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in archivio dal 19 mar 2007

Maria Pia Damiani

14 febbraio 1964, Genova
Segni particolari: Visita il mio sito e lo saprai.
Mi descrivo così: Non lottizzata, non raccomandata.
Mi trovi anche su:

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  • 06 febbraio 2008
    A Steve

    Ancora ti sogno

     

    Ed ero bambina
    quando virginea
    per comune credenza

     

    mi facevi tua
    nei meandri occulti
    dei pensieri
    su vette innevate
    e incandescenti

     

    Tu scultoreo e lontano
    come un Dio

     

    No, nulla è cambiato
    in quei meandri
    candidamente osceni

     

    e ancora mi penetra
    la tua possente spada
    pur se il corpo
    non può tenere il passo
    e carpisce il cieco fato

     

    Tu che ora sei zolla
    di un morbido prato.

     
  • 22 ottobre 2007
    Respiro

    S’ingemma prezioso
    Il primo respiro
    Nell’aria gaudente
    Di  brina lucente
    Che bacia il sussurro
    E s’accoccola a grappoli
    Danzando più lieve
    Fra l’aria novella
    Di fata

     

    Nel mondo incantato
    Che schiude lo scrigno
    Del cuore
    E libra il pensiero
    Sui fiori dai mille colori
    Esplode di odori l’amore
    E la pelle già sapida attende
    Scaldata dal sole

     

    Poi cadono le prime foglie
    E piove lo sguardo
    Sul vento che spazza il sentiero
    Mi cingo nel brivido intenso
    Che parte da molto lontano
    Un unico punto nel cielo
    Trattiene nel ventre
    Il mio fiato

     

    Intanto si tinge di bianco
    Il capo che ha tanto pensato
    Su un piccolo tavolo scarno
    Stanno in silenzio le carte
    Del giocatore spietato

     
  • 25 giugno 2007
    D'oro e d'argento

    Un sasso nel fondo
    fondale
    È una nave che Torna
    agli abissi
    Alla  notte che espande
    le onde a raggiera
    sull’acqua
    da flebile aria sfumata
    in un freddo
    silenzio d’argento

     

    Tutto questo vede
    la madre
    Posando il suo soffio
    di labbra
    Sulla sua tenera perla
    che sogna serena
    fra  nuvole azzurre
    di bianco cotone
    fra i  monti di panna
    e di verde speranza

     

    Stringendosi in seno
    il caldo colore dell’oro

     
  • 24 maggio 2007
    Galoppano i cavalli

    Galoppano sfrenati
    due cavalli
    dalla folta criniera
    i corpi atletici  sudati
    i muscoli  tesi e forgiati
    destrieri di se stessi
    e della gloria
    sculture in movimento
    nell’aria di tempesta
    umida  di pioggia
    scalpitano nervosi
    con gli zoccoli duri
    che picchiano
    la fumante terra bruna
    s’impennano e nitriscono
    con l’anima nel vento
    aerei e selvaggi di vitale
    giovinezza in corsa
    nella falcata doppia in coppia

     

    il mondo scorre
    come un fiume in piena
    sfilano valli e folli dirupi
    oscure selve e aspre brughiere
    con l’agguato di orchi e di  lupi
    una luce improvvisa
    graffia il cielo
    e il tuono lesto le risponde
    e la raccoglie
    echeggiando ovunque
    il suo boato tetro
    s’arresta per un attimo il galoppo
    e intenso è  nel respiro il fiato
    larghe le nari brucianti e protese
    verso l’arcaico odor di fiera
    cadono timide le gocce pioniere
    e l’attesa del sublime sale
    sui due corpi  al culmine sospesi

     

    finché un fresco scroscio
    di cascata non li coglie
    lasciandoli entrambi
    stremati di piacere

     
  • 11 maggio 2007
    In memoria

    Il mio ricordo si perde in quell’autunno
    Quando ebbri di giovinezza
    Ci trovavamo insieme a quel raduno
    Alberi novelli con incisi in cuore
    Gemme di foglie e fiori
    Petali di sogni intonsi
    Turgidi e fulgidi affogati di colori
    Essere o non essere
    T’amo o pio bove
    Vibrava di note cristalline
    Il timbro della voce
    Nei brani più impegnati a declamare
    I suoni arditi e la dizione

     

    Prima un caffè  però per darci forza
    Nella piazzetta vicino all’auletta

     

    E poi insieme a penetrar la notte
    Negli antichi  meandri cerebrali
    Di una città preziosa e ombrosa
    Sentendoci protetti e più sicuri
    Raccolti dietro  vecchi muri
    Con i vetri appannati degli scuri
    Sfamandoci in bettole a carbone
    Di torte e farinate e vino bianco
    E andando lieti a gorgheggiar
    Negli anfratti di ogni  piano bar
    Fino a strizzare l’occhio all’alba
    Con la macumba della cucaracha
    Ad ogni curva nella vettura pazza

     

    Ma il vento sfoglia lesto il calendario
    Di un vecchio film americano
    E  i fogli vanno come sabbia al vento

     

    Qualcuno oggi si ritrova  grigio
    Qualcuno si è disperso suo malgrado
    E purtroppo non è più tornato

     
  • 09 maggio 2007
    Dice la Mamma Rocca...

    Dice la Mamma Rocca
    si guarda ma non si tocca
    l'antica filastrocca
    arriva da lontano
    mentre il fuoco arde
    e il ceppo sopra sbotta
    esplodono scintille
    e la pentola borbotta

     

    Penombra di tepore
    e droga di sopore
    socchiude gli occhi stanchi
    trasforma in molli spicchi
    la vecchia resta china
    sul gomitolo rosa
    ricorda i suoi pensieri
    e l'abito da sposa

     

    Negli anni ancor più bianco
    come l'esteso manto
    reso dalla bufera
    con l'urlo del vento infranto
    livido nella sera
    chissà se a primavera
    raccoglierà i suoi fiori
    se i limpidi colori
    le scioglieranno il cuore

     

    nell'abito di neve
    e il petto che rintocca
    si sentirà più lieve
    e dischiuderà la bocca
    nel volto innamorato
    si accenderà la face
    con un bacio appassionato
    ritroverà la pace.

     
  • 04 maggio 2007
    A mio figlio

    ALZA
    il tuo sguardo
    verso il mondo
    e prenditi ciò
    che t'appartiene

     

    ALTRI
    che te l'hanno
    negato
    respirano spavaldi
    tutto il possibile

     

    NELLA NOTTE
    un colpo di pistola
    per chiudere
    bocche sorridenti
    ed ingrate

     

    MELE ROSSE E AVVELENATE
    figli privilegiati
    da un padre iniquo
    e potente
    che non risponde mai

     

    NEL DUBBIO
    di un'attesa
    brucio di un dolore
    che non ha perché
    e ti guardo

     

    FIGLIO
    dove fra tutti gli stormi  sei
    per essere così
    ingrato a te stesso
    e non volare e gioire

     

    CHISSA'
    se nel tuo abbraccio un giorno
    potrò far ritorno
    e scoprire che in fondo
    è stato tutto un brutto sogno

     

    CHISSA'…

     
  • 26 aprile 2007
    La goccia

    Agli albori
    Di un  mattino
    Appena sbocciato
    Di fresche fronde
    Dall’ombra
    In bilico
    Su  una foglia
    Sta  una  goccia
    E di virgineo candore
    Risplende

     

    Freme silente
    Sorpresa e sospesa
    Gongolando
    Offrendosi ai sussurri
    Della brezza
    Che dolcemente
    La seduce
    E l’accarezza

     

    E’ confusa
    Non sa che fare
    Se lì  restare 
    O lasciarsi andare
    Per raggiungere
    L’acqua del mare

     

    Era ancora lì
    A pensare
    Quando il sole
    La colse
    E la fece evaporare

     
  • 19 aprile 2007
    Mulini nel vento

    Mulini nel vento
    In un giorno contento
    Di tiepido sole
    Screziato di viole
    E d’oro disciolto
    Su un mare increspato
    Di morbido miele
    Galleggiano barche sull’onde
    Gonfiando le vele
    Fra flutti di sale
    Mi lascio portare in un sogno
    Nel giro più tondo
    E  casco col mondo
    Ancora per terra

     

    Mulini nel vento
    Che portano manna
    E una ninna che nanna
    Il ghiacciolo si lappa
    E si gioca alla lippa
    Che picchia il selciato bollente
    Coriandoli di figurine
    Volteggiano garrule in aria
    Al grido di voce
    di grifo o di croce

     

    Mulini nel vento
    Che guardano e guardo
    oltre ogni tempo
    Fatue sirene fluttuanti
    Che tornano sempre
    imbrigliando i pensieri
    Che devo riprendermi
    Tutti senza indugiare
    uno per uno
    se ancora voglio
    sognare

     
  • 11 aprile 2007
    In chiesa

    Su lucide lastre di marmo
    Echeggiano timidi passi
    Fra banchi di legno
    e fumi d’incenso
    Fra cera che arde
    una luce Che luccica stelle
    e lamina il buio
    col volto dei santi
    Una schiera di donne mantate
    Ha il capo chino in preghiera
    e sciacqua i panni nel greto
    del proprio segreto
    su un tenue filo li stende
    per sciogliersi il nodo
    dal cuore
    che presto evapora in velo
    sfuggendo alle labbra
    ed al gelo

     

    qualcuna cerca il suo dio
    qualcuna ne sente la voce
    e diventa fedele al bisogno
    facendosi il segno di croce

     

    altre ingannano il tempo
    e recitano in ogni occasione
    pregando nella menzogna
    senza nessuna vergogna

     
  • 05 aprile 2007
    Bianchi garofani bianchi

    Bianchi garofani bianchi
    Traboccano in frasche nei cesti
    Vellutato profumo di luna
    Eterno ritorno che torna
    Vestito di ingenuo splendore
    E riso spruzzato nel cielo
    Che cade sul candido velo

     

    Bianchi garofani bianchi
    Si fanno promesse importanti
    Tra risa ed applausi intorno
    Da facce senza contorno
    Tra il candido braccio ed il nero
    S’intreccia la timida intesa
    Di chi vuole scrivere tanto

     

    Bianchi garofani bianchi
    Come il sorriso  perlato
    Che ancora  guarda e sta in posa
    Non ha più forza il sospiro
    Non c’è più pianto negli occhi
    Che vedono il proprio orizzonte
    E in volo  uno stormo di ali
    Che s’alza in aria leggero
    Sono bianche e di tanti gabbiani

     

    Bianchi garofani bianchi

     
  • Il- treno-va… il-treno-va… il-treno-va…

     

    Su lucide lame di sole
    Nessuno gli tiene la mano
    Sfuggono alberi e valli
    Strade e  antichi destrieri
    Il mare e le onde ed io
    Dai miei giorni più neri
    Purché mi porti lontano
    anche in un posto qualunque
    prima che giunga la sera

     

    Il-treno-va…il-treno-va…il-treno-va…

     

    Mi cullo al suo ritmo serrato
    Al fumo che sbuffa e va in cielo
    Al fischio del lungo serpente
    Ai sensi velati di gelo
    Si spara nel ventre del monte
    Trovando la notte profonda
    Son voci echi e lamenti
    Son io ricordi il mio nome
    Ti prego fammi tornare

     

    Il-treno-va…il-treno-va…il-treno-va…

     

    Irrompe violenta la luce
    Sul volto mi coglie a sorpresa
    Dov’era l’abbraccio promesso
    Dov’era il padre dei padri
    Che lascia i suoi figli
    in un cieco tormento
    Mi sento una foglia nel vento
    Staccata e sbattuta tra i rovi
    Diretta a una mera chimera

     

    Il-treno-va…il-treno-va…il-treno-va…
    ...
    Prima che giunga la sera

     
  • 29 marzo 2007
    La fonte

    Zampilla

     

    Il liquido cristallo
    Dall’antica fonte
    È gelida neve disciolta
    Fra pietre lise e muschio
    La sua luce brilla e si espande
    In mille scintille carpite
    Ad un sole crudele

     

    Zampilla

     

    Nel molle meriggio
    Della breve estate
    Nell’incanto del bosco
    delle fate si posa a sorpresa
    una brezza che accarezza
    timide foglie fra le fronde
    con ali di farfalla

     

    ho sete
    molta sete

     

    le mie ciglia fremono
    a tutti quei bagliori
    e m’incammino avida
    come un neonato attaccato
    al seno della madre
    per suggere il più possibile
    ma il fiato presto sfugge
    quando deve bastare

     

    Intorno

     

    Le cicale recitano
    La loro litania
    Liete di quel presente
    Senza alcun affanno
    Se accetto il mio confine
    Il poco diverrà tanto

     
  • 19 marzo 2007
    Salta la corda...

    Salta la corda
    La vecchia balorda

     

    Nel sacco trasporta
    Il suo mondo di fiele

     

    Il viso dipinto
    Di un rosso profondo

     

    Gli stracci arruffati
    Sul corpo consunto

     

    Salta la corda la vecchia balorda

     

    Ora che è sola e dimenticata
    Ora che affoga nel vino il ricordo

     

    Di un mondo di luci e doni preziosi
    Di balli, di canti, di pizzi e merletti
    In odore di viole

     

    Sogghigna ormai ebbra verso il suo antro
    Portandosi in seno il pasto nascosto
    Zampa di porco con sale e con pepe
    In casa dell’orco si mangia e si beve

     

    Salta la corda la vecchia balorda
     

    Tratto dalla raccolta "Briciole di vita"

     
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  • 19 marzo 2008
    Magnifica ossessione

    Come comincia:

    Elisa giocava a nascondiglio assieme ad altri bambini sulla piazzetta antistante casa sua, quando i genitori la chiamarono.

    - Vieni su a cambiarti, che andiamo al cinema.
    - Uffa! - sbuffò lei, interrotta proprio sul più bello. Ma ubbidì.

    In breve, tutti si incamminarono verso la meta. Lei certo non immaginava come l’esperienza di quella domenica pomeriggio le avrebbe condizionato la vita.

    - Che andiamo a vedere? – domandò loro.
    - Un film storico, “Le fatiche di Ercole”.

    Sì, aveva sentito parlare di quel tizio, a scuola. Uno che aveva affrontato ben 12 fatiche!
    Quando il film iniziò, la grandezza dello schermo ed i colori delle immagini cominciarono da subito ad attirare la sua attenzione. I personaggi avevano qualcosa di fiabesco con quei costumi caratteristici. Tutto nella norma, però, finché… non entrò in scena lui.
    Mio Dio quanto era bello! Superava ogni fantasia. Colui che interpretava Ercole era magnifico, mai in nessuno aveva scorto una tale bellezza. Rimase senza fiato. Avrebbe voluto che quell’immagine si fermasse, o facesse parte di ogni inquadratura.
    Lui era alto e statuario con una muscolatura soda , tornita e proporzionata. Sul volto abbronzato i lineamenti erano perfetti, maschi e dolci al tempo stesso. Vi spiccavano due occhi di un azzurro profondo e degli aristocratici baffetti con pizzetto nero . I capelli, anch’essi neri, erano piuttosto corti , lucidi e folti.
    L’immagine di quell’uomo non si era bloccata nella pellicola, ma dentro il suo cervello, si. E da quel giorno appartenne a se stessa e alla sua esistenza. Lo pensava così tanto che ad un certo punto se lo vide distintamente vicino, quasi le si fosse  materializzato. Lui spesso la seguiva e la consigliava. Chi era quell’uomo, il suo angelo custode?  No. Aveva solo otto anni e non riusciva a spiegarlo, ma sapeva che quelle strane sensazioni che la prendevano non appena lo pensava o vedeva, non potevano riguardare un angelo custode.
    Elisa divenne adolescente e quando un amichetto la corteggiava e fingendosi indifferente le cingeva le spalle, immediatamente si voltava per cercare il suo Ercole e chiedergli il parere. Lui non si faceva attendere, dolcemente le sorrideva e le accennava di no col capo. Aveva ragione. Nessuno poteva competergli.
    Non raccontò mai a nessuno di quelle strane esperienze. Non sarebbe stata creduta o l’avrebbero scambiata per pazza e derisa. D’altronde ne era anche gelosa. Le voleva tutte per sé, intonse nella loro sacralità.
    Passò ancora il tempo ed Elisa incontrò diversi ragazzi. Ci si divertiva, scherzava, senza che nessuno mai riuscisse a toccarle il cuore. Chi poteva reggere il confronto con il suo Ercole, unica e preziosa pietra di paragone?
    Divenuta una giovane donna, si ritrovò sola. Alcune delle sue amiche erano fidanzate, altre sposate.

    - Possibile che non ci sia nessuno che ti piaccia? - le diceva sua madre.
    - Lasciala stare. Prima o poi, anche lei incontrerà la sua anima gemella, - aggiungeva suo padre.

    Ma lei l’aveva già incontrata la sua anima gemella, anche se nessuno la vedeva. Nel suo mondo segreto, non c’erano ostacoli di sorta: né di anni, né di ceto. Nel suo mondo segreto, tutto andava come desiderava.
    Un giorno accadde che incontrò Paolo. Lei aveva 25 anni, lui quattro di più. Per la prima volta riuscì a provare interesse per un altro che non fosse LUI, e LUI in quel periodo non lo rivide più.
    Paolo la chiese in moglie. Lei, senza interpellare nessuno, accettò.
    Nel giorno del matrimonio Elisa era raggiante e più bella del suo abito da sposa. La chiesa gremita da parenti ed amici.

    - Vuoi tu Elisa prendere in sposo Paolo… - le domandò il sacerdote.

    Paolo la guardava estasiato ed emozionato.
    Anche lei lo fissava, con troppa insistenza per essere una risposta alle stesse emozioni, tanto che il sacerdote ripeté la domanda tra il brusio della gente circostante.

    La ragazza si sentiva come ipnotizzata. Un grande calore la pervase, mentre il suo Ercole le si materializzò accanto. Forse avrebbe nuovamente detto no col capo e lei se ne sarebbe andata lasciando tutti a bocca aperta per fuggire via chissà dove e per sempre.
    Ma il miracolo accadde. L’immagine di LUI si poggiò su quella di Paolo, trasfigurandolo.

    - Sì, lo voglio, - rispose Elisa. L’aria che sembrava sospesa si liberò, togliendo un peso a tutti i presenti.

    Poco dopo il matrimonio vennero i figli e con loro il silenzio di quelle antiche emozioni. Lei, tuttavia, ne fu sollevata. Comprese come la follia l’avesse pervasa per tanti anni, staccandola dalla realtà.
    Finché il nuovo castello costruito non crollò come quello di carte.
    Su di un giornale lesse della morte di LUI avvenuta il 1° Maggio del 2000, esattamente un mese prima.
    Descrivere il delirio di dolore che la donna provò è impossibile. Il suo consueto dinamismo svanì e si lasciò andare.

    - Depressione, - sentenziò il medico. - Tipica in una donna che si avvicina ai cinquant’anni.

    Da quel periodo in poi le sue visioni ricominciarono. Di ciò lei era consapevole, ma ne aveva bisogno per continuare a vivere. Ora, però, non erano il frutto della sua mente. Qualcosa di più… oggettivo, pur non appartenendo a questo mondo. LUI pareva leggerle il pensiero e conoscere il segreto del tempo.

    - So quanto di te mi hai donato, nemmeno Dio può amare tanto, - le disse.

    Può uno spirito amare come carne? Ad Elisa successe. Proprio accanto al marito dormiente.

    - Due anni. Tra due anni ti verrò a prendere e ti porterò via.

    Fu l’ultima frase di LUI. Era una fredda notte d’ottobre del 2000.
    In seguito Elisa si ammalò gravemente e due anni dopo lui mantenne la promessa. Ritornò per portarsela via.
    La donna prima si voltò. Vide suo marito piangere e adagiarle le mani sul petto ormai senza respiro.
    Evidentemente non sapeva che quel corpo era per lei come un vestito smesso. Né che ora si sentiva felice.
    Ercole la esortò a seguirlo e le tese una mano. Lei gliela strinse ed insieme, varcarono la porta del tempo.

     
  • 05 luglio 2007
    Fiore di luna

    Come comincia: Carla si stava preparando. Era l’ora di andare incontro a Barbara, sua figlia, che usciva dal dopo scuola. In quel periodo invernale, le giornate abbrunivano presto e lei non se la sentiva di lasciarla sola. In fondo aveva solo 14 anni. Un’età balorda, dove non si è ancora né carne, né pesce. Per non urtare il suo amor proprio e non intaccarne l’autostima,  aveva addotto la scusa che il rientro a casa sarebbe stato occasione per fare un po’ di spesa.
    Carla era un’abitudinaria: il solito percorso ed i soliti negozi. Si sentiva più tranquilla se poteva agire e muoversi in un’area famigliare.

     

    - Barbara, che ne dici se stasera cucinassi delle braciole ai ferri con contorno di patatine fritte?
    - Oh mamma, direi che sarebbe proprio una buona idea. Con questo frizzantino!
    -  Allora andiamo da Gino.

    Le due donne si incamminarono sorridenti per i consueti vicoli, parlando del più e del meno. Entrambe di bell’aspetto e longilinee, ad un’occhiata affrettata potevano essere scambiate per sorelle. Barbara, vestita con pantaloni a vita bassa cadenti e con un giubbino scuro di pelle imbottita, aveva i capelli piuttosto corti, di un castano chiaro striato di colpi di luce ed un volto delicato, su cui spiccavano due bellissimi occhi verdi. Sua madre ne era molto orgogliosa, assomigliava tutta al padre.
    Carla sapeva di essere stata attraente, ma ora pensava che quell’attributo non la riguardasse più, o meglio che questo riguardasse solo sua figlia. Era piuttosto curata, ma tendeva a coprire le sue forme usando abiti  di foggia eccessivamente sobria. Eppure era ancora giovane,  con i suoi quasi 40 anni, il volto poco segnato e dai lineamenti sottili, gli occhi nocciola e  i bellissimi capelli di un castano dorato che teneva spesso raccolti.
    Quando si trovarono davanti all’insegna del loro negozio di fiducia e lo videro chiuso per inventario, rimasero deluse, ma Barbara prontamente propose:

    - Mamma, che ne diresti di dare un un’occhiata più avanti, da quello nuovo. Mi pare si chiami “Torrini shopping”. Anche lì ci deve essere un po’ di tutto, compreso il banco carni. Passando altre volte ho notato che ha molta scelta.
    Carla la guardò ed annuì.

    Il negozio presentava un reparto con svariati prodotti  da supermercato e un altro  con due enormi banchi destinati  alla salumeria e alle carni. Come da Gino. Solo con spazi  più ampi, strutturati con una concezione più moderna ed un po’ meno affollati.  Al banco carni stava un signore di mezza età con dei buffi baffetti e l’espressione bonaria.

    - In che posso servirvi? - disse guardando alternativamente le due donne.
    - Vorremmo  delle braciole di maiale, - rispose Carla mentre Barbara si guardava insistentemente intorno.
    - Bene , gliele vado a prendere. Se ha un attimo di pazienza, le faccio preparare perché sono da tagliare. - E si diresse nel retrobottega.

    Carla osservò Barbara che continuava a guardarsi intorno.
    - Ma che hai? Se ti interessa qualcosa, dimmelo che la compriamo.
    - No, no.
    Un’altra signora si avvicinò al banco. Ancora un attimo d’attesa e il negoziante si ripresentò, seguito da un tizio che reggeva un vassoio con una risma di braciole da tagliare.

    - Signora, la servirà Mirko, - disse l’uomo dai baffetti,  facendo cenno al nuovo venuto, mentre lui andò ad occuparsi dell’altra cliente.

    Mirko le guardò stiracchiando un sorriso. Era un giovanotto alto ed atletico, che doveva avere poco più di trent’anni. In pieno inverno indossava un maglietta attillata a maniche corte, che ne evidenziava la muscolatura.
    Aveva i capelli chiari, molto curati e di una giusta lunghezza, con un ciuffo che gli faceva capolino sulla fronte e che lui ogni tanto per vezzo,  si tirava indietro con il dorso della mano.

    - Quante glie ne servono? - domandò rivolgendosi a Carla e piantandole addosso due intensi occhi grigi. La donna fu colta da un breve e inconsueto imbarazzo.
    - Me ne dia tre. Va bene? - aggiunse poi rivolgendosi alla figlia, che non l’accusò, intenta com’era ad osservare il giovane.

    Lui incominciò a posizionare la carne e a tagliarla lentamente con una ritualità che calamitava l’attenzione di madre e figlia.
    Le sue mani erano grandi e forti. Dalle braccia nude  si intravedevano le vene pulsanti scolpite sui muscoli marmorei. 
    Prese le bistecche e le pesò.

    - Desidera altro? - domandò sempre rivolto a Carla, con un’intonazione che la infastidì.
    - No, grazie.

    Le due donne si diressero alla cassa e attesero il loro turno. Barbara  non faceva che girarsi verso il banco carni.

    - Ma che hai da voltarti continuamente? - le domandò sua madre.
    - Hai visto che bel ragazzo?
    - Chi? -  le rispose stupidamente con falsa indifferenza,
    - Ma Mirko, no?
    - Sssss! - le sibilò Carla vergognandosi. Temeva che il tono un po’ più forte della figlia avesse attirato l’attenzione generale.
    - Mamma, sei proprio preistorica. Ti imbarazzi ancora per nulla. Che male c’è se dico che uno è bello.
    - C’è che è sconveniente in certe occasioni e specialmente per una ragazzina della tua età.

    In quel momento in lontananza riapparve la figura del ragazzo. Stava sistemando alcuni prodotti nelle scaffalature e ogni tanto guardava dalla loro parte.
    Istintivamente, Carla si voltò indietro.  Forse … c’era qualcun altro che aveva destato il suo interesse… Ma loro, erano le ultime della fila.  Guardò sua figlia. – Sta a vedere che vuol fare il galletto con lei…- pensò.  Barbara, però, la precedette lasciandola attonita con una domanda:

    - Mamma, hai visto come ti fissa Mirko? 
    - Che stupidate stai dicendo. Caso mai guarderà te, o a caso, tanto per fare. Piuttosto, tu non me la conti giusta signorina.
    - Che vuoi dire? -  chiese Barbara con un sorrisino, tenendo gli occhi bassi.
    - Se ti conosco bene come credo… Ho l’impressione che non sia la prima volta che tu vedi quel giovane. Voglio dire che tu sapevi benissimo che lavorava qui  e mi hai convinta a venirci a comprare.
    - Non ti posso nascondere nulla, mamma. L’altra volta sono passata di qua con alcune compagne e l’abbiamo visto entrare in negozio. Poi ancora altre volte e da informazioni si è saputo che ci lavorava. Non potevamo evitare di accorgerci di quanto fosse  “bono”… Lui deve averlo capito e ci ha fatto dei complimenti. .
    - Barbara! Ti prego, evitami questi discorsi.
    - Ma che male c’è?
    - Ho detto basta.
    - Non trovi che assomiglia un po’ a Bon Jovi?
    - E chi è?
    - Ma come, non ti ricordi quella canzone… “it’s my life”, che ti piaceva tanto?
    - Ah, già.

    La donna si ricordò. Così fissò il ragazzo d’istinto.
    Anche in quel momento Mirko  la guardava, quasi intuisse di cosa stessero parlando,.

    - Ma come si permette, chi si crede di essere, - pensò Carla, diventando paonazza per l’irritazione che quello sfacciato le procurava.
    Come stabilito, quella sera a casa si cucinarono le braciole, per giunta molto tenere e gustose. Dopodiché Carla rassettò la cucina e lavò i piatti. Sua figlia si isolò ad ascoltare musica e suo marito s’infilò le pantofole piazzandosi davanti al televisore, sintonizzato su uno di quei programmi dibattito dove tutti urlano dicendo le stesse cose.
    Terminate le faccende domestiche lei lo raggiungeva. Ma quella sera non ne ebbe voglia. Si sentiva particolarmente stanca e desiderava solo andarsene a letto. Prima si assicurò che Barbara avesse fatto altrettanto…

    La strada era tortuosa , illuminata dalla luna piena. Ai lati del percorso c’erano dei buchi scuri. Erano grotte. Carla si sentiva addosso una strana frenesia. Il cuore le batteva forte ed il respiro a mano a mano che procedeva nel cammino aumentava di intensità. Era diretta verso una meta. Ma quale? Lo sapeva ma non lo ricordava. D’improvviso si trovò Mirko di fronte che le sorrideva  facendole cenno di avvicinarsi. Lei lo assecondò ed insieme si diressero verso una di quelle grotte. Lui la piazzò vicino al muro e le si avvicinò di più. Il riverbero dei raggi lunari li raggiungeva per quel tanto che bastava.
    Le prese entrambe le mani e gliele strinse portandola con le braccia in alto, appoggiate alla parete dell’antro. Quindi iniziò  a baciarle il collo lentamente, alitandole sopra intensi brividi di desiderio. Tanti piccoli baci ancora, in un percorso diretto alle sue labbra. Dolci e teneri,  delicati come una farfalla su di un fiore, per esplodere poi in un godurioso furore non appena le loro bocche eccitate si appiccicarono l’una all’altra, trasmettendosi reciprocamente un vortice di sensazioni che annullavano d’intorno l’esistenza di ogni altra cosa.
    Mirko le sbottonò la camicetta e accarezzò i seni indugiando sui turgidi capezzoli… Lei cominciò a svenire… per risvegliarsi ancora nel pieno dell’eccitazione, sola nella sua camera da letto, con il cuore che le batteva forte e l’eco del televisore acceso. Si alzò  piano perché nessuno accusasse la sua presenza. Timorosa e vergognosa di un sogno di cui non aveva colpa.
    Da quel momento qualcosa in lei cambiò. Inutilmente cercava di dimenticare le sensazioni di quell’incredibile notte. L’immagine di Mirko le visitava la mente suo malgrado.
    L’irritazione iniziale provata nei suoi confronti si tramutò  in qualcosa di più forte ed inspiegabile, che non poteva accettare, cominciando a dubitare della sua stessa ragione. Non era possibile che un sogno le avesse scombinato così i sensi. Era sesso. Nulla di più. Un forte, incontenibile desiderio  sessuale, che l’aveva colta e le proiettava le visceri verso un unico oggetto di desiderio: Mirko.
    Incominciò così a ricordarsi della sua femminilità, a guardarsi allo specchio come ormai non faceva più da anni e a comprarsi qualche capo più moderno ed attillato.
    Suo marito continuò a vedersi i soliti programmi e non se ne accorse. Sua figlia, invece, le fece i complimenti.

    - Come sei bella, mamma! Sembri più giovane, hai le stelle negli occhi.
    Era trascorsa una settimana da quando con sua figlia aveva incontrato per la prima volta Mirko e lo stesso tempo da quel sogno.
    Nei giorni che seguirono passò diverse volte davanti al “Torrini shopping” senza trovare il coraggio di entrare, resistendo alle insistenze della figlia e a quelle dei suoi istinti. Quando si convinse che non lo avrebbe rivisto più,  si accorse che lui la spiava da dietro le vetrate del negozio e ciò le procurò un brivido di piacere, che non fu sufficiente però a farle cambiare idea.
    Solo rifacendo lo stesso sogno e riprovando le medesime emozioni, comprese che non doveva comportarsi come una collegiale di altri tempi e che al di là di tutto, doveva mettersi alla prova affrontando da persona consapevole e matura la realtà.

    Ritornò con Barbara da  Torrini. Faticava a trattenere l’agitazione.
    Si sentiva tra due fuochi. Provava un senso di colpa nei confronti della figlia, poiché attratta dallo stesso soggetto, e si vergognava con Mirko,  vivendo quei sogni  come una realtà.
    Andarono al banco per acquistare del prosciutto, e vi si attardarono, C’era parecchia gente. Prestavano servizio diversi dipendenti. Ma di Mirko nemmeno l’ombra. Stavano per andarsene, quando lo videro spuntare insieme a tutta la sua sensualità. Carla sperava che la visione reale la lasciasse indifferente, o che almeno la deludesse. Niente di tutto questo. Il tuffo al cuore, l’intensità della sua emozione, erano simili a quelle provate in sogno.
    Lui le si avvicinò e la guardò penetrandola con i suoi incredibili occhi grigi. Solo un cenno col capo, senza dire nulla. Ma era come se le avesse letto l’anima.  La figlia che assistette alla scena, guardò sua madre con un muto rimprovero. Nessuna delle due la commentò in seguito. Barbara, però, non volle più entrare in quel negozio.
    Passarono un paio di settimane. Carla stava andando incontro alla figlia che usciva da scuola. Lo stesso percorso. La stessa ora. Gli stessi negozi che le sfilavano a fianco.

    Il ricordo di quella “insolita esperienza” stava sfumando e tutto cominciava a riprendere il consueto tran tran.
    Carla ne era sollevata. Meglio la noia e l’abitudine, piuttosto che un’esistenza fatta di  pene d’amore. Troppa ansia, troppa intensità di sentimenti per il suo spirito ormai assestato.
    Quella sera, la luna era alta in cielo. Il suo occhio giallo sembrava vigilare su ogni luogo. Doveva sentirsi tranquilla, ma una strana inquietitudine la perquisiva. Si voltò. Aveva la sensazione di essere seguita.  Non vedendo nessuno si tranquillizzò.
    Fu un attimo. Repentinamente qualcuno le piombò da dietro la schiena. Si sentì avvinghiare alla vita e sollevare da terra mentre una mano le tappava la bocca.
    Si ritrovò insieme a quel qualcuno nell’antro di un vicolo abbandonato.
    Il suo terrore durò poco. Due occhi grigi bramati e conosciuti la stavano fissando. Si trattava di Mirko.

    - Zitta. Stai zitta, - Le sibilò tra i denti. - Ora ti tolgo la mano dalla bocca, ma attenta a non urlare.

    Lei annuì con le ciglia e lui mantenne la promessa. Le mani dell’uomo, però, le trattenevano le braccia  per impedirle di fuggire.
    Un attimo di silenzio, e poi lui continuò sussurrandole con voce calda:

    - Ti voglio, devi essere mia almeno per una volta.

    Improvvisamente, le infilò una mano tra le gambe. In fondo, arrivando a toccarla nella sua parte più intima per  accarezzarla delicatamente. La tolse. Se la portò vicino alla  bocca e inspirando profondamente la leccò, guardando la donna intensamente.

    A quel gesto, il primitivo senso di paura di Carla si trasformò in una sensazione di folle piacere e  incominciò a fremere di godimento. Mirko, non attese oltre ed incominciò a baciarla convulsamente: sul collo, sul volto e sulla bocca dove i due bevvero più volte da entrambi, assetati di piacere.
    Le sbottonò la camicetta accarezzandole e  baciandole i seni.  Poi i suoi baci si diressero altrove,  nella parte più segreta di una donna.
    Nell’antro di quel vicolo oscuro e dimenticato i due consumarono un amplesso di folle desiderio e lei dopo tanto tempo si sentì nuovamente bella e desiderabile.
    Profumata di desiderio, profumata come un fiore appena sbocciato sotto l’ovattato riverbero lunare.
    In quei momenti Carla si era scrollata di dosso ogni orpello, ogni problema, ogni dovere. Il mondo non aveva avuto più confini , se non quello dei loro corpi.
    Quando finirono e si ricomposero, lui le accarezzò il volto.

    - Ti ho desiderato troppo, per non prenderti. Eri un ossessione, nei miei pensieri, nei miei sogni. Dovevo farlo, a qualunque costo. So che per noi non ci sarà futuro, ma ciò che è stato lo serberò qui dentro, – le disse toccandosi il petto. - Ricorderò ogni parte di te in segreto.
    Gli occhi della donna si inumidirono:

    - Anche a me è successa la stessa inspiegabile cosa. Addio.

    Solo quando si trovò sulla strada di casa, Carla si ricordò di aver mancato all’appuntamento con sua figlia. Ormai era tardi. Barbara doveva essere rientrata. Che scusa poteva inventarle?

    - Mamma, ma dove diavolo sei stata? Ero in pensiero.
    - Scusa, ma ho …avuto un contrattempo.
    - Che ti è successo? - le domandò la ragazza osservandola meglio. Hai un aspetto strano, disordinato.
    - Sono scivolata, - rispose di getto Carla.
    - Mio Dio!
    - Non ti preoccupare, sono passata dalla farmacia. Ma è stato solo uno spavento. Nulla di male. Ora vado a preparare la cena.

    Barbara andò a piazzarsi davanti al televisore e iniziò a fare zapping col telecomando. D’un tratto chiamò:

    - Mamma, mamma! Vieni a vedere.

    La donna mollò tutto. Si precipitò da sua figlia domandandole concitata:

    - Che c’è, che succede?

    La trovò sorridente e rilassata.

    - Guarda, quello è Bon Jovi. Quel cantante che ti dicevo. Senti. Sta cantando la tua canzone preferita. E le alzò il volume.
    Carla guardò ed ascoltò credendo per un attimo di morire.
    - Non dici niente?
    - Non ho nulla da dire.
    - Non assomiglia a Mirko?
    - No. Mirko è unico, - pensò. - Ora lasciami andare a preparare.
    Mentre ritornava in cucina , si fece forza e ricacciò indietro il magone che le stava salendo in gola.
    Passarono dei giorni, durante i quali Carla decise che forse non era il caso di andare incontro a sua figlia. Era in grado di cavarsela benissimo da sola. Comunque, meglio di lei.
    Una sera rincasando,  Barbara ancora prima di posare lo zaino la investì con un fiume di parole:

    - La sai la novità?
    - Quale?
    - Mirko.
    - Mirko cosa?
    - E’ partito. Non lavora più lì.

    Carla a quel punto non poté più contenersi.

    - Partito? Perché ? Per dove?

    Sua figlia la guardò con un sorriso malizioso.

    - Calma, calma. Come mai tutto questo interesse? Comunque sarò buona. Si dice che negli ultimi tempi soffrisse delle pene d’amore. Avvinto da un legame impossibile, senza speranza …ha deciso di accettare un’alettante proposta di lavoro in un'altra città. Quale sia questa città, però non so.

    - Sono contenta per lui -  fu il commento secco della donna. - Ora vai a rimettere a posto la tua roba. Ti chiamerò appena  è  pronto.

    Quando ritornò in cucina Carla sentì il bisogno impellente di respirare aria fresca. Aprì la finestra e si affacciò. Dalla sua postazione, collocata in alto, poteva vedere in lontananza le luci del porto. Era tardi, ma meno buio del solito, perché su tutto c’era l’occhio vigile e pieno della luna, che lanciava i suoi bagliori ovattati ovunque. Proprio come quella fatidica sera che l’aveva vista rifiorire dopo tanti anni. Ma era tardi e faceva freddo. Doveva rientrare.