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Autore

Marisa Miraglia

in archivio dal 28 apr 2008

25 gennaio 1958, Maratea

06 novembre 2008

Speranza

Intro: Tutto sembra remare contro, sembra averci abbandonato. La necessità di doversi occupare di cose ritenute, fino a quel momento, di secondaria importanza. Quanto ci circonda, a volte, va visto e considerato con altri occhi: le risposte non sono lontane!

Il racconto

Come ero nervosa l’altra mattina, mi ero svegliata con una pietra sull’anima, non mi piaceva niente; il cane l’ha capito e si ritirato in buon ordine, neanche il fiore appena sbocciato del cactus, per il quale aspettavo un anno intero, mi dava piacere; il caffè sapeva di terra e i biscotti erano troppo dolci.
Anche il tempo era un po’ si e un po’ no, mi sono vestita a casaccio con l’unico desiderio di evadere da quello stallo.
Il sole era anche piacevolmente caldo per essere un’anonima giornata di ottobre. Mentre camminavo cercavo di fare un po’ d’ordine nei miei pensieri, anche se era inutile. Non c’era niente da riordinare, stavo male e basta.
Continuavo a pensare che poteva succedere a tutti di perdere il lavoro, con un mutuo sulle spalle… anche alla tranquilla signora con la borsa della spesa davanti a me poteva capitare che la sua migliore amica non si sentisse più tale, forse anche di scoprirsi non più tanto innamorata, ma… accidenti, tutto insieme e soltanto a me, francamente mi stritolava.
Respira, ragiona, il ritornello nella mente non serviva, il lungo viale era terminato, ho deciso di prendere l’autobus per andare al mercato vecchio. “Oggi, se non ricordo male, c’è una mostra di qualcosa”.
Che fastidio la calca sul mezzo, realizzavo che l’umanità nel suo insieme è brutta e maleodorante, la mia faccia si rifletteva sul finestrino: “Anche io sono loro”, ho pensato, e mi sono sentita anche peggio.
La piazza del mercato era affollata come al solito e ho pensato a quanto in quel momento mi sentissi sola, triste e confusa.
Apparentemente tutto il resto del mondo era spensierato e nessuno mi avrebbe teso una mano.
Ho realizzato infine di che mostra si trattasse: antiquariato e ciarpame vario, ma ero lì, tanto valeva guardare.
Ho curiosato tra i libri, pezzi d’arredo e biancheria, ma non m’interessava nulla. Più avanti c’erano cataste di quadri, per dovere ho guardato anche quelli… “Che noia”, ho pensato. Rigirandomi per andare via, quasi come in un film, ho visto una tela che mi ha strappato un sorriso e fatto battere il cuore.
L’ho comprata subito, neanche guardandola meglio, poi però volevo andarmene a casa, perché di solito i miei acquisti d’istinto mi gratificano alquanto e forse per un poco non avrei pensato.
Il ritorno in autobus è stato complicato, per via dell’ingombro, e con i nervi a fior di pelle mi stavo pentendo dell’acquisto e della spesa, nella prospettiva di un fine mese con denaro contato.
Speranza, la mia cagnetta, mi ha accolta titubante, annusando il mio umore e la carta di giornale che avvolgeva la tela.
Ho appoggiato il quadro sul davanzale della finestra e mi sono seduta sul divano di fronte. Avevo fatto benissimo a comprarlo, quel dipinto mi faceva stare bene, sorridevo di nuovo.
Ho capito perché mi aveva colpito così tanto, mi sono ricordata di quelle poche lezioni di meditazione fatte quasi a forza per accontentare Anna, che sull’onda della moda New Age, mi aveva trascinata in un centro specifico.
Superato il mio eterno scetticismo, in verità ero rimasta affascinata, ma poi ho smesso, penso per pigrizia…
Il Maestro ci aveva consigliato, per entrare in sintonia con il nostro Io, di visualizzare un luogo piacevole, farlo nostro e ritornarvi sempre: un giardino per l’anima.
Mi è sempre piaciuta la montagna, facilmente immaginai il mio posto fra abeti, rocce muscose e un gorgogliante torrente che scendeva tortuoso da un monte maestoso imbiancato perennemente.
Il mio “giardino” adesso era là, sul davanzale della finestra e sinceramente non sapevo cosa pensare.
Ho riflettuto sulle incredibili coincidenze della vita, ma poi …ho respirato profondamente, incredula, quando ho visto la bella pietra di fiume incastrata in un’ansa dove, nel mio luogo immaginario, mi sedevo a toccare l’acqua spumeggiante.
Mi sono lasciata andare sullo schienale del divano e per la prima volta nella mia vita non mi sono posta domande, era tutto così assurdamente piacevole, mi sono sentita come Alice nello specchio, e come Alice sono “entrata” nella tela.
L’odore della resina di pini era penetrante, il vento fresco piacevole sul viso e l’erba umida mi bagnava le gambe, mi sono seduta al mio posto e la terra e il cielo sono confluiti in me.
Il Maestro diceva che bisognava perdersi per ritrovarsi rinnovati. Ne ho capito solo in quel momento il senso.
Ho capito anche perché non ho voluto più frequentare le lezioni, in quel posto ero davvero, terribilmente sola, sola con me stessa. Stavolta ero riuscita, dove altre volte, per vigliaccheria, avevo abbandonato. Mi vedevo piccola e indifesa, vedevo una bambina che mi guardava con attenzione negli occhi e che cercava spiegazioni.
Come spiegarle perché i suoi sogni e le sue ambizioni fossero svaniti in una vita egoista e pragmatica.. come dirle che la vita, comunque, mi aveva sottoposto a tanti sacrifici che mi avevano fatto abbandonare per strada cose più importanti...
Come confessarle il perché dei miei fallimenti, ma anche che in ogni caso avevo provato a fare del mio meglio… ma percependo l’intatto candore del suo cuore, ho capito che molto poco era stato il meglio dei miei sforzi.
Cercavo il suo perdono, ma io “da grande” avevo mai davvero perdonato? Quante volte con la mia migliore amica, non ero stata sincera tenendo per me opinioni discordi, annuendo per quieto vivere, e con il mio compagno mi comportavo allo stesso modo… usando l’amore in un senso soltanto, offrendo il minimo, pretendendo il massimo, possedendo l’oggetto del mio amore, senza rispetto.
Senza rispetto anche sul posto di lavoro. Di fatto, non ho mai considerato il mio capo e i miei colleghi come persone diverse da quelle che assolutamente non ricambiano mai. Tutto quello che io facevo per l’azienda!
Io sempre vittima, il mio prossimo carnefice ad oltranza.
Le lacrime scendevano copiose, ma sorridevo, perché la bambina che ero stata mi perdonava, regalandomi l’occasione di provare adesso, emozioni positive, in pace con me stessa. Avrei guardato il mio prossimo con altro spirito.
Speranza mi ha leccato timidamente la mano, riportandomi alla realtà; adesso stavo bene.
Ho cercato il guinzaglio per uscire e, guardandomi nello specchio all’ingresso con la mia cagnetta festante, sono scoppiata a ridere: due animali, certamente uno più sociale dell’altro, ma ambedue bisognosi dei propri simili nel bene e nel male per realizzarsi a pieno.
Il giorno era agli sgoccioli, il tramonto era rosso e celeste, bello davvero. La gente rientrava a casa dal lavoro e io uscivo, ma ci stavamo incrociando sotto lo stesso cielo.

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