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in archivio dal 13 feb 2012

Marco Gabrielli

Roma - Italia
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  • Padre fondatore degli Stati Uniti d’America, alfiere dell’etica liberale fondata su “freedom and opportunity”, inventore del parafulmine e filosofo autodidatta, Benjamin Franklin ci fornisce dei suggerimenti su come affrontare e, possibilmente, risolvere – in maniera alquanto originale – alcuni dei problemi più comuni delle nostre società democratiche.
    Perché Franklin si preoccupa di sottoporre alla pubblica attenzione le questioni da lui stesso, come da noi, sentite più urgenti. E non importa che, in questo tentativo d’approccio, la tranquillità oziosa del senso comune venga scossa: egli vuole che proprio tale sommovimento disorientante si produca nel lettore, in maniera tale che, col considerare punti di vista eliminati a prescindere, il cittadino responsabile e “politicamente corretto” possa avere coscienza dei propri pregiudizi.
    E allora, perché noi uomini non consideriamo i vantaggi derivanti dal prendersi per amante una donna matura? La donna giovane è infatti delicata, pretenziosa e comporta una responsabilità non da poco – il matrimonio. Franklin non nega che sia dovuto il giusto rispetto ad una fanciulla e che anche nel matrimonio l’uomo goda di specifici diletti; ma perché non considerare anche l’altra opportunità? In fondo, una donna matura è più affidabile, ha meno pretese e ci sarà infinitamente grata della gioventù di ritorno che le permettiamo di vivere…
    Franklin affronta così il conformismo dei benpensanti, con l’elogiare quei comportamenti ch’esaltano l’indipendenza tanto nel pensiero, quanto nell’azione: perciò la flatulenza è un problema sociale degno d’essere risolto con un approccio creativo – rendendo il peto profumato; e l’uomo di carattere, nonostante l’etica dell’altruismo formalmente accettata, è nel giusto qualora ostenti la propria superiorità sugli altri, tentando sempre di porli in uno stato subalterno; mentre l’aggressività spudorata e iniqua della stampa popolare, che lede la reputazione di uomini impossibilitati a difendersi, merita d’esser rintuzzata con un sistema altrettanto ingiusto: la libertà di clava. «Se un impudente scrittore attacca la vostra reputazione, a voi più cara della stessa vita, potete apertamente andare da lui e dargli una bella legnata.»
    E questo, paradossalmente, Franklin lo afferma infine per esaltare la virtù della donna, la quale, anche se non regolarmente ammogliata, può preservare il proprio onore per il fatto di mettere al mondo dei figli, di crescerli e di incrementare con ciò i cittadini della nazione di cui fa parte.
    Dunque, Franklin ci mostra, con magistrale ironia, come la libertà non sia questione da porsi soltanto in caso di formale scorrettezza delle regole; la libertà, invece, è quella capacità di ogni essere umano di saper gestire la propria esistenza col massimo dell’autonomia e della creatività, dimostrandosi anche capace, se necessario, di provocare disagio e imbarazzo nei propri consimili, nel momento in cui essi – e ciò avviene quasi sempre – non vogliano, per pigrizia, affrontare con coraggio la vita.

    [... continua]

  • I giovani d’oggi (e non solo) che vanno in cerca di forti emozioni, identificano, il più delle volte, questa naturale tendenza allo scaricarsi delle energie istintive, con lo stato di sovreccitazione nervosa indotto dalla cultura di massa. I media, di vecchia e di nuova generazione, ed anche quelli che sembrano esser diventati un loro surrogato – i libri, per esempio – favoriscono, con una certa calcolata condiscendenza, il vezzo del voyeurismo, per cui le immagini, le cronache, i racconti e, ahimé, molte volte anche i romanzi, scadono nell’ostentazione di una rozza volgarità, per cui il gusto innato della trasgressione dei divieti morali socialmente stabiliti – ma ormai i loro confini sono alquanto labili – ha perso mordente e si attesta su un livello che definirei “commerciale” e alla portata di chiunque.
    Non così per i Sonetti dell’Aretino. Composti negli anni ’20 del 1500, questi versi massimamente licenziosi ed esuberanti, furono scritti in gesto di sfida contro Papa Clemente VII e «per scolpire alcuna volta per trastullo de l’ingegno cose lascive.»
    L’arguzia amorale dell’Aretino si fonda infatti tutta quanta sulla carica di veemente realismo di cui sono intrisi i suoi versi. Egli, senza alcun ritegno, mette in parole quelli che generalmente sono semplici atti  sessuali immediati, trasformando il convegno amoroso tra l’uomo e la donna in una sorta di dibattito sventato sulle voglie e i desideri reciproci. In ciò stanno tutto il suo gusto e tutto il suo genio.
    Non è infatti facile, né talvolta appropriato, il dialogare tra amanti prima o durante l’atto sessuale, comunicando all’altro con trasporto e come fuori di sé quelli che sono i propri appetiti; poiché sempre semplici considerazioni dettate dal pudore consigliano alla bocca di tacere, inibendo i pensieri più tipici della lussuria e spingendo gli amanti semplicemente ad agire, facendo “ciò che è naturale venga fatto”.
    Ma l’Aretino sa rendere le pulsioni sessuali perfettamente chiare ed espresse, trasformando gli ardori dell’uomo e della donna in dichiarazioni coerenti e mirate, e, benché non riesca sempre ad evitare di far assimilare quanto vien detto alla semplice pornografia, se ne differenzia per il legame sottile che egli intesse con la religione, la mitologia, la filosofia, la giurisprudenza, giocando con i doppi sensi.
    È come se fosse un simbolico “coito” – nel senso etimologico – di tutte le umane arti, che raggiunge il suo culmine nella più spontanea delle creazioni – la riproduzione.

    E così, tra le turpi enunciazioni di un turgido lui e gli inviti incalzanti di una palpitante lei, l’Aretino ci incoraggia a riscoprire la nostra conoscenza dimenticata, quel che da bambini già sapevamo: ossia che va messo il massimo della serietà in ciò che ci piace – nel gioco…

    [... continua]

  • «Uno studio in rosso, no? Perché non dovremmo usare il linguaggio artistico? Nella matassa incolore della vita corre il filo rosso del delitto, e il nostro compito consiste nel dipanarlo, nell’isolarlo, nell’esporne ogni pollice.» Con due domande e una breve asserzione Sherlock Holmes sintetizza, ad un Watson ancora inesperto, la sua concezione del lavoro investigativo.
    Siamo nel 1887 ed uno sconosciuto Conan Doyle esordisce sulla scena della letteratura europea col primo di una serie di romanzi polizieschi, destinati ad ottenere larga fama.
    La vicenda si svolge a Londra e vede fronteggiarsi i buoni – Sherlock Holmes, investigatore privato, esperto di droghe e di veleni, il dottor Watson e la polizia – e i cattivi, cioè un enigmatico assassino e le sue vittime.
    Dunque, in una piovosa serata autunnale, viene rinvenuto, all’interno di una casa disabitata, il corpo senza vita di un uomo. Chi è costui? È stato vittima di un omicidio? Holmes per primo, annusando le labbra della vittima, capisce che l’uomo è stato avvelenato. Ma perché? E da chi? Così viene scoperta, su una parete nascosta della casa, un’incisione, fatta col sangue, della parola tedesca RACHE, che significa “vendetta”. Inoltre, fuori e dentro la casa, Holmes riscontra vari elementi che lo portano più o meno precisamente a ricostruire la dinamica dell’assassinio. Ma, a distanza di pochi giorni, un altro omicidio, stavolta cruento, si somma al primo, e sempre la stessa scritta ricorre sulle pareti dell’edificio dov’è accaduto. Che cosa vuole ottenere l’assassino? È per caso un serial killer?
    Tra questa miriade d’indizi contrastanti, dove gli investigatori della polizia stanno già perdendo la testa, il detective Sherlock Holmes si muove con sicurezza, sostenuto dalla precisione del suo originale metodo d’indagine: «Le ho già spiegato, Watson, che le circostanze fuori del comune, di solito, rappresentano una guida anziché un ostacolo. Nel risolvere un problema di questo genere, l’essenziale è saper ragionare a ritroso.» E, proseguendo nel discorso, Holmes espone la sua teoria della deduzione, per cui, partendo da determinati indizi, è obiettivamente impossibile non ricostruire la verità. Ci sarebbe certo un bel discutere sulla validità di una simile affermazione, dal momento che, in filosofia, la deduzione è un procedimento analitico puramente astratto, che giunge a determinare con certezza la sola struttura dei concetti… Almeno col celebre investigatore tuttavia, sarà lecito soprassedere su una simile questione.
    Così, nella seconda parte del romanzo, viene chiarito il retroscena di tutta la vicenda, in cui, al racconto prettamente poliziesco, va a sommarsi la triste storia di due giovani innamorati. Un romantico vendicatore verrà quindi processato, ma il merito della cattura sarà attribuito a Scotland Yard.
    Una trama ricca e coinvolgente, come è facile vedere, grazie a cui Sherlock Holmes è diventato, a buon diritto, l’investigatore privato più famoso di tutti i tempi.

    [... continua]

  • “Umiliati e offesi” è un titolo emblematico, che indica la condizione in cui si ritrovano, presto o tardi, i personaggi del romanzo, ambientato nei bassifondi della San Pietroburgo zarista. Le molte anime di cui esso è costituito seguono, con rassegnato fatalismo, il proprio inesorabile destino, trovandovi, grazie alla vicinanza dei propri familiari, lo stesso una personale felicità.
    Il nome del protagonista è Vanja, che è anche la voce narrante e l’alter ego di Dostoevskji. Egli funge da “ponte” nelle relazioni e nelle controversie tra i vari personaggi, ponendosi comunque come parte in causa della storia.

    Vanja ama Natasa fin da bambino e, crescendo insieme a lei, la crede destinata ad essere sua moglie; è verso di lei che rivolge i sentimenti più intensi, avendone costantemente a cuore il benessere, anche se ciò dovesse andare a discapito delle proprie aspettative. Egli è intimo dei genitori di lei e ne conosce la storia passata, i problemi del presente, così come i pregi e i difetti. Ma la storia d’amore perfetta non ha mai buon esito nei romanzi dostoevskjiani. E l'incantesimo tra Vanja e Natasa è destinato ad infrangersi.
    Il principe Valkovskij, infatti, è una “macchina infernale” ed anche il “peccato originale” e irredento di tutti quanti i personaggi. Valkovskij, in passato, ha fatto la fortuna del padre di Natasa, ma ora lo maledice e lo getta sul lastrico, dal momento che ha turbato, involontariamente, i suoi progetti. Il giovane e ingenuo figlio del principe, il cui nome è Alëša, si è innamorato di Natasa, venendo ricambiato. Perciò Valkovskij decide di distruggere l’amore dei due ragazzi, ponendo fra loro la bella e nobile Katja, la quale, piena di ingenua virtù, suscita uno spontaneo sentimento d’amore in Alëša. Dunque Alëša ha spezzato, casualmente, l'amore tra Vanja e Natasa; ora il principe annienta premeditatamente quello tra il figlio e Natasa stessa.
    È alle donne dunque che Dostoevskji riserva il ruolo di esseri virtuosi, giacché, nella loro incoercibile infedeltà rispetto alle relazioni avviate, sopportano con stoica fermezza i mutamenti di fortuna che ne conseguono, concedendo agli avversari ed alla sorte ciò che va oltre le loro forze.

    Ma, nel susseguirsi rocambolesco degli eventi, nemmeno la figura dannata del principe verrà risparmiata alla serie degli "umiliati e offesi": sarà Vanja infatti che, pieno di un controllato disprezzo, gli rinfaccerà malvagità e spregiudicatezza, insieme al cinico calcolo dell’utile, posto in essere col manipolare le altrui esistenze; e ricevendone, in ricambio, un sorriso sarcastico e la fredda promessa di una vendetta spietata.

    Insomma, tra i ghirigori della psicologia umana e le montagne russe dei più imprevedibili accadimenti, Dostoevskji attinge a piene mani a quel repertorio inesaurito dell’umana commedia, in cui si danno convegno la feccia della società e l’aristocrazia dello spirito, mettendo in risalto come, dietro ogni relazione amorosa, si nasconda l’incessante conflitto dei desideri e delle aspirazioni individuali.

    [... continua]