username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Racconti di Marco Valenti

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Marco Valenti

  • 11 novembre 2011 alle ore 22:03
    Il naso

    Come comincia: La prima volta non ci fece caso.
    Stava tornando a casa dal lavoro divorato dal traffico caotico del venerdì sera, quello che somma indistintamente i rientri con le uscite, operai e impiegati stanchi con più abbienti in fuga per la serata o per tutto il fine settimana. Pensava a lei e la sua assenza riempiva il tragitto e rendeva sopportabili le lunghe code di automobili e secondario il disagio automobilistico.
    Antonella in primo piano, il suo sorriso e i suoi occhi intensi avidi di lui: tra i due frammenti, nell’ovale regolare del viso un’assenza.
    Arrivato a casa si spogliò di cravatta e camicia e saccheggiò di birra gelata il frigorifero; i sorsi lunghi e voraci gli provocarono un singhiozzo esasperante con conseguente tasso di nervi in crescita. Accartocciò il pacchetto di sigarette vuoto e ne aprì subito un altro.
    Accese e la rivide nell’atto di accendere due sigarette e  porgergliene una espirandogli addosso una nuvola azzurra. Le sue labbra ridotte a poco più che un cerchio dall’espressione del tirar fuori il fumo, la testa a scuotere i lunghi capelli neri. La mano sinistra che porge la sigaretta, la destra che passa sulla tempia e tira indietro i capelli appena scossi. L’orecchia regolare e tonda, la mano lunga e grande. Di nuovo un indefinito, stavolta percettibile. Ripensò a lei che sorrideva, ripassò con sofferenza i suoi lineamenti scossi nei loro amplessi abissali, l’abbronzatura delle settimane a sciare quanto il pallore delle sere affaticate con gli occhi incavati da occhiaie da troppo lavoro: ovunque colse lo stesso vuoto.
    Lorenzo non trovava il suo naso.
    Un industriale ed industrioso ricorso alle birre dal frigo, frammezzato appena da qualche fetta di pane in cassetta, liscio, lo ricondusse a minimizzare la cosa e a perdersi piuttosto dietro alle ferite della sua uscita di scena.
    Me ne vado, aveva detto lei, e quando stasera tornerai non sarò più qui. Otto mesi fa. Una discussione come un’altra, aveva pensato lui, è almeno una quindicina di giorni che è strana, irascibile che non si sa come prenderla; stasera torno e si fa pace. Le parole di lei gli erano parse poco più che uno scherzo tra innamorati o il frutto di quella stanchezza crescente che la possedeva da qualche tempo. Da un paio di mesi non era più la solita Antonella: era più triste, pensierosa, forse un principio di depressione.
    Era tornato anche un po’ prima del solito e aveva fatto in tempo a trovare il suo odore ancora in casa, ma solamente quello.
    Non lei, non le sue cose – neppure un libro o un disco – vuoti metà degli armadi, quattro quinti della scarpiera, un paio di muri e quasi tutte le cornici d’argento antico.
    Ti ho amato tanto che non pensavo si potesse. Addio. Scritto sulla lavagnetta della cucina e nessuna altra traccia di lei.
    Otto mesi prima.
    Dopo un mese da cirrosi epatica e tentativi inutili ci aveva messo il domopack e l’aveva girata faccia al muro perché a spolverarla il gesso si sarebbe cancellato.
    Nonostante la giornata festiva, la luce che filtrava dalla tapparella mal chiusa e una vescica ridondante luppolo lo indussero ad un’alzata mattiniera. Capì immediatamente che le due aspirine avrebbero appena attutito il pulsare delle tempie e riconobbe la mattina come un golgota di caffè e pezze fredde.
    Subito dopo si ricordò che il naso non c’era.
    Ovvero cercò di ricordare come fosse il naso senza successo. Non era un naso di quelli che avresti definito importante e non aveva asimmetrie. C’era forse una leggerissima gobba o forse no; le narici erano larghe, oblunghe o tonde; finiva leggermente a punta o piuttosto a patatina; e puntava dritto, verso l’alto o in giù. Domande senza risposta. Neanche una foto gli aveva lasciato, zero totale.
    Vuoto assoluto.
    Lasciò su la segreteria telefonica per tutto il fine settimana e passò due giorni a bere, a fumare e, soprattutto, a disegnare profili di lei. Centinaia di profili inutili. La curva della fronte, l’attaccatura dei capelli, le labbra e il mento erano quelli: il naso proprio non c’era più. Ah, se non avesse avuto l’abitudine di fissarlo sempre diritto in viso, occhi contro occhi, avrebbe ancora avuto accesso alla memoria del suo naso di profilo ma lei mai che gli staccasse gli occhi di dosso; a volte in macchina, guidando, si era sentito quasi in imbarazzo quando girandosi la vedeva già fissa sul suo viso.
    Lunedì mattina arrivò in ufficio spossato, di malumore e intristito dall’insuccesso con in testa il naso che non c’era.
    Quando se ne era andata via l’aveva cercata, ah se l’aveva cercata, sbattendo contro il muro di una fuga organizzata, complice una città dove vivevano da meno di un anno; si era anche licenziata dalla società per cui lavorava; i pochi amici comuni ne sapevano quanto lui; il padre di lei fece subito intendere che non avrebbe mai parlato con lui.
    Seguirono disperazione e rialzo del tasso alcolico.
    Nelle due settimane che seguirono la dipartita del naso fu preso da una nuova e angosciosa preoccupazione. Posta l’impossibilità a ritrovarlo, almeno al momento, avrebbe prima o poi perduto altri pezzi. Era dolorosamente certo che la sua memoria avrebbe lasciato scappare tutta Antonella in una telenovela dell’orrore. La notte si lasciava cadere in incubi orrendi degni della peggiore sceneggiatura di un b-movie con occhi che rientravano nelle orbite, labbra che cambiavano forma, Antonella che gli si decomponeva in braccio. Suggestionato da questi pensieri un mercoledì sera trascorse più di tre ore nella certezza dello smarrimento, nell’ordine, della curva tra il collo e la clavicola, della posizione del neo sull’ombelico (e della forma dell’ombelico stesso!), delle pieghe dei gomiti e delle vene sugli avambracci. Ricordò poi ogni cosa prima di mezzanotte ma decise perentoriamente di porvi rimedio fin quando in tempo.
    Lorenzo tornò così ad esercitare quella felice mano sinistra che tanto aveva allenato quando aveva vent’anni e non aveva ancora lasciato l’Accademia di Belle Arti per la Facoltà di Medicina (così va il mondo, spesso). Seguì pertanto un periodo di accanimento disperato nel pervicace tentativo di fissare tutta l’anatomia dei ricordi su carta e su tela.
    Il ricordo è altro, maledettamente altro, rispetto ad un atlante anatomico o alle tavole in sanguigna dei Maestri.
    Furono quasi due mesi di una intensità enorme nei quali la costanza e la disciplina di Lorenzo nell’esercizio per lui felice del tratto e del colore e dolorosissimo della memoria produssero un’inverosimile quantità di materiale. Ogni disegno finito portava appunti dell’autore con frecce e richiami da lui ritenuti sul momento indispensabili perché il disegno successivo si avvicinasse maggiormente ad Antonella, la data e la sigla. L’ansia dello smarrimento lo portò a non strappare mai un foglio fino a raggiungere un archivio degno dei migliori ritrattisti rinascimentali.
    Per almeno una settimana la sua barba trascurata portò in ospedale tracce di colori ad olio e rimase tre notti e tre giorni con una federa attaccata al muro finché non riuscì a ripetere fedelmente su una tavolozza l'alchimia di blu e di verde che aveva lasciato a mo’ di sindone sul cuscino: il colore dei suoi occhi. Magnetici, intensi, grandi sul viso magro ma così terribilmente cangianti da richiedere tele e tele e tele……..
    Sulle stesse tavole di compensato dove miscelava i colori annotava con un carboncino le quantità dei vari componenti e le situazioni alle quali pensava dovessero corrispondere e più si accaniva più si perdeva in una infinità di combinazioni….
    Nessuno potrebbe del resto mai dire quanto blu oltremare è negli occhi felici di una donna in un pomeriggio d’estate o chi quanto grigio in una domenica piovosa  o ancora la luce del sole di taglio, ai tramonti di profilo a far brillare ogni venuzza di verde fino a scioglierti l’anima.
    Talmente infervorato dalla propria ricerca era Lorenzo da non imprecare più per la definitiva uscita di scena del naso e a volte, guardando qualche suo disegno particolarmente felice, pensava addirittura che una volta o l’altra ci avrebbe inciampato, quasi per caso. Comunque stava salvando il resto, la curva dei suoi piccoli seni sfrontati come l’ansia vertiginosa delle caviglie sottili sotto un polpaccio lungo e ben disteso, ogni piega delle sue labbra come l’universo espressivo dei suoi sguardi….
    Dappertutto in casa, sui muri e su ogni mobile, ritagli di giornali: facce note o sconosciute che potessero per similitudine reale o per singolarità nella posa o nell’atteggiamento ricordare qualcosa…
    Poi nella freneticità della ricerca trovò posto una consuetudine più concreta (anche se non priva di fastidiosi inconvenienti): Lorenzo cominciò a cercare il naso perduto nella faccia delle altre persone, certo che qualcuna con il naso di Antonella non poteva esser poi rara.
    Seguendo questo suo nuova convinzione maturò una nuova curiosità per l’universo femminile fatta di indagine attenta e appassionata. Quando pensava di aver trovato una somiglianza nasale concentrava tutta la sua attenzione sulla portatrice per sezionarne tutti gli aspetti otorini: dimensioni, attaccatura alla fronte, attaccatura all’area sopralabiale, narici e così via.
    Si può facilmente intuire però come un interesse scientifico anatomico possa essere ricondotto ad altro da una superficiale catalogazione. Puoi provocare rossori o evocare pruriti di vari generi, infastidire ed indurre una ragazza a cambiare passo per allontanarsi preoccupata. Quando, ingenuamente, non te ne rendi conto puoi cercare nasi e trovare botte: il risentimento di un fidanzato manesco glielo provò inconfutabilmente.
    Fu così che, in un venerdì pomeriggio dal labbro spaccato, Lorenzo tornò a casa per arrendersi alla scomparsa del naso e alla necessità del ghiaccio per scongiurare gonfiori eccessivi.
    La perdita della speranza lo riportò ad un forte stato depressivo: era più di un anno che Antonella se ne era andata e il naso era disperso da quattro mesi.
    Dopo altre tre settimane tristissime, di poco appetito e incubi notturni gli arrivò la lettera.

    Lorenzo amore mio,
    so che mi hai cercata, so che mi hai cercato tanto e che per me hai perduto la pace.
    Oggi ti imploro di perdonarmi.
    Io ti amo e non ho mai smesso di farlo.
    Perdonami anche per essermi fatta viva solo adesso con una spiegazione: quando avrò finito capirai il perché. Scriverti, soltanto questo, fa si che io possa superare la profonda vergogna ed il dolore e raccontarti della mia fuga.
    Quando sono andata via ero incinta e non sapevo se tu fossi il padre.
    Ecco: l’ho detto.
    Non accampo giustificazioni per quello che è successo. Sono stata soggiogata da Enrico, il mio ex-capo, dopo una corte spietata ed asfissiante ai limiti delle molestie e così è successo.In ufficio.
    Due volte. Poi ho trovato la forza di dare sfogo alla mia rabbia ed alla mia vergogna ed ho troncato. Per ritrovarmi emarginata, minacciata, insultata da allusioni e gesti. Io zitta con te e perciò sempre più sola, sempre più affogante in un mare di sensi di colpa.
    Poi la mazzata finale: incinta senza sapere se di te o di lui.
    Ero al terzo mese: sono fuggita. Da allora la mancanza di te è stata la punizione della mia colpa; mi sei mancato quanto non pensavo mai.
    Mio padre sapeva ma aveva la consegna del silenzio; povero papà, mi è stato sempre vicino e mi ha aiutato a decidere di portare avanti la gravidanza.
    Così è nata Rosa, che ieri ha compiuto mezzo anno.
    Rosa, che ha i tuoi occhi, che ti ha staccato la testa, che ha le tue mani e i tuoi piedi; Rosa che mi dimostra di essere tua quanto mia,
    grazie a Dio.
    Rosa che vorrei formasse con noi una famiglia.
    Se mi perdoni veniamo.
    Anche mio padre è felice che sia tu il padre anche se un po’ si rammarica che di me abbia così poco, forse l’attaccatura dei capelli e il naso.
    Sono a casa di mio padre e ti imploro: telefonaci.
    L’aspetterò senza mai farmi viva finché tu non ci vorrai; se non chiamerai capirò ma non potrò mai smettere di aspettare e di amarti.
    Antonella

    Pianse, di gioia.
    Tolse la pellicola alla lavagnetta continuando a piangere. Poi si soffiò il naso e si lavò il viso. Accese una sigaretta, si sedette e fece il numero.

  • 26 ottobre 2011 alle ore 11:02
    Ultima Giovanna in floppy disc

    Come comincia: Quando troverete questo dischetto voglio che lo diate a Luigi.
    Non so dove potrete trovarlo ma sono sicura che lo troverete. Sull’etichetta ho scritto il nome, il cognome e il codice fiscale. Io non so più dove viva e che lavoro faccia. Luigi Crisanti è stato mio compagno per un anno e all’epoca viveva qui a casa mia. Era ricercatore al CNR. Quando l’ho cercato mi hanno detto che non voleva più saperne di me e che forse lavorava vicino Bologna.
    So che lo troverete, che sarete più fortunati e con più mezzi di me.
    Vi prego, fatelo.
    E’ a Luigi che sto parlando ed è l’ultima volta.

    Fa freddo, è una cazzo di notte d’inverno Luigi, di quelle che si rimaneva in casa e ci si faceva portare cibo cinese ordinato per telefono e si beveva un po’ di più perché il riscaldamento funzionava male. Funziona come allora, ma non ho nessuno con cui valga la pena mangiare cinese. Non rido più come ridevamo allora. Anche i bei ricordi non sono che dolore. E’ la vita che è dolore, senza sapere neanche dove sei, senza poterti trovare. Dirti mi sono sbagliata, dirti ero io, sono io sei tu siamo noi, ancora noi a chiudere il cerchio.
    Se penso a quanto mi hai rincorso e a quanto non ti capivo e ti respingevo… Ho capito tardi quanto mi lusingasse la tua caparbietà nell’inseguire, quei tuoi continui scatti nervosi da pedalata in salita, da fuga in montagna, e quanto il sapere che mi volevi, non ostante ti avessi lasciato e senza troppi perché, mi tenesse viva e, in qualche maniera speciale, mi desse la licenza per vivere via da te, via da noi. Quando alla fine ti sei rotto le palle di me, dei miei no, no grazie, quando probabilmente hai trovato chi ti consolasse della mia assenza e sei sparito, allora sì che ho cominciato a capire. Ho aspettato che fosse troppo tardi.
    Dopo una mesata che non ti facevi vivo, sono ripassata per caso in quel bar in centro dove ci vedevamo, a volte, per fare colazione insieme e si mangiava poco e si chiacchierava fitto fitto e spesso si rideva con gli occhi dentro agli occhi. Mi sono seduta, ho preso un caffè macchiato e la cameriera mi ha riconosciuta e mi ha chiesto se doveva portarlo subito o se aspettassi qualcuno.
    Però non saresti sbucato da dietro l’angolo e il caffè mi parve amaro. Mi resi conto che era un po’ che non ti vedevo e mi domandai dove fossi, e come ti andasse, e un bruciorino nuovo mi attaccò la bocca dello stomaco. Da quel giorno, sempre più di frequente, guardai la corrispondenza nella buca delle lettere con una crescente ansia interrogativa e ogni telefonata mi venivi in testa e ti cercavo sempre di più nei messaggi in segreteria o in e-mail. Mi mancava ancora qualsiasi coscienza del perché, e di cosa io volessi, ed ero convinta, anzi, che fosse solamente desiderio di quell’ abitudine, particolare ma consolidata, di saperti.
    Ma tu non ti facevi sentire e non c’eri più: non eri più davanti a me a pregare e scongiurare e ragionare, povero Luigi, di noi.
    E’ un anno.
    Siamo alla soglia di un nuovo millennio indifferente che non ci vedrà insieme e che non mi vedrà affatto.
    Ho iniziato così, solamente un anno fa, a prendere coscienza della tua assenza, del nostro mancarci, essere estranei, non più lontani ma ad assetto variabile - un po’ come un elastico -
    ma davvero estranei, separati.
    E non mi è piaciuto. Così ho cominciato a perdere un po’ di peso, così ho cominciato a essere nervosa, a essere ansiosa. Dopo un  altro mese ho deciso di cercarti. Ci ho messo tanto perché non volevo che il cercarti fosse da te caricato di intenzioni, di desideri di riavvicinamento; così ho resistito, stupida caparbia, finché ti ho chiamato a casa - numero inesistente - e in ufficio - non lavora più qui, no, mi dispiace, non so dirle dove sia.
    Il fatto è stato pure che quando ti ho lasciato ci siamo spartiti pure le amicizie e tu non avevi parentela con i miei amici né io coi tuoi. L’unico con cui ho tentato è stato Giulio. Era il novantasette, ti ricordi? L’ultima festa a cui siamo stati insieme. Giulio e la sua splendida terrazza, e la sua passione per la musica brasiliana che è sempre piaciuta anche a te.
    Ora non so dove sei e che musica ascolti e se ne ascolti e con chi prendi il caffè macchiato e sono precipitata e non mi voglio più rialzare senza di te.
    Giulio ti saluta. Mi disse è un bel pezzo che non lo sento, mi pare si sia trasferito a Bologna, mi dispiace non so altro anzi se dovessi sentirlo digli di farsi vivo.
    Scivolavo lungo un piano inclinato e viscido, troppo inclinato e troppo scivoloso per arrampicarsi e risalire.
    Dove cavolo sei che nemmeno sull’elenco telecom di Bologna?
    Il tempo è passato ed è stato amaro e implacabile con il mio cuore.
    Ho capito che avevi ragione, che eri tu ed ero io.
    Ora salvo continuamente perché incomincio a perdere lucidità....
    Sei tu, Luigi, e sei la macchina da scrivere con cui avrei potuto scrivere le mie pagine più belle. Le nostre pagine più belle e invece no, ti ho messo in soffitta; e invece no, ancora peggio ti ho fatto cadere e forse ti ho rotto. Allora sei sparito e sei sparito per davvero e per sempre e io non posso più scrivere e scrivere senza di te non ha alcun senso. Pensavo di scrivere la mia vita, di vivere per me e mi sbagliavo e il dolore e il vuoto assurdo che mi circonda, che è la tua assenza come la mia da te, me lo prova.
    Ho lasciato Marco.
    Povero Marco, lui non c’entrava niente ma io non ci potevo più stare con lui. Credo non avrei dovuto proprio, ma non è stato un gran danno e so che si è già consolato.
    Io non ci sono riuscita, non ci riesco e ho capito che non ci posso riuscire.
    Non ci posso riuscire mai. Niente è più forte della tua assenza. Te lo dirà un carabiniere o un poliziotto con un floppy disc, te lo dirà. Io non ho potuto non ho fatto a tempo. Cristo, Luigi. Cristo santo.
    Ho passato una settimana a Bologna. Peggio. Per non sapere dove cercarti e che fare e come e quando e rendersi conto dell’inutilità di una settimana a Bologna che poi magari sei a Genova e io, mi dicevo, che cazzo sto a fare qui.
    Ho odiato Bologna.
    Allora sono tornata ma stavo sempre peggio e ho cominciato a trascurarmi, a trascurare il lavoro e a trascinarmi sempre peggio e a non trovare sollievo con niente, e a non ridere più.
    Ho cominciato a piangere.
    Ho cominciato a piangere e non ho più smesso. Solo interruzioni tra un pianto e un altro e sonniferi, e antidepressivi
    io che prendo antidepressivi te lo saresti mai immaginato?
    e pasticche e fumo di più e non mi trucco perché piango anche quando meno me lo aspetto e il trucco si disfa e oltre ad avere gli occhi rossi sono un mascherone.
    Che poi non me ne fotte nulla ma la gente mi vede e gli sguardi della gente mi aggiungono dolore al dolore, mi infastidiscono. La gente mi infastidisce sempre di più: un mondo di estranei fastidiosi e stupidi, arroganti e incombenti e senza di te. Mi sono sempre più rintanata in casa.
    Mi sono rintanata in una casa che ha cominciato a  parlarmi di te come non aveva fatto mai  nemmeno quando c’eri. Questa casa trasuda te, Luigi, e non è servito ridipingerla a pennellate furiose con il cuore accelerato e non ce l’ho fatta a cambiare più nulla dopo aver dipinto perché ho capito che sarebbe stato inutile.
    Finalmente ho il corridoio giallo che tu non volevi.
    Un corridoio giallo uovo senza te che non lo vuoi non da nessun gusto.
    La mia vita è diventata un insopportabile corridoio giallo uovo. Non ci accendo mai la luce in corridoio, non accendo quasi mai la luce in generale e ho pure smesso di rincoglionirmi di televisione e pure i film a noleggio non hanno sapore, e il sapore alle cose glielo davamo noi e ora che l’ho capito è tardi.
    Fottutamante tardi.
    Il bosco e la volpe non dovrebbero stare separati.
    Ho pensato che sono stata una stronza e che me lo sono meritato ma neanche questo è servito. Me ne sono sempre sbattuta dei sensi di colpa e di caricarmi punizioni da confessionale. Le punizioni non sono mai state un bagno purificatore.
    Ho pure provato a infuriarmi con te ma non sono riuscita a farlo durare che infinitesime frazioni di vita. Ore d’aria di una ergastolana.
    Il mio cuore è diventato l’inferno, la mia testa scoppia tranne le pasticche, non so come sopportare questo male e non ne ho più la voglia né la forza.
    Soprattutto.
    Tu non ci sei.
    Perciò non ne vale la pena.
    Per tutte le cose che non abbiamo fatto e tutte le parole che non ti ho detto e che avrei voluto, per i nostri occhi uno nell’altra e i sorrisi dei nostri cuori che non ci sono più e per le foto che non ho mai imparato a fare e tu invece eri così bravo e per le foto nostre che un imbecille attimo di dolore rabbioso mi ha fatto distruggere e perché non ti posso trovare non ne vale proprio la pena.
    Troppa pena per proseguire.
    Sei il solo che potrebbe darmi la forza di andare avanti ed è un paradosso. Quando mi cercavi, quando volevi tornassimo insieme, mi davi la forza e l’idiozia necessarie a starti lontano. Ho capito. Poteva durare tutta la vita ma non era che una parentesi, una lunga vacanza da te.
    Che però continuavi ad esserci.
    Ho capito ogni cosa, i miei disagi quando stavamo assieme e i miei desideri di fuga e di disimpegnarmi da noi. Ma se le cose le capisci tardi, troppo tardi, è soltanto dolore. Tu mi avevi capita prima di quanto ci abbia messo io, tu le cose le avevi riconosciute, assimilate e metabolizzate e le avevi chiamate con il loro nome e cognome. Il nostro nome era amore.
    Stupida io che non lo avevo capito e ho rovinato ogni cosa e non posso più rimediare perché non ci sei più. Ti chiedo di perdonarmi.
    Non so dove sei ma so che non sei qui e mi manchi tanto che non è possibile.
    Una vita senza rimedio che non ne vale la pena.
    Non ho avuto la forza di andare avanti.
    Sto seguendo le controindicazioni del mio sonnifero. Ne ho presi già due, per calmarmi, e ora che salvo su floppy  e spingo “Esci” li finisco ed esco, finalmente, di scena.
    E’ ora possibile spegnere il computer.
    Anche se mi dispiace tanto è meglio così, meglio di un insopportabile vita da reclusa dentro un amore che io stessa ho reso impraticabile, meglio che questi morsi al cuore e questo stordirmi di farmaci.
    Addio Luigi. Uno stupido addio senza potertelo dire - addio - ma se potessi non ti direi mai più addio.
    Avessi potuto ti avrei detto eccomi.
    Ciao amore mio.

    Giovanna