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Autore

Marco De Mattia

in archivio dal 13 set 2006

20 novembre 1963, Pordenone - Italia

segni particolari:
Ferite sul corpo e nell'anima... forse dopo morto, guariranno?

mi descrivo così:
Grande esistenzialista. Vedo la luce come qualcosa che può accecarmi.

11 febbraio 2008

Mistero

Intro: Un viaggio in Giappone, a consolazione per l’abbandono subito da quella donna dai tratti orientali, trasmette, al protagonista di questo racconto, nuove consapevolezze e nuovi percorsi di vita. L’incontro fortuito al parco, con una donna: una tuta scura, l’auto scura o nera, un paio di occhiali scuri anche d’inverno, e che non saluta mai. Un Mister

Il racconto

Da tempo, circa quattro anni, la ragazza mi passava davanti.
L’avevo notata, la prima volta, mentre ero intento nella lettura di un libro, seduto alla panchina del parco.
Appena tornato da un viaggio in Giappone come consolazione dall’abbandono della ex fiamma di origini orientali.
Compivo un gesto liberatorio: purgarsi tra le isole Ryu-Kyu, a Okinawa.
Purtroppo non erano più i tempi del passato. Ogni cosa cambia.
Meditavo su quanto stupido è viaggiare in aereo… costringersi per ore tra morbide poltrone, sorbirsi degli interminabili scali, seduto ad aspettare mentre, i guadagni di una vita, tanto faticosamente risparmiati, prendono il volo.
Già, perché di soldi si tratta. Lasci il lavoro per una meta esotica. Scegli di cambiare strada.
Torni a girare il coltello nella ferita, sperando di trovare un’altra donna simile a lei, dagli occhi a mandorla tanto belli.
Non sono le bellezze tailandesi che cerchi, quelle dei mille italiani sempre seduti a parlare tra loro, in molti dialetti… una lingua unica. Linea intercontinentale.
Amore orale, scavato con la forza, tra bocche sporche a discapito di ragazze poco più che bambine.

Quel posto così bello tra i fiumi, ricco di alberi e vegetazione, rilassa. Non penso al denaro per vivere, alle cose viste e le situazioni trascorse… Semplicemente contento: riesco ad essere felice. C’è uno scopo nella vita: guardare gli altri.

Fino ad allora il mio massimo sforzo era l’adattamento al mondo esterno, il sacrificio per obbiettivi che non erano nemmeno i miei ma quelli altrui, imposti dalla società in cui si vive.
Quel periodo in Oriente fugò ogni dubbio sul da farsi nella vita: niente.
Non avrei più preso aerei, che tanto male sopportavo, con attacchi di panico continui.
Nessuna coda per il museo o per un biglietto della metropolitana.
Anni di lavoro ripetitivo e monotono hanno esaurito le mie membra, consumato le suole delle scarpe, guanti e attrezzi da lavoro.
Partii lasciando tutto là, nell’armadietto con su il nome.
Non mi pento di aver speso tutti i soldi, una cosa utile, come capire che nessuna donna può rimanere con te molto a lungo se non sei in grado di dare la normalità.

Ogni giorno vado a meditare in quei posti ricchi di pace.
Osservo tutto, non mi sfugge niente.
Conosco persone, instauro rapporti.
Ne ho letti, di libri.
Sono passato da Osho a Suzuki, da Kundera a Calvino: pagine di capolavori tra le miei mani e, nonostante gli sforzi, ancora trovo difficoltà negli accenti, nella pronuncia delle parole. Confondo idiomi e leggi grammaticali, cerco di convincermi che la lingua è universale, come l’amore… e sbaglio in pieno.

La ragazza camminava sveltamente, correva.
Tacco punta, tacco punta. Rallentava.
Le cuffie e il lettore mp3, occhiali scuri anche d’inverno (perché sì, venivamo entrambi anche col freddo), vestita in tuta e maglietta di colori scuri, spalle e schiena belle dritte, coda di cavallo, uno due, uno due. Le natiche ballonzolavano, all’ inizio mollicce, poi, col passare dei mesi, sempre più sode.
Passi lunghi, belli distanziati.
Sono certo avesse gli occhi scuri, come i capelli, corvini.
Le scarpe bianche, di marca, da trekking, me le ricordo.
Arrivava in macchina, anch’essa nera o blu, parcheggiava nelle vicinanze del cancello in ferro,
all’ingresso.
Io sopraggiungevo e notavo che c’era, perchè distinguevo in lontananza l’automobile.
- Questa è più pazza di me… -
La chiamavo “Mistero”.
Nessuno sapeva dove abitasse, da dove venisse: faceva il suo giro e non salutava nessuno. Imperterrita proseguiva verso l’ auto nonostante molti si sbracciassero davanti a lei.
- È pazza… -  sostenevano alcuni.
Dal canto mio, provai diverse volte un cenno di saluto, però mai ricambiato. Si fa per cortesia, come dovere acquisito col rispetto tra persone, vedendosi giornalmente, o quasi. In un raptus avrei desiderato finirle addosso, cadere pesantemente ai suoi piedi, improvviso ostacolo.
Ma dovetti desistere quando, un giorno, la vidi insieme a una signora.
Dall’ aspetto ed età, sembrava essere sua madre: normali entrambe, stesso portamento, parlavano animosamente.
Miracolo! Erano passati tre anni e adesso… Mistero parlava!
Ci riunimmo in tre di noi, due uomini e una ragazza, abituali frequentatori del posto, per carpire qualcosa dell’ animata discussione…
- Quel bastardo! (Parolaccia, bestemmia!, bestemmia!, parolaccia) Se lo ritrovo tra i piedi lo uccido! –
(Fatica stargli dietro a quelle due…)
Urlavano.
- Porta pazienza, vedrai che cambierà!... Non dire quelle parole! Basta! –
Due donne isteriche, sull’orlo di una crisi di nervi…
- Sono veramente più pazze di me… -
Poi, per un anno, Mistero calmò di nuovo i suoi nervi, o almeno così pareva… Perché improvvisamente sparì.
Per mesi molte persone si chiesero dove fosse finita, Mistero.
Non potevamo darci una risposta.
Io nel frattempo curavo gli impegni, cercando di risolvere eterni problemi di lavoro e soldi.
Con la rinuncia completa alle donne capii che le spese diminuivano. Rimpiango di non essere rimasto più a lungo a Okinawa, ad imparare qualche altra mossa segreta.
Gli sforzi continui per sopravvivere mi danno la certezza che non viaggerò e non lavorerò più...
Sto troppo bene senza far niente, e non capisco come mai, in Italia, ancora la gente non lo ha dedotto.
Forse il Giappone, arrivando fino al nord- est, ha inculcato in testa alle persone che bisogna lavorare fin da piccoli.
Come ad Osaka, anche dalle mie parti il destino di tutti è già codificato, prima di nascere.
Uno stampo sadico-masochistico crea l’imprinting delle future generazioni. Quando, il tutto, mi è sfuggito di mano?
Mistero dov’è finita? Tutti ce lo chiediamo…
Rimango ore con un libro aperto aspettando, l’attendo, Mistero, con grande desiderio.
Trovo il coraggio di parlarle, per dire che non sono innamorato, anzi, mi è indifferente, ma, almeno una volta, vorrei che salutasse.
Non me o qualcun altro, ma il mondo intero.
Che si svegliasse dal lungo letargo e aprisse finalmente la bocca, l’accenno di un sorriso, il rilassamento dei muscoli facciali.
Desidero vederla immobile, ferma. Il massimo: seduta.
Anche la bionda, quella anoressica che cammina sempre di corsa (come farà? Boh!) in tutte le capezzagne intorno, saluta!
Incrocia il tuo sguardo, incontra Mistero sul percorso, un cenno non ricambiato, prosegue… Mentre compi un quarto dell’anello di strada bianca, argine, margine del parcheggio, panchina, laghetto, altro argine, questa ha già esaurito due volte il giro completo.
Bellissima anoressica. Potenza della fame. Mia, quando penso all’ampia falcata, ‘ste costolette e ‘ste gambette fini. Come scoperà, se ne avrà la forza?
Col culo piatto fin che vuoi e la pelle raggrinzita, questa: sa- lu- ta- va! Capito Mistero?

Tornai a leggere molto, in quel periodo.
Passarono mesi, cadde la neve, quasi passò l’estate.
Una mattina comprai il giornale quotidiano. Solito posto, caldo. Ombra, vicino al fiume. Girando i fogli vidi la foto. Era lei, Mistero.
“Giovane donna si è tolta la vita: Ilaria G. ha compiuto, la scorsa notte, un gesto estremo. Il corpo è stato ritrovato senza vita, sfracellato nella discesa ai garage del condominio. Risiedeva, con la famiglia, in un appartamento al quinto piano. Rinvenute alle prime luci dell’ alba, le spoglie saranno sottoposte ad autopsia, ricomposte al più tardi domani pomeriggio per la sepoltura della salma.
Non ha saputo reagire allo shock di una brutta vicenda, sostengono la madre e il fratello, prostrati dal dolore. In passato, ancora ragazzina, Ilaria fu vittima di abusi: aggredita, sequestrata e stuprata da alcuni balordi in un giardino pubblico.”
Oggi il mio libro l’ho finito presto. Una silloge di poesie.
Non capisco… le poesie riesco a leggerle così velocemente…
Le parole scorrono davanti agli occhi come fotocopiassi le pagine; ingurgito pensieri d’amore, elaborazioni sofisticate e perdo il senso del tempo.
Come certi giorni, me ne sto a letto senza combinare nulla.
Dormo e basta.
Mia madre ogni tanto viene a farmi visita, a casa.
Apre con le chiavi che le ho consegnato io, tempo fa.
Mi guarda dalla porta con le braccia incrociate sul petto.
“Fannullone!”, mi urla… “Meglio un buon disoccupato che un cattivo lavoratore”, rispondo...
Devo agire, darmi una mossa, studiare...
I pensieri volano, cercano spazi lontani, l’infinita continuità dei giorni, persi a meditare.
Apro gli occhi, il soffitto.
Rammento i posti visitati, le situazioni vissute.
Riposo… troppi ricordi da ricordare…
Il libro della vita scorre davanti, come poesia…
C’è l’anoressica.
- Buongiorno! -
- Buongiorno! –
- Come ti chiami? –
- Francesca… -
- Io Guido. –
Fa per ripartire, il mio braccio sinistro la blocca.
Osservo i suoi occhi azzurri, il disagio che imprime nella bocca, in uno strano ghigno.
- Voglio fare l’amore con te! –
Si divincola, guarda inebetita, riprende il cammino.
Veloce, più veloce, sempre più veloce!
Quattro giri completi, non va via, non sparisce, non è impaurita.
Saluterà ancora?
Mistero.

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