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Poesie di Marco Saya

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  • 13 marzo 2015 alle ore 18:49
    scrittura

    la scrittura è uno scheletro vivo.
    vive di autopsie pregresse
    e speranze di futuri nascituri.
    nel mezzo l’osteoporosi
    decalcifica la parola.

  • 18 ottobre 2014 alle ore 18:37
    Sfida

    Mi guardava con sfida,
    fiera della propria nudità,
    una vergine in trepida
    attesa. Tentennavo,
    temevo di ferirla, sporcarla,
    deluderla. E se fosse finita male?
    E se non l’avessi mai più rivista?
    Indugiavo, prendevo tempo.
    Lei mi fissava, passavano le ore.
    Finché mi decisi, avvicinai lentamente
    la penna e le scrissi.
    La pagina bianca si sentì,
    così, appagata.
     

  • 18 ottobre 2014 alle ore 17:15
    Quadretto di giocose quartine

    ci sono delle cose
    che sono solo cose
    e le cose stanno lì
    come cose morte
     
    la foglia cadendo
    incrocia uno sguardo.
    un bersaglio in movimento,
    il piattello incontra il caso.
     
    l’emozione è un attimo
    del tempo. non è una legge
    fisica universale e tutti pensiamo
    di essere nati scienziati.
     
    Dio ha la barba grigia,
    l’inquinamento l’ha sporcata.
    le polveri sottili
    ci hanno reso simili nel colore.
     
    questo rendersi conto
    dell’età che mangia la vita.
    il fine pasto dipende
    dalla sazietà del commensale.
     
    Oh cavallina cavallina storna …
    Se non fosse mai stato scritto
    e lo leggessi ora penserei
    a un matto scappato dalla neuro
     
    si è soli perché ci manca la buona
    compagnia. non poter conoscere
    gli altri, la relatività non si annulla
    inviando una mail a casaccio.
     
    ci vuole poco per morire a una
    certa età e il dietor non è un salvavita
    Beghelli ma l’illusorio  prolungamento
    temporale di ricordi giovanili.
     

  • 11 febbraio 2014 alle ore 19:28
    commedia

    basterebbe, forse, sentire una sola poesia
    di un alieno da un altro mondo
    per oscurare la commedia del quotidiano,
    resa divina dai direttori del palinsesto.
     

  • 11 febbraio 2014 alle ore 19:14
    lingua

    ce l’hai sulla punta della lingua,
    spesso di notte,
    ma Lei non ne vuol sapere
    di uscire.
    se ne sta quatta quatta
    quasi a volerti fare un dispetto.
    non si sa quanto potrà durare
    questo scherzetto e ogni sputo,
    colpo di tosse, impasto di suoni è buono
    per scatarrare la melodia rivelatrice.
    così poco ci voleva
    per scoperchiare l’ignoto arcano.

  • 18 gennaio 2014 alle ore 11:23
    Onirico

    L’arte alla sera rimescola le carte
    e il castello precipita sull’asse di picche.
    La donna di cuori, cortigiana mondana,
    sceglie, a caso, nel mazzo il bacio della rana.

    E la pioggia punteggia,
    puntiglia lo stagno addormentato.

    Ché il vilipendio arpeggia nel vivere contenzioso.
    Sento quella voce,
    una bambina piange l’Euripide sbranato,
    l’opera marcisce nella replica del gran finale
    e quattro cani mescolano i sudori del mondo
    che evaporano e raggiungono il limbo
    alla sommità del quale il corpo ci si butta
    e il cervello va via, intontito, stordito,
    ingannato da trame d’organza sfilacciate
    nel correo delle curve fatali della storia
    e l’allentata corda di memoria sancisce
    il diverso canone per ciascuno
    e la rata scaduta dimentica il pensiero
    che s’allontana rapido dal sentiero
    per inoltrarsi ad alte quote
    dove il vento spira così fresco e libero.

    La pioggia naufraga il cambio di stagione
    e il vestito della mente sdrucciola
    nel rovescio del tempo.

    L’arte alla sera rimescola le carte.

    Diversi i colori
    Diversi i semi
    Quattro “decolletè”

    Il due di briscola, la dama da scartare

  • 16 gennaio 2014 alle ore 13:52
    dita

    a qualche metro
    dalla tua riposante keyboard
    con cui le tua dita cazzeggiano
    per tutti il dì, altre dita si disperano
    tra i capelli e basta una sola porta
    divisoria per essere segregati
    in un coma farmacologico.

  • 13 gennaio 2014 alle ore 20:33
    pietraia

    questo trovarsi nella
    primitiva rielaborazione
     ed estrarre un concetto,
    detrito indefinito
    smarrito tra i sassolini
    di una pietraia
     

  • 11 gennaio 2014 alle ore 15:51
    Motel

    c’è sempre posto in quel motel
    nascosto dalla tangenziale anonimo
    come quegli anonimi che entrano
    a testa bassa per poi velocemente uscire
    a testa bassa seguiti da altri anonimi
    che consumato il gioco ormonale
    sacrificando il pasto di un toast farcito
    rientrano in un altro anonimo posto
    attesi dal frishhh frishhh di una fotocopiatrice
    da cui abortiscono fogli in A4
    di succulente ricette cenette
    della sera nel ritrovato e caldo nido
    delle false e reciproche certezze

  • 02 gennaio 2014 alle ore 16:14
    ta-ta-ta

    bisognerà rimangiarla, poi,
    questa mela dai suoni proibiti
    del black market di Jaco on bass
    frantumati  da pause lallative
    come il ta-ta-ta del neonato
    e a tentoni riabbracciare
    la polifonica mater nell’ozio
    del caos  insaccato nelle bustine
    del the infrè verde o nero
    con lemon o brown sugar
    caro Mick, ho sempre avuto
    simpatia per il tuo devil spelacchiato
    come un peluche o un lucifero
    in pensione vecchio e struccato
    ora lontani dai buchi artificiali
    si avvicina la quisquilia naturale
    del backstage a cui piegarsi
    per l’ultimo pasto senza ostie
    e un bicchiere di rosso annacquato
    nell’ancestrale  tam-tam-tam
    dell’origine celata
     

  • 04 novembre 2013 alle ore 12:10
    crocicchio

    c’erano diversi poeti alla stazione dei mezzi pubblici.
    alcuni prendevano il tram, altri il passante, chi la metro,
    chi il bus, chi altro. coloro che salivano sul tram
    scendevano, uno per volta, a tutte le fermate, mai le stesse.
    così per chi raggiungeva il passante, chi la metro,
    chi il bus, chi altro. ciascun poeta aveva la propria casa
    agli antipodi dalle case degli altri poeti. la poesia cercava
    un alloggio stabile e condiviso, tipo un grand hotel
    delle parole. non lo trovò, i poeti da tempo
    abitavano in modeste dimore e spendere già quattro versi
    in più solo per un modesto albergo, con la quotidiana crisi delle idee,
    era un salasso che non si potevano permettere.
    la poesia non torno mai più, stanca di giocare ai quattro cantoni.

  • 04 novembre 2013 alle ore 11:41
    vista dall'alto

    viaggiavo su un elicottero, era notte.
     
    strade deserte, piazze vuote.
    lampioni fiochi, pochi taxi.
    un pedone infreddolito
    rientrava a casa. le case,
    immensi alberi di natale
    con aggrovigliate lucine accecanti.
    tante teste chine, tanti corpi
    immobili. sguardi vitrei su
    monitor sgargianti. tastiere
    impazzite,  dita scomposte.
    escono, talvolta, dalle trincee.  
    il tempo di una sigaretta
    per poi rientrare nei bunker.
     
    tutte queste teste dall’alto,
    chine, suddite, incarcerate.
     

  • 01 novembre 2013 alle ore 16:42
    spray art

    la vita appare come una spray art che a caso designa i sopravvissuti
    su una maleodorante tavolozza chiazzata da memorie imbrattate,
    murales ornamentali di un unico piscio metropolitano.

  • 31 ottobre 2013 alle ore 15:18
    corteccia

    dopo è sempre facile dire:
    “ Ma io l’avevo detto ”
    prima si riteneva
    che le convinzioni
    altrui fossero più verdi
    mentre l’erba marciva
    per via del continuo licenziamento
    di giardinieri che non irrigavano
    più la limbica corteccia
    e quella quercia monoica
    si racchiudeva nell’unico
    e certo sapere

  • 31 ottobre 2013 alle ore 12:37
    incertezza

    quando la luna è di traverso
    come uno spicchio rovesciato
    che pare precipitare storto
    si prende a caso un puntino
    imprecisato del mappamondo
    nel prossimo giro la certezza
    dell’eclisse sfuma tra l’acqua
    e la poca terra.

  • 23 ottobre 2013 alle ore 15:56
    sarcastico

    Oh, c’era una volta Il Poeta
    che scriveva del suo tempo
    intriso di emozioni.
    c’è, oggi, un poeta
    che, oh, scrive del c’era una volta
    perché il tempo è sempre quello
    e le emozioni aspettano
    da qualche parte.

  • 23 ottobre 2013 alle ore 15:55
    popolo

    sarebbe bello se un popolo
    riscuotesse i propri crediti
    e non si facesse abbagliare
    da bianche e variegate dentature
    di ingannevoli spot televisivi.
    sarebbe bello se questo popolo
    non fosse la maledizione quale è.

  • 21 ottobre 2013 alle ore 16:39
    routine

    l’aria di chiuso pesava
    sul sentimento affogato
    in un bidet scrostato
    iconografia di sessi atrofizzati
    i cui liquidi, un tempo, zampillavano
    per, poi, ricadere sulla moquette
    orgasticamente
    orgiasticamente
    maculata

  • 21 ottobre 2013 alle ore 15:27
    spettatori

    se rispettassimo il disegno della natura
    non insozzeremmo quella tela
    per riprodurre “ ad personam “
    illusorie visioni all’obnubilato spettatore.
    l’acquaragia della storia
    pulisce i pennelli.
    il restauro costa troppo,
    val poco quella copia,
    e la tipografia guadagna
    sul cospicuo numero
    delle false aspettative.

  • 18 ottobre 2013 alle ore 18:02
    canzoncina

    dorre_miffa_solla_sido_remi_falla_solfa_mirre
    _similaresoldofa_faffafa_faffafa_uno_un_valzer_
    con_spritz_con campari_o_Pithecanthropus Erectus_o_So What_così era_
    grazie dei fiori_melensa poesia_torna a Surriento_
    si sta meglio a Seattle Jimi_ doremifasollasidooooooooo_
    Spike_fai la cosa giusta_ la musica ribelle_ now’s the time_
    che si ribelli_ che tutti si ribellino_ cocaine_cocaine_cocaine_
    il 2013 non è DOCG_ fa sbocciare la rosa finale O Bomba di Primavera_
    Yes Gregory_sboccierà_ oh yeah_ sboccierà_
    dorre_miffa_solla_sido_dadaumpa_dadaumpa_dadaumpa

  • 18 ottobre 2013 alle ore 16:34
    lo specchio e la foto

    nello specchio si scorgeva una foto o, forse, nella foto c’era lo specchio di un anonimo bagno e poi c’era un terzo incomodo. quest’ultimo si rifletteva e, poi, guardava un bianconero di qualche lustro addietro. nello specchio si vedeva come da sempre, la foto lo condannava senza pietà. non sapeva a chi dar ragione, sapeva solo che uno dei due aveva torto marcio. si specchiò nuovamente e giunse alla conclusione che il tempo era una volgare finzione, una sfortunata coincidenza che si sovrapponeva all’immortale presenza di quell’attimo di umana assenza dove un rasoio elettrico fungeva da illusorio aratro.

  • 08 ottobre 2013 alle ore 19:39
    anonimo

    poni fine
    incensurato
    al tuo nulla
    di fatto

  • 07 ottobre 2013 alle ore 18:53
    bolla

    l’effetto è la luce rossa della finta parola
    con insegne al neon fuori dal Mulin Rouge
    spargendo, poi, pailettes per Las Vegas.
    scrivi come mangi e bevi vino
    rosso – preferibilmente – che l’illusione del
    viaggio premium oro ti riproietta al saiwa
    con caffè dignitoso prima del rientro nella bolla.

  • 05 ottobre 2013 alle ore 20:05
    clessidra

    questa scusa
    della sabbia finissima
    scambiata per una spiaggia
    di Itapuà.
    ci si ritrova, poi,
    con qualche spicciolo
    di minuto d’avanzo
    centellinato
    da illusorie medicinemojito
    e i bagnanti, attorno, sembrano fissarti
    per l’ultima volta.

  • 10 settembre 2013 alle ore 14:27
    incompiuta

    a una certà età
    ( attorno alle ore 16 del pomeriggio )
    sembra tardi per tutto
    che il tutto potevi farlo
    prima ma prima il treno
    non arrivava e prima ancora
    non esisteva e ora il tempo
    ti spezza le gambe
    peggio di una protesi
    che ti illude nell’agonia
    del non fatto