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in archivio dal 12 mar 2007

Mario Luzi

1914, Firenze
2005, Firenze
Segni particolari: In occasione del mio novantesimo compleanno sono stato nominato senatore a vita della Repubblica italiana.
Mi descrivo così: Sono stato un poeta e scrittore italiano. Occupo un posto particolare nella famiglia dei cosiddetti ermetici e, insieme a Bigongiari e a Parronchi, si può dire che costituisco il culmine dell' "ermetismo fiorentino".

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  • 01 agosto 2011 alle ore 18:10
    Infrapensieri la notte

    Il sonno, il nero fiume -
    v'immerge la sua tempra
    per il fuoco dell'aurora
    che lo avvamperà, lo spera,
    l'indomani -
                     Sono oscuri
    il turchese ed il carminio
    nei vasi e nelle ciotole,
                                     li prende
    la notte nel suo grembo,
    li accomuna a tutta la materia.
    Saranno - il pensiero lo tortura
    un attimo, lo allarma -
    pronti alla chiamata
    quando ai vetri si presenta
    in avanscoperta l'alba e, dopo,
    quando irrompe
    e sfolgora sotto la navata
    il pieno giorno -
                           hanno
    incerta come lui la sorte
    i colori o il risveglio
    per loro non è in forse,
    la luce non li inganna,
    non li tradisce? E stanno
    nella materia
                                 o sono
    nell'anima i colori? -
                                    divaga
    o entra nel vivo
                          la sua mente
    nella pausa
    della notte che comincia -
                        smarrisce
    e ritrova i filamenti
    dell'arte, della giornata...
                                        Esce
    insieme ai lapislazzuli
    l'oro dal suo forziere, sì,
                                       ma incerto
    il miracolo ritarda,
    la sua trasmutazione
    in luce, in radiosità
    gli sarà data piena? Avrà
    lui grazia sufficiente
    a quella spiritualissima alchimia?
                                   Si addorme,
    s'inabissa,
                    è sciocco,
                                    lo sente,
    quel pensiero, è perfida quell'ansia.
    Chi è lui? Tutto gioca con tutto
    nella universale danza.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 18:08
    Quando mi parli al telefono

    Quando mi parli al telefono
                                         e mi s'aprono
    d'incanto i paradisi
    della vocalità -
                         gli accordi
    e i tocchi d'arpa
                          soffici
    appena subsquillanti
    di quella voce dai precordi sono
    tuoi, sì, ma intanto
    è il calmo pelago
    della muliebrità
                          che entra
    festosamente ruscellando
    nel mattino della stanza
                e mi dilava da me,
                si porta via la mia nascita,
                mi cancella dalla mia morte
    lasciandomi sospeso...
                                      è o non è
    chi? me stesso
    ed il mio ascolto - le dicono da tempo
    i suoi interlocutori
                              uomini o angeli.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 18:06
    Padre dei padri

    Questi erano i patti,
                                 altri
    forse in allegria
                            per pura amicizia
                                                      ovvero
    per un grano
                         ancora celeste
                         di celeste libertà
                         riposto nel cuore
                                                li avevano
                                                               in un tempo
    ancora indiviso
    dall'eternità
                     quei patti
                                   immemorabilmente stretti
    noncuranti di nominarli
    di dirli, di dettarli
                            ed essi come nuvole
                            nel mezzogiorno dei monti
                            riposavano in sé
    così si trasmettevano
                                   così operavano essi di età in età...

    E ora che cosa non sanno, che cosa non ricordano
                                                                         questi che
                                                                         ripetono
    nella loro oscurità di posteri
                                            imprecando
    la lunga traversata del loro esodo -
                                                                  miglia e miglia,
    afa
         e quel nerore
                             su tutta l'affocata linea delle dune,
    sparse ossa
    raffioranti, semisepolti
    rottami
           rosi da sale e ruggine:
                                      testimoni? - Sì, potrebbero
                                      veramente esserlo
                                      testimoni, e non solo morti segni
    che qui furono tutti
    fatti una sola polvere
    i codici, i rescritti
                              e anche quei profondi
    indicibili regolamenti
                          sconciato ogni decalogo
                                                              derisa
                          vecchia e nuova alleanza
                          e il sangue del loro preziosissimo sigillo.
                                                                    Per libidine
    di sangue (li vorrei
    consci di questo):
                              buio sangue
                                                da scolatoio di macelli
                              dove tutto defluisse, tutto si disfacesse.
                                                          Per quella libidine.

    Che cosa non ricordano, che cosa non sanno?
    li stringe il tempo
    fedifrago, li pesta nel mortaio
                                              della sua
                                              sanguinosa nullità
    ma ha
              talvolta
                         ritorni procellosi
                             la mente a se medesima
                                                                  rientri
    atroci
            dalla sua contumacia abominevole...
                                                             E sussultano essi,
    che cosa li rimorde?
                                 c'è oblio o c'è ignoranza
    - e di cosa - in quella spina?
                                             Si dibatte
    contro un'oscura dimenticanza,
    si aguzza e si tortura
    la mente
                 per un'impossibile chiarezza
                                                           e intanto
    li accusa un quid,
                              li incolpa
    un'ignominia
    occulta, un'infedeltà...

    ai patti - quali erano quei numinosi patti?
                                                              Ne portano
    essi solo l'ombra
                             e il cruccio di un tradimento...
    Davvero nessuno parla?
                                        Tace nel silenzio
                                        delle sue lontane rocce
                                        l'antica parleria -
                                                             o il silenzio
                                        è nostro, e non più lacuna,
                                        ora, di parola
                                                            ma annullamento
                                        e cenere da cui tutto risorgerà?

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 18:01
    Fiume da fiume

    Si pasce di sè il fiume, bruca
                                                serpeggiando
    le sue
              quasi essiccate sgorature,
                                                      visita
    le sue
              quasi aride pozzanghere,
    si trascina ai suoi gi… putridi ristagni
    finch‚ poco più oltre
                                       un poco lo confortano
    misteriosi trasudamenti,
    lo irrorano frescure,
    umori, vene
    dal più profondo
    del suo cuore sotterraneo
                                        ed eccolo
    rinasce esso dalle secche,
    ora, si lascia dietro la sassaia
    della sua quasi estinzione
    per il suo nuovo cammino -
                             si muove verso se stesso il fiume,
                             si sposta dentro il suo cangiante bruco
    ed entra, fiume nuovo
    uscito dalle sue ceneri
    nei luoghi dove opera
    la primavera            e non c'è
    fiore né gemma, non c'è ancora
    ma c'è quella radiosa incandescenza
    di luce e opacità nel bianco dell'aria,
    c'è, ed ecco si diffonde, quella trepidante animula
    e quel chiaro sopra la linea degli alberi,
    quel già più festoso scintillamento delle acque.
    C'è tutto "quello". E c'è
                                    lui fiume,
    ne vibra intimamente
    il senso. C'è questo, c'è prodigiosamente.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 17:58
    Vita fedele alla vita

    La città di domenica
    sul tardi
    quando c'è pace
    ma una radio geme
    tra le sue moli cieche
    dalle sue viscere interite

    e a chi va nel crepaccio di una via
    tagliata netta tra le banche arriva
    dolce fino allo spasimo l'umano
    appiattato nelle sue chiaviche e nei suoi ammezzati,

    tregua, sì, eppure
    uno, la fronte sull'asfalto, muore
    tra poca gente stranita
    che indugia e si fa attorno all'infortunio,

    e noi si è qui o per destino o casualmente insieme
    tu ed io, mia compagna di poche ore,
    in questa sfera impazzita
    sotto la spada a doppio filo
    del giudizio o della remissione,

    vita fedele alla vita
    tutto questo che le è cresciuto in seno
    dove va, mi chiedo,
    discende o sale a sbalzi verso il suo principio...

    sebbene non importi, sebbene sia la nostra vita e basta.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 17:54
    Nell'imminenza dei quarant'anni

    Il pensiero m'insegue in questo borgo
    cupo ove corre un vento d'altipiano
    e il tuffo del rondone taglia il filo
    sottile in lontananza dei monti.

    Sono tra poco quarant'anni d'ansia,
    d'uggia, d'ilarità improvvise, rapide
    com'è rapida a marzo la ventata
    che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
    lo strappo a mani tese dai miei cari,
    dai miei luoghi, abitudini di anni
    rotte a un tratto che devo ora comprendere.
    L'albero di dolore scuote i rami...

    Si sollevano gli anni alle mie spalle
    a sciami. Non fu vano, è questa l'opera
    che si compie ciascuno e tutti insieme
    i vivi i morti, penetrare il mondo
    opaco lungo vie chiare e cunicoli
    fitti d'incontri effimeri e di perdite
    o d'amore in amore o in uno solo
    di padre in figlio fino a che sia limpido.

    E detto questo posso incamminarmi
    spedito tra l'eterna compresenza
    del tutto nella vita nella morte,
    sparire nella polvere o nel fuoco
    se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 17:53
    A un compagno

    E la musica ansiosa che bruiva
    nel biondo dell'estate
    ora densa di ruggine risale
    confusa col tuo nome alle colline

    mentre un cielo violato dal ricordo
    mesce nubi con la marea di biade
    instancabile, rotta alle pendici
    dei borghi di Toscana.

    Voci rare feriscono il silenzio
    eterno, ancora accese
    qui dove indugio, anima sulla riva
    del fiume inquieto ferma ad ascoltare.

    Il passante ravviva
    le croci di papaveri votivi
    alle svolte della strada.

    Ed ora che per te
    morire sempre più profondamente,
    per me essere è non dimenticare,

    la forza di quel gesto ci conviene
    usata a ritrovarci,
    a difenderci l'un dall'altro quando
    striscia un vento recondito di morte.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 17:49
    Maturità

    Che fu dietro quei vetri che straziano il silenzio
    e irraggiano nel vuoto lo stupore
    d'un viso che non sente più il suo rosa?
    Attoniti si perdono gli occhi in banchi d'azzurro
    e neppure il tuo pianto si ripete.
    Ondeggia il sicomoro stranamente fedele.

    Gelo, non più che gelo le tristi epifanie
    per le strade stillanti di silenzio
    e d'ambra e i riverberi lontani
    delle pietre tra i bianchi lampi delle fontane.
    Ombra, non più che un'ombra è la mia vita
    per le strade che ingombra il mio ricordo impassibile.

    Equoree primavere di conche abbandonate
    al vento il cui riflesso è solitario
    nel fondo col tuo viso scarduffato!
    Schiava ai piedi di un'ombra, ombra d'un'ombra
    disperdi nel tremore dell'acqua il tuo sorriso.
    Una nuvola oscilla e un incerto paradiso.

    Non più nostro il deserto che ci avvince e ci separa
    nella bocca inarcata dall'oblio,
    non più il dominio audace di pallore
    delle tue braccia al vento dall'alte balaustrate.
    Sguardi deserti, forme senza nome
    nella notte pesante pendula sul tuo cuore.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 17:47
    L'immensità dell'attimo

    Quando tra estreme ombre profonda
    in aperti paesi l'estate
    rapisce il canto agli armenti
    e la memoria dei pastori e ovunque tace
    la segreta alacrità delle specie,
    i nascituri avallano
    nella dolce volontà delle madri
    e preme i rami dei colli e le pianure
    aride il progressivo esser dei frutti.
    Sulla terra accadono senza luogo
    senza perché le indelebili
    verità, in quel soffio ove affondan
    leggere il peso le fronde
    le navi inclinano il fianco
    e l'ansia de' naviganti a strane coste,
    il suono d'ogni voce
    perde sé nel suo grembo, al mare al vento.

     
  • 01 agosto 2011 alle ore 17:44
    Alla vita

    Amici ci aspetta una barca e dondola
    nella luce ove il cielo s'inarca
    e tocca il mare, volano creature pazze ad amare
    il viso d'Iddio caldo di speranza
    in alto in basso cercando
    affetto in ogni occulta distanza
    e piangono: noi siamo in terra
    ma ci potremo un giorno librare
    esilmente piegare sul seno divino
    come rose dai muri nelle strade odorose
    sul bimbo che le chiede senza voce.

    Amici dalla barca si vede il mondo
    e in lui una verità che precede
    intrepida, un sospiro profondo
    dalle foci alle sorgenti;
    la Madonna dagli occhi trasparenti
    scende adagio incontro ai morenti,
    raccoglie il cumulo della vita, i dolori
    le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita.
    Le ragazze alla finestra annerita
    con lo sguardo verso i monti
    non sanno finire d'aspettare l'avvenire.

    Nelle stanze la voce materna
    senza origine, senza profondità s'alterna
    col silenzio della terra, è bella
    e tutto par nato da quella.

     
  • 07 giugno 2011 alle ore 8:13
    Dalla torre

    Questa terra grigia lisciata dal vento nei suoi dossi
    nella sua galoppata verso il mare,
    nella sua ressa d'armento sotto i gioghi
    e i contrafforti dell'interno, vista
    nel capogiro dagli spalti, fila
    luce, fila anni luce misteriosi,
    fila un solo destino in molte guise,
    dice: "guardami, sono la tua stella"
    e in quell'attimo punge più profonda
    il cuore la spina della vita.
    Questa terra toscana brulla e tersa
    dove corre il pensiero di chi resta
    o cresciuto da lei se ne allontana.

    Tutti i miei più che quarant'anni sciamano
    fuori dal loro nido d'ape. Cercano
    qui più che altrove il loro cibo, chiedono
    di noi, di voi murati nella crosta
    di questo corpo luminoso. E seguita,
    seguita a pullulare morte e vita
    tenera e ostile, chiara e inconoscibile.

    Tanto afferra l'occhio da questa torre di vedetta.

     
  • 10 maggio 2011 alle ore 8:15
    Il duro filamento

    “Passa sotto casa nostra qualche volta,
    volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
    Ma non ti soffermare troppo a lungo”.
    La voce di colei che come serva fedele
    chiamata si dispose alla partenza
    pianse ma preparò l’ultima cena
    poi ascoltò la sentenza nuda e cruda
    così come fu detta, quella voce
    con un tremito appena più profondo,
    appena più toccante ora che viene
    di là dalla frontiera d’ombra e lacera
    come può la cortina d’anni e fora
    la coltre di fatica e d’abiezione,
    cerca il filo del vento, e vi si affida
    finché il vento la lascia a sé, s’aggira
    ospite dove fu di casa, timida
    e spersa in queste prime albe dell’anno.

    L’ora è quella cruda appena giorno
    che il freddo mette a nudo la città
    livida nelle sue pietre, tagliente
    nei suoi spigoli e, dentro, nell’opaco
    versano latte nelle tazze, tostano
    pane, il bambino mezzo desto biascica
    mentre appunta sul diario il nuovo giorno.

    Nel grumo di calore che è più suo,
    nella bolla di vita ch’è più tenera
    per lei cresciuta alla pazienza in terre
    povere, pie, l’ascolto, voce fievole,
    tendersi a queste ancora grevi, ancora
    appannate dal lungo sonno, chiedere
    asilo, volersi mescolare.
    Dico: abbi pace, abbi silenzio. Dico…
    Udire voci trapassare insidia
    il giusto, lusinga il troppo debole,
    il troppo umano dell’amore. Solo
    la parola all’unisono di vivi
    e morti, la vivente comunione
    di tempo e eternità vale a recidere
    il duro filamento d’elegia.
    E’ arduo. Tutto l’altro è troppo ottuso.

    “Passa sotto la nostra casa qualche volta,
    volgi un pensiero al tempo ch’eravamo ancora tutti.
    Ma non ti soffermare troppo a lungo”.

     
  • 30 marzo 2011 alle ore 16:53
    L'osteria

    L'autunno affila le montagne, il vento
    fa sentire le vecchie pietre d'unto,
    spande dal forno un fumo di fascine
    a fiotti tra le case e le topaie.
    Son dietro questi vetri d'osteria
    uno che un nome effimero distingue
    appena, guardo. La mattina scorre,
    invade a grado a grado l'antro. L'oste
    numera, scrive giovedì sul marmo,
    la donna armeggia intorno al fuoco, sbircia,
    verso la porta se entra l'avventore.

    Seguo la luce che si sposta, il vento;
    aspetto chiunque verrà qui
    di fretta e siederà su queste panche.
    Il bracconiere, altri non può essere,
    che s'aggira per queste terre avare
    dove la lepre ad un tratto lampeggia,
    o il venditore ambulante se alcuno,
    raro, si spinge fin quassù alle fiere
    ed ai mercati dei villaggi intorno.
    Altri non è da attendere. Chi viene
    porta e chiede notizie, si ristora,
    riparte in mezzo alla bufera, spare.

    Che dura è un suono di stoviglie smosse:
    guardo verso la macchia e più lontano
    dove solo la pecora fa ombra,
    mi reggo tra passato ed avvenire
    o com'è giusto o come il cuore tollera.

     
  • 12 marzo 2007
    Natura

    La terra e a lei concorde il mare
    e sopra ovunque un mare più giocondo
    per la veloce fiamma dei passeri
    e la via
    della riposante luna e del sonno
    dei dolci corpi socchiusi alla vita
    e alla morte su un campo;
    e per quelle voci che scendono
    sfuggendo a misteriose porte e balzano
    sopra noi come uccelli folli di tornare
    sopra le isole originali cantando:
    qui si prepara
    un giaciglio di porpora e un canto che culla
    per chi non ha potuto dormire
    sì dura era la pietra,
    sì acuminato l'amore.

     
  • 12 marzo 2007
    Avorio

    Parla il cipresso equinoziale, oscuro
    e montuoso esulta il capriolo,
    dentro le fonti rosse le criniere
    dai baci adagio lavan le cavalle.
    Giù da foreste vaporose immensi
    alle eccelse città battono i fiumi
    lungamente, si muovono in un sogno
    affettuose vele verso Olimpia.
    Correranno le intense vie d'Oriente
    ventilate fanciulle e dai mercati
    salmastri guarderanno ilari il mondo.
    Ma dove attingerò io la mia vita
    ora che il tremebondo amore è morto?
    Violavano le rose l'orizzonte,
    esitanti città stavano in cielo
    asperse di giardini tormentosi,
    la sua voce nell'aria era una roccia
    deserta e incolmabile di fiori.

     
  • Ma tu continua e perditi, mia vita,
    per le rosse città dei cani afosi
    convessi sopra i fiumi arsi dal vento.
    Le danzatrici scuotono l'oriente
    appassionato, effondono i metalli
    del sole le veementi baiadere.
    Un passero profondo si dispiuma
    sul golfo ov'io sognai la Georgia:
    dal mare (una viola trafelata
    nella memoria bianca di vestigia)
    un vento desolato s'appoggiava
    ai tuoi vetri con una piuma grigia
    e se volevi accoglierlo una bruna
    solitudine offesa la tua mano
    premeva nei suoi limbi odorosi
    d'inattuate rose di lontano.

     
  • Nulla di ciò che accade e non ha volto
    e nulla che precipiti puro, immune da traccia,
    percettibile solo alla pietà
    come te mi significa la morte.
    Il vento ricco oscilla corrugato
    sui vetri, finge estatiche presenze
    e un oriente bianco s'esala
    nei quadrivi di febbre lastricati.
    Dalla pioggia alle candide schiarite
    si levano allo sguardo variopinto
    blocchi d'aria in festevoli distanze.
    Apparire e sparire è una chimera.
    E' questa l'ora tua, è l'ora di quei re
    sismici il cui trono è il movimento,
    insensibili se non al freddo di morte
    che lasciano nel sangue all'improvviso.
    Loro sede fulminea è qualche specchio
    assorto nella sera, ivi s'incontrano,
    ivi si riconoscono in un battito.
    Sei certa ed ingannevole, è vano ch'io ti cerchi,
    ti persegua di là dai fortilizi,
    dalle guglie riflesse negli asfalti,
    nei luoghi ove l'amore non può giungere
    né la dimenticanza di se stessi.

     
  • Che speri, che ti riprometti, amica,
    se torni per così cupo viaggio
    fin qua dove nel sole le burrasche
    hanno una voce altissima abbrunata,
    di gelsomino odorano e di frane?
     
    Mi trovo qui a questa età che sai,
    né giovane né vecchio, attendo, guardo
    questa vicissitudine sospesa;
    non so più quel che volli o mi fu imposto,
    entri nei miei pensieri e n'esci illesa.
     
    Tutto l'altro che deve essere è ancora,
    il fiume scorre, la campagna varia,
    grandina, spiove, qualche cane latra
    esce la luna, niente si riscuote,
    niente dal lungo sonno avventuroso.

     
  • 12 marzo 2007
    Questa felicità

    Questa felicità promessa o data
    m'è dolore, dolore senza causa
    o la causa se esiste è questo brivido
    che sommuove il molteplice nell'unico
    come il liquido scosso nella sfera
    di vetro che interpreta il fachiro.
    Eppure dico: salva anche per oggi.
    Torno torno le fanno guerra cose
    e immagini su cui cala o si leva
    o la notte o la neve
    uniforme del ricordo.

     
  • La notte lava la mente.
     
    Poco dopo si è qui come sai bene,
    file d'anime lungo la cornice,
    chi pronto al balzo, chi quasi in catene.
     
    Qualcuno sulla pagina del mare
    traccia un segno di vita, figge un punto.
    Raramente qualche gabbiano appare.

     
  • 12 marzo 2007
    Il Giudice

    "Credi che il tuo sia vero amore? Esamina
    a fondo il tuo passato" insiste lui
    saettando ben addentro
    la sua occhiata di presbite tra beffarda e strana.
    E aspetta. Mentre io guardo lontano
    ed altro non mi viene in mente
    che il mare fermo sotto il volo dei gabbiani
    sfrangiato appena tra gli scogli dell'isola,
    dove una terra nuda si fa ombra
    con le sue gobbe o un'altra preparata a semina
    si fa ombra con le sue zolle e con pochi fili.
    "Certo, posso aver molto peccato"
    rispondo infine aggrappandomi a qualcosa,
    sia pure alle mie colpe, in quella luce di brughiera.
    "Piangere, piangere dovresti sul tuo amore male inteso"
    riprende la sua voce con un fischio
    di raffica sopra quella landa passando alta.
    L'ascolto e neppure mi domando
    perché sia lui e non io di là da questo banco
    occupato a giudicare i mali del mondo.
    "Può darsi" replico io mentre già penso ad altro,
    mentre la via s'accende scaglia a scaglia
    e qui nel bar il giorno ancora pieno
    sfolgora in due pupille di giovinetta che si sfila il grembio
    per le ore di libertà e l'uomo che le ha dato il cambio
    indossa la gabbana bianca e viene
    verso di noi con due bicchieri colmi,
    freschi, da porre uno di qua uno di là sopra il nostro tavolo.

     
  • 12 marzo 2007
    Per mare

    Nel più alto punto
    dove scienza è oblìo d'ogni sapere
    e certezza, mi dicono,
    certezza irrefutabile venuta incontro
     
    o nel tempo appeso a un filo
    d'un riacquisto d'infanzia,
     
    tra sonno e veglia, tra innocenza e colpa,
     
    dove c'è e non c'è opera nostra voluta e scelta.
     
    "La salute della mente
    è là" dice una voce
    con cui contendo da anni,
    una voce che ora è di sirena.
     
    Si naviga tra Sardegna e Corsica.
    C'è un po' di mare
    e la barca appruata scarricchia.
    L'equipaggio dorme. Ma due
    vegliano nella mezzaluce della plancia.
    E' passato agosto; Siamo alla rottura dei tempi.
    E' una notte viva.
    Viva più di questa notte,
    viva tanto da serrarmi la gola
    è la muta confidenza
    di quelli che riposano
    si curi in mano d'altri
    e di questi che non lasciano la manovra e il calcolo
     
    mentre pregano per i loro uomini in mare
    da un punto oscuro della costa, mentre arriva
    dalla parte del Rodano qualche raffica.

     
  • 12 marzo 2007
    Ridotto a me stesso?

    Ridotto a me stesso?
    Morto l'interlocutore?
    O morto io,
    l'altro su di me
    padrone del campo, l'altro,
    universo, parificatore...
    o no,
    niente di questo:
    il silenzio raggiante
    dell'amore pieno,
    della piena incarnazione
    anticipato da un lampo? -
    penso
    se è pensare questo
    e non opera di sonno
    nella pausa solare
    del tumulto di adesso...

     
  • 12 marzo 2007
    Tra notte e giorno

    «Che luogo è questo?» mormora tra il sonno il mio [compago
    scuotendosi al sussulto
    del treno fermato in aperta linea.
    «E' un luogo verso Pisa» rispondo
    mentre guardo nella profondità grigia il viola
    cinerino dei monti affondare nel colore dell'ireos.
    Una tappa del lungo andirivieni
    tra casa e fuori, tra la tana e il campo,
    rifletto io pensando a lui
    che spesso parla della nostra vita
    come del lavorio d'un animale strano tra formica e talpa.
    E ancora dev'essere un pensiero
    non dissimile da questo
    che muove ad un sorriso
    colpevole le labbra
    di lui riverso con la testa contro lo schienale in quest'alba.
    O morire o piegarsi sotto il giogo
    della bassezza della specie, leggo
    in quel viso servo e ghiotto,
    fiducioso della buona sorte
    dell'anima e, perché no, della rivoluzione inesorabile ch'è [alle porte.

    «Anche tu sei nel gioco,
    anche tu porti pietre
    rubate alle rovine
    verso i muri dell'edificio» penso;
    e penso ad un amore più grande del mio
    che vince questa ripugnanza
    e insieme a una saggezza più perfetta che prende il buono
    e per il buono chiude un occhio sul corrotto e il guasto.

    Fugge, fuoco di rondine
    saettato dalla pioggia,
    si spenge alto
    il grido del ferroviere che dà il via
    al convoglio impigrito tra l'erba folta.

    «Devi crescere: crescere in amore
    e in saggezza» m'intima quel viso
    disfatto che trasuda in questa luce di giorno incerto.

     
  • 12 marzo 2007
    L'uno e l'altro

    «Rimanere fedeli, legare agli altri il suo destino,
    questo conta pur qualcosa» insiste lui
    torcendo in una smorfia dubbia il viso, il suo viso di uomo [nel torto.
    «Questo conta pur qualcosa» risponde lei
    sopra pensiero e guarda fuori l'opera del vento
    da un capo all'altro della valle lasciata a pascolo.
    «Se la pensi così è una fortuna.
    La virtù, di questi tempi, tenuta per uno straccio e irrisa...» prende e sposta con solennit… la mano tra il volante e il
    [cambio.
    «Oh certo» trasale lei che guarda
    venire incontro da lontano i monti
    e serrarsi sul rettifilo di asfalto.
    «Certo» e le sfugge dalle labbra un suono
    tra il gemito e lo schiocco di dentiera smossa.

    Segue un attimo di silenzio, lungo
    per me più che per loro, mentre penso
    quale degli elementi manca, il fuoco
    o l'aria, in questa cellula morta.
    E frattanto li osservo quali sono,
    dissimili, ma uguali in questo, che si muovono inutilmente [cauti
    e si tengono al largo del vero scopo e del vero cruccio.
    «E' l'amore, l'amore che manca
    se ne aveste notizia
    o se aveste coraggio a nominarlo»
    mi volgo loro tra me e me, e il tempo, il luogo perde ogni  [contorno
    e mi striscia davanti un'ombra o una coda di opossum.