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Poesie di Maria Alonzo

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  • 14 aprile 2006
    La donna giovane

    Luminosità del pruno estivo

    su quei capelli annodati al collo

    innevato di biancore.

    Una sciarpa sinuosa ondeggia

    carezzando, senza volere,

    seni turgidi imperiosi.

    Dalle frange sfrontate

    di quella sciarpa variopinta,

    la gioventù mi saluta

    e, indifferente, si allontana.

  • 22 marzo 2006
    Il breve incontro

    Ho fatto un viaggio nei tuoi occhi

    Tra il fremito timido delle tue ciglia

    Mi sono distesa sul tuo viso

    carezzandolo con tutta me

    Ho osservato la pura dolcezza delle tue mani

    il vibrare muto delle tue dita malcelato

    Le ho viste scorrere carezzevoli

    eppure così caste.

     

    Ho fatto un viaggio nei tuoi occhi

    Solo per un istante

    A dispetto delle convenzioni

    Scivolando dolcemente verso

    l’angolo più intimo di te

    Ho bevuto la tua anima

    E tu me l’hai offerta

    Almeno l’ho creduto

    Ma solo per un istante

    Un brevissimo istante.

  • 17 marzo 2006
    Poesia III

    Con questa lacerazione

    Lungo tutto il petto

    Vado giocando la mia vita

    Nelle fetide bische

    Della quotidiana insolenza

    E sempre c’è chi affonda

    Con curiosità morbosa

    Unghie appuntite

    In questa vivida ferita

    Per celia

    Per gioco

    Per ammirare stupefatti

    Il magistrale

    Sanguinoso

    Ghigno di dolore.

  • 06 marzo 2006
    La dolce stagione

    Un’aria leziosa

    tiepida e tersa

    sfiora accarezza

    la pelle scucita

    sussurra fiati amorosi

    L’accolgo

    l’annuso l’assaggio

    la mordo l’ingoio

    fiorisce dentro di me

    Con gli occhi

    divoro i colori

    M’ inebrio

    di liquido miele

  • 28 dicembre 2005
    9 novembre 2005

    La mattina scivola

    sul brusio degli impiegati negli uffici,

    sul frastuono del traffico cittadino.

    Ho ancora nelle orecchie,

    e più nel cuore,

    il pianto di mio figlio

    che mi vuole e mi cerca.

    Scendo di corsa dall’automobile,

    il tacco vacilla,

    la gonna leggermente si solleva.

    Il marciapiede conta i miei passi veloci

    e sono presa dalla frenesia del fare.

    Mi volto.

    Riflessa in una vetrina

    l’immagine mia non riconosco:

    neppure ricordavo

    di essere una donna.

  • 28 dicembre 2005
    L'estranea

    Con lo sguardo smarrito del viaggiatore

    perso tra le vie clandestine

    di una città di passaggio

    avvolgi con gli occhi sgomenti

    i patetici orpelli della tua casa

    stancamente addossati ad ossute pareti

    gravide di santini ignobili

    non ricordi neppure quando

    quei luoghi divennero tuoi

    -semmai furono tuoi-

    e quale parte della tua vita

    in essi è trascorsa

    con la lentezza dell’aqcua del fiume

    con l’apparente immobilità dell’acqua del fiume

    non riconosci la tua scrivania

    i volumi nella libreria

    gli abiti ammassati nell’armadio

    neppure il talamo dove concepisti tuo figlio,

    ridotto a un groviglio di lenzuola sgualcite.

  • Mi adagio mollemente sulla poltrona

    calco le spalle contro il morbido schienale

    accavallo le gambe

    congiungo le palme delle mani

    tra le ginocchia le racchiudo

    guardo svogliatamente il piano della scrivania

    carico di carte e di lavoro

    reclino indietro il capo

    fisso gli occhi al soffitto e mi domando

    dove la mia vita s’è inceppata

    in quale giorno o minima frazione temporale

    ho dirottato le mie scelte

    verso una destinazione ostile.

    Giacendo su questa poltrona

    col fare di una madre debosciata

    attendo di essere guidata

    dalla divina volontà.

  • 13 dicembre 2005
    Domenica pomeriggio

    Giungiamo al porto nel primo pomeriggio,

    ci accoglie un’aria fresca di mare,

    il vento lo sento tra i capelli

    e scorrere sul viso come una carezza.

    Noi, tre amiche, ci accingiamo al passeggio domenicale,

    discorrendo delle nostre vicende quotidiane,

    ridendo, anche un po’ forzatamente,

    dei nostri affanni e degli inganni lusinghieri

    di questo nostro vivere modesto e un po’ monotono;

    mentre su, nel cielo, stormi di rondini,

    impegnate in una danza agile e precisa,

    disegnano ovali, cerchi e cuori

    per la gioia del mio bambino

    che, col dito e il naso in su,

    segue quell’ondeggiare senza posa.

    Giungono altri amici, una coppia

    con problemi seri, loro:

    non possono aver figli

    e sono già pronti per un’adozione.

    Sono con noi e non mostrano disperazione,

    guardano mio figlio compiaciuti,

    si complimentano, sorridono.

    E si passeggia, senza aver troppi pensieri,

    sull’incessante chiaccherio,

    sul nostro continuo mormorare

    di cose inutili. E l’attenzione sfugge.

    A casa ho dipinto sul mio viso

    il ritratto della bella signora

    colorandomi gli occhi le guance e le labbra

    e adesso porto in giro questo manufatto

    sperando che qualcuno lo contempli,

    vi presti un interesse.

    Scorrono i visi al mio fianco

    e di questi guardo gli occhi

    che sono lo specchio della mia vanità.

    Spero di vedermi riflessa in essi

    avvolta da un desiderio vischioso,

    e spero che mi agguantino questi occhi sconosciuti:

    più la presa è forte, più mi sento viva.

    L’immagine di me la vedo

    dentro gli occhi di un uomo di passaggio.

    E ritorniamo al porto,

    ormai non c’è chiarore,

    la sera è giunta con la sua frescura.

    Nell’anima un’irrequietezza senza scopo,

    un senso di vuoto,

    un amore mai nato.

  • 12 dicembre 2005
    Solitudine

    Bagno la mia solitudine

    dei miei stessi umori,

    la tingo di cenere e di notte.

    Essa odora della mia carne

    incensata di passioni,

    è velata dalla nebbia

    impalpabile dei sogni.

    Ascolto le mie lacrime

    e di esse mi disseto.

    Mi schiudo come una rosa

    ma per me,

    per me soltanto.

  • 12 dicembre 2005
    La buona madre

    Dalle mie viscere sei stato generato,

    il mio sangue ti ha dato nutrimento,

    venisti al mondo per il mio volere,

    la luce hai visto con gli occhi che ti diedi.

    Nulla tu hai chiesto, piccola stella di carne,

    che palpiti ognora stagliato nel chiarore e nell'imbrunire,

    nel movimento circolare dei giorni

    che seguono le notti, fino a che la vita dura.

    E tu, che nulla hai chiesto,

    hai diritto a tutto:

    nulla ti venga negato

    di questa vita che s'è trasferita da me a te .

    Che io sia dannata

    per ogni lacrima versata,

    per ogni sospiro gonfio di dolore,

    per ogni gemito trafitto dall'amore che si nega.

    Io, che sono tua madre,

    inumerò il feretro della mia anima malata

    e darò alla luce la tua salutare compagna,

    quella che è degna d'essere chiamata madre:

    l'anello iniziale della nuova catena

    leggera come una collana di madreperla.

    Perché tu, mia piccola gemma,

    possa essere l'uomo che meriti.

  • 10 dicembre 2005
    Vortice

    Ho voglia di sale e di sole

    Di selci e di calci

    Ho voglia di flutti distrutti

    Su scogli pietrosi

    Di spume biancastre

    Sul mare arrogante

    E di candida neve

    Disciolta nel cavo profondo

    Dell’umida gola

    Ho voglia di freddo e di caldo

    D’inverno e d’estate

    Ho voglia di fame e di sete

    Dolcezze e amarezze

    Colori dipinti sul niente

    Sul vuoto del cuore che urla passione

     

    Ho voglia di te

    che sei Ulisse e Nessuno

    l’oscura voragine

    di una vedova vergine

    ho voglia di vita, di dita, di suoni,

    di grida, sospiri, sussurri e parole,

    parole di miele

    parole d’amore

    parole di sale e di sole.

  • 10 dicembre 2005
    Aderire alle cose

    Aderire alle cose

    fondersi con esse

    in un amplesso voluttuoso

    di velluto e ghiaccio.

    E ridere

    ridere

    di questo peso

    che stringe il petto

    della malinconia presente.

     

    Aderire alle cose

    e perdere lentamente

    ogni fragilità.

  • Oggi una giornata senza senso e senza tempo, legata solo al tempo passato non a quello a venire. Gocciola il cielo e si sperde in rivoli di vapore concentrato in lacrime cadenti e avvolgenti il mondo delle cose e dei miei pensieri che sono neri come l’asfalto delle strade bagnate, e si aggrovigliano in corone di spine per ornare l’anima crocefissa che fissa inebetita la vita, ma quella altrui come una benedezione che non ti ha toccata, e ti senti esiliata in un posto lontano che si chiama te stesso, la stessa tua natura innaturale che ti separa dall’esistente. Veleggia nel sangue un tranquillante, medicina diabolica carica di lusinghe, cedi al suo bacio e ti addormenti, e si addormenta il dolore e le parole che non smettono di sgranarsi nella tua mente come il lamentoso scorrere del rosario.