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Autore

Maria Antonietta Ricotti

in archivio dal 30 apr 2008

07 ottobre 1943, Rimini

segni particolari:
Ho scritto: "Il Regno Lontano"(Origini e significato delle fiabe); "Al tempo dei Comuni" (vita nelle città medievali); "Passeggiata d'autunno" (fantasie in prosa); "Mi torna al cuore" (racconti). Tutti editi da Panozzo Editore Rimini.

mi descrivo così:
Leggo da tanti anni, scrivo da tanti anni...e forse il mio mondo è un po' diverso da quello attuale, ma cerco di capirlo. Mi piace ricordare, riflettere, analizzare i sentimenti.

10 luglio 2008

Un uomo, una sera

Intro: Una storia che fa riflettere. L'incontro-scontro di un passante qualunque, una persona come noi, con un barbone avvinghiato negli stracci. L'istinto di repulsione verso una realtà fatta di sporcizia, alcol e degrado, lo spinge ad allontanarsi. Ma sentendo la voce del barbone, il suo linguaggio pulito, le parole chiare e sobrie, si ferma, e nella sua testa scorrono come fotogrammi le vicende che possono aver ridotto l'uomo in quello stato. Chi è il barbone, chi si nasconde tra gli stracci. Un finale a sorpresa ce lo svelerà.

Il racconto

Era uscito senza una meta precisa. Aveva bisogno d’aria. Da un po’ di tempo gli succedeva sempre più spesso ed era strano: Giuseppe non aveva l’abitudine di assentarsi dal lavoro o dagli impegni,  di qualunque genere fossero,  senza un motivo preciso. Soprattutto non amava perdere tempo. Anche quando “staccava” aveva sempre qualcosa in mente,  qualcosa da esaminare,  da rivedere,  da ripensare. Oppure correva a casa per cercare di rammendare gli strappi della sua vita,  per mostrare che ogni tanto sapeva essere presente,  che non dimenticava del tutto gli affetti,  i doveri…Per quanto tempo ancora sarebbe riuscito a ingannare se stesso?
Ma quella sera non voleva pensare a niente. L’aria era fredda ma odorava di primavera e lui sentiva la voglia di respirare.
Vagò a lungo, senza pensare, o meglio divagando con la mente in una fantasia assorta e confusa che intrecciava desideri inespressi, rimpianti, ricordi e un’ insolita voglia di novità. Si trovò a passare nei pressi della stazione. Poco lontano da lì si perdeva nell’oscurità,  intervallata da rari lampioni,  una zona di vecchi condomini, grandi palazzi anonimi dall’aria severa ma decorosa, dove aveva abitato da bambino. Allora non conosceva i quartieri residenziali. Allora non aveva il giardino, il garage, la villa in fondo al vialetto dietro la cancellata, con i cani sciolti nel prato a fare la guardia e il domestico filippino pronto ad accorrere al suo rientro. Adesso quelle strade gli apparivano un po’ tristi ed estranee.
Fu nel girare l’angolo che rischiò di inciampare in un fagotto a terra. Guardò meglio e si accorse che sotto un mucchio di stracci e di cartoni c’era una persona, un uomo. Si era addossato a una rientranza del muro,  dove l’ingresso di un negozio arretrava in una specie di breve porticato in ombra. Parlava sottovoce con un compagno rannicchiato poco lontano. Giuseppe stava per allontanarsi infastidito da quella vista,  pensando a uno stentato scambio di parole tra due poveri ubriachi. Due rifiuti della società che vivevano come fantasmi negli angoli oscuri delle strade, ignorando tutti e ignorati da tutti. Li aveva già superati quando alcune parole lo colpirono e lo indussero a fermarsi. Erano parole corrette, stranamente forbite, pronunciate con garbo e in tono compito. Un linguaggio inaspettato in bocca a un barbone. Era il primo uomo che parlava, quello che aveva notato subito, nell’ombra, e che adesso aveva alzato leggermente la voce per farsi sentire meglio dall’altro, che invece rispondeva con monosillabi rauchi e scontrosi.
Dal mucchio di stracci saliva un odore sgradevole. Giuseppe rimase interdetto. Si fermò poco lontano, addossato al muro,  per ascoltare ancora e per capire se aveva sentito bene.
Era proprio così: quel barbone parlava in modo civile, quasi formale, ed era privo di accento. Si sarebbe detto un uomo istruito e di buon livello sociale.
A Giuseppe sembrò un controsenso e si trovò presto a riflettere su chi potesse essere  quel barbone e sui motivi che l’avevano ridotto così. Un fallimento, la perdita del lavoro, una grave crisi affettiva, un tracollo psicologico. Qualcosa doveva averlo trascinato in quella situazione di povertà e di abbandono. E poi la discesa inarrestabile verso l’abisso dell’autodistruzione, forse l’alcolismo, il distacco da tutto, l’abulia.
Ma di colpo un pensiero diverso si fece strada: un pensiero inaspettato, un tarlo sconosciuto che improvvisamente cominciò a scavare e ad emergere dalle pieghe della mente. Non poteva essere, invece, un uomo che aveva trovato la sua libertà? Una rabbiosa ribellione. Addirittura il rifiuto di una vita bella e comoda ma diventata per lui priva di significato.
La saturazione di tutto, il ritmo stressante, l’affollarsi di cose da fare,  cose da pensare, cose da acquistare e da mostrare, per mantenere il suo stile di vita e un’effimera considerazione agli occhi altrui. Forse delusioni affettive, fiducia tradita nei rapporti umani, slealtà e comportamenti meschini là dove si attendeva serietà, responsabilità e coerenza. Il vuoto interiore…Poi quella ribellione. E l’improvvisa, inebriante libertà.
Quel giorno qualcosa si era spezzato e tutto gli era apparso diverso, come un giorno di rivelazione e di rinascita. Così se ne era andato. Dove?
Giuseppe provò a pensare,  fantasticando. Più ascoltava la voce garbata dell’uomo, più osservava i suoi modi e il suo gestire, più si convinceva che poteva essere questa l’interpretazione giusta. Sì, proveniva da un ambiente istruito, da un mondo in cui educazione, stile e regole di vita avevano un valore indiscusso. Più ancora: veniva da un mondo di relazioni sociali importanti, di lavoro incalzante e di tenace impegno per arrivare,  per essere sempre vincente. Un mondo che non lasciava spazio al silenzio e al pensiero,  non concedeva tregue e non permetteva di uscire dal circolo vizioso dell’attività ad ogni costo, dello sforzo mentale continuo per produrre idee sempre nuove, per sostenere le competizioni e non perdere mai colpi. E forse chissà, era giunta anche la fase del sostegno artificiale,  dell’aiutino chimico. Un po’ di polvere per darsi carica e resistenza, una sniffata per mantenersi lucido e in forma. Sempre più spesso, in un mondo che cominciava a cambiare colore ai suoi occhi : a volte gli diventava gradualmente sfocato e grigio, le cose giravano al rallentatore, il corpo gli sembrava torpido e la mente non gli rispondeva,  le idee diventavano rarefatte e confuse. Allora ricorreva al suo conforto personale, alla strisciolina di neve. Il corpo si rigenerava, la mente tornava attiva,  scattante,  le cose intorno riprendevano colore, i contorni nitidi e brillanti. Ma tutto era strano, falsato,  come guardare in uno specchio: un riflesso, solo un riflesso che rimanda l’immagine con un senso di estraneità. Più tardi lo specchio si spezzava. Le immagini tornavano sconnesse e  annebbiate, tutto di nuovo disarticolato e la luce frantumata in mille schegge senza senso.
Era così? Le cose stavano veramente così? Giuseppe si interrogava provando un crescente disagio. Chi era quell’uomo sotto la coperta? Un barbone sconosciuto o qualcuno che a lui sembrava quasi di riconoscere?
Attorno c’era un grande silenzio, ma a ben ascoltare la notte era piena di sussurri. Il respiro pesante dell’altro barbone, poco lontano,  il leggero fruscio tra le chiome degli alberi, nel viale dietro l’angolo, quel lontano sommesso brusio che fa da sinfonia notturna di una città che resta viva e vigile anche quando dorme. E quel suono del tutto immaginario che sale dalle vecchie case, dai vicoli, dalle fessure segrete di un luogo dove il passato ha lasciato
la sua eco.
Giuseppe non riusciva ad allontanarsi. Tutto a un tratto venne preso dalla smania di accostarsi apertamente e di conoscere l’uomo misterioso. Continuava a immaginare.
Lo vedeva prigioniero della sua vita. Ricostruiva questa vita, passo passo: cominciata come una scelta, continuata con l’entusiasmo delle mete raggiunte e le conferme del suo successo. Poi era diventata una corsa progressiva ma allo stesso tempo ripetitiva,  una routine sempre più pesante,  come l’accelerazione di una locomotiva su binari che si snodavano all’infinito. E i binari lo costringevano a non cambiare rotta. I rapporti con le persone più care erano diventati rapidi e distratti. Le occasioni di svago e gli incontri sociali improntati a un piacere sempre rosicchiato da un’ansia sottile. Parlava, parlava e già pensava ad altro. Rideva e già si sentiva stanco, con la voglia di andarsene, di fare qualcos’altro, di vedere qualcun altro. Aveva avuto spesso la sensazione che una parte importante della vita gli stesse sfuggendo.
Un giorno, forse, si era sentito soffocare. Era uscito e aveva vagato nel parco, non per fare il doveroso Jogging di ogni mattina, ma per sentire l’aria, i profumi, il benessere di una camminata lenta e senza meta. Per vedere e sentire l’umanità che vive. Aveva camminato per tutto il giorno e col passare delle ore si era diretto inconsciamente verso i quartieri più degradati,  verso zone sconosciute della città. Era ormai sera e aveva cominciato a notare quei mucchi scuri di stracci,  circondati da scatoloni vuoti, lattine e cartacce. Stracci viventi che si muovevano e si lamentavano o brontolavano sottovoce o sospiravano rochi,  emanando l’odore stantio della birra o del vino, mescolato a quello dei panni sporchi e dei rifiuti. Aveva sentito repulsione e insieme attrazione. Persone fuori dalla società,  fuori dalle regole, fuori da ogni ragionevole costume di vita. Fascino e disgusto. Ribrezzo e desiderio.
Era tornato a casa in preda a uno stato di confusione. La mente rapita da un pensiero fisso, da una parola, una sola parola: ”fuori”. Fuori da tutto, fuori da quell’imbuto nel cui gorgo si sentiva trascinato, dal vortice irreversibile della sua vita. E pian piano un’altra parola sempre più chiara risuonava sempre più forte nel cervello e lo ipnotizzava: ”libertà”.
Giuseppe si chiedeva se la sua ricostruzione dei fatti fosse esatta. E se le cose erano andate davvero così, allora chissà quali e quante fratture doveva aver creato nella sua esistenza. La famiglia, il lavoro, gli amici, la casa, le comodità, le abitudini. Cosa aveva raccontato a tutti? Un lungo viaggio di lavoro, un prolungato periodo di ferie…ma come spiegare l’abbandono di tutto, la mancanza di bagaglio, la dimenticanza delle carte di credito? Forse non aveva voluto spiegare e inventare altre storie,  ormai stanco ed estraneo, preso solo dalla febbre della fuga. Era scomparso una mattina senza avvertire nessuno, svanito nel nulla, in silenzio. Nient’altro.
Giuseppe lo spiava.
Aveva smesso di parlare. Ora taceva sotto il suo mucchio di stracci. Chissà se, a tratti,  la nostalgia degli affetti si faceva sentire, se a volte era tentato di far conoscere la sua sorte, di farsi vivo con qualcuno. Però sapeva che non sarebbe tornato. E forse, a casa,  aveva ormai perso tutto. C’era chi lo aveva rimpiazzato nel lavoro, chi aveva sospettato in lui la follia, chi lo immaginava in un’isola tropicale a vivere una ribellione di lusso. Lui lasciava credere tutto. Certo nessuno aveva capito la sua rivolta, la sua volontà di annullarsi interamente per dimenticare, per respirare,  per vegetare come una creatura della terra, per decidere ogni giorno il suo cammino.
Per Giuseppe era facile fantasticare. Cercava di spiegarsi le sue ragioni e riusciva senza difficoltà a immedesimarsi nella sua vita. Quante vicende personali avevano preceduto il crollo? Quel primo matrimonio fallito, quando ancora la carriera stentava ad avviarsi e la vita non era semplice e lui era sempre ansioso e distratto. Quel figlio cresciuto con la madre lontano da lui, chiuso e suscettibile, intimidito da un padre sempre irritabile, poi allevato nel risentimento e nutrito di rancore. Le delusioni nei rapporti umani, a contatto quotidiano con gli arrivismi, le slealtà, le manovre subdole dettate dall’opportunismo. La vita non era stata una vetrina illuminata come si era presentata all’apparenza.
Forse dietro a un aspetto brillante e inappuntabile c’erano stati fallimenti e sconfitte morali. Lunghi tratti in salita con l’affanno e la fatica di un cammino irto di ostacoli. L’insidioso tarlo delle incertezze, il dubbio corrosivo sul valore e la durata di quello che aveva conquistato.
Giuseppe si sbizzarriva nel formulare ipotesi sempre più complesse. Chissà perché quella sera si trovava così coinvolto e la sua fantasia si sfrenava in modo così fervido ad analizzare situazioni e sentimenti. Sentiva che gli riusciva di comprenderli bene.
Una volta presa la decisione, l’uomo aveva abbandonato e poi dimenticato le metropoli nevrotiche, le nebbie, la fretta, le giornate vissute nell’ansia dove il tempo era scandito da impegni,  appuntamenti,  scadenze. Sì, forse aveva cercato di ritrovare il tempo.
Aveva vagato nei paesi mediterranei, nei luoghi dove il tempo sembrava dilatato,  rarefatto,  dove tutto sembrava fermo, in una sorta di eternità regalata dalla quiete del pensiero. Qui la mente poteva restare assorta a contemplare le antiche pietre, a sentire il respiro dei secoli e a captare le voci della varia umanità di ieri, di oggi, di domani…
Aveva vissuto in un costante presente, senza pensare più a niente, affidato al caso, a ciò che la sorte gli riservava giorno per giorno. Povertà,  semplicità di vita, bisogni essenziali,  sacrifici e scomodità : niente gli era sembrato così insopportabile, se accompagnato dall’ebbrezza della libertà, dalla serena certezza di essere se stesso e nient’altro. Perfino il disprezzo visibile della gente, l’isolamento da quella società che viveva un’esistenza normale,  niente lo scoraggiava. In cambio aveva conosciuto tanti casi umani, tanta gente invisibile agli altri ma ricca di esperienze, di storie, chiusa nella propria cappa di malinconie,  di rassegnazione, di amori e di dolori. Ma possibile che non provasse rimpianto o rimorso per tutto quello che si era lasciato alle spalle? Le responsabilità, i doveri,  gli affetti…
Giuseppe si riscosse di colpo dalle sue fantasie. Cosa gli stava succedendo? Si stava facendo prendere dalla sua vena segreta che a tratti riemergeva,  a tradimento: quella del sogno.
Adesso l’uomo si era girato e si era accorto di lui. Giuseppe non riusciva a distinguere con chiarezza i suoi lineamenti, però intuiva che non era intimorito né arrabbiato. Stretti intorno a lui aveva alcuni libri rovinati dall’uso e poi, nell’ombra di una piega, quasi nascosto, un oggetto curioso che risvegliò ancor più il suo interesse: un flauto.
-Che strano - pensò Giuseppe. Anche lui suonava il flauto da bambino e quando era assorto nella sua musica riusciva a dimenticare tutto, ad estraniarsi e a sentire in sé l’armonia delle cose. Sorrise al ricordo : se ne era quasi dimenticato.
Poi vide il volto dell’uomo, vide i suoi occhi, il suo sguardo, e improvvisamente tremò. Lo fissò in silenzio, in preda a un panico misterioso che gli attanagliava lo stomaco.
-Mi scusi - balbettò. Cercò di spiegare la sua presenza avviando a stento una specie di conversazione. Voleva scusarsi ma non intendeva allontanarsi: doveva trovare un pretesto per sapere. Tanto per dire qualcosa si presentò, disse il suo nome, sperando che anche lui lo facesse. Quando vide che l’altro non parlava, si azzardò a chiederlo.
- Mi chiamo Giuseppe - rispose l’uomo.

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