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in archivio dal 02 nov 2006

Massimiliano Condreas

09 maggio 1969, Formia

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  • 07 novembre 2006
    N. 2 da L'Ultimo Buio

    Con cura ho bruciato la luna, stanotte,

    per impedirle di specchiare il tuo nome

    nel lago salato degli occhi del mondo.

    Dall’ultimo buio s’è alzato in volo

    il silenzio, mutando il piacere dei sogni

    in dolore, laddove neanche il peccato ha

    forza abbastanza da donare la vita.

    Quanta cenere ha sparso intorno il tuo no,

    adesso che tingo paziente quel che resta

    d’un giorno malato d’amore, ciò ch’è

    avanzato d’un volto sfregiato dal pianto.

    E il tuo sangue impuro è il colore più

    bello, le urla impotenti la cornice migliore,

    lo smodato rimpianto le magiche ombre,

    il finire del tempo la luce più giusta.

    Ricorda le labbra lambite dal mare della

    mia insistenza, quando il rumore impedirà

    il canto ai ricordi, quando la nera Madonna t’avvolgerà

    nello scialle, sbarrando il passo del mio ritorno.

     

    martedì 28 febbraio 2006

     
  • 02 novembre 2006
    La Voce

    Quella foto


    crocifissa


    gronda il sangue


    dei ricordi.


    Sporca le mura


    del mio sguardo.


    Taglia queste mani


    col rasoio


    del passato.


    Ruggine


    sulle lenzuola.


    E il silenzio


    a piedi nudi


    calpesta


    la tua voce.


    Resta la matita nera


    del contorno


    dei tuoi occhi.


    Nessuna lacrima


    più.


    E l’abisso


    insistente


    regala al canto


    nelle notti


    calici colmi


    di veleno scuro.


     


    18 agosto 2003

     
  • 02 novembre 2006
    N.1 (da L'Ultimo Buio)

    E' dalla carne delle sere che giunge

    l’ultima eco di questo ruggito, sorella.

    Sono qui, dietro ai vetri, pronto

    a fartene dono, in cambio del nulla.

    Dell’ultimo taglio nel petto, ne porto

    lo spento bagliore, che in rivoli si riversa

    sulle nostre città, forgiando catene di fango

    per i nostri deliri, modellando labirinti nei cuori.

    Fa presto a raggiungermi il pianto, adesso

    che la notte ha munito di benda gli sguardi

    più fieri, nello stesso istante che il silenzio

    ha fatto scempio della voce dei sogni.

    Guarda, l’amore è in fondo al viale, proprio

    dove s’è spenta la luce, dove da tempo s’è perso

    il profumo del vero, dove s’annidano ombre

    di raro splendore, dove banchettano i ragni

    con le nostre parole, dove l’anima langue e

    lascia il passo al dolore. È lì che troveremo,

    la forza di non morire.

     

    lunedì 27 febbraio 2006

     
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  • 16 novembre 2006
    L'Essere

    Come comincia:

    Carmen era una ragazza bellissima: di statura normale, occhi e capelli nerissimi, carnagione scura, fisico snellissimo, con due tette grosse e sode come meloni… A guardarle, ti assaliva una voglia pazzesca di palparle fino all’infinito! Aveva i lineamenti dell’antico e saggio popolo azteco, ma era italianissima, e penso che ne fosse fiera, anche se non era una nazionalista, anzi adorava i popoli e le culture straniere…

    Fu lei, per la prima volta, a mettermi in guardia contro quella”cosa”indicibile, raccontandomi di come si sentisse male solo a guardarla: le produceva una sensazione vomitevole nel vero senso della parola, per non parlare, poi, dell’odore nauseabondo che emanava, il quale, infiltrandosi nelle narici, la faceva star male per giorni interi, fino ad intaccarne, a volte in maniera davvero disgustosa, l’eterea bellezza…

    Carmen la odiava a morte: avrebbe voluto toglierla, per sempre, dalla faccia della terra, ma, a quanto diceva, era una cosa difficilissima! Per dire la verità, a me non sembrava una”cosa”così immane, anzi, a volte, la trovavo piacevole; forse, anche per questo, Carmen la detestava con tutte le sue forze… Sta di fatto che, negli ultimi tempi, Carmen stava veramente esagerando e, se prima ascoltavo i suoi racconti sulla”cosa”infernale con interesse e meraviglia, ultimamente mi annoiavano a morte, anzi, cominciavo a stare proprio dalla sua parte: sì, avete capito bene, facevo il tifo per la cosa aliena, per l’essere, anche perché credevo fosse tutta un’invenzione della fervida fantasia di Carmen.

    ***

    Il primo omicidio avvenne in una serata di fine settembre: l’aria estiva tardava nel farsi dare il cambio dalla brezza autunnale, così le coppiette ancora si appartavano nel buio ed isolato”vecchio molo”, dove, si diceva, ogni tanto appariva una barca fantasma, con il suo timoniere che intonava, nel vento, una vecchia cantilena sugli orrori marini.

    Quella sera Monique ed il suo ragazzo erano, appunto, lì, in macchina, seminudi, perché lei era ancora restia nel darsi completamente a lui e, per questo, le loro voci erano un po’ alte nel discutere sui motivi che avevano portato Monique a fare quella scelta; di lì a poco, sicuramente, alle parole sarebbero seguiti i fatti (Luke era un tipo molto più violento di quanto potesse sembrare), se, in quel preciso istante, qualcosa di viscido e informe, non fosse intervenuto, trascinandosi Monique fuori dal finestrino, così rapidamente da non farla neanche urlare: Luke era rimasto in macchina, inebetito dalla paura, a guardare, come se fosse in un cinema, un film dell’orrore in tre dimensioni… Quell’essere si stava, letteralmente, divorando Monique, ma non facendola a pezzi o che altro, la stava, semplicemente, risucchiando dentro di sé e, ad un certo punto, sembrava come se Monique e l’essere fossero una cosa sola; i conati di vomito scossero il petto di Luke così forte da fargli sembrare di stare per sputare l’anima: invece era solo la cena consumata poche ore prima!

    Quando tornò in sé, di Monique erano rimasti solo i vestiti: puliti e ben piegati quelli all’interno della macchina, e a brandelli insanguinati quelli all’esterno…

    La sbirraglia del luogo chiuse subito il caso facendo sbattere Luke in un manicomio criminale (chiaramente non avevano creduto alla versione del ragazzo), da dove sarebbe uscito, dopo due anni, completamente ristabilito e pronto per essere riammesso in società: Luke, da pari suo, avrebbe ringraziato facendo a pezzi, con un’ascia, suo padre, sua madre ed il parroco della chiesa del suo quartiere, per poi impiccarsi con una fune metallica…

    ***

     Due giorni dopo quella terribile notizia, che aveva scosso tutto il paese, Carmen venne a bussarmi a casa, e una volta apertale la porta ed avendola fatta entrare, ella, ansimando per l’agitazione, esclamò:

    “Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo!”
    “Cosa?”, le chiesi, non sapendo, veramente, a cosa alludesse
    “L’omicidio! Non è stato quel ragazzo, ma la”cosa”!”, replicò Carmen, cominciando di nuovo a parlarmi della sua”cosa”abominevole, tanto da stancarmi subito. La feci sfogare sulle sue teorie paranoiche per più di un’ora, facendo finta di ascoltarla, poi, al limite della sopportazione umana, per non commettere un omicidio a mia volta, le inventai una scusa banale e la sbattei fuori di casa…

    “Succederà ancora: ammazzerà di nuovo!”, fece in tempo a dirmi, prima che la porta di casa le si stampasse sul viso che, pur bellissimo, mi era venuto a nausea!

    ***

    La radio stava trasmettendo una vecchia ed inquietante canzone dei Black Sabbath, quando la voce, gracchiante, dello speaker risuonò nell’altoparlante:

    “Interrompiamo il programma per dare la notizia di un altro efferato omicidio, avvenuto la scorsa notte, sul lungomare est della nostra città…”

    Uscii di scatto dal bagno con lo spazzolino da denti ancora infilato in bocca e la schiuma che cadeva giù sul pavimento!

    “…Pare che gli agenti abbiano collegato quest’ultimo con l’altro delitto avvenuto una settimana fa. Anche in questo caso, della ragazza, sono stati ritrovati dei vestiti a brandelli, sporchi di sangue! Per saperne di più, vi rimandiamo al notiziario delle ore tredici.”

    Non era possibile: due omicidi in una sola settimana. Carmen l’aveva previsto. Dovevo andare da lei…

    “Adesso mi racconti per filo e per segno questa storia! È un parto della tua mente malata o c’è qualcosa di vero?”

    Mentre le chiedevo spiegazioni mi accorsi che stavo urlando e, soprattutto, che la stavo trattando malissimo.

    “Cosa vuoi insinuare? La mia mente non è per niente malata come dici tu!”

    Carmen stava piangendo. Mi sentii in colpa, anche se a chiunque sarebbe potuto passare per la testa ciò che era passato per la mia: comunque volli sapere…

    “Sta uccidendo le ragazze più giovani e carine, per diventarlo a sua volta: già altre”cose”, in passato, l’hanno fatto. Forse tu stesso sei una”cosa”, solo che adesso non te lo ricordi!”

    Vaneggiamenti. Quelli erano vaneggiamenti veri e propri.

    “Ah sì, e perché non potresti esserlo anche tu?”, le chiesi.

    “Perché io so di non esserlo! Sono sicura che vuole diventare più bella di me per portarti via. Ti prego, non permetterle una cosa del genere!”

    Mi alzai e me ne andai. Non potevo più stare a sentire sciocchezze del genere. Decisi di non rivederla più.
     
    ***

    I giorni passavano uguali, nel triste squallore di una cittadina di provincia, resa ormai nota dal serial-killer che imperversava su di essa. Le forze dell’ordine, finora, erano state solo capaci di elargire consigli a buon mercato, del tipo:

    “Non uscite di sera tardi.”

    “Evitate le zone isolate.”

    “Non appartatevi con la macchina in posti poco frequentati.”

    Consigli rivelatisi inutili visto che altri due delitti erano stati commessi nelle due settimane seguenti.

    Intanto avevo ripreso ad uscire, come ai vecchi tempi, da solo; a farmi lunghe passeggiate, serali e notturne, sulla spiaggia, forse anche perché speravo di incontrare”il mostro”, come ormai tutti lo definivano, o la”cosa”, come la chiamava Carmen…

    Non la vedevo da più di un mese, ma neanche lei era venuta a cercarmi: forse era meglio così, sarei arrivato ad odiarla se mi avesse ancora parlato delle sue fissazioni.

    Fu una notte in cui, appunto, facevo una delle mie passeggiate sulla spiaggia che la incontrai. Camminavo senza meta, rimuginando sull’ennesima giornata, che era trascorsa vuota come una bottiglia di vetro priva del suo contenuto, quando poche decine di metri davanti a me la vidi: sembrava essere sbucata dal mare, un attimo prima non c’era; la luna piena illuminava a giorno la sabbia, eppure prima non l’avevo vista! Ma, in fondo, cosa importava: sapevo solo che era bellissima, sembrava una dea, talmente erano perfette le sue forme; rimasi incantato a fissarla…

    “Ciao.”, disse. Ce l’aveva con me. Mi aveva salutato, ed io ero felicissimo.

    “Ciao.”, le risposi. Non riuscivo a spiccicare una parola: sembravo un ragazzetto di dodici anni alla sua prima esperienza…

    “Senti come ruggisce il mare: sembra una belva feroce che si prepara a balzarci addosso!”

    Esclamò. Rimasi intontito ad ascoltare la sua voce, che sembrava provenisse da un altro  mondo: un mondo incantato, paradisiaco…

    “Sì, hai ragione! Vengo spesso qui, ultimamente, ma non ti ho mai incontrata prima.”, riuscii a dirle non so neanche io come.

    “Oh, io raramente esco di sera, non so perché sono venuta sulla spiaggia: forse sapevo di incontrarti!”

    Non capivo più niente. Mi girava la testa, sapevo solo che mi piaceva un sacco, addirittura più di Carmen: anzi, racchiudeva in sé anche la sua bellezza…

    “Ma non hai paura di stare sola? Non sai dell’assassino che ha già ucciso quattro ragazze?”, le chiesi un po’ stupidamente.

    “Sì, lo so. La radio non parla d’altro in questi ultimi tempi, ma penso che una persona non possa privarsi dei propri piaceri per la paura di un fantasma: e poi, io non sono sola, ci sei tu con me!”

    Si alzò e venne verso di me: lentamente mi abbracciò e poi appoggiò, delicatamente, le sue labbra sulle mie, sfiorandole appena. Un lungo brivido, freddo, di passione, mi attraversò la schiena! La strinsi a me e la baciai con tutto l’ardore possibile: facemmo l’amore lì, sulla spiaggia. Fu bellissimo. Una sensazione mai provata prima: mi sembrò di averlo fatto per la prima volta, eppure non era così.

    “Come ti chiami?”, le chiesi alla fine, quando, nudi (sebbene fosse la fine di ottobre), sdraiati sulla sabbia, ci tenevamo per mano…

    “Che importanza hanno i nomi? Quello che conta è l’amore, il piacere di stare assieme!”

    E mi salì addosso di nuovo e continuammo a fare l’amore fino all’alba…

    ***

    Avevo trovato un nuovo stimolo per trascinare la mia umile esistenza: non pensavo che a lei; neanche i fatti di sangue, accaduti di recente in città, m’interessavano più; anche Carmen si era dissolta, nella mia mente, come nebbia al sole!

    Tutto scorreva come in una fiaba incantata, fino a quando, un giorno, mentre eravamo a casa mia, sul letto, a fare l’amore, la guardai attraverso lo specchio che avevamo di fronte: una scena orrenda! Una creatura immonda, che somigliava molto al bulbo commestibile composto di varie tuniche carnose, che Carmen, nei suoi deliri, mi aveva descritto come essere vivente, era lì, davanti ai miei occhi!

    “No! Vai via, mostro! Staccati da me sanguisuga!”

    Urlai a squarciagola, mentre chiudevo gli occhi dal terrore. Ma, nel riaprirli, trovai lei, più bella che mai, che mi fissava in tono interrogativo…

    Mi voltai, per guardarla nello specchio: era bellissima…

    “Scusami, amore: scusami! Mi era sembrato di vedere…”, avrei voluto dirle cosa, ma non ne avevo il coraggio!

    “Cosa?”, mi chiese, molto preoccupata.

    “Oh, nulla; nulla! Scusami ancora.”

    Scesi dal letto, m’infilai lo slip e mi chiusi in bagno, dove mi sciacquai la faccia con dell’acqua gelata: era stata un’allucinazione, o cosa?

    Quando uscii dal bagno, lei non c’era più, se n’era andata!

    “Meglio così!”, dissi ad alta voce, ma  forse non lo pensavo.

     Il mattino dopo andai a cercare Carmen, che ormai non vedevo proprio da tanto tempo, per dirle che ero stato uno stupido, che aveva avuto ragione sin dal principio: insomma volevo il suo perdono!

    A casa sua non rispondeva nessuno: chiesi, allora, al portiere, il quale, in tono molto sorpreso, mi disse:

    “Ma come, non lo sa? La signorina è scomparsa. Si teme che possa essere stata la quinta vittima dell’assassino, anche se non è stato ancora trovato nulla che le appartenesse!”

    La notizia arrivò come un pugno alla bocca dello stomaco. Mi limitai a controbattere:

    “Ma da quanto tempo è scomparsa? Perché la polizia non indaga?”

    “Eh…”, rispose il portiere…

    “…Ormai son quindici giorni, per questo si è pensato all’assassinio; resta solo da sperare che lo si”becchi”al più presto!”

    Le lacrime m’inondarono il viso. Carmen non c’era più. Volevo morire anch’io: se non altro, forse, ci saremmo rivisti da qualche parte…

    ***

    Quella notte tornai sulla spiaggia, non c’ero tornato più da quando avevo incontrato lei, la”cosa”(adesso la chiamavo anch’io così); d’improvviso, in lontananza, la vidi, seduta, anzi, inginocchiata, sulla riva…

    Corsi verso di lei: volevo ucciderla…

    Era bellissima!

    “Ciao.”, mi disse, come la prima volta, ma sapevo, ormai, cosa fosse: e non ci cascai…

    “Maledetta!”, le risposi.

    Ma non feci in tempo a tentare nulla, che essa si era già trasformata, e si era avvinghiata su di me, in modo tale da togliermi il respiro…

    Un minuto dopo, di me, restavano solo dei brandelli di indumenti, sporchi di sangue, sulla sabbia…

    Dopo qualche altro minuto, non c’erano più nemmeno quelli: il mare, onda su onda, li aveva risucchiati dentro di sé; forse anche a Carmen era successa la stessa cosa!

    Mestamente, mi voltai: c’era qualcosa, in lontananza, che correva verso di me…

    La riconobbi subito: era Carmen…

    Aprii le braccia e la accolsi dentro di me: saremmo rimasti insieme per sempre…

     
  • 06 novembre 2006
    La Spiaggia

    Come comincia: Quella mattina per entrambi non fu un così piacevole risveglio. Sia Agata che Lucio avevano dormito nel proprio letto, a non più di cento chilometri di distanza l’uno dall’altra. Lei avrebbe dovuto lavorare per tutta la mattinata, mentre lui era reduce da una settimana abbastanza pesante, conclusasi con uno dei peggiori venerdì vissuti fino a quel momento. Non erano assolutamente riusciti a trovare un accordo su chi dovesse cedere stavolta. Agata pretendeva che Lucio si mettesse in treno appena dopo pranzo e che la raggiungesse nel primo pomeriggio, per passare lì da lei sia quello che rimaneva del sabato, sia la domenica, per poi ripartire nottetempo con l’ultimo convoglio e fare ritorno verso la sua città. Lucio non riusciva a capire invece, perché Agata facesse tutte quelle storie e perché non potesse prendere l’auto e raggiungerlo appena dopo terminata la mattinata lavorativa. Lui non amava guidare, motivo per cui non aveva nemmeno un’automobile. Muoversi in treno il più delle volte lo spazientiva, ma quando era costretto a farlo lo accettava di buon grado. Ma quella mattina non ne aveva intenzione alcuna, voleva solamente stare tranquillo e andare al mare, a rilassarsi, cullato dal dolce rollio delle onde che muoiono sulla battigia. Una delle principali differenze delle città in cui vivevano, era proprio questa. La città di Lucio era a misura d’uomo, certo, caotica quanto basta, in special modo durante i mesi estivi, ma lambita dalle acque stupende d’un mare cristallino. La città di Agata era una piccola metropoli, piena di ricchezze e divertimenti, ma rumorosa e fredda, affogata nella disperazione del cemento. E quelle diversità erano già state la causa di litigi molto pesanti. Pesanti mai come quello che stavano vivendo in quelle ore. Di buon’ora Agata s’era dovuta alzare e andare al lavoro, lasciando sul cellulare di Lucio dei messaggi quantomeno poco propensi al dialogo. Appena Lucio li aveva letti, neanche così tardi rispetto all’ora in cui erano stati inviati, una leggera indignazione s’era impossessato di lui, tanto da rispondere per le rime alle accuse di lei. Dopo una serie di rapidi scambi di parole non troppo cortesi, il silenzio era sceso a regnare tra loro due. Silenzio che Lucio aveva tentato di far abdicare in favore di più miti sovrani, ma che Agata continuava a volere come despota indiscusso. L’ultimo messaggio di Lucio recitava queste parole.

     


    « Non ce la faccio più a stare dietro ai tuoi sbalzi d’umore. Lo sai che ho bisogno di tranquillità. Questo gioco di specchi rotti non può più funzionare. Se davvero mi ami, ti aspetto dove tu sai. Baci, piccolina. »


    La spiaggia dove si erano conosciuti due anni prima era una piccola rada incastonata fra due spuntoni di roccia calcarea. Vi si accedeva solamente dal mare, facendo un tratto abbastanza lungo a nuoto. Si erano ritrovati lì dopo che entrambi si erano stufati di arrostire al sole con le rispettive comitive. Era bastato uno sguardo per capire che quello non sarebbe stato solamente un incontro fugace. Agata era in vacanza lì con degli amici, ed era stata proprio lei ad insistere perché cominciassero a frequentarsi con piacevole insistenza. Fu un’estate stupenda, al morire della quale, cominciarono i primi battibecchi. Fare la spora tra le città che li ospitavano si rivelò costoso e stressante. Eppure erano andati avanti, il loro amore era andato avanti nonostante tutte le avversità. Almeno fino a quel momento, fino a quella mattina.


    Lucio arrivò al solito lido che non erano ancora le undici. Prima di potersi andare a sdraiare sulla sabbia ancora infuocata dai caldi giorni precedenti, dovette sbrigare dei servizi che nei giorni infrasettimanali gli erano impossibili da compiere. Nulla di chissà che, ad ogni modo. Non aveva nemmeno svolto completamente il telo da mare che già i primi nuvoloni si davano battaglia col sole. E pensare che fino a quel momento non è che la giornata fosse chissà di che splendore, ma nemmeno che minacciasse addirittura pioggia.


    « Queste sono le maledizioni di Agata, sicuro. », pensava Lucio nemmeno tanto convinto di quello che asseriva. Non si fece di certo scoraggiare da quel po’ di nuvolaglia e si sistemò subito per fare una bella nuotata. Approdò sulla spiaggia sua e di Agata che già pioveva. Non c’era anima viva, e voleva ben vedere con quel tempaccio. In dieci minuti il cielo era diventata una nera prateria e non si vedeva spiraglio alcuno dentro di essa. Seduto a riva per riprendere fiato, come aveva fatto quella mattina di due anni prima, si accorse di sentire freddo. Lasciò il proprio corpo in balìa degli agenti atmosferici, quando decise di stendersi sulla riva sinuosa di quell’arenile con lo sguardo rivolto un po’ verso il mare, un po’ verso il cielo. Uno dei più forti temporali di quegli ultimi anni si abbatté sulla zona, lasciandolo perplesso dapprima, terrorizzato, col passare dei minuti. Interminabili minuti.


    Il mare si era trasformato in un’immensa distesa di sangue. Sangue rappreso, raggrumato. Così viscoso che non riusciva a toglierselo dalle caviglie, dai polsi, nonostante piovesse a dirotto. E più cercava di allontanarsi dalla costa, più le ondate rosse lo raggiungevano percuotendolo con violenza. Fu un attimo. Ma  bastò a fargli capire tutto. Il corpo che aveva intravisto era quello di Agata. La corrente lo portava alla deriva. Lo portava lontano da lui. Quello che galleggiava senza vita era il fantasma d’un amore che entrambi credevano non potesse mai abbandonarli. Lucio raccolse tutte le sue forze e si tuffò. Abile nuotatore sembrava potesse passare indenne fra le braccia del brigante e salvare la sua bella. Ma non fu così. Il suo corpo senza vita fu trovato alcuni giorni dopo la mareggiata. Come solo alcuni giorni dopo fu trovato il corpo di Agata fra le lamiere contorte della sua auto, finita per la velocità eccessiva in una scarpata.


    Chissà se l’ultimo pensiero di entrambi fu lo stesso nell’istante del trapasso.


    Credo di sì, dato che la spiaggia ancora oggi dona le conchiglie dei sorrisi e dei baci che furono a chi è in grado di ascoltare pur avendo le mani sulle orecchie.