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Recensioni di Maria Teresa Di Sarcina

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  • Questa suggestiva e suadente raccolta di versi, la seconda pubblicata da Enrico Pietrangeli, è un onirico vagabondare tra i pensieri e le idee di un grande autore, definito nella prefazione di S. Ruggeri “… un cantore solitario e onanistico”, “l’allegoria spietata di un Cristo giullare che varia possibili codici di comunicazione per interagire anziché scompaginare un mondo di regole ostiche ed impenetrabili”. Una poesia colta, raffinata, da una lato saldamente ancorata alle poetiche del decadentismo e dell’ermetismo proprie della cultura mitteleuropea tra Ottocento e Novecento, dall’altro espressione di una moderna visione del mondo, in bilico tra apollineo e dionisiaco. Il segreto è nel registro linguistico, talvolta morboso, altrove scarno e tagliente (Lettera a Lubjana; Anoressia mediterranea), ma sempre impreziosito da un lessico ricercato, capace di dipingere con brevi tratti fulminei l’universo del poeta, il quale dona al lettore frammenti d’esistenza, nella condivisione di “pubbliche intimità”.
    Istanbul, Buenos Aires, Trieste, Lubjana: magiche città di confine fanno da sfondo al pensiero del poeta. Santa Sofia, “sconsacrata sapienza divina”, è ritratta egregiamente come punto d’incontro tra islamismo e cristianesimo, dove tra umidi selciati ci s’imbatte in persone tremendamente comuni, silenziose e al tempo stesso sublimi, immortalate con veloci pennellate e icastiche sentenze. Bello il rimpianto per un passato che non è stato, ma che riemerge nel potenziale, in un limbo spazio-temporale dove, tra desiderio e realtà, è racchiuso l’universo del poeta. In Epilogo XXI secolo: ungarettiana, a conclusione della raccolta, Pietrangeli scolpisce serafico la chiave del suo universo: “M’illumino  di provvisorio”.

    [... continua]

  • I bambini ci osservano, e osservano il mondo, anche quando sembra che provino disinteresse. Spesso, come dimostra questo libro-inchiesta di Giovanna Pajetta, gli adulti sottovalutano gli effetti che un’informazione disattenta può avere sui minori.
    Tra gli effetti devastanti dell’attentato alle Torri Gemelle dell’undici settembre 2001 sono da includere i condizionamenti psicologici di tutti coloro che, soprattutto nel mondo occidentale, hanno percepito quel giorno come uno spartiacque tra un prima e un dopo. Interagendo con medici e ricercatori che hanno analizzato i disagi dei minori dal punto di vista clinico, attraverso domande mirate ed osservando i disegni e i racconti dei piccoli, l’autrice racconta le difficoltà che spesso incontrano genitori ed educatori nello spiegare, con linguaggio appropriato, gli orrori dell’attualità, nello specifico la follia del fanatismo religioso e del terrorismo.
    Le ricerche hanno dimostrato che l’inquietudine non ha confini, e che i casi di “disturbo da stress post-traumatico” si verificano anche in luoghi geograficamente distanti dai paesi direttamente coinvolti; tale fenomeno è imputato alle modalità di comunicazione. Emerge inquietante il ruolo dei mass-media sulla percezione di tali eventi da parte dei più piccoli: come accade spesso in Italia, la televisione non risparmia dettagli macabri e filmati che in altri paesi sono giustamente censurati, interponendo un filtro tra la realtà che irrompe attraverso i notiziari e il mondo dell’infanzia, sempre più minacciato. Sull’atteggiamento passivo vince sicuramente il dialogo; rassicurare i bambini di fronte alle loro paure e spiegare loro la realtà col linguaggio appropriato è determinante per evitare il formarsi di ansie e fobie.

     

    [... continua]

  • Non è semplice comunicare l’anima attraverso le pagine di un libro; Cristina Bove ci riesce con la semplicità che contraddistingue i suoi versi, profumati di vita e freschi come l’aria del mattino. Nelle sue poesie, dense di serena consapevolezza, si percepisce un riferimento agli aspetti drammatici ed alle difficoltà personali, quasi sempre discreto, velato, talvolta palese, come nella struggente “A mia madre”.  Nella variopinta girandola di emozioni che trae origine dal suo cuore c’è un pensiero per tutti, figli, amici, sconosciuti, luoghi reali ed angoli della mente. Il vissuto della poetessa diventa quindi paradigma delle umane sorti e chiave di lettura dei suoi versi, un continuo alternarsi tra meditazione ed evasione, giorno e notte, passato, presente e futuro. Sia nelle liriche più intimistiche, che nei componimenti corali, traspaiono comunque grande ottimismo, attitudine alla condivisione e saggezza nel cogliere l’attimo e  lasciare il segno, qualità che solo gli spiriti autentici possiedono.

    [... continua]

  • L’essere umano e lo sviluppo della personalità, la natura, l’universo, la conoscenza. Adottando il modello letterario del dialogo filosofico, Cristina Tarabella affronta i grandi interrogativi della vita, attraverso le voci dell’allievo e del suo maestro. Nel racconto del primo percepiamo tutto lo stupore ed i timori di chi si affaccia sul mondo e sente forte il bisogno di una guida, di un modello. Nel maestro, spirito di saggezza, ritroviamo la tenerezza e la maturità che rendono indimenticabili i rapporti umani all’interno del mondo della formazione, e che dovrebbero ispirare qualsiasi relazione tra persone di età diverse.

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  • “Ho comprato un piccolo dolore/ per farlo crescere in me./ Scrivo lunghe vite per chi ha il fiato corto/ e chiude gli occhi prima della fine”. Comincia con questi versi Il sorriso dei giorni migliori, una delle più belle poesie di questa raccolta.
    Roberto Bani ha nella sua penna la tenerezza e lo stupore di chi guarda alla vita come ad un viaggio intimo, al buio, in silenzio. Nelle sue parole c’è tutta la dolcezza e la commozione dei sentimenti, una musica lontana in un sera d’estate, e l’ineluttabilità del discorso poetico, al quale affidare anche gli ultimi istanti: “Ancora mi farò male,/ combattendo tra dolori/ e passioni./ Perdonami se muoio,/ senza disturbare,/ col sorriso dei giorni migliori”.
    Non c’è rabbia nei suoi versi; piuttosto un canto corale, dove ogni cosa è illuminata, ogni passione accennata, ed il pianto sommesso, così, come per non disturbare.
    E nel suo girovagare il poeta guarda anche a sé, e si fa guardare; e lo immagini, a filo del muro, camminare sereno. Come recita la poesia che dà anche il titolo al libro, egli è “... un eroe distratto,/ che non conosce le virtù,/ che perde i pezzi nell’atrio del portone,/ le chiavi di casa delle amanti,/ e le certezze, e i dolori”. Invitante, confessa: “Sono un uomo,/ della lusinga amante,/ che, come fosse musica,/ ascolto e dimentico./ E amo la libertà/ e il voler essere gatto”.
    Pensieri come perle, e soffi, e nuvole: tenete questo piccolo libro prezioso, come la luce di una candela, accanto ai vostri sogni.

    [... continua]

  • L’opera di Claudio Pagelli è una luminosa ed icastica teogonia del verbo. È vento e fuoco, pura carne, puro sangue.
    La raccolta di testi, con prefazione di Fabiano Alborghetti, è suddivisa in tre sezioni, vere e proprie cantiche di un poema linguistico. Protagonista assoluta è la parola, della quale il poeta-vate narra la partenogenesi dal caos primordiale del pensiero indistinto (“Qui dove tutto è metafora/ si replica nel sangue/ il mantra del magma”).
    L’approccio alla conoscenza, intesa come esperienza intellettuale, è paragonabile ad un’eruzione vulcanica, dove lettere, suoni, elementi naturali si scontrano violentemente, generando vita nuova. Il verbo è sparso, spora vagante, magnetismo che si erge dalle ceneri; la collimazione, un mistero insondabile, si concretizza nella fisicità della meta (“La parola grida, stride fra i denti dell’uomo”). L’atmosfera erratica riecheggia nei richiami ad Ulisse, eroe vagante per eccellenza, simbolo delle infinite potenzialità della mente umana (“ È un lungo respiro/ questo viaggio terreno/ dove nulla è scritto/ come un cielo di rena”).
    Nell’atto di irrorare la terra, la parola, non più un mare in tempesta, ma acqua limpida e cristallina, diventa verità, forma definita che sostanzia le idee, sangue prezioso che nutre e concima (“Io ti porto l’oro buono, amico/l’oro profondo che non ha peso né spazio”). Ma il poeta ammonisce il lettore a non lasciarsi fuorviare da un’apparente semplicità, poiché “la limpidezza è un mistero sottovalutato”, ed a colui che si affaccia al mondo, ancora inesperto, rammenta: “La tua lingua non sa il bacio dell’ortica,/ la spina di rovi dove sibila la serpe”.
    Il linguaggio è colto, sapiente, aulico; il verbo è sèma elargito all’uomo, inteso come essere pensante, che alfine si interroga sulle sue potenzialità, sulla capacità di arrivare ad esprimere l’anima del mondo. La poesia, nella sua missione ultima, diviene la penna con cui l’uomo affronta  l’universo della conoscenza.

    [... continua]

  • “Il sogno inverso di Tito Biamonti” non è solo un bellissimo ed insolito libro sulla resistenza partigiana. Le vicende dei tre protagonisti, intrecciate da un mirabile gioco di rimandi e coincidenze, scorrono parallele in un preciso arco crolonogico divenendo paradigma di realtà, e ritraendo l’esistenza umana con tutte le sue luci e le sue ombre.
    Il lettore è invitato ad una mensa imbandita di ricordi, quelli dell’Autore/Io narrante, legati ad un’infanzia post-bellica ed attraversati dalla presenza di un uomo particolare, Italo Zanotti detto “Tito”. Protagonista della resistenza antifascista, personaggio controverso le cui vicende sono ricostruite grazie ad un accurato studio documentale ben lontano dall’eroismo retorico e della ricostruzione agiografica, Tito rimarrà partigiano in tutta la sua vita, anche quando la fine della guerra gli imporrà la conversione ad uno stile di vita irregimentato. Vedendolo arrivare assieme al padre in moto un giorno della sua infanzia, Riva lo descrive così: “Aveva un giubbotto nero come quello  in uso ai piloti dell’aeroplano (...) Il giaccone di cuoio - forse il medesimo che aveva vestito nella guerra partigiana - analogo a quello indossato da Marlon Brando in uno dei suoi primi selvaggi film sui centauri motociclisti”.
    Resta da svelare la misteriosa identità del terzo protagonista, Giovanni Federico Biamonti, partigiano-scrittore. Se da un lato l’autore ne descrive accuratamente certi aspetti della vita - l’ambiente familiare, la partecipazione alla resistenza, le scelte di vita fatte all’indomani del conflitto, la malattia invalidante, l’amore incondizionato per la scrittura - dall’altro ne sottace il vero nome, quasi a voler proteggere il carattere schivo e riservato dell’uomo, che non gli ha  certo impedito di scrivere una delle più belle pagine di Storia della Resistenza Partigiana.
    Il vero scrittore, di cui Biamonti rappresenta l’alter ego, alla delusione della propria madre per non aver terminato gli studi universitari, pare che così abbia replicato un giorno: “La mia laurea me la porteranno a casa, sarà il mio primo libro pubblicato”.

    [... continua]

  • La lettura delle Avventure di Pinocchio- Storia di un burattino di Collodi è stata, e continua ad essere, una delle tappe più significative nella formazione di intere generazioni. La storia del burattino discolo, che dopo una serie infinita di disavventure e peripezie riesce finalmente a trasformarsi meritoriamente in un bambino, ha da sempre appassionato e per certi versi intimorito i piccoli lettori, ai quali essa non manca di fungere da monito contro la malvagità e le cattive compagnie, cause di allontanamento dalla strada del bene.
    Al di là dei meriti letterari e del valore socio-pedagogico dell’opera, che si palesano facilmente anche al vasto pubblico, esiste un livello più profondo di interpretazione, un sottobosco di simbologie e significati che si colgono solo attraverso una lettura critica filologica e semantica, affiancata dall’applicazione delle moderne teorie psicanalitiche.
    È proprio dall’analisi di questo subconscio dell’opera letteraria che scaturisce il saggio di Rita Mascialino, paragonabile ad uno scavo archeologico all’interno del lavoro di Collodi, in quanto l’autrice, pienamente consapevole della natura poliedrica che può caratterizzare l’atto dello scrivere, guida il lettore attraverso la stratigrafia del testo, con assoluto rigore analitico e chiarezza espositiva.
    Nei ventiquattro brevi capitoli nei quali è suddiviso il saggio, di agile lettura e sintetica consequenzialità, i personaggi sono presentati sotto una nuova luce, o, per meglio dire, con tutte le loro ombre, quali si celano dietro gli stessi nomi, la caratterizzazione, le ambientazioni e le atmosfere. Ecco allora che emergono il disagio, la solitudine di un burattino pensante e di un bambino di legno, il suo essere manipolato da adulti senza scrupoli e puntualmente abbandonato a se stesso; ecco che il lettore si affianca al protagonista, con una certa dose di immedesimazione, nel suo percorso catartico, fatto di progressi e di passi indietro, facili tentazioni e difficili soluzioni, atti di ignavia e di coraggio.
    La fiaba diventa così una metafora della vita, al contempo tragedia individuale e corale, giacché nel descrivere la tecnica narrativa di Collodi l’autrice dipana i fili dell’umana esistenza, il più delle volte tutt’altro che una favola a lieto fine. Nelle affermazioni pronunciate dai personaggi ed evidenziate con grande perizia nella loro lapidaria significatività, è possibile cogliere la profonda essenza degli aspetti più oscuri dell’animo umano, che generano nel lettore accorto un senso di estremo turbamento, suscitando reazioni di grande impatto emotivo e morale.

    [... continua]