più quello splendido orologio, quella macchina perfetta che cercavo sempre di possedere.  Sparivano per giorni. Tornavano con le loro fantastiche “prede”.
    Piangevo, vedendo quegli animali morti, le bestiole massacrate dai colpi. Non capivo perché Wolf partecipava, lui, il cavallo di John Wayne…
    Nella voliera tenevamo canarini, lucherini, cardellini, merli, tutto un casotto di cinguettii. Un giorno, l’amico di famiglia, il compagnone di caccia, appassionato uccellatore, ebbe la brillante idea di donarci (caso strano, perché, nell’ambiente, nessuno regala) un crociere. Strano uccello, grosso come un tordo, più o meno, e, particolare incredibile, con le punte del becco incrociate, robustissime. Come una ics, vi assicuro. Comunemente nominato “Il becch’in croce”… forse l’uccello del cimitero, pensavo.
    A vederlo sembra innocuo, si muove saltellando e vola cadendo dall’alto dei rami, tozzo come un sasso, in caduta libera verso il basso, senza un minimo accenno di battimento d’ali. Pareva Calimero, con questo becco incrociato, gli occhi tristi. Zampettava in una gabbietta piccolissima, così decisi, io, di spontanea volontà, la sua liberazione assieme agli altri pennuti, nello spazio grande della voliera, tre metri per quattro, situata in giardino.
    Col tempo, ogni notte, qualche uccellino cadeva morto stecchito. Quei giorni, in cui mio padre era via per lavoro, fu una vera mattanza. Ogni mattina trovavo qualche volatile a zampe all’aria sul fondo del gabbione. Non capivo proprio cosa potesse essere stato.
    Il crociere guardava con occhi tristi, zampettava.
    Alla fine rimase da solo, l’unico sopravvissuto, e capii…
    Mi guardava sempre, quell'uccello.
    Non potevo far altro che seppellire i morti.
    Mio padre tornò a casa.
    “Leggermente” arrabbiato dalla scoperta. Disse che il crociere doveva rimanere solo, nella gabbietta originaria. Per questo ce l’avevano regalato, perché non serviva a niente, le sue carni non pregiate, non cantava, brutto, solo “ciuop” ogni tanto, e poi ti guardava con quegli occhi tristi. Assassino. Con difficoltà lo riacciuffammo; per non ferirlo e soprattutto non farsi beccare, usammo i guanti… un’impresa.
    Io credevo che, con quel becco là, non riuscisse nemmeno a mangiare… altroché, peggio di una tenaglia. Papà riteneva fosse in grado di aprire di tutto, noci comprese. A dimostrazione: le povere teste dei cadaveri raccolti sul fondo della voliera.
    Assassino.
    La gabbietta rimase lì per non so quante settimane.
    Alla fine mi decisi.
    Chiesi un passaggio in automobile e andammo con Wolf a liberare il crociere in montagna, nel suo habitat, dove, territoriale come era, poteva vivere. Tra le conifere, arrampicandosi come i pappagalli, cibandosi di semi, bacche, insetti e larve.
    Così avvenne…
    Quegli occhi tristi mi facevano stare male… quasi estinti, ora… sono protetti.

    Gli anni passano e Wolf sicuramente starà correndo, assieme ad altri cani, nelle verdi praterie.
    L’altra sera, mentre oliava il percussore del fucile, notai emozione, negli occhi di mio padre. Il vecchio guinzaglio di cuoio fuori dall’involucro che lo proteggeva, dalla polvere.
    - Sai, oggi mi è tornato in mente Wolf… Camminavo in silenzio col  bastone alla mano, per cercar cove di fagiani. Improvvisamente, appena girato l’angolo, me le sono trovate davanti: quattro cerve, ferme controvento, dietro un boschetto. Sorprese, mi guardano, ritte sulle zampe, impietrite… e quegli occhi, così dolci, grandi… Potevo quasi toccarle, a pochissimi metri. Mai in vita mia ho provato una sensazione simile. Stavo sognando? Sapevano che, la stagione venatoria, era finita? Quale presentimento faceva intuire a quelle bestiole che, anche se potevo, non avrei sparato? Perché ad  ucciderle, te lo giuro, non sarei riuscito… Quegli occhi… Quattro cerve, ma ti rendi conto? Da non credere… –
    - E cosa ti ha fatto ricordare Wolf? Gli occhi? –
    - No… la bellezza. La bellezza della vita. –
    - Stai diventando vecchio. Troppo tenero. –
    - Sono già vecchio, purtroppo… -
    - Posso farti una domanda? –
    - Chiedi, chiedi pure… -
    - Perché non hai più ripreso uno spinone, un altro come Wolf? –
    - La settimana scorsa sono uscito con un amico: contentissimo, aveva acquistato uno spinone di pochi mesi, già un asso. E io, insomma, bravo come Wolf... Tu, proprio tu, mi chiedi perché? Lo sai, il motivo. Inutile parlare. –
    - Dovevi tenerlo, quella volta, lasciarlo nel recinto, a finire i suoi giorni. –
    - E come? Lui voleva uscire, non sarebbe mai stato fermo. In battuta si sacrificava sempre, instancabile. L’ultima volta lo raggiunsi, lungo il canale, e lì capii che non ce la faceva più.
    Era distrutto, ansimava, si reggeva a fatica sulle zampe. Lo sollevai in braccio e mentre guaiva, mise il muso sulla mia spalla. Appoggiai la mano, percependo il cuore andare a mille; ansimava nervosamente. Lo adagiai piano sul sedile della macchina. Gli altri cani li chiusi nel bagagliaio. Dopo qualche settimana Wolf cambiò casa. Da Roberto morì l’anno successivo, serenamente. –
    Questo mi disse mio padre, l’altra sera.
    Di anni ne ha sulle spalle e anch’io non scherzo, in fatto di età.
    Penso proprio che, tra un po’ di tempo, prenderò un altro cane.

     
  • 16 novembre 2006
    Terraglio

    Come comincia: La casa è di quelle piccole, a due piani, con un po’ di giardino.
    Io invece una persona come le altre, né più né meno.
    Ho quarantuno anni e lavoro in una cantina vinicola.
    Un metro e ottantuno per settantasette chili di peso, pochi capelli, occhi verdi, fisico longilineo. Dicono una persona interessante.
    Non come il mio lavoro.
    Tutto il giorno a guardare bottiglie, per anni ormai, con le cuffie su.
    Sto diventando sordo, forse lo sono già, da un’orecchio.
    Dovrò licenziarmi da questo lavoro, immagino, prima o poi.
    Sempre le stesse cose, come ogni lavoro che si rispetti. Lavoro è lavoro, farselo piacere, un altro discorso.
    Bordolesi, renane, borgognotte, reggiane… giorni, settimane, mesi e anni. Sempre bottiglie.
    Comunque… certi ignoranti, in fabbrica.
    Un capetto, in particolare, a rompere.
    Avesse cinquanta anni capisco. Invece ne ha venticinque, a mala pena. Si regge sulle gambe da ieri e pensa già alla pensione. Bestemmie e parolacce , all’ordine del giorno.
    Le mani addosso ogni tanto ma questo, meno frequentemente: l’ultima volta gli ho tirato un calcio. Se continuava lo avrei abbassato di qualche centimetro, così faceva l’ottavo nano.
    Non è mica tanto alto, cosa credete: già così può essere raccomandato da Biancaneve.
    La popolazione aziendale è molto varia, veramente.

     

    Ah, sì! La casa.
    La bella casetta sulla strada in cui la sera mi rifugio. Vivo solo. I miei genitori sono morti e la sera, dopo il lavoro, vado subito al domicilio. Pulire, sistemare e soprattutto portare a spasso il cane. Tutto il giorno abbandonato, poverino. Eccitatissimo, non vede l’ora di sgambare lungo l’argine. Lo seguo di corsa, libero, anche con la nebbia. D’estate siamo spesso al mare, ma d’inverno è un’altra cosa. Fa buio presto e se stai fermo, sudato, rischi un malanno. Torniamo dentro verso le sei e in cantina, quasi una palestra, continuo l’allenamento.
    Raf guarda curioso, gira il muso, lo inclina di quarantacinque gradi come a chiedere cosa fa, 'sto deficiente. Lui ha già dato, io no. Devo continuare. Addominali e allungamento. Dopo la corsa, ci vogliono. Un po’ di panca e, per ultimo, una buona doccia.
    Fine giornata, la sbobba e il cibo per entrambi, cercando di variare il menù il più possibile. Ok, presto fatto, e voilà…
    Cantina, garage, piano terra e primo piano. Nell’ordine trenta, venti, cinquanta e cinquanta metri quadrati. Completamente arredati in stile “naif”, come dico io. Alla rinfusa, sarebbe. Il mio stile, collaudato dalla moda, sempre imperante e mai seguita. Dimenticavo il giardino: cento metri quadrati. Il luogo? Mogliano Veneto, lungo il Terraglio.
    A certe ore, un traffico incredibile, tra Treviso e Mestre. Poi, la sera, arrivano le prostitute e i loro clienti. La strada si anima di strani personaggi. Molto frequentata, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
     Nella camera da letto, quella dove dormivano i miei genitori, ho installato il telescopio.
    Papà e mamma. Gli amavo tanto. Loro avevano cuore. Incidente stradale, finiti sotto un camion. Bello, eh?
    Ora qui, con un cane.
    Mi hanno fatto studiare, un tetto dove dormire, molte attenzioni. Figlio unico, contraccambiati nella stima, per entrambi. Operaio… altre ambizioni sognavano per me, i cari estinti. Non sono stato in grado di realizzare le speranze. Rimango un fallito. Dirigente, imprenditore, ecco. Così portavo a casa dei bei soldi, avremmo potuto vivere felici e rispettati. Perché lo meritavano, dall’unico figlio. Dovevo impegnarmi di più. Dannazione, quanto gli ho amati!
    La finestra della stanza guarda sulla curva. Il cannocchiale sbuca tra le tende. Persiane semi chiuse e buio, nessuna luce accesa. Sul letto matrimoniale, appoggiata, la macchina fotografica digitale, inseribile nel telescopio, per scattare foto a lunga distanza. La cinepresa sul cuscino, ultimo acquisto; voglio fare anche filmati.
    Avete visto, immagino, il film di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile”, sì? Ebbene, più o meno la stessa cosa. Solo che da me nessuna Grace Kelly del 2000 passa a curarmi le ferite. Io guardo per masturbarmi.
    Appoggio l’occhio sulla lente e osservo le donnine allegre passare, con aria di stanca; stazionare quasi svestite, in pieno inverno, nella piazza, davanti casa, negli androni delle scale di fronte, a confine del canale. Dappertutto presenti, in ogni momento della nottata, dalle nove di sera alle quattro di mattina. Alcune bellissime, altre meno belle, talvolta delle cozze. Neanche a essere pagati, uno va insieme, con le cozze. I clienti nelle vetture rallentano il traffico, qualcuno suona il clacson. Macchine di ogni genere, dalla più piccola alla lussuosa, camion, furgoncini. Ragazze di colore molto giovani giocano mentre altre si scambiano rossetti, cipria, lucidalabbra. Qualche sigaretta accesa; sederi perfetti: meretrici chinate sui finestrini, a contrattare prezzi e tariffe. Ammiro gambe, anche; forme invitanti di signore poco più che bambine. Arrapato, noto i vestiti aderenti, calze autoreggenti e minigonne strettissime, cappottini leggeri aperti e turgide mammelle trattenute da reggiseni di pizzo.
    Non bisogna mai incontrare i propri sogni, altrimenti svaniscono.
    Desiderare fortemente una cosa, per realizzarla. Pensarla prima cento volte, fremere, studiarla a fondo, “sì, sì… devo!”… e poi imporsi, rimandare ad un altro giorno, dannarsi  ancora di più.

    A scuola da ragazzo andavo abbastanza bene. La pigrizia nacque piano, lentamente. Aiuto, gridavo, perché nessuno capiva i desideri che avevo dentro. Ogni iniziativa sembrava, dopo il diploma, ciclopica. Troppi tempi morti e spazi impercorribili. Le esperienze sfioravano la mia vita senza toccare la pelle. Insensibile, diventato insensibile, dopo un po’, tradito da me stesso.
    Università e carriera, macigni impegnativi. Bisognava mollare, staccare la spina prima del cortocircuito della mente. Non ce l’ho fatta. Mi dispiace.
    L’esaurimento arrivò sui trenta anni. Complice una ragazza di scuola, delle elementari. Tanti anni passarono prima di rivederla. Un caffè, cena tra amici, ammiccamenti strani e convenevoli male interpretati. Idea fissa col tempo. Farmaci e crisi depressive, forme d’ansia e ipocondria, mascherati dal volto femminile che arrivava in sogno, la notte, impedendomi di dormire. Di giorno le mani di quella Madonna stringevano le mie, virtualmente, mentre afferravo le bottiglie, tra gli attrezzi di lavoro. Talvolta parlava, con la voce suadente, bisbigliandomi all’orecchio. Passione d’amore, tenerezza di un idillio platonico per nulla ricambiato. Mente e pensieri, scherzi che facevate.
    Un giorno passai per casa sua, disperato. Vestito bene, giacca e cravatta, scarpe lucide e una parvenza di benessere psicofisico. Aprì la porta e già la vidi sbuffare, spazientita. Come è bello l’amore contraccambiato. Meglio entrare, parlare. Una buona tazza di tè. Quando chiedo cosa pensa di me, risponde, senza nessuna mimica, indifferente:<< Parli come un libro stampato>>. E io insistevo, convinto di agire bene. Invece da una piccola falla aprivo una voragine.
    Essere odiati da qualcuno fa male, troppo amati però, sicuramente peggio.
    Un filosofo russo dice che si impara solo soffrendo, in ogni campo e settore. In amore l’uomo pena sempre, la donna solo se trova la persona della sua vita.

    Adesso qui, pulisco il mio seme e penso, a quell’unica infatuazione. Do importanza a situazioni, ricordi inservibili per il presente, il futuro. Fanciulle ancora in fiore distano pochissimo, alloggiate fisse su ghiaini e asfalti. Tacchi alti e miseria, cuori disperati in balia di qualche sfruttatore, maniaccia e papponi di ogni sorta. Una volta arrivarono in tre, smontarono dalla macchina e con un bastone picchiarono a sangue una di quelle. Caricarono velocemente la biondina mentre lontano la sirena preannunciava l’arrivo della polizia.
     Io guardavo col binocolo la scena, sì e no a duecento metri di distanza.

    Di solito tengo le luci spente, al buio. Non deve vedere gente, che sono in casa. Il cane in corridoio riposa tranquillamente. Lo faccio spesso, almeno tre volte la settimana, dopo cena, per diverse ore a notte. Capita di stare in piedi fino alle ore piccole e il mattino dopo, al lavoro, sono cotto.
    La televisione è l’alternativa serale di intrattenimento. Certi programmi sono cose da stupidi: una persona intelligente fa bene a non guardarli.

    Quel giorno arrivai tardi, alla postazione. In ferie da una settimana. La scampagnata fuori città durò più del previsto. Entrai con la macchina velocemente in garage, dalla stradina secondaria che dava sul retro. Di ritorno dal mare, con la pizza mangiata in fretta e furia poco prima in ristorante, la birra da mezzo litro scolata; entrambe a gonfiare gli intestini, dilatare lo stomaco, quasi da ulcera. Pancia piena e sguardo brillo, sprofondo sul sofà, appena dentro in casa. Il sole tramontato, il cane che abbaia, fuori, all’aperto.
    Le due solite sgualdrine passano da sinistra a destra e da destra a sinistra, sotto il lampione acceso, lungo i bordi del Terraglio, la via dell’amore. Entrambe molto carine, discutono animosamente all’arrivo del cliente. La mora sale svelta in macchina, contrattato il prezzo, spintonando la collega. La bionda rimane sola, raggomitolata a bordo della strada. Afferra le ginocchia e vi appoggia sopra il viso. Quasi in posizione fetale, sguardo perso all’infinito, occhi da gatta azzurro mare, capelli lunghi a cascata sulle gambe, fino a toccare terra. Le scarpe con i tacchi a spillo inclinano ulteriormente il busto in avanti. Perde l’equilibrio, per poco non cade. Si alza lasciando scoprire il pancino nudo; la maglietta cortissima risalta e evidenzia il seno abbondante, nudo. Si intravedono in trasparenza i capezzoli mentre le mani della ragazza massaggiano delicatamente il ventre. Deve avere anche lei problemi digestivi, penso. Sono già in giardino, a pochi metri, quando la tipa tira giù gonna e perizoma e si mette in posizione, pronta a defecare.
    Lì, davanti a me, la zoccola!
    <<Ehi, cosa stai facendo!>> urlo.
    <<Non rompere i c… sto male!>> risponde.
    << Ma sei matta? Davanti qui, sul mio cancello?>>
    <<Dove se no, a casa tua?>>
     <<Questa è casa mia! Chiaro? Se vuoi falla nel canale, laggiù.>>
    << Là è troppo lontano, non resisto, e poi c’è la mia amica con il cliente. Fammi entrare, se è casa tua questa, dài, dopo ti faccio lo sconto.>>
    Buona l’idea e la tipa niente male. Tette grosse, non tanto alta, fisico asciutto e esile.
    Mostra la lingua bagnando le labbra carnose. Alza la gonna girando verso di me il sedere perfetto. Una bambola del sesso sta per entrare a casa mia. Qualità insuperabile, vi dico. Modelle, non prostitute; troppo carine. Potrebbero tranquillamente sfilare nei negozi di moda del centro di Milano o nelle passerelle di Parigi. Questa è un po’ abbondante davanti, ma, per certe cose, è meglio: a buon intenditore poche parole.
    La bionda passa dal cancello rapidamente. In casa, alla ricerca di water e bidè. Lascio fare. Ucraina o rumena? Boh! Non lo so. I tratti somatici sono quelli. Il cane perplesso, entrambi ammutoliti dalla strana nuova presenza. Qualche minuto di attesa. Torno in salotto mentre all’interno della casa sento lo sciacquone del bagno che va. Quasi quasi preparo una tisana per entrambi, ne abbiamo bisogno; ho lo stomaco devastato, la pancia gonfia e gorgogliante. Distrutto sul sofà, quasi distendo il corpo. Chiudo gli occhi. Immagino scene di sesso pornografico, corpi sudati nel coito, amplessi gridati a squarcia gola.
    Improvvisamente forti risate provengono dal piano di sopra. Apro gli occhi, mi alzo e cammino, in direzione delle scale. Lei scende, cosce in bella vista, in una mano la borsa, nell’altra il cavalletto-treppiede del telescopio. Lo sbatte a destra e a sinistra, sul muro. Ride come un’oca. L’ugola quasi esce dalla bocca. Dirompente e fragoroso baccano; agitata come una matta. Sarà  stata anche minorenne: in quell’istante appare vecchia e arpia, una suocera stagionata.
    Dice: <<Tu sei malato, caro mio, sei malato! Fatti curare!...Ah! Ah!Ah!>> Ride, ride.
    Le sferro un pugno, dritto, in gola, vicino alla giugulare.
    Cade indietro, sbattendo la testa sui gradini; le mani, contemporaneamente, lasciano borsa e treppiede.
    Guardo come è, rantolante di dolore, semisvenuta.
    Di lì a poco l’avrei punita.
    Calo le braghe e metto il membro in tutte le fessure che il suo corpo permette. Mugugna di dolore misto a piacere; giro e rigiro quella bambola, lì, sul pavimento. Palpeggio e annuso, lecco e strizzo. Possiedo un giocattolo adesso: non lo avete capito?

    La mattina mi sveglio con un gran mal di testa. Vado in bagno e dopo colazione mi vesto per uscire. Ingoio un paio di pastiglie, un po’ d’acqua. Oggi il cane è molto vivace. Vuole giocare, pronto per una passeggiata, non mi lascia in pace. Ne approfitterò per andare a comprare il giornale.
    Attraverso il cancello, a piedi; Raf legato al mio fianco. Vedo una piccola cosa marrone, lì fuori.
    La tipa sicuramente ha lasciato un ricordino, poca roba. Torno in casa e prendo qualcosa per raccogliere. Un giornale, un sacchetto.
    La bionda guarda legata, in cantina. Braccia aperte, polsi fissati a una barra di acciaio nel soffitto, usata normalmente per far trazioni sulle braccia. Le gambe aperte, come una puttana qual è.
    Catene e lucchetti bloccano i piedi, perfettamente serrati su pesi e bilancieri con cui di solito mi alleno. Bene, servirà anche lei ad irrobustire il mio fisico.
    <<Se fai la brava, ti compro da mangiare.>>
    Piange disperata mentre con la testa annuisce. Il bavaglio le impedisce di parlare.
    <<Dopo, quando torno, prima mi fai un lavoretto, ok?>>
    Annuisce ancora.
    Cavolo, perché non ho pensato prima a questa soluzione? Finalmente il modo di conquistare le donne.
    La bacio in fronte e asciugo le lacrime che bagnano il suo viso. Profuma ancora di buono, nonostante le condizioni. Una doccia, con mani legate e bavaglio, gliela faccio fare dopo. Forse.
    Altrimenti la uccido e ne catturo un’altra. Mora, questa volta. E la prossima di colore, sì.
    Ho viste certe, al distributore, là, più avanti. Vado con la scusa di fare benzina, verso l’una, le due del mattino. Saranno stanche e meno clientela, a quell’ora. Una bella botta in testa, come con questa, e via, a casa. Potrei tenerne due o tre, a seconda degli usi. Ma sì, deciderò a giornata. Come è bello. Non potranno fare apprezzamenti su di me, altrimenti le punirò. Oh, sì.
    Questo nuovo gioco è divertente. Abbandonerò quello vecchio. Il guardone non mi si addice.
    Molto più intrigante partecipare attivamente.
    Certo i miei genitori non sarebbero felici ma d’altronde, la vita và presa per quello che offre.

    La preoccupazione che mi attanaglia, nei giorni seguenti, è quella di non essere scoperto.
    Temo qualche protettore, la polizia. Queste sono ragazze che altrimenti nessuno viene a cercare.
    La denuncia di scomparsa non esiste. Importante non farsi beccare in flagrante. Serve attenzione, azioni rapide e improvvise e prima, valutare bene la vittima prescelta. Niente lasciato al caso. Agire predisponendo anticipatamente una via di fuga, calcolare varianti e movimenti. Stanno da sole o in gruppo, a battere? Accettano di venire in casa, oltre che per strada?
    Al termine delle considerazioni, decido di agire, finché possibile, davanti la mia abitazione.
    Il rischio elevato pone però sicurezza nel controllare la situazione istante dopo istante.
    Con cannocchiale e telescopio. La macchina fotografica, la telecamera, foto e roba varia, meglio farle sparire. Pericoloso tenere prove così evidenti.

    La mia amica, nel frattempo, è dimagrita di qualche chilo. La spavalderia è scomparsa insieme a un po’ di ciccia. Conosco ogni singola parte del suo corpo, la lavo e curo amorevolmente. Ieri mi ha baciato in bocca e con la lingua. Ha guardato, chiesto scusa.
    <<Scusa? Ma di che!>> Ho fatto chinare la sua testa e le ho insegnato che non esistono scuse, per quello. È la vita, fatta a scale, c’è chi le scende e chi le sale.
    Tu, in quel momento, le stavi scendendo. Ed io ti punisco.
    Perché non avevo detto di andare al piano di sopra, di guardare tra le cose, nella stanza dei miei genitori. Lì posso salire solo io e tu, tu, con arroganza e scortesia, dopo che ti ho ospitato, scompigli la casa, in allegria, così, tranquillamente.
    Non so cosa farmene, delle scuse.

    La bionda resiste qualche giorno. Nonostante cure, mille attenzioni da parte mia, il cuore cessa di battere. Sempre intontita, forse il pugno e la botta in testa sono stati un trauma troppo forte. Dispiace, proprio adesso che ho deciso di liberarla. Sì, credetemi, giuro. Ora mi ritrovo con un cadavere e devo far presto, non posso lasciare un corpo così, appeso, dentro casa.
    Qualcuno potrebbe arrivare. Casualmente, il postino, un vicino. Agire in fretta. Pensare.
    Potrei sotterrarla in giardino o a pezzi nelle immondizie… no, mi scoprirebbero facilmente.
    Sparire completamente, è l’unica.
    Guardo il congelatore nell’angolo, inutilizzato da anni. Mio padre metteva dentro fagiani, polli, quarti di manzo e bistecche. Fanatico della roba surgelata. Pensava alle scorte come orso pronto al letargo o rischio di guerra mondiale imminente. Impossibile l’evenienza senza cibo.
    Libero la bionda, adagio il corpo all’interno del freezer orizzontale. Distesa perfetta, riesco a chiudere il coperchio. Una bara di freddo. Attacco la spina alla presa di corrente.
    Un leggero ronzio; imposto le temperature al livello più basso possibile.
    Provvederò poi a chiudere col lucchetto le maniglie. Tra un paio d’ore ripasso, voglio vedere il corpo ghiacciato. Da evitare putrefazioni e odori.
    In estate non posso accendere il caminetto. Si accorgerebbero. Il fumo, in piena canicola agostana, darebbe nell’occhio. Meglio evitare sospetti. Aspetterò l’autunno e l’inverno.
    Con i primi freddi, cercherò di staccare qualche pezzo del corpo.
    Squarterò per bene gli arti e la testa dal resto.
    In fretta, una volta tolta da là, prima che si scongeli e il sangue vada dappertutto.
    Il tronco lo brucerò per primo, intero. Accenderò un bel fuoco, con tanta legna.
    Bruciare completamente e bene. Compresi borsa e vestiti.
    Cenere, solo cenere, deve rimanere.
    Pulirò e i resti, in sacchetti delle immondizie, ogni volta in qualche cassonetto diverso, non davanti casa.
    Dopo, verrà Natale: uscirò per festeggiare.
    Messa di mezzanotte e dopo… al distributore, quello lì, di fronte casa mia.

     
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