Giungiamo al porto nel primo pomeriggio,
ci accoglie un’aria fresca di mare,
il vento lo sento tra i capelli
e scorrere sul viso come una carezza.
Noi, tre amiche, ci accingiamo al passeggio domenicale,
discorrendo delle nostre vicende quotidiane,
ridendo, anche un po’ forzatamente,
dei nostri affanni e degli inganni lusinghieri
di questo nostro vivere modesto e un po’ monotono;
mentre su, nel cielo, stormi di rondini,
impegnate in una danza agile e precisa,
disegnano ovali, cerchi e cuori
per la gioia del mio bambino
che, col dito e il naso in su,
segue quell’ondeggiare senza posa.
Giungono altri amici, una coppia
con problemi seri, loro:
non possono aver figli
e sono già pronti per un’adozione.
Sono con noi e non mostrano disperazione,
guardano mio figlio compiaciuti,
si complimentano, sorridono.
E si passeggia, senza aver troppi pensieri,
sull’incessante chiaccherio,
sul nostro continuo mormorare
di cose inutili. E l’attenzione sfugge.
A casa ho dipinto sul mio viso
il ritratto della bella signora
colorandomi gli occhi le guance e le labbra
e adesso porto in giro questo manufatto
sperando che qualcuno lo contempli,
vi presti un interesse.
Scorrono i visi al mio fianco
e di questi guardo gli occhi
che sono lo specchio della mia vanità.
Spero di vedermi riflessa in essi
avvolta da un desiderio vischioso,
e spero che mi agguantino questi occhi sconosciuti:
più la presa è forte, più mi sento viva.
L’immagine di me la vedo
dentro gli occhi di un uomo di passaggio.
E ritorniamo al porto,
ormai non c’è chiarore,
la sera è giunta con la sua frescura.
Nell’anima un’irrequietezza senza scopo,
un senso di vuoto,
un amore mai nato.