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in archivio dal 28 mag 2007

Marlyn Dhy

19 agosto 1980, Roma

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  • 06 agosto 2009
    Niente

    Stringo tra le mani il
    Niente.
    Niente più dire.
    Niente più fare.
    Niente più emozioni.
    Mi vesto di niente, ed
    esco tra la gente.
    Non si curan del mio passaggio.
    Anch’essi son niente.
    Il mio niente. E
    non posso far altro che
    costernarmi dinnanzi al cenacolo mentre
    il niente mi aspetta.
    Non posso altro che amarlo,
    mi appartiene come questa mano
    dal pugno coriaceo.
    Non lo respingo.
    Il niente.
    Il mio amato niente.

     
  • 21 gennaio 2008
    Amare senza amore

    Se ti dicessi ti amo, amor mio,
    conformerei il mio sentire ad una
    sequenza di suoni che altri prima han
    deciso per me. Suoni uditi mille altre volte
    e milioni di altre volte proferiti.
    Se ti dicessi ti amo, amor mio,
    racchiuderei il mio sentimento per renderlo
    finito. E come ogni cosa finita
    renderlo mortale. Renderlo così preda del disfattismo
    del Tempo. Se chiudessi gli occhi
    per un solo istante, amor mio,
    sentiresti le mie labbra sfiorare il tuo volto,
    posarsi sulla tua bocca fino
    a quando il mio silenzio sarà,
    d'un tratto, divenuto l'unica melodia in grado
    di parlarti del mio amore.

     
  • 02 ottobre 2007
    Guardami

    La mia vita è spezzata: un corpo stanco e
    logoro, ed una mente votata all’indifferenza.
    Vorrei immergermi nel piacere momentane
    e goderne voracemente i sapori;
    empire in ogni istante il mio tormento.
    Guardami. Altro non sono che
    un conglomerato d’atomi incompiuti,
    un’anima incapace di discernere passioni.
    In quel limbo divengo ignara
    del mio respiro, ignara del mio esistere,
    ignara del mio dolore.
    Non ci sono esseri animati,
    non ci sono significati,
    non ci sono slanci d’animo.
    C’è solo un corpo prostrato che,
    tra sguardi taglienti, mendica il vostro aiuto.
    C’è solo il silenzio che,
    tra mille rumori, diviene dolce melodia.
    C’è solo la bulimia
    che, amorevolmente, ti offre la sua laida amicizia.
    Lei, l’unica che ti supplisce nella sofferenza
    (non t’insegna a preservarti da essa).
    Lei, che con la mano carezzevole ti dà conforto ma
    con l’altra, nel frattempo, ti toglie
    la vita.

     
  • 14 settembre 2007
    Confusione

    La confusione degli affetti è
    Un gioco balordo di sentimenti.
    L’anima rifugge l’indecisione,
    essa è frutto della razionalità
    che non sa orientarsi nei labirinti
    del sentire effimero e spudorato,
    dell’uomo disorientato all’amore.
    Un equilibrato connubio tra
    Mente e passione, raziocinio e cuore,
    avere e donare, conquistare e farsi corteggiare.

     
  • 16 luglio 2007
    Il lenzuolo

    Un lenzuolo per coprire 
    Il bagliore dell’immensità.
    Un lenzuolo per nascondere le proprie identità
    Dalla folle corsa del tempo.
    Un lenzuolo per abbracciare due corpi
    Prima che il chiarore dell’alba rischiari la fortuita coltrice.
    Il mattino, la rugiada, tu ed io
    In questa notte appena trascorsa.
    Un lenzuolo per dimenticare
    La perfezione del mio mondo imperfetto.
    Io in equilibrio tra le mie paure, che osservo pavida
    Gli occhi di un amabile sconosciuto, inatteso
    Compagno nel mio peregrino viaggio.

     
  • 28 maggio 2007
    L'amicizia

    Un Io errabondo, alla ricerca
    Delle radici del suo essere, è caduco e
    Vulnerabile nell’offerta ingenerosa della
    Sua amicizia. La piccola e folle bugia
    Che cela inattese le sembianze di un amante.
    Di un nemico, o di entrambe le apparenze
    Di chi da ut des, e sporca il suo sentire
    Dalla volubilità dei sensi.
    Le radici dell’essere emergono
    Di fronte alla tua indissolubile curanza
    Delle dissolute carni eburnee.
    Le immemori sporgenze del tuo ego spossato
    Dalle intemperanze di una vanità femminea,
    ostacolano il rituale che la reale alterità mette in
    scena questa notte.
    Giacqui immobile e smarrita
    Paventando l’illusione di un’armonica
    Figura, distrutta in verità, dalle parole che
    Si esprimono da ignare bocche sul suo conto.
    Odio ogni riflesso che emette questo vetro colorato
    Poiché rifrange la fragilità della mia speranza, e
    Nel frattempo continuo ad osservarmi immersa
    In un campo di papaveri, mentre respiro le
    Esalazioni oppiacee della mia apparenza laida.