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Autore

Marco De Mattia

in archivio dal 13 set 2006

20 novembre 1963, Pordenone - Italia

segni particolari:
Ferite sul corpo e nell'anima... forse dopo morto, guariranno?

mi descrivo così:
Grande esistenzialista. Vedo la luce come qualcosa che può accecarmi.

16 novembre 2006

Terraglio

Intro: Una piacevole esposizione di fatti, caratterizzata da un'irriverente struttura narrativa. Marco De Mattia lentamente sconvolge le carte, e il gioco si ribalta…

Il racconto

La casa è di quelle piccole, a due piani, con un po’ di giardino.
Io invece una persona come le altre, né più né meno.
Ho quarantuno anni e lavoro in una cantina vinicola.
Un metro e ottantuno per settantasette chili di peso, pochi capelli, occhi verdi, fisico longilineo. Dicono una persona interessante.
Non come il mio lavoro.
Tutto il giorno a guardare bottiglie, per anni ormai, con le cuffie su.
Sto diventando sordo, forse lo sono già, da un’orecchio.
Dovrò licenziarmi da questo lavoro, immagino, prima o poi.
Sempre le stesse cose, come ogni lavoro che si rispetti. Lavoro è lavoro, farselo piacere, un altro discorso.
Bordolesi, renane, borgognotte, reggiane… giorni, settimane, mesi e anni. Sempre bottiglie.
Comunque… certi ignoranti, in fabbrica.
Un capetto, in particolare, a rompere.
Avesse cinquanta anni capisco. Invece ne ha venticinque, a mala pena. Si regge sulle gambe da ieri e pensa già alla pensione. Bestemmie e parolacce , all’ordine del giorno.
Le mani addosso ogni tanto ma questo, meno frequentemente: l’ultima volta gli ho tirato un calcio. Se continuava lo avrei abbassato di qualche centimetro, così faceva l’ottavo nano.
Non è mica tanto alto, cosa credete: già così può essere raccomandato da Biancaneve.
La popolazione aziendale è molto varia, veramente.

 

Ah, sì! La casa.
La bella casetta sulla strada in cui la sera mi rifugio. Vivo solo. I miei genitori sono morti e la sera, dopo il lavoro, vado subito al domicilio. Pulire, sistemare e soprattutto portare a spasso il cane. Tutto il giorno abbandonato, poverino. Eccitatissimo, non vede l’ora di sgambare lungo l’argine. Lo seguo di corsa, libero, anche con la nebbia. D’estate siamo spesso al mare, ma d’inverno è un’altra cosa. Fa buio presto e se stai fermo, sudato, rischi un malanno. Torniamo dentro verso le sei e in cantina, quasi una palestra, continuo l’allenamento.
Raf guarda curioso, gira il muso, lo inclina di quarantacinque gradi come a chiedere cosa fa, 'sto deficiente. Lui ha già dato, io no. Devo continuare. Addominali e allungamento. Dopo la corsa, ci vogliono. Un po’ di panca e, per ultimo, una buona doccia.
Fine giornata, la sbobba e il cibo per entrambi, cercando di variare il menù il più possibile. Ok, presto fatto, e voilà…
Cantina, garage, piano terra e primo piano. Nell’ordine trenta, venti, cinquanta e cinquanta metri quadrati. Completamente arredati in stile “naif”, come dico io. Alla rinfusa, sarebbe. Il mio stile, collaudato dalla moda, sempre imperante e mai seguita. Dimenticavo il giardino: cento metri quadrati. Il luogo? Mogliano Veneto, lungo il Terraglio.
A certe ore, un traffico incredibile, tra Treviso e Mestre. Poi, la sera, arrivano le prostitute e i loro clienti. La strada si anima di strani personaggi. Molto frequentata, a qualsiasi ora del giorno e della notte.
 Nella camera da letto, quella dove dormivano i miei genitori, ho installato il telescopio.
Papà e mamma. Gli amavo tanto. Loro avevano cuore. Incidente stradale, finiti sotto un camion. Bello, eh?
Ora qui, con un cane.
Mi hanno fatto studiare, un tetto dove dormire, molte attenzioni. Figlio unico, contraccambiati nella stima, per entrambi. Operaio… altre ambizioni sognavano per me, i cari estinti. Non sono stato in grado di realizzare le speranze. Rimango un fallito. Dirigente, imprenditore, ecco. Così portavo a casa dei bei soldi, avremmo potuto vivere felici e rispettati. Perché lo meritavano, dall’unico figlio. Dovevo impegnarmi di più. Dannazione, quanto gli ho amati!
La finestra della stanza guarda sulla curva. Il cannocchiale sbuca tra le tende. Persiane semi chiuse e buio, nessuna luce accesa. Sul letto matrimoniale, appoggiata, la macchina fotografica digitale, inseribile nel telescopio, per scattare foto a lunga distanza. La cinepresa sul cuscino, ultimo acquisto; voglio fare anche filmati.
Avete visto, immagino, il film di Alfred Hitchcock, “La finestra sul cortile”, sì? Ebbene, più o meno la stessa cosa. Solo che da me nessuna Grace Kelly del 2000 passa a curarmi le ferite. Io guardo per masturbarmi.
Appoggio l’occhio sulla lente e osservo le donnine allegre passare, con aria di stanca; stazionare quasi svestite, in pieno inverno, nella piazza, davanti casa, negli androni delle scale di fronte, a confine del canale. Dappertutto presenti, in ogni momento della nottata, dalle nove di sera alle quattro di mattina. Alcune bellissime, altre meno belle, talvolta delle cozze. Neanche a essere pagati, uno va insieme, con le cozze. I clienti nelle vetture rallentano il traffico, qualcuno suona il clacson. Macchine di ogni genere, dalla più piccola alla lussuosa, camion, furgoncini. Ragazze di colore molto giovani giocano mentre altre si scambiano rossetti, cipria, lucidalabbra. Qualche sigaretta accesa; sederi perfetti: meretrici chinate sui finestrini, a contrattare prezzi e tariffe. Ammiro gambe, anche; forme invitanti di signore poco più che bambine. Arrapato, noto i vestiti aderenti, calze autoreggenti e minigonne strettissime, cappottini leggeri aperti e turgide mammelle trattenute da reggiseni di pizzo.
Non bisogna mai incontrare i propri sogni, altrimenti svaniscono.
Desiderare fortemente una cosa, per realizzarla. Pensarla prima cento volte, fremere, studiarla a fondo, “sì, sì… devo!”… e poi imporsi, rimandare ad un altro giorno, dannarsi  ancora di più.

A scuola da ragazzo andavo abbastanza bene. La pigrizia nacque piano, lentamente. Aiuto, gridavo, perché nessuno capiva i desideri che avevo dentro. Ogni iniziativa sembrava, dopo il diploma, ciclopica. Troppi tempi morti e spazi impercorribili. Le esperienze sfioravano la mia vita senza toccare la pelle. Insensibile, diventato insensibile, dopo un po’, tradito da me stesso.
Università e carriera, macigni impegnativi. Bisognava mollare, staccare la spina prima del cortocircuito della mente. Non ce l’ho fatta. Mi dispiace.
L’esaurimento arrivò sui trenta anni. Complice una ragazza di scuola, delle elementari. Tanti anni passarono prima di rivederla. Un caffè, cena tra amici, ammiccamenti strani e convenevoli male interpretati. Idea fissa col tempo. Farmaci e crisi depressive, forme d’ansia e ipocondria, mascherati dal volto femminile che arrivava in sogno, la notte, impedendomi di dormire. Di giorno le mani di quella Madonna stringevano le mie, virtualmente, mentre afferravo le bottiglie, tra gli attrezzi di lavoro. Talvolta parlava, con la voce suadente, bisbigliandomi all’orecchio. Passione d’amore, tenerezza di un idillio platonico per nulla ricambiato. Mente e pensieri, scherzi che facevate.
Un giorno passai per casa sua, disperato. Vestito bene, giacca e cravatta, scarpe lucide e una parvenza di benessere psicofisico. Aprì la porta e già la vidi sbuffare, spazientita. Come è bello l’amore contraccambiato. Meglio entrare, parlare. Una buona tazza di tè. Quando chiedo cosa pensa di me, risponde, senza nessuna mimica, indifferente:<< Parli come un libro stampato>>. E io insistevo, convinto di agire bene. Invece da una piccola falla aprivo una voragine.
Essere odiati da qualcuno fa male, troppo amati però, sicuramente peggio.
Un filosofo russo dice che si impara solo soffrendo, in ogni campo e settore. In amore l’uomo pena sempre, la donna solo se trova la persona della sua vita.

Adesso qui, pulisco il mio seme e penso, a quell’unica infatuazione. Do importanza a situazioni, ricordi inservibili per il presente, il futuro. Fanciulle ancora in fiore distano pochissimo, alloggiate fisse su ghiaini e asfalti. Tacchi alti e miseria, cuori disperati in balia di qualche sfruttatore, maniaccia e papponi di ogni sorta. Una volta arrivarono in tre, smontarono dalla macchina e con un bastone picchiarono a sangue una di quelle. Caricarono velocemente la biondina mentre lontano la sirena preannunciava l’arrivo della polizia.
 Io guardavo col binocolo la scena, sì e no a duecento metri di distanza.

Di solito tengo le luci spente, al buio. Non deve vedere gente, che sono in casa. Il cane in corridoio riposa tranquillamente. Lo faccio spesso, almeno tre volte la settimana, dopo cena, per diverse ore a notte. Capita di stare in piedi fino alle ore piccole e il mattino dopo, al lavoro, sono cotto.
La televisione è l’alternativa serale di intrattenimento. Certi programmi sono cose da stupidi: una persona intelligente fa bene a non guardarli.

Quel giorno arrivai tardi, alla postazione. In ferie da una settimana. La scampagnata fuori città durò più del previsto. Entrai con la macchina velocemente in garage, dalla stradina secondaria che dava sul retro. Di ritorno dal mare, con la pizza mangiata in fretta e furia poco prima in ristorante, la birra da mezzo litro scolata; entrambe a gonfiare gli intestini, dilatare lo stomaco, quasi da ulcera. Pancia piena e sguardo brillo, sprofondo sul sofà, appena dentro in casa. Il sole tramontato, il cane che abbaia, fuori, all’aperto.
Le due solite sgualdrine passano da sinistra a destra e da destra a sinistra, sotto il lampione acceso, lungo i bordi del Terraglio, la via dell’amore. Entrambe molto carine, discutono animosamente all’arrivo del cliente. La mora sale svelta in macchina, contrattato il prezzo, spintonando la collega. La bionda rimane sola, raggomitolata a bordo della strada. Afferra le ginocchia e vi appoggia sopra il viso. Quasi in posizione fetale, sguardo perso all’infinito, occhi da gatta azzurro mare, capelli lunghi a cascata sulle gambe, fino a toccare terra. Le scarpe con i tacchi a spillo inclinano ulteriormente il busto in avanti. Perde l’equilibrio, per poco non cade. Si alza lasciando scoprire il pancino nudo; la maglietta cortissima risalta e evidenzia il seno abbondante, nudo. Si intravedono in trasparenza i capezzoli mentre le mani della ragazza massaggiano delicatamente il ventre. Deve avere anche lei problemi digestivi, penso. Sono già in giardino, a pochi metri, quando la tipa tira giù gonna e perizoma e si mette in posizione, pronta a defecare.
Lì, davanti a me, la zoccola!
<<Ehi, cosa stai facendo!>> urlo.
<<Non rompere i c… sto male!>> risponde.
<< Ma sei matta? Davanti qui, sul mio cancello?>>
<<Dove se no, a casa tua?>>
 <<Questa è casa mia! Chiaro? Se vuoi falla nel canale, laggiù.>>
<< Là è troppo lontano, non resisto, e poi c’è la mia amica con il cliente. Fammi entrare, se è casa tua questa, dài, dopo ti faccio lo sconto.>>
Buona l’idea e la tipa niente male. Tette grosse, non tanto alta, fisico asciutto e esile.
Mostra la lingua bagnando le labbra carnose. Alza la gonna girando verso di me il sedere perfetto. Una bambola del sesso sta per entrare a casa mia. Qualità insuperabile, vi dico. Modelle, non prostitute; troppo carine. Potrebbero tranquillamente sfilare nei negozi di moda del centro di Milano o nelle passerelle di Parigi. Questa è un po’ abbondante davanti, ma, per certe cose, è meglio: a buon intenditore poche parole.
La bionda passa dal cancello rapidamente. In casa, alla ricerca di water e bidè. Lascio fare. Ucraina o rumena? Boh! Non lo so. I tratti somatici sono quelli. Il cane perplesso, entrambi ammutoliti dalla strana nuova presenza. Qualche minuto di attesa. Torno in salotto mentre all’interno della casa sento lo sciacquone del bagno che va. Quasi quasi preparo una tisana per entrambi, ne abbiamo bisogno; ho lo stomaco devastato, la pancia gonfia e gorgogliante. Distrutto sul sofà, quasi distendo il corpo. Chiudo gli occhi. Immagino scene di sesso pornografico, corpi sudati nel coito, amplessi gridati a squarcia gola.
Improvvisamente forti risate provengono dal piano di sopra. Apro gli occhi, mi alzo e cammino, in direzione delle scale. Lei scende, cosce in bella vista, in una mano la borsa, nell’altra il cavalletto-treppiede del telescopio. Lo sbatte a destra e a sinistra, sul muro. Ride come un’oca. L’ugola quasi esce dalla bocca. Dirompente e fragoroso baccano; agitata come una matta. Sarà  stata anche minorenne: in quell’istante appare vecchia e arpia, una suocera stagionata.
Dice: <<Tu sei malato, caro mio, sei malato! Fatti curare!...Ah! Ah!Ah!>> Ride, ride.
Le sferro un pugno, dritto, in gola, vicino alla giugulare.
Cade indietro, sbattendo la testa sui gradini; le mani, contemporaneamente, lasciano borsa e treppiede.
Guardo come è, rantolante di dolore, semisvenuta.
Di lì a poco l’avrei punita.
Calo le braghe e metto il membro in tutte le fessure che il suo corpo permette. Mugugna di dolore misto a piacere; giro e rigiro quella bambola, lì, sul pavimento. Palpeggio e annuso, lecco e strizzo. Possiedo un giocattolo adesso: non lo avete capito?

La mattina mi sveglio con un gran mal di testa. Vado in bagno e dopo colazione mi vesto per uscire. Ingoio un paio di pastiglie, un po’ d’acqua. Oggi il cane è molto vivace. Vuole giocare, pronto per una passeggiata, non mi lascia in pace. Ne approfitterò per andare a comprare il giornale.
Attraverso il cancello, a piedi; Raf legato al mio fianco. Vedo una piccola cosa marrone, lì fuori.
La tipa sicuramente ha lasciato un ricordino, poca roba. Torno in casa e prendo qualcosa per raccogliere. Un giornale, un sacchetto.
La bionda guarda legata, in cantina. Braccia aperte, polsi fissati a una barra di acciaio nel soffitto, usata normalmente per far trazioni sulle braccia. Le gambe aperte, come una puttana qual è.
Catene e lucchetti bloccano i piedi, perfettamente serrati su pesi e bilancieri con cui di solito mi alleno. Bene, servirà anche lei ad irrobustire il mio fisico.
<<Se fai la brava, ti compro da mangiare.>>
Piange disperata mentre con la testa annuisce. Il bavaglio le impedisce di parlare.
<<Dopo, quando torno, prima mi fai un lavoretto, ok?>>
Annuisce ancora.
Cavolo, perché non ho pensato prima a questa soluzione? Finalmente il modo di conquistare le donne.
La bacio in fronte e asciugo le lacrime che bagnano il suo viso. Profuma ancora di buono, nonostante le condizioni. Una doccia, con mani legate e bavaglio, gliela faccio fare dopo. Forse.
Altrimenti la uccido e ne catturo un’altra. Mora, questa volta. E la prossima di colore, sì.
Ho viste certe, al distributore, là, più avanti. Vado con la scusa di fare benzina, verso l’una, le due del mattino. Saranno stanche e meno clientela, a quell’ora. Una bella botta in testa, come con questa, e via, a casa. Potrei tenerne due o tre, a seconda degli usi. Ma sì, deciderò a giornata. Come è bello. Non potranno fare apprezzamenti su di me, altrimenti le punirò. Oh, sì.
Questo nuovo gioco è divertente. Abbandonerò quello vecchio. Il guardone non mi si addice.
Molto più intrigante partecipare attivamente.
Certo i miei genitori non sarebbero felici ma d’altronde, la vita và presa per quello che offre.

La preoccupazione che mi attanaglia, nei giorni seguenti, è quella di non essere scoperto.
Temo qualche protettore, la polizia. Queste sono ragazze che altrimenti nessuno viene a cercare.
La denuncia di scomparsa non esiste. Importante non farsi beccare in flagrante. Serve attenzione, azioni rapide e improvvise e prima, valutare bene la vittima prescelta. Niente lasciato al caso. Agire predisponendo anticipatamente una via di fuga, calcolare varianti e movimenti. Stanno da sole o in gruppo, a battere? Accettano di venire in casa, oltre che per strada?
Al termine delle considerazioni, decido di agire, finché possibile, davanti la mia abitazione.
Il rischio elevato pone però sicurezza nel controllare la situazione istante dopo istante.
Con cannocchiale e telescopio. La macchina fotografica, la telecamera, foto e roba varia, meglio farle sparire. Pericoloso tenere prove così evidenti.

La mia amica, nel frattempo, è dimagrita di qualche chilo. La spavalderia è scomparsa insieme a un po’ di ciccia. Conosco ogni singola parte del suo corpo, la lavo e curo amorevolmente. Ieri mi ha baciato in bocca e con la lingua. Ha guardato, chiesto scusa.
<<Scusa? Ma di che!>> Ho fatto chinare la sua testa e le ho insegnato che non esistono scuse, per quello. È la vita, fatta a scale, c’è chi le scende e chi le sale.
Tu, in quel momento, le stavi scendendo. Ed io ti punisco.
Perché non avevo detto di andare al piano di sopra, di guardare tra le cose, nella stanza dei miei genitori. Lì posso salire solo io e tu, tu, con arroganza e scortesia, dopo che ti ho ospitato, scompigli la casa, in allegria, così, tranquillamente.
Non so cosa farmene, delle scuse.

La bionda resiste qualche giorno. Nonostante cure, mille attenzioni da parte mia, il cuore cessa di battere. Sempre intontita, forse il pugno e la botta in testa sono stati un trauma troppo forte. Dispiace, proprio adesso che ho deciso di liberarla. Sì, credetemi, giuro. Ora mi ritrovo con un cadavere e devo far presto, non posso lasciare un corpo così, appeso, dentro casa.
Qualcuno potrebbe arrivare. Casualmente, il postino, un vicino. Agire in fretta. Pensare.
Potrei sotterrarla in giardino o a pezzi nelle immondizie… no, mi scoprirebbero facilmente.
Sparire completamente, è l’unica.
Guardo il congelatore nell’angolo, inutilizzato da anni. Mio padre metteva dentro fagiani, polli, quarti di manzo e bistecche. Fanatico della roba surgelata. Pensava alle scorte come orso pronto al letargo o rischio di guerra mondiale imminente. Impossibile l’evenienza senza cibo.
Libero la bionda, adagio il corpo all’interno del freezer orizzontale. Distesa perfetta, riesco a chiudere il coperchio. Una bara di freddo. Attacco la spina alla presa di corrente.
Un leggero ronzio; imposto le temperature al livello più basso possibile.
Provvederò poi a chiudere col lucchetto le maniglie. Tra un paio d’ore ripasso, voglio vedere il corpo ghiacciato. Da evitare putrefazioni e odori.
In estate non posso accendere il caminetto. Si accorgerebbero. Il fumo, in piena canicola agostana, darebbe nell’occhio. Meglio evitare sospetti. Aspetterò l’autunno e l’inverno.
Con i primi freddi, cercherò di staccare qualche pezzo del corpo.
Squarterò per bene gli arti e la testa dal resto.
In fretta, una volta tolta da là, prima che si scongeli e il sangue vada dappertutto.
Il tronco lo brucerò per primo, intero. Accenderò un bel fuoco, con tanta legna.
Bruciare completamente e bene. Compresi borsa e vestiti.
Cenere, solo cenere, deve rimanere.
Pulirò e i resti, in sacchetti delle immondizie, ogni volta in qualche cassonetto diverso, non davanti casa.
Dopo, verrà Natale: uscirò per festeggiare.
Messa di mezzanotte e dopo… al distributore, quello lì, di fronte casa mia.

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