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Poesie di Mariacarmela Ribecco

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Mariacarmela Ribecco

  • 14 marzo 2012 alle ore 0:33
    Mi chiamo Taraneh

    Rovente, matura, Tehran si risveglia assetata,
    rabbiosa, riflessa nei miei passi del mattino.
    La città ribelle ha frantumato il potere
    ma non salva, non inveisce, non ferma la mattanza.
    In gabbia lo spirito si innalza implorando coraggio
    ma i giovani tremano, illuminati dalla ragione.
    Le bolle di ossigeno raggiungono il cielo,
    lo fanno frettolosamente, sfuggono al controllo
    e svuotano polmoni colmi di speranza.
    Trascinata negli abissi della violenza
    mi dimeno, sto impazzendo, non respiro.
    Mi chiamo Taraneh ... e sono già morta dentro.
    Nelle ferite si è dissolta la gioia di una donna,
    tra i respiri brutali resta esanime la vergogna,
    le notti prive di quiete hanno avvelenato le farfalle
    e tra le ceneri l'identità di una ragazza si spegne.
    Mi chiamo Taraneh Mousavi ... e sono già polvere lontana.

  • 20 settembre 2010
    Mes enfants

    I piedini sono scalzi nel fango
    tra pozzanghere di respiri invisibili.
    Le notti di primavera sono gelide
    e la landa giardino di boccioli opachi.
    Il mio bimbo ha fame, mi abbraccia, mi stringe
    … poi chiude gli occhi sulle gambe calde.
    L’acqua è torbida tra le case di burro,
    lontano, fuori da Phnom Penh.
    La pentola è vuota, attendo il miraggio, mi chino
    … asciugo le guance umide e lo accarezzo.
    Si disperdono le piccole, grandi anime
    consumate, disprezzate, vendute per le strade.
    Il pancino brontola, lo stringo a me
    … vorrei spegnere il risveglio amaro.
    Torna la sete del padrone estinto,
    l’ombra pungente delle cicatrici
    e una canzone rivoluzionaria per gli innocenti.
    Domani la Cambogia svezzerà gli eletti,
    domani le madri non smetteranno di piangere dentro
    … non smetteranno di piangere fuori.

     

    La Cambogia e le tante anime dimenticate

     

    Molti sono i nuclei famigliari allontanati dalle case in cui vivono a Phnom Penh. Un governo corrotto permette ai costruttori di edificare e costringe le famiglie allo sfratto, ad essere confinate in periferia. Luoghi dove manca acqua potabile e servizi sanitari. Un bimbo gioca in una pozzanghera. Sua madre lo osserva, lo accarezza, lo strige a se. Il suo amore lo scalderà nel cuore ma domani chi lo salverà da un futuro così fragile e corrotto?

  • 01 febbraio 2010
    Il viaggio di Aisha

    La paura striscia lentamente, si cela
    accostata ad un adolescente fragile.
    Così inizia il mio viaggio, la mia fine
    ... da angelo spoglio di speranze.
    Le mani si sfregano nervosamente
    tra le certezze di un’umanità dissolta.
    Le gambe tremano, si scagliano,
    inseguono un varco tra gli sguardi.
    La polvere si rialza tra i carnefici
    e raggiunge in fretta il cielo.
    Una corda stringe i polsi, poi le caviglie.
    Urlo la pietà al vento, alla ragione,
    al terreno che mi divora nell’ombra.
    Cede lentamente la sete di giustizia.
    Ne perdo il calore, l’immagine è sfocata.
    Nella rabbia di mio padre... mi accascio.
    Manca il respiro, l’agonia germoglia,
    il cuore batte in un corpo debole,
    la bimba si allontana dalla realtà
    e sogna ancora nel fremito.
    Aisha è rinata, si risveglia, sorride
    ... nel silenzio di una nuova vita.


    Opera dedicata a Aisha Ibrahim Duhulow


    Somalia. Aisha aveva solo 13 anni. E' stata uccisa lunedì 27 ottobre 2008  da un gruppo di 50 uomini che l’ha lapidata a morte all’interno di uno stadio della città meridionale di Chisimaio. Era stata stuprata da tre uomini e si era rivolta ai miliziani di “al Shabab” per ottenere giustizia. La sua denuncia aveva ottenuto come risultato l’arresto, l’accusa di adulterio e la lapidazione. Nessuno dei tre stupratori è stato arrestato.

  • 01 febbraio 2010
    I colori di Delara

    Le immagini scorrono in un disegno,
    sono le felicità nascoste di una donna in gabbia,
    i brandelli persi nel vento caldo
    che sfiorano i resti di una gioia in polvere.
    Si svuota la piazza di una donna assente
    per la condanna, un castigo in corpo.
    Delara, l’illusione svuotata dal tempo,
    bruciata dalla follia… costante, pungente.
    Il capo è chino su un foglio bianco
    “Spero che i colori mi restituiscano alla vita”.
    Tutto tace all’alba, il telefono che squilla
    “Stanno per impiccarmi adesso,
    per favore aiutatemi, ditegli di non farlo!”
    mentre il patibolo scalfisce il perdono
    e il volto non accoglie più speranze.
    Si perde l’ultimo respiro
    … è il male che osserva tra le ombre.
    Una mano accarezza la pelle ancora calda
    … è la disperazione di una capinera.
    I piedi si muovono nel vento, sospesi
    … senza toccare più terra
    … senza toccare più vita.

     

    Opera dedicata a Delara Darabi, pittrice 23enne condannata al patibolo per la complicità in un omicidio commesso nel 2003, quando aveva 17 anni. È stata giustiziata nella prigione di Rasht, in Iran, nella mattina di venerdì 1° maggio 2009.

  • In una culla rosa si schiudono i miraggi
    ed una bimba ne assapora l'ambrosia, l'intensità.
    La rabbia piega le fantasie riposte in un cortile
    sulle altalene mosse dal tepore, dalla quiete.
    Nei ricordi i giochi, le rincorse, i compagni da abbracciare
    ed una promessa, un velo candido sul viso acerbo.
    Le paure si trascinano tra le mura dell'omertà
    e la pietà si logora tra le lenzuola
    che accolgono un angelo tremante,
    disteso sotto ad un uomo violento.
    Nojoud piange, fugge, si dimena
    ... è irraggiungibile, è isolata
    nelle stanze di una sposa bambina.
    Sotto le mani ruvide lo spirito si rialza
    e chiede ascolto alla mia assenza, alla mia cecità.
    Nell'eco il respiro si fa intenso,
    l'orco ne afferra i polsi
    e ne consuma il bocciolo...
    ne inaridisce il domani...
    ne ghermisce l'infanzia...
    Nojoud ha smesso di piangere
    e la piccola sposa non ha più velo
    nello sguardo vivo di una donna in fasce.

    P.S. Nojoud è una bambina Yemenita di circa 8 anni costretta al matrimonio con un uomo di 30 anni. La storia di Nojoud accomuna molte altre bimbe che vivono la stessa realtà in paesi come l'Afghanistan, il Nepal, l'Etiopia, il  Bangladesh, l'India, il Pakistan. I matrimoni precoci sono la conseguenza delle difficili condizioni economiche delle famiglie che vedono nella dote un sostentamento necessario per il proprio nucleo familiare.

  • 28 ottobre 2009
    Enfants sorciers

    La notte cala in fretta a Kinshasa,
    nel quartiere di Matete si accende l'ultimo spiraglio di luce
    e si risveglia un'altra notte di paura.
    Rannicchiato tra i cartoni di un mercato
    non sei il solo, ma il racconto di un'altra piccola anima.
    Un corpicino nascosto nell'ombra,
    stringe, nelle mani gelide, un pezzetto di pane, di vita.
    La calma pungente trattiene un singhiozzo... hai timore.
    Non toccate il piccolo stregone,
    non guardate gli occhi del male,
    non parlate a chi annida la maledizione.
    Il cielo si è schiuso negli sguardi intensi,
    nell'infelicità, nell'ignoranza, nell'apparenza.
    Fanno male, sono sempre lì,
    non smettono di ricordare i mozziconi bruciati sulla pelle.
    Il male respira e ferisce ancora,
    spengono le piccole gioie... le piccole favole di André.
    Poche ore ancora e il sole ti riscalderà
    svezzerà le debolezze, le fragilità annidate nella forza di un innocente.
    Ti allaccerai lo spago ai sandali,
    i pantaloni saranno sempre più stretti e tu scapperai,
    via dalla realtà, lontano dalla follia,
    volerai oltre le pieghe di un dolore.
    Le ombre nel buoi non faranno più paura,
    nascoste nell'angolo di un muro, l'apatia
    e il giocattolo frantumato di un frugoletto.
    Resti solo un piccolo soffio di vita.

  • 28 ottobre 2009
    L’angelo di Belém

    Mani sudice tra le gambe,

     

    lenzuola umide di sudore,
    "chiamami papà" nel respiro affannato

     

    dell'ennesimo uomo disteso su di lei.
    Lei, bimba di periferia,

     

    angelo, tra le bambole di pezza,
    schiava, del prezzo di una vita.

     

    Nella stanza un vecchio comodino,
    il suo viso riflesso in uno specchio

     

    e il desiderio di continuare a vivere
    nel giorno che una donna resta bimba.

     

    Un coniglio bianco insegue i suoi sogni,
    il futuro nascosto dietro la porta di un motel,

     

    l’indifferenza che viola la sua innocenza,
    prende a calci i desideri che custodisce.

     

    Si ferma la notte,
    tra gemiti di realtà e compassione,

     

    resti e sei solo un angelo,
    nel piccolo borgo di Belém.

  • 27 ottobre 2009
    Le sbarre di Abu Ghraib

    “Non esiste divinità all’infuori di Allah”
    replica la mente perseguitata oltre le sbarre
    al figlio di un Dio minore, di un Dio interrotto.
    Attorno al collo la dignità di un uomo soffoca,
    si stringe come un cucciolo in pasto alla pazzia.
    Una donna compiaciuta sorride…
    ha trovato il suo nuovo animale da passeggio.
    Nessuna Salāt, nessuna preghiera per il corpo impuro.
    Le mani, il volto, la testa giacciono dietro le mura
    nel tanfo di un’anima torbida, lontana dal profeta.
    Le braccia tese, il volto coperto, i fili sospesi
    tra le scariche, la tensione e le mani nude,
    disperate, mentre il sangue scivola sull’altare,
    un altare fatto di cartone… sudicio, spoglio.
    Un groviglio di corpi nudi, le paure senza volti,
    morire e poi rinascere ancora
    … in una nuova notte ad Abu Ghraib.
    Il giocattolo in una stanza resta accovacciato,
    le dita scorrono sul pavimento gelido,
    il calore si disperde nella nudità di un giorno,
    la pelle impura mostra le lacerazioni
    e i segni indelebili nella prigione degli orrori.
    L’alba torna su Baghdad,
    le sbarre si spalancano,
    trascinano il mio corpo
    e il giocattolo torna ancora alla parete
    nel silenzio di infinite anime vuote.

  • 29 dicembre 2008
    Falluja

    Le mura cadono, tra me e l’asfalto fatto di paura,
    un uomo urla, tra i fucili che gli attraversano il petto,
    la disperazione cresce, tra la rabbia e l’innocenza
    Nelle braccia gli occhi spenti di mio figlio,
    le sue piccole mani che cercano il mio viso,
    le ferite che straziano l’amore di una madre,
    … lo perdo, avvolto nel calore del mio petto
    mentre il cuore si ferma, nell’ultimo respiro che lo lega a me.
    Il silenzio è inferno con le luci del tramonto,
    il respiro è dolore nel vedere ancora.
    Urlo… alzando le mani al cielo, verso un Dio che non vedrò,
    sopravvivo…  all’odio nelle briciole di vita che mi restano,
    la forza cede… tra gli aerei in volo sul nulla
    nella città che ha smesso di vessare.
    Resto sola, nella notte illuminata dalle bombe,
    resto viva, tra il sangue di chi mi ha amato,
    resto calma, perché la morte mi raggiunga in fretta.
    Gli occhi sono spenti mentre ascolto i passi...
    si avvicinano, mi circondano, mi afferrano...
    ... è l'illusione prima del dolore,
    ... prima di capire,
    ... prima di morire.