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in archivio dal 24 ago 2006

Massimiliano Magno

22 giugno 1977, Roma
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  • 23 febbraio 2007
    Suicidio

    In un attimo, piangere e capire
    Quando dentro ormai tutto è diverso.
    Credere che la vita sia un lento finire
    E, in un lampo, far parte dell' universo.

     
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  • 06 settembre 2007
    La tua luce su di me

    Come comincia: La confusione nella mia mente era in quel periodo la mia fedele compagna ogni volta che tornavo a casa e ripensavo a quanti significati si annidano dietro ogni singola parola che confidavo alla mia analista.
    Ormai sulla soglia dei 30 anni, vivevo la mia vita come un rassegnato andare avanti in attesa di qualcosa che potesse dare un senso a tutto. Credevo che quel significato risiedesse in una donna e per questo ogni volta che una storia finiva in miseria, mi attaccavo tristemente al sogno che tutto potesse essere perfetto, soffrendone più di quanto la situazione richiedesse.
    La metro era affollata, ma nonostante il caotico vociare delle persone, il mio pensiero era altrove perso in qualcosa più grande di me, come un topo in un labirinto.
    Scesi alla fermata di “Ponte Lungo” e mi diressi verso casa.
    Guardavo la persone che passavano in attesa di carpire meglio che significato dessero alle loro vite, ma è una di quelle domande che non si possono capire da semplici piccoli gesti riassunti in pochi secondi di valutazione, così facevo lavorare la mia immaginazione per sopperire i vuoti.
    Quando incrociai il suo sguardo, sentii un colpo al cuore, per un attimo mi sembrò di vedere della luce nei suoi occhi, era ferma davanti un portone, parlava da sola e stringeva nella sua mano il pomello.
    Abbassai immediatamente lo sguardo e tirai dritto facendo finta di nulla, era così che mi comportavo quando mi sentivo insicuro, evitavo sempre le situazioni che potessero potenzialmente nascondere un rifiuto.
    Passai davanti a lei e avvicinandomi cercai di capire cosa stesse dicendo.
    “Scusami ma devo andare, è stato un piacere” disse, rivolta a non so cosa, senza mai distogliere lo sguardo da me.
    Quando le fui accanto, mi prese sottobraccio e comincio a camminare insieme a me.
    Dopo pochi passi mi fermai e la fissai con aria interrogativa e allo stesso tempo imbarazzata, lei sorrise e incredibilmente mi disse:
    “Davvero tu cerchi le risposte nei gesti delle altre persone? Massi ma è da pazzi!”
    Strabuzzai gli occhi: “Come lo sai? Leggi nella mente?”.
    Lei sorrise: "E la prossima domanda che mi farai sarà..." - disse, cercando di imitarmi in un’espressione sospettosa - "... come conosci il mio nome?".
    Era vero, non avevo fatto caso che avesse pronunciato il mio nome.
    Pensai che fosse uno scherzo di qualche mio amico o addirittura un sogno, ma qualsiasi spiegazione razionale dessi lei le smenti tutte.
    “E allora come puoi sapere queste cose?”
    “Sono una donna, ho i miei segreti”.
    Cominciammo a passeggiare, mentre la incalzavo di domande per scoprire la verità, ma da quella bocca non lasciava trapelare nulla che potesse confermare le mie ipotesi, finché non mi disse:
    “Non puoi ammettere che esista qualcuno capace di sentire i pensieri delle persone? Prima metterai in dubbio ciò che sai, prima capirai come e perché ci sono riuscita”.
    “Raccontami un po’ di te, non so nemmeno come ti chiami”.
    Disse che il suo nome era Raffaella, che non era delle mie parti, era in viaggio e si era fermata a Roma solo qualche giorno per visitarla.
    Ero affascinato dal suo modo di gesticolare, sembrava emanasse calore ad ogni movimento.
    Quando sorrideva, sembrava sorgesse il sole estivo dopo una notte invernale.
    “Cosa sogni della tua vita?” le chiesi.
    “Che strana domanda” - mi rispose - ”Non ho grandi sogni, più che altro quando ho voglia di fare qualcosa la faccio”.
    “Non hai vincoli? Un lavoro, una famiglia?”.
    Rise e in quel momento non capivo perchè questa domanda le sembrasse così assurda.
    “Non ho bisogno di lavorare per vivere, sono sola e, per quanto a te, che riponi molte speranze nella donna che avrai al tuo fianco, possa sembrare assurdo, io sto benissimo così”
    Parlando, arrivammo a piazza Re di Roma, ci sedemmo su una panchina.
    “Max tu riponi troppe speranze negli altri, la serenità è un’emozione che nessuno ti può dare, specialmente su questa terra, dove la concezione di vita è ancora a uno stadio primitivo, la devi trovare da solo per te stesso e, per quanto il tuo cuore sia generoso, non potrai dividerla con nessuno perché ognuno deve trovare la sua con le proprie forze”.
    “Sai ho sempre pensato che un giorno una donna mi avrebbe salvato la vita, che avrebbe colorato tutti i punti di questa terra che ai miei occhi sono grigi”
    “Sei tu che li vuoi vedere tali” - mi disse - "perché sei ancorato a delle visioni troppo limitate della vita".
    Mi incuriosii a questa sua ultima affermazione: “Che intendi dire?”
    “Non posso spiegartelo, se un giorno ci arriverai, allora capirai cosa intendo, ma dovrai farlo da solo”.
    “Ma non è un po’ triste pensare di essere sempre soli?”.
    “La tua concezione di essere soli è ben diversa da quella che è la mia”.
    Il suo modo di parlare, mai chiaro, mai diretto, mi incuriosiva da morire, non riuscivo a smettere di domandarle qualcosa, era più forte di me, era come se fosse l’occasione che aspettavo da una vita, ma più mi sforzavo di capire , più qualcosa mi sfuggiva.
    Senza che ce ne accorgessimo, un signore sulla cinquantina, fermo davanti a noi, cominciò a fissare con occhi incantati Raffaella.
    Ci guardammo perplessi e, volgendo gli sguardi verso lui, domandai: "Mi scusi? Ha bisogno di qualcosa?".
    “Ma quanto e’ bello!”.
    Rimasi interdetto per un attimo: "Come ha detto scusi?"
    “Non ho mai visto un esemplare così bello, come si chiama?”
    Ero sempre più sconcertato dalle parole del signore, ma risposi ugualmente.
    “Raffaella”,
    “Ah è una femmina e suppongo sia tua, dove l’hai presa?”
    “Ma che razza di domande sono?” - risposi un po’ alterato - "ci siamo incontrati per strada e lei è libera, non appartiene a nessuno”
    “Beh ragazzo mio, sei stato fortunato perché è molto bella” e lo era davvero, "prenditene cura come si deve" e si allontanò lasciandomi esterrefatto.
    Guardai Raffaella con una faccia talmente sbigottita che lei scoppio a ridere.
    “Certo che sono tutti matti ormai” le dissi sorridendo.
    “Quell’uomo non è matto, sei tu che non hai ancora capito!”
    “Capito cosa?”
    Mi fissò negli occhi e mi sentii inerme davanti a quello sguardo.
    “Io non sono una donna”.
    “Ma che sei impazzita anche tu?”
    Sorrise.
    “Io ai tuoi occhi sono la donna che aspetti da una vita, perché una donna che ti capisca è  ciò che tu desideri più di ogni altra cosa, non mi hai riconosciuta perché non hai mai dato importanza a che aspetto esteriore avesse, agli occhi di quell’uomo ero il cane che desidera da tutta una vita e chissà quante persone ti hanno visto passeggiare con un cavallo, una moto, o con il loro sogno ricorrente”.
    Non sapevo se crederle o no, se essere spaventato e sconvolto o se farmi una risata.
    Rivolsi allora lo sguardo verso le persone che avevamo intorno e solo allora mi accorsi che tutti gli occhi erano puntati su di noi, perché veramente le persone in Raffaella vedevano il loro desiderio più nascosto.
    “Ma-ma-ma cosa sei allora?” - balbettai.
    “Potrei provare a spiegartelo, ma a condizione che tu non mi chieda di più di quello che io sono disposta a dirti”
    Feci un cenno di assenso con la testa.
    “Anche se ti può sembrare assurdo, io sono energia pura. Leggo i tuoi pensieri perché vedo chiaramente l’energia che li crea. La vita non è come voi la considerate sulla terra. Ti faccio un paragone che forse ti può essere più chiaro: la vita è come un grattacielo, ha molti piani o livelli, voi terrestri vivete al piano terra e tutto il vostro progresso di cui andate tanto fieri, non è altro che un perlustrare il piano più basso. Vi muovete avanti e indietro, ma non avete mai pensato di muovervi verso l’alto.”
    Rimasi a bocca aperta.
    “Sai ci sono anche stati alcuni uomini che hanno saputo salire qualche piano come Gesù Cristo o il principe Shakyamuni, ma voi li avete interpretati come figure divine arrivando ad adorarli, come probabilmente fareste con me se solo mostrassi le mie potenzialità” e con una mano dolcemente spinse il mio mento verso l’alto.
    “Ma come posso fare a salire i livelli?” chiesi.
    “Non mi e’ permesso dirtelo, ci devi arrivare da solo, salire di livello comporta un percorso di maturazione e rispetto universale, perché non so cosa succederebbe se una persona del mio livello avesse cattive intenzioni, hai ancora tutta la vita da umano per arrivare a capire, non è poi cosi difficile, ci può arrivare chiunque, anche se io ho avuto a disposizione più tempo di quanto ne avrai tu”.
    “Hai avuto più tempo? Cosa intendi?”
    “Beh, io non sono nata sulla terra e non ho avuto la durata di una vostra vita per capire queste cose ma molto di più, perché prima di essere energia ero una stella”.
    Mi alzai di scatto, mi sentivo spaesato, non sapevo se fuggire o se continuare a parlare con lei.
    “Dai ti accompagno a casa” - mi disse - "che tra poco dovrò ripartire".
    “Dove vai?” le domandai, come se fosse la cosa più naturale del mondo perché mi aspettavo una risposta naturale tipo, Firenze o Napoli.
    “Continuo il mio viaggio, alla ricerca del quarto universo”.
    “Quarto universo?” chiesi con tono sospettoso.
    “Oops! Non dovevo dirtelo” sorrise ”ma non credo che potrai fare molto sapendo questa cosa. Esistono tre universi conosciuti, io sono nata nel primo, ho visitato il secondo e questo in cui sei nato tu è il terzo, tutti e tre disposti su una semiretta e il mio universo è il punto d’origine, dove sia o se esista un quarto è ancora un mistero”.
    “Tutto ciò e’ assurdo”dissi” perchè dovrei crederti?”.
    “Non a caso mi sono interessata a te, per quanto vivi sulla terra, hai una mentalità molto più aperta della maggior parte degli umani. Sai che non sto mentendo”.
    Il tempo sembrava volare accanto a lei, cosi come la strada sotto i nostri piedi, avrei voluto che quella camminata fosse durata in eterno, ma mi accorgevo che ogni passo che percorrevamo mi avvicinava sempre più ad un addio che non avrei voluto.
    Lei mi guardò dolcemente “Non essere triste per la mia partenza, non ne hai motivo”
    “E’ che mi sento così bene accanto a te, non vorrei che tu te ne vada”.
    “L’amore per come lo intendete voi sulla terra è una emozione che proviene da un fattore esterno, una donna, un uomo o qualsiasi tipo di amore verso qualunque cosa e anche questa è una visione sbagliata, l’amore è innato nella vita, è uno stato che non è provocato da nessun fattore esterno, solo che a voi sembra così, non esiste l’anima gemella, qualunque cosa può farti innamorare ma in realtà è un vostro auto-convincimento, solo tu puoi decidere se essere innamorato anche se il tuo amore non è rivolto verso un obiettivo. Tu qualcosa hai capito, quando dici che non ti interessa il lato esteriore di una persona ma come ti fa sentire, è il primo passo per capire quello che sto dicendo, ma ancora ne devi fare di strada”.
    “Invece noi siamo arrivati” aggiunsi.
    Eravamo davvero arrivati sotto casa mia.
    “Ti rivedrò?” chiesi.
    “Non credo, ma se un giorno ripasserò per questo pianeta verrò a trovarti”
    “O magari ti verrò a cercare io per il terzo universo” dissi ammiccando.
    Si lasciò andare a una composta risata: “Questo è lo spirito giusto”.
    “Toglimi una curiosità, cosa facevi davanti a quel portone?”
    “Stavo parlando con lui”
    “Eh?”
    “Voi umani mi farete diventare matta” disse portando la sua mano alla testa.
    “Tutto ha un’anima, ogni oggetto che vedi ce l’ha anche se voi pensiate siano oggetti inanimati, ma siete soltanto voi che non riuscite a vedere!”.
    “Impressionante” e pensai che nemmeno ricordavo tutte le volte che avevo trattato male quello che consideravo un oggetto.
    “Devo andare” mi disse, prese le mie mani tra le sue, avvicinò e sfiorò le sue labbra alle mie.
    Si allontanò e mi fece un cenno con la mano.
    Volevo dire qualcosa di sensato qualcosa che le rimanesse impresso, ma l’unica cosa che dissi è: "Stavo pensando, per trovare il quarto universo vi muovete avanti e indietro, ma non avete mai pensato di muovervi verso l’alto".
    Raffaella annuì sorridendo e, mentre un bagliore mi accecò per un istante, disse:”Non a caso ho scelto te”.
    Quando riaprii gli occhi, non c’era più.

     
  • Come comincia: Le lancette non ne volevano sapere di scivolare facilmente quel sabato sera, sembravano frenate dalle note malinconiche di "Mad World", dalla voce quasi apatica e ipnotizzante di Gary Jules e da tutti i pensieri che la mia mente creava, senza che io potessi arrestarla, come un muscolo involontario, che lavora indipendentemente dalla nostra coscienza.

     

    La musica e' il nostro tramite, e' cosi che lei comunica con me quando vivo un'emozione, mi parla attraverso l'armonia e le parole delle canzoni che memorizza ascoltandole, anche una sola volta.Per questo non sopporto la televisione, se non i canali musicali e ascolto ore e ore la radio, per dare voce alla mia mente, per ampliare il suo linguaggio.

    Piu cercavo di svolgere le solite mansioni, piu ero ossessivamente impegnato in pronostici, positivi o meno, di quello che sarebbe stato quel sabato sera e di come mi sarei trovato alla festa di compleanno di Francesca.

    Perlomeno cosi' avevo una scusa per prendere la moto, visto che a causa di un problema al menisco, avevo trascorso un periodo d'astineza dalle 2 ruote, terminato da pochi giorni.

    Parlo di astinenza perche' la moto diventa una droga, quell' adrenalina unica nel suo genere, anche per chi, come me, cerca sempre di usare la testa nel guidarla, ma a volte e' lei a guidare te e a questo non puoi, o non vuoi opporti.

    Per farla breve, arrivo' l'ora in cui potei finalemente andramene a casa.

    Una doccia veloce, un'altrettanto cena sbrigativa e fui pronto ad uscire.

    Appuntamento con Marco, il ragazzo di Francesca, che, considerando la sua notoria fama di ritardatario, mi fece attendere solo mezz'ora ma purtroppo io non conoscevo il luogo della festa e, da quanto appresi successivamente, neanche lui.

    Accesi il motore e una volta scaldato, fummo pronti a partire, io in sella a Maya, la mia Hornet gialla e nera e lui sulla sua California Stone.

    L'asfalto scivolava sotto le nostre ruote con nostro grande piacere.

    Per me la strada ha sempre avuto un significato mistico, rappresenta tutti i momenti, piacevoli o sofferti, eccitanti o deprimenti, di qualsiasi tipo di meta', sia fisica che mentale.

    Il cammino di una vittoria e' il suo reale sapore, piu e' sofferta e piu questa e' piena di soddisfazione.

    Lungo la strada ci incontrammo con due nostri cari amici e fatta conoscenza con la ragazza di Antonio, uno dei due, sotto la guida di Marco, ci dirigemmo alla festa con le indicazioni che la festeggiata gli aveva dato.

    Sbagliammo strada una prima e una seconda volta e mentre la mia mente mi cantava...

    "Rotta per casa di Dio
    ci stiam perdendo la festa
    rotta per casa di Dio
    e stiamo uscendo di testa
    Non le troveremo più sulla porta e poi
    niente tacco alto né gonna corta e noi
    con il groppo in gola e il cuore che batte
    ci faremo menate per tutta la notte"

     ...e io cercavo di spiegarle che gli 883 non sono il mio genere preferito, riuscimmo a trovare la strada che cercavamo.

    Dopo aver parcheggiato e legato, in maniera maniacale le nostre moto, entrammo nella festa.Salutai la festeggiata e le diedi il nostro regalo, una bottiglia di assenzio, tanto per far capire subito che piega avrebbe preso la serata.

    Ci presentammo un po' a tutti, regalando e ricevendo sorrisi e questa socialita' ci mise di ottimo umore.

    Scherzando con gli altri mi voltai , un po' per caso, un po' per curiosita' verso chi ancora non avevo conosciuto.

    Davanti a me due occhi.

    Con un suono sordo, il tempo rallento' fino quasi a fermarsi.

    Due occhi profondi tanto da vederci dentro il mare e mi sentii affogare.

    Il fiato mi si strozzava in gola, non reagii, mi lasciai cullare dalle sue onde.

    Il suo viso mi trasmetteva delicatezza, ma allo stesso tempo scorgevo della malinconia dietro al suo sguardo, come se stessi assistendo al Chanoyu(1) eseguito da una ragazza esperta di Sado(2), sulle note di "Forbidden colors" di Sakamoto, come se la purezza di quel momento fosse un barlume nel grigiore del mondo e il contrasto la facesse brillare di piu, ma allo stesso tempo ti ricordasse che in ogni momento quella naturalezza si potrebbe rovinare.

    "Ciao mi chiamo Sandra"

    "Massimiliano, molto piacere".

    Cominciammo a parlare, degli argomenti piu stupidi che mi vennero in mente, davanti a lei tutto quello che dicevo sembrava ridicolo.

    Intanto malto e luppolo scaldavano la mia anima, che alla vista di Sandra aveva capito quanto puo' essere gelido a volte sentirsi soli, facendo abbassare la guardia a tutti quei tabu che solitamente metto per difendermi.

    Quando GinLemon e RumEPera, presero' il posto della birra, tutto muto' e i ricordi rimasti sono per lo piu evanescenti.

    Ricordo che mandavamo giu un GinLemon insieme e nel mentre ascoltavo i Marlene Kuntz cantare......

    "Non c'è contatto di mucosa con mucosa
    eppur mi infetto di te,
    che arrivi e porti desideri e capogiri
    in versi appassionati e indirizzati a me"

    ...e mentre guardavo i suoi occhi...

    "C'è un principio di allegria
    Fra gli ostacoli del cuore
    Che mi voglio meritare
    Anche mentre guardo il mare
    Mentre lascio naufragare
    Un ridicolo pensiero"

     ... gia, "lascio naufragare un ridicolo pensiero", perche' tutto pensavo tranne che fare di tutto per andarci a letto.

    Non so spiegarmi il perche', non c'e' nulla di male ad avere un rapporto sessuale, anche con una ragazza conosciuta da poco, naturalmente con le dovute precauzioni, eppure, per quanto lei mi piacesse, volevo che le cose andassero con cautela, non volevo correre, non volevo che tra noi quella notte succedesse un atto, per quanto piacevole e bellissimo, unicamente fisico, che magari avrebbe impostato un tipo di discorso diverso da quello che avrei voluto intraprendere con lei.

    "Non ci provare mai piu' " dissi sorridendo riferendomi alla mia mente che mi proponeva, non so quale canzone di Alex Britti, che intimata dalla mia minaccia cambio immediatamente canzone...

    "per convincerti ho
    due minuti
    ancora due
    minuti ma
    non li sprecherei
    per mentirti mai

    come
    neve
    fredda scenderei
    per coprir
    tutto quello che sei
    come sale
    bianco brucerei
    ...brucerei"

    Tra un black-out di lucidita' e l'altro la persi di vista.

    La cercavo ma non riuscivo a trovarla, cosi' mi rivolsi a Marco:

    "Ehi hai visto Sandra?"

    "Eeeeeh lo avevo detto io a Francesca che tu a quegli occhi non avresti resistito!" mi rispose, offrendomi un sorso di non so cosa stesse bevendo "Prova a vedere se si e' andata a riposare in camera da letto".

    Entrai in camera, era li, sdraiata di fianco sul letto e il profilo del suo corpo appariva ai miei occhi stupefacente, come una catena montuosa appena innevata.

    "A un passo dal possibile
    A un passo da te"

    ...Mi sdraiai accanto a lei, in cerca di un momento di intimita'...

    "Paura di decidere
    Paura di me"

    ...un momento che appartenesse solo a noi due, in cui nessuno avrebbe influito.

    "Di tutto quello che non so
    Di tutto quello che non ho"

    Era li accanto a me, l'accarezzavo dolcemente sulla spalla, mentre riposava e sembrava non curarsi di me.

    "Eppure sentire
    Nei fiori tra l'asfalto
    Nei cieli di cobalto, c'è"

    Tra noi c'era un abisso ancora, colmato soltanto dall'alcool e dalla voglia di buttarci dietro tutte le sofferenze di questa vita.

    "Eppure sentire
    Nei sogni in fondo a un pianto
    Nei giorni di silenzio, c'è"

     
    Tra noi non c'era niente ancora, soltanto la profondita' dei suoi occhi e la dolcezza delle sue labbra che bramavo silenziosamente, mentre continuava a riposare, come se fosse la cosa piu naturale del mondo.

    "un senso di te."

    Non ricordo se pensai soltanto di intercciare le gambe o se lo feci veramente.

    Le canzoni si susseguivano rapidamente...

    "E' certo un brivido averti qui con me
    in volo libero sugli anni andati ormai
    e non è facile, dovresti credermi,
    sentirti qui con me perchè tu non ci sei.
    Mi piacerebbe sai, sentirti piangere,
    anche una lacrima, per pochi attimi."

     
    ...una lacrima che avrei custodito gelosamente perche sarebbe stata solo nostra.

    L'istante dopo lei era fuggita via, come il vento che all'improvviso cambia direzione, come una bolla di sapone che per quanto perfetta, dura pochi secondi.

    Mi sedetti ai piedi del letto.

    La guardai che usciva dalla stanza, come un bambino dispiaciuto guarda lo stelo del tarassaco appena privato del suo pappo, perche qualcuno ci ha soffiato sopra.

    Mi sdraiai nuovamente e mi addormentai chiedendomi, e ascoltando, "Come sei veramente", del maestro Allevi.

    Non so quanto tempo passo, mi svegliai cadendo dal letto, pensando di essermi mosso nel sonno.

    "Andiamo!Ma che fai dormi?", era Marco che mi aveva buttato giu dal letto e tenendomi per le gambe comincio a trascinarmi per casa.

    Mi lasciai trasportare, con il mio sguardo fisso sul soffitto che scivolava, senza reagire.

    Il mondo da quella posizione, oscillante e distorto a causa dell'alcool, aveva tutt'altro aspetto e mi interrogai su quante volte una stessa cosa puo' sembrare diversa a piu' persone, a seconda del punto di vista.

    "Io scendo qui" dissi, aggrappandomi alla porta semiaperta del bagno.

    Entrai e diedi di stomaco.

    Mi sciacquai la faccia nel lavandino e quando guardai nello specchio, le mie considerazioni sul mio stato, molto piu vicine ad un alcolizzato cronico che ad una persona normale, erano accompagnate dalle note di "Don't Panic".

    Tornai in salone ma ormai erano quasi tutti andati via, Sandra compresa.

    Uscii da casa, in giardino vidi Marco, sorretto da Francesca che emulava le mie gesta nel bagno di qualche minuto fa!

    Non gli diedi piu' di tanta importanza, ne avevamo vissute talmente tante insieme che sapevo benissimo che se la sarebbe cavata da solo, e poi c'era gia Francesca, ormai pensavo unicamente a tornare a casa.

    Scesi in strada e slegai la moto.

    Mi raggiunse Marco con un lampioncino da giardino in mano, tutt'ora ignoro dove l'avesse preso.

    "Ce la fai a guidare?" mi chiese.

    In realta' non ero in condizioni di guidare ma il tasso alcoolico nel mio sangue era troppo alto perche io potessi accorgemene.

    "Non c'e' niente che io non possa fare in questo momento", ostentando una sicurezza che chiunque avrebbe giudicato fasulla.

    Ma non diedi a nessuno il tempo di replicare, accesi al moto e partii.

    Fu la mia moto a riportarmi a casa, perche non avevo la minima idea di come riuscire a guidare e non ricordo quasi niente dei 30 km che ho percorso per tornare a casa.

    Durante il viaggio ragionavo su cosa avesse spinto Sandra a scappare e, anche se so di illudermi pensando questo, mi piace pensare che se ne sia andata per paura che anche solo un gesto potesse rovinare un momento come quello che stavamo vivendo, in cui, senza neanche sapere quanto avessimo in comune, eravamo fuggiti insieme da tutti i problemi e i dolori che avevamo.

    Se potesse ascoltare la mia mente in questo momento, sentirebbe sussurrare...

    "Un anno di
    narcisi e solitudine
    specchiandomi
    nella mia finitudine,

    sporgendomi
    su quella viva fissità
    che ad ogni respiro moriva un po'
    in concentriche

    delucidazioni
    e fuggevoli illuminazioni.

    E in essa tu,
    ninfea di bianco fascino,
    che aprendoti
    sul lago delle vanità

    ti apristi a me, perduto in
    una sola immagine
    vibrante ad ogni sospiro.
    E bella e fragile.

    Ci guardammo e ci ascoltammo:
    silenzi e parole a corredo del testo della seduzione
    e il suono segreto delle brame a musicare la scena.
    Poi finalmente un dì ti presi fra le mani
    e le tue foglie si adagiarono sui miei palmi
    ma il soffio della vita e il suo schiaffo ti fecero presto volare via

    Ed ora, qui,
    nessun profumo sa di te.
    Non ci sei più.
    Nell'acqua ciò che è intorno a me
    si specchia con me
    riflesso in un'immagine
    che si anima di quello che anima me.

    Resterò qui
    un anno, un altro... e quanti più...
    specchiandomi
    ovunque dove eri tu.
    E intorno a me
    narcisi e quietudine
    e tutto ciò che si anima di quello che anima me."

    ... non l'ho piu incontrata... non ancora!

     

     

     

    (1) Cerimonia del the

    (2) La via del the

     
  • 09 settembre 2006
    Deliri di una mente incompresa

    Come comincia: Notte fonda, sigaretta ancora da accendere tra le labbra, note che escono dallo stereo e colorano la stanza di un’ aspetto cupo e angoscioso.

     


    Senso di inquietudine, come quando senti la forza di rivoluzionare il mondo ma, allo stesso tempo, ti accorgi di essere immobile, di non saper neanche dove cominciare.


    Mani leggermente tremolanti di chi sta passando la notte insonne, che afferrano svogliatamente l’accendino.


    Il tabacco comincia ad ardere, quel sapore così acre in bocca ma cosi dolce nel cuore, che ti illude di essere un po’ più vicino a Dio.


    Dio, che strana parola per definire un’entita superiore che controlla tutto.


    Per la mia concezione di religione non esiste una parola che lo possa rappresentare, perché Lui è tutto e allo stesso tempo niente, è il bene e il male, l ’alfa e l ’omega, la vita e la morte.


    Il mio rapporto con Lui è molto diverso da quello che predicano le religioni, almeno di quello che sommariamente conosco.


    Non esistono chiese, templi, mecca o monasteri, Lui è dovunque e non servono tramiti per rivolgergli la parola.


    Una delle interpretazioni del vangelo di San Tommaso:


    "Il regno del signore è dentro di te, tutto intorno a te, non è in templi fatti di legno e di pietra.


    Spacca un pezzo di legno e io ci sarò. Solleva una pietra e mi troverai.


    Queste sono le parole nascoste pronunciate da Gesù vivente.


    Chi troverà il senso segreto di queste parole non assaggerà la morte."


    Strano rapporto quello che abbiamo io e Lui. So che Lui c’è e sono sicuro che Lui sa lo stesso di me, come due amici che non si sentono mai perche uno, o tutti e due sono troppo indaffarati per farlo, ma sanno di poter contare su questa amicizia.


    Non ci sono regole tra me e Lui, solo una, il mio rispetto per Lui e per tutto ciò che ha creato e, di conseguenza, il rispetto suo per me e per le cose che ha creato nei miei confronti.


    Mi sembrano assurdi tutti quei concetti di comandamenti che hanno varie religioni, basterebbe solo il rispetto.


    Saturare la vita di limitazioni e di divieti, che sciocchezza!


    Chi sei tu Padre per dirmi di non uccidere? Tu così  tronfio di orgoglio la domenica a messa durante il tuo sermone!


    Gesù nacque povero e morì povero, la chiesa secondo te fa lo stesso?


    Con quale coraggio predichi cosa fare e non fare dopo che alcuni tuoi colleghi violentavano bambini?


    Ti sei mai chiesto se il tuo Dio sarebbe contento di questa chiesa che oggi accusa la guerra santa e fino a ieri era impegnata nelle crociate?


    Milioni e milioni di ricchezze acculate negli anni, mentre le persone nel mondo continuano a morire di fame!


    Personalmente non ho bisogno delle tue regole, le mie sono gia scritte sulla mia pelle, grazie alla mia famiglia non andrò mai ad uccidere una persona a meno che non mi abbia esasperato.


    Non lo farò, non per la paura della dannazione eterna, ma perché le persone che più contanto a questo mondo me l’hanno insegnato e hanno saputo darmi dei valori. Grande famiglia la mia, li amo tutti e non avrei potuto avere di meglio.


    Mi hanno insegnato a vivere la vita in ogni momento, anche se non sempre e’ tutto facile.La miglior interpretazione di come vivere è esattamente stata espressa in uno dei deliri piu’ saggi di un mio caro amico, davanti ad una birra ghiacciata e il piacer di una conversazione con una persona che stimi: "Se ti faccio un regalo, secondo te, preferisco che lo usi, ti ci diverti, lo senti pienamente tuo fino ad amarlo, anche se lo distruggi, oppure che non lo adoperi mai per paura di romperlo o anche solo di rovinarlo, senza mai essertelo goduto a pieno?


    Be' la vita per me è un regalo fatto da Dio e sono sicuro che voglia che io lo usi".


    Filosofie da due soldi le mie, certo, ma ho imparato a crederci e a sentirle veramente mie e questo le rende uniche.


    La canzone scema e la mia mente torna alla realtà come se l’anima rientrasse dopo una esperienza extracorporea.


    Attimi di silenzio lunghi un’eternità, la stanza che prima era piena di colori ora sembra vuota. Tutto è fermo, stranamente sembra che anche la città si sia ammutolita e attira la mia attenzione il fumo che esce dalla punta della sigaretta, all’inizio denso e compatto, poi pian piano sempre piu’ mutevole e labile fino a sparire.


    Proprio quando mi stavo convincendo che anche il tempo si fosse fermato, una nota armoniosa di una chitarra acustica ha introdotto una nuova conzone.


    Amo questa canzone così viva e passionale.


    Mi riporta vecchi ricordi alla mente, una ragazza in particolare, che me la fece conoscere.


    Abbiamo fatto più volte l’amore con questo sottofondo e da allora rimarra sempre nel mio sangue.


    Avrei voglia di fare l’amore con lei in questo momento, non solo per placare il mio istinto sessuale, ma per la gioia di scoprire il suo corpo nudo, di vederla godere, di rubare il suo profumo e il suo sapore, di sentirla mia e mia soltanto, di venire nello stesso istante, di vederla sudata e tremante per la grande emozione provata, di poterla proteggere con il mio corpo nei minuti successivi, nei quali mi sembra indifesa e via dicendo.


    Cazzo! Quante emozioni in un unica parola!


    Ma non voglio demoralizzarmi per bizzarri amori andati a puttane, finiti per la lontananza, o per un componente della famiglia troppo morboso, o perché sotto sotto c’era un altro, anche se la scusa ufficiale era: "Sei dolcissimo, nessuno mi ha mai trattata così, ma non è il momento giusto", della serie ti amo troppo ma non possiamo stare insieme.


    Ormai la sigaretta sta bruciando il filtro e mentre la guardo vedo una gran somiglianza con i miei amori passati. Fiamma iniziale, passione ardente, sollievo e dolore, fino alla scontata fine.


    Mi piacerebbe poter definire l’amore, ma chi può farlo?


    Se non ci sono riusciti poeti, scrittori e artisti di tutto il mondo, come posso farlo io?


    Tutto quello che so è che quando un amore finisce bisogna avere la forza di reagire, anche se non è facile.


    Io stesso dopo molti anni credo di non aver smaltito ancora una ragazza e chissà quando ce la farò.


    Ma se oggi mi ritrovo ad essere quello che sono è anche grazie a queste storie e la loro capacità di farmi crescere sia nel bene che nel male, cito a memoria: "Tutto l’amore incancrenito, ha mutato il mio mondo in nero, marchiando tutto cio’ che vedo, tutto ciò che sono e saro’" (Black - Pearl Jam NdA)


    La voglia di amare per me è come un bisogno, è come se avessi sete, devo cercare di placare questo mio sentimento perché preferisco star male, essere in astinenza da amore piuttosto che sbagliare di nuovo.


    Ah Dave Dave, se solo tu sapessi le emozioni che mi dà la tua canzone, sono sicuro che questo basterebbe a renderti orgoglioso di averla scrtitta.


    Violino e sassofono che si intrecciano come filamenti di un DNA mentre la chitarra e il basso li legano tra loro, la batteria li tiene sospesi e la voce colora tutto armoniosamente.


    Questa musica è viva, mi da molte più sensazioni di quante me ne dia la gente comune ogni giorno.


    Percepisco la fatica con cui è scritta, ma anche l’amore che ogni volta ti spingeva a continuare, a credere in questa canzone e in tutto il tuo lavoro.


    Ascoltare una canzone che trasuda emozioni vissute mi fa sognare di viaggare lontano.


    Non sono piu’ nella mia camera, erro da un paese all ’altro, luoghi conosciuti, altri mai visti e addirittura immaginari.


    Ma il caldo di Copa Cabana sulla faccia e il freddo delle regioni artiche nelle ossa che in questo momento percepiscono sono effimeri e nel momento in cui cerco di focalizzarli volano via.


    Se, quando sei lucido, la musica riesce a farti avere l ’effetto di un acido, non e’ piu’ semplice musica, e’ pura magia.


    Che succede? Mi ritrovo seduto in camera mia, tutto e’ buio, la musica ha cessato di esistere ed evolversi, faccio una rapida mente locale e mi accorgo che deve essere andata via la luce.


    Quando una canzone viene stroncata mentre la si vive, la delusione e’ demoralizzante, come quando fai l ’amore con la donna dei tuoi sogni e tutt’ ad un tratto senti in lontanaza uno strano cicalino che ti fa capire che e’ tutto un sogno e oltratutto e’ ora di andare a lavoro!


    Tutto e’ scuro, imperscrutabile, di nuovo la sensazione di assenza di rumore, questa volta piu’ intensa.Comincio a sentire un sibilo assordante, quel sibilo che non ti lascia mai quando tutto e’ silenzio.


    Tutto sembra ovattato, cerco a tastoni le mie sigarette e il rumore delle mie dita che setacciano freneticamente la scrivania affievolisce , non senza sollievo, il sibilo che appena terminata l’operazione e’ subito li a farmi compagnia.


    Accendo l ’ennesima sigaretta, che in mezzo all ’oscurita’ sembra una nana marrone, una stella troppo piccola per poter brillare.


    Il buio che mi ruota attorno sembra ghermirmi e crea suggestione nella mia mente.


    Immagino creature mostruose in casa, demoni che mi aspettano negli angoli, pronti a portarmi con loro nelle viscere della terra.


    Mi fa paura l’occulto, l ’uomo ha sempre avuto paura di cio’ che non conosce e io non sono da meno.


    L’aldila’ e’ una dimensione che non riusciamo a concepire lontanamente, e’ indecifrabile fino al momento del trapasso.


    Mi immagino anime che vagano sopra la nostra testa, con il compito di proteggerci , angeli custodi o spiriti guida,il nome non e’ importante, ma anche anime dannate che ci infastidiscono, forse solo perche’ siamo noi con la nostra presenza a turbarli.


    Non sono un esperto in materia e non ho la presunzione di credere che cio che immagino sia sempre vero, ma mi piace pensare che i miracoli, gli ufo, i fantasmi, le fate, gli gnomi e tutto quello che la fantasia di un bambino puo’ creare, possano davvero esistere.


    La luce non da segni di vita, forse e’ meglio andare a letto e provare a dormire un po’.


    Lascio il mio corpo scivolare dolcemente dalla sedia al letto, dalla finestra semiaperta entra a farmi visita una leggera brezza, la sua presenza e’ piacevole visto il caldo di luglio.


    Mentre cerco di rilassarmi e non pensare al lavoro di domani, sento qualche piccolo ticchettio provenire dalla strada.Il ticchettio progressivamente aumenta e con un po’ di immaginazione, di sicuro quella non mi manca, si trasforma in un ritmo scandito da percussioni.


    Il suono sale velocemente di ritmo fino a diventare un incessante scrosciare di pioggia.


    Un lampo che illumina a giorno e dopo qualche istante un tuono cosi’ potente da farmi tremare, come se volesse manifestare la sua maestosita’ a noi piccoli mortali.


    Non ci penso su due volte, metto i primi panni che trovo sulla sedia e sono in strada.


    L’odore stantio della terra bagnata dalla pioggia, dopo un lungo periodo di caldo incessante, mi inebria.


    Corro a perdifiato per le strade non illuminate, mi fermo nel parco a braccia aperte come ad accogliere con grande affetto questo evento inaspettato.Ancora un lampo e un tuono.


    Mai Roma e’ stata cosi’ bella!


    La situazione mi fa pensare al passato, non ad un episodio preciso, mi mette nostalgia, ma non sono triste, sono sopraffatto dalla sensazione di liberta’, esatto, mi sto godendo una briciola di liberta’, ed e’ talmente travolgente che comincio senza accorgermi a piangere.


    Lacrime e pioggia bagnano il mio volto, vorrei condividere questo momento con la donna che amero’ per tutta la vita.


    Piango e ad ogni lacrima e’ come se mi stessi spurgando del dolore che ogniuno di noi incamera durante la vita quotidiana.


    In uno squarcio di cielo tra le nuvole noto due stelle che mi spiano e ridacchiano sotto voce, io le guardo e le sorrido.


    Senza accorgermi comincio ad urlare al cielo: "Ridete pure voi lassu’, io in questo istante non mi lascio condizionare dal giudizio di nessuno."


    Un brivido mi corre lungo la schiena e una gioia mi pervade il corpo, mi accorgo di essere vicino al mio Dio in questo momento, lo sento e’ accanto a me, e’ voluto venire a condividere questo momento insieme.


    Lo prendo sotto braccio e comincio a ballare la tarantella con Lui.


    Chiunque mi guardasse in questo momento, penserebbe ad un pazzo senza senno, ma nell' antichita’ i pazzi erano i toccati da Dio e siceramente non vedo perche’ non dovrei godermi questo momento, mentre le persone "normali" non ne capiscono la bellezza, troppo pressi dai loro luoghi comuni.


    Ormai la vita e’ diventata troppo frenetica, le persone lavorano troppo, in ambienti stressanti, corrono da una parte all ‘altra della citta’ come piccole formiche operaie dopo che la loro tana e’ stata distrutta dal passaggio di un uomo.


    Se guardi le loro facce raramente troverai un sorriso, tutti pieni di preoccupazioni e di paure, dolore e sofferenza, sconforto e rassegnazione.


    Anche io ero cosi’ e non dimentichero’ mai il volto della ragazza che mi ha cambiato.


    Un giorno ormai lontano, ero in preda a paure e malumori a causa di una storia andata in malora, una di quelle classiche storie adolescenziali che riguardandole oggi erano problemi minimi, ma quando li vivevi sembravano insormontabili.


    Tornavo a casa a piedi, ero troppo incazzato per guidare la mia fidata vespa, dopo aver litigato per l ‘ennesima volta.


    Camminavo e la citta’ non esisteva, ero solo con il mio dolore.


    Mi fermai ad un semaforo, mi guardai intorno e la vidi.


    C’era una ragazza carina che mi guardava e mi sorrideva, un sorriso tanto dolce quando allegro.


    Non so bene il motivo per cui lo fece, magari ero talmente arrabbiato da avere una faccia buffa, oppure lei era talmente felice da voler dividere l ’emozione con tutto il mondo.


    Successe qualcosa.....rimasi li inerme mentre il semaforo si faceva verde e la vedevo andare via, qualcosa mi entro nel cuore e mi cambio l ’anima.In un attimo spari’ il dolore e mi sentii allegro nonostante la mia situazione.


    Non sapro’ mai definire cosa successe quel momento, con quel sorriso, mi disse: "Ogni minuto e’ un’ occasione per rivoluzionare tutto completamente."(Vanilla sky NdA)


    Cambiai il mio modo di essere.Da quel giorno regalo sorrisi alla gente che incontro, sperando un giorno di poter dare anche io la stessa felicita’ ad una persona in difficolta’.


    Quello che vorrei dire alle persone con il mio sorriso e’ di tornare a sognare, perche’ e’ l ’unico rimedio per continuare sempre ad evolverci verso un mondo migliore, per non arrivare mai in un punto e accontentarsi.


    Vivi come se ogni giorno fosse l ‘ultimo, pensa come se dovessi vivere per sempre!(Jim Morrison NdA)


    E via con un altro passo di tarantella!

     
  • 24 agosto 2006
    Fiaba della buonanotte

    Come comincia: Tanto tempo fa  in un paese lontano lontano...

     


    c'era una piccola bambina di nome Silvia che tutte le sere pregava perché potesse avere un fratellino.


    La mamma, che aveva ascoltato le preghiere della piccola, allora ne parlò con suo marito e insieme decisero di andare a cercare sotto i cavoli se per caso ci fosse un fratellino da regalarle.


    Cercarono per tutti il giorno, in un campo pieno di cavoli ma alla fine, con la schiena a pezzi per aver guardato sotto ogni singolo cavolo, si arresero alle gambe doloranti e decisero di riprendere domani la ricerca in un altro campo.


    L'indomani continuarono , ma anche nell'altro campo, non trovarono nulla.


    Sconfortati chiesero ad un contadino che passava di li come mai non ci fossero bambini e lui sostenne che non era periodo e che quelli che aveva trovato li aveva gia dati tutti via.


    Tristi e sconsolati tornarono sulla strada di casa pensando alla delusione che avrebbero dovuto dare alla loro figlia, quando un piccolo folletto che passava di li ascoltò il loro discorso.


    "Dovete avere sicuramente una bambina molto buona se come regalo vuole un fratellino"disse.


    "Chi ha parlato?" si chiesero gli amorevoli genitori di Silvia, che davanti a loro non vedevano nessuno.


    "sono un piccolo folletto, qua sotto, abbassate lo sguardo".


    I due volsero i loro occhi al terreno e videro una buffa creaturina vestita di verde che sorrideva.


    "Ho ascoltato la vostra storia e forse so come risolvere i vostri problemi, vi porterò dalla cicogna e se vi giudicherà dei buoni genitori vedrete che vi accontenterà ".


    Si incamminarono lungo un sentiero che conduceva in un bosco.


    Camminarono per molto tempo, tanto che ormai cominciava a fare buio.


    Arrivarono ad una capanna abbandonata e il folletto molto gentilmente gli offrì ospitalità per la notte, avrebbero parlato con la cicogna domani perché ormai era tardi e non amava essere svegliata.


    Dormirono su dei letti di paglia abbracciati l'uno con l'altro.


    Intanto il folletto e la cicogna, che non dormiva, li guardavano dalla finestra per capire se fossero meritevoli anche solo di incontrarla.


    "hai visto come dormono abbracciati?si vogliono molto bene, secondo me dovresti accontentarli" disse il folletto.


    La cicogna annuì e disse" domani li incontrerò e farò loro una semplice domanda, se sapranno convincermi porterò loro un figlio".


    L'indomani il folletto svegliò i due e porto loro frutta fresca del bosco per fare colazione.


    "Ora uscite, la cicogna vi sta aspettando sopra il tetto"


    I genitori di Silvia si recarono all'esterno della casa e sopra il tetto videro una stupenda cicogna che li fissava senza parlare.


    Dopo qualche secondo cominciò :"Cosi voi vorreste che io vi porti un figlio....ora ditemi, per quale motivo lo desiderate così insistentemente?"


    Il padre che era rinomato per essere un uomo sincero e schietto rispose immediatamente: "Perché la nostra dolce figlia prega tutte le sere per avere un fratello".


    La cicogna riflettè sulla risposta e disse: "mi dispiace, ma i capricci di una bambina non sono un motivo valido per cui io vi faccia dono di un bambino" e così dicendo fece per volare via.


    La madre quasi in un richiamo disperato disse:" Aspetti, forse lei ha frainteso le parole del mio caro marito.Con quella frase intendeva che nella nostra famiglia non solo avrà l'amore di due genitori che si vogliono molto bene, ma anche quello di una sorella che saprà ricoprirlo di attenzioni".


    Detto questo la cicogna volo via.


    Rimasero li senza parlare pensando a cosa avrebbero detto alla loro figlia quando sarebbero tornati a mani vuote.


    I due genitori salutarono il folletto e si diressero sulla via del ritorno.


    Quando arrivarono davanti la porta di casa la cicogna, che con il becco teneva un fagotto, era li ad aspettarli.


    "Abbiate cura di lui tutti e tre, perché questo non e' un semplice bambino, ma e' un piccolo principe".


    I genitori la ringraziarono e volò via con una grazia degna di un angelo.


    Presero il piccolo principe e lo portarono in casa , mostrandolo a Silvia che decise di chiamarlo Massimiliano.


    Tutto questo accadde esattamente 29 anni fa.


    Buonanotte.


    22 Giugno 2006

     
  • 24 agosto 2006
    Ossessione

    Come comincia: Corro disperatamente, anche stasera mi segue. I polmoni mi scoppiano, non ho idea da quanto tempo io stia correndo. Mi devo fermare, non ce la faccio piu’. Mi siedo su un marciapiede prendo fiato, che l’abbia seminato?


    Sono mesi ormai che va avanti questa persecuzione, mi segue e mi fissa, non dice una parola, lo fa solo per ricordarmi il mio più grande errore.

    Tempo sprecato, quella sera, non la potrò dimenticare mai.

    Stavamo tornando a casa, io, mia moglie Angela e mia figlia Alessandra di appena 4 anni, la cosa più preziosa che avessi.

    “Caro non andare così veloce” sono state le ultime parole di mia moglie.

    Pioveva a dirotto e non si vedeva nulla, volevo arrivare il prima possibile, ma l’asfalto bagnato può essere una trappola micidiale.

    La macchina partì in testacoda, cercai di riprenderla, ma non feci altro che peggiorare la situazione perché perse aderenza dal suolo e cominciò a ribaltarsi.Sembrava una pallina impazzita, continuava a ribaltarsi e a scivolare sull’asfalto, finchè un colpo secco ci fermò.

    Avevamo impattato contro una macchina parcheggiata, non riuscivo a muovermi, non sentivo dolore, non riuscivo nemmeno a vedere bene, un alone rosso mi copriva gli occhi e cercavo disperatamente di chiamare mia moglie e mia figlia che non rispondevano.

    I soccorsi arrivarono quasi subito e mi accorsi di lui solo quando ci tirarono fuori dalle lamiere, era anche lui rimasto coinvolto nell’incidente, gravemente ferito, ma ancora vivo.

    Lui, pedone colpevole solo di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

    Ma ero troppo impegnato a disperarmi per la perdita dei miei due gioielli per pensare a lui.

    La piccola Alessandra amava tanto indossare gli abiti della mamma, passava le ore davanti allo specchio a fare finta di essere grande.Ho tolto tutti gli specchi da casa, mi ricordavano troppo lei.

    Ho buttato anche tutti i vestiti di Angela, speravo mi aiutassero a voltare pagina, ma non e’ servito a nulla, ovunque incontri una mamma con un bambino, mi tornano alla mente.

    Stabilirono che la colpa non fu mia ma dell’asfalto bagnato, mi guardai bene dal precisare la velocità a cui andavo, anche se dai rilievi presi credo lo sapessero anche i vigili, ma chiusero un occhio capendo in quale inferno avrei vissuto da quel giorno.

    Da allora non passa un giorno senza che io cerchi di affogare la mia depressione nell’alcool.

    Poi c’è lui, rimasto orribilmente sfigurato che ha cominciato a perseguitarmi, giorno e notte ovunque io vada, appena esco di casa, sono rimasto due settimane chiuso dentro, sperando che se ne andasse, ma come sono uscito, ancora mi aspettava.

    A volte lo vedo, altre volte no, ma so che prima o poi lo trovo sempre pronto a ricordarmi quello che e’ successo, come se non bastasse la perdita di Angela e Alessandra.

    Sento dei passi, e’ lui ne sono sicuro, voglio scappare da questo incubo.

    Mi rialzo e continuo a correre, non manca molto a casa mia.

    Arrivo ormai stremato al portone e questa dannata chiave non vuole entrare, la fretta mi rende ancora più nervoso e mi cadono le chiavi. Dannazione!

    Le raccolgo e con tutto il sangue freddo possibile, apro ed entro.Mi giro sicuro di trovarlo li, ma lui non c’e’, un dubbio mi assale, che mi abbia preceduto?Non sarebbe la prima volta che mi aspetta nell’ascensore.

    Corro per l’androne, l’ascensore è occupato e sta scendendo, sicuramente c’e’ lui dentro, meglio prendere le scale.

    Salgo il primo e il secondo piano, l’ascensore sta passando in questo momento, lo vedo è lì dentro insieme ad una mia vicina di casa.

    Ora mi spiego come fa ad avere le chiavi del portone. Sicuramente gliele ha date lei. Maledetta!

    Sono tutti contro di me!

    Salgo fino al quarto piano ed entro dentro casa, finalmente in salvo, finalmente tra mura sicure.

    Mi tolgo l’impermeabile, non accendo nemmeno la luce, vado allo stereo e metto un cd di Beethoven.

    Tra le note di “sonata al chiaro di luna”, mi siedo sulla poltrona e mando giù l’ultimo goccio di jack daniels che e' rimasto nella bottiglia.

    Fermo inerme a riacquistare le forze e a pensare ad una possibile soluzione, non voglio continuare così.

    Le note malinconiche di questo capolavoro, assecondano la mia oscura fantasia.

    So cosa devo fare, me lo sono ripetuto tante volte, non ho mai voluto arrivare a tanto, ma stasera sono proprio esasperato.

    Mi alzo deciso a chiudere questa ossessione, è il momento di farla finita.

    Vado verso la cassaforte e tolgo il quadro che la ricopre, è il momento di farla finita.

    La apro, prendo la pistola e la carico, è il momento di farla finita, mi ripeto costantemente.

    Esco di casa e nella fretta dimentico le chiavi nell’impermeabile, come farò a rientrare? È il momento di farla finita.

    Non mi interessa, è il momento di farla finita.

    Chiamo l’ascensore, le porte si aprono davanti a me e lui è li che mi guarda, punto la mia pistola contro di lui e solo in quel momento mi accorgo che anche lui ne ha una e fa lo stesso con me.

    Le note dell’ “Inno alla gioia” dal mio appartamento riecheggiano sul pianerottolo.

    Sorrido perché so che tra un attimo sarà tutto finito e lui quasi a capire la situazione fa lo stesso.

    Forse è così che doveva finire, essere l’uno la nemesi dell’altro fino alla morte.

    Sembra di essere in un film western. È il momento di farla finita, mi ripeto per quella che credo sia l’ultima volta.

    Sparo.

    Nell’attimo in cui il proiettile lo colpisce, lui si frantuma in mille pezzi, e piccole immagini di lui mi continuano a fissare con la pistola fumante in mano.

    Ora capisco, ora è tutto chiaro.

    Era soltanto lo specchio dell’ascensore.

    Quello sfigurato ero io e non avevo mai voluto riconoscerlo a me stesso.

    I nostri incontri non erano nient’altro che specchiarsi in una superficie riflettente.

    Guardo la mia pistola, c’è solo una cosa da fare. Ora è veramente il momento di farla finita.

    Sparo.

     
  • 24 agosto 2006
    Raggio di sole

    Come comincia: Dolci note di piano si diffusero per la stanza, Ray aprì gli occhi. Ci mise qualche secondo per capire che era ora di alzarsi, e non curante di questo si girò nel letto per riposarsi qualche altro minuto.
    “I can fly
    But I want his wings
    I can shine even in the darkness
    But I crave the light that he brings
    Revel in the songs that he sings
    My angel Gabriel”
    La voce che usciva dallo stereo era calda ma allo stesso tempo graffiante.
    Amava svegliarsi con le note di questa canzone, ormai era una sua abitudine , da quando l’aveva ascoltata per la prima volta nel 2001, “Gabriel” dei Lamb.
    Non sopportava che questa canzone fosse diventata famosa grazie ad un film, a suo giudizio sciapo e senza vere emozioni, che parlava di una storia di adolescenti.
    Non lo sopportava perché ormai questa canzone era famosa con il titolo “I Can Fly”, colonna sonora del film “ Tre metri sopra il cielo”.
    Per lui era come se un perfetto sconosciuto mostrasse al mondo un Van Gogh, con tanto di firma sulla tela e tutti considerassero l’autore di quel quadro quello stesso sconosciuto.
    L’orologio digitale segnava le sei in punto e Ray decise che era ora di alzarsi.
    Spostò il lenzuolo di seta nera e si mise a sedere sul bordo del letto, con la faccia tra le mani e i gomiti poggiati sulle ginocchia.
    “I can love
    But I need his heart
    I am strong even on my own
    But from him I never want to part
    He's been there since the very start
    My angel Gabriel
    My angel Gabriel”
    Si alzo e spense lo stereo. Accese la luce e un‘ondata rossa illuminò la stanza.
    Ray era un fotografo e, nonostante avesse una casa spaziosa, aveva deciso di mettere il suo letto, nella camera oscura, cosi quando lavorava fino a tardi, poteva sdraiarsi direttamente a letto.
    Fuori era buio, il sole era gia tramontato, certo cosa vi aspettavate in una giornata d’inverno?
    Come dite?Si, era appena sveglio ed erano le sei, ma forse sarebbe meglio che dicessi le diciotto.
    Infatti Ray era un fotografo particolare, fotografava Roma, a suo parere la città più bella al mondo di notte.Avete presente quelle foto sulle cartoline scattate con l’obiettivo aperto, dove le luci delle macchine che passano lasciano la loro scia?Quelle foto erano le opere di Ray.
    Si preparò, indossò un abito scuro di Valentino, a lui piaceva vestire sempre elegante, mise tutto l’occorrente per il suo lavoro dentro due borse di pelle nera e usci da casa.
    Chiuse la porta con due mandate, l’occhio gli cadde sul campanello di casa sua, vide che era molto impolverato, così prese di tasca un fazzoletto  e diede una veloce pulita.
    Sun riportava il campanello.
    Sun Ray, raggio di sole, nome non solo insolito, anche per un inglese, ma anche ironico perché la sua vita lo costringeva a non poter vedere mai il sole.
    Il sole era il suo sogno, ricordava perfettamente il piacevole fastidio che si prova fissandolo e il forte calore quando i suoi raggi ti ricoprono, ma erano passati ormai 57 anni dall’ultima volta che l’aveva visto.
    Cosa insolita, direte voi, ma la sua vita era cambiata 57 anni fa dal giorno alla notte.
     
    Era notte fonda e Ray appena 25 enne, stava camminando per Castle street.
    Era stanco e non vedeva l’ora di tornare a casa, una villetta vicino la cattedrale di Canterbury.
    Mancava poco ormai.
    Non si rese conto quasi di nulla, senti solo una fitta al collo e le forze che pian piano l’abbandonavano.
    Su di lui una figura in ombra gli stava rubando la vita.
    Tutto gli passo davanti in quegli istanti, tutti i sogni che non aveva ancora realizzato, tutte le donne che avrebbe voluto amare, tutte le gioie che voleva ancora provare.
    Cadde a terra dissanguato, ma con ancora un alito di vita, un solo ultimo istante nel quale urlò ”Non voglio morire!” e strappo il mantello all’oscura figura.
    Il mantello cadde e la luce della luna illuminò gli occhi dorati e il volto sporco di sangue del suo assassino.
    “Impressionante” sussurrò “nessuno ha mai la forza di reagire, esaudirò il tuo desiderio, non morirai, ma non tornerai nemmeno in vita.Io sono Vincent e da oggi sarò il tuo maestro”.
    Si morse il polso e lascio’ cadere nella bocca di Ray alcune gocce del suo sangue.
    Il sapore metallico del quel sangue era un veleno per l’ anima di Ray.
    Cominciò a sentire il suo corpo in preda alle convulsioni, la vista gli si annebbiava, il cuore batteva in preda al panico, finche non si interruppe di colpo.
    Per alcuni attimi, non senti più nulla, era morto.
    Improvvisamente le forze circolarono di nuovo nei suoi arti, si alzo lentamente, si guardò intorno. Si accorse di avere tutta un'altra visione del mondo.
    Li davanti a lui c’era Vincent che lo guardava soddisfatto.
    La creatura che l’aveva ucciso era li davanti a lui, ma non era in preda alla rabbia, provava un affetto quasi filiale per quell’essere.
    Era quasi l’alba e si rifugiarono insieme nel castello in fondo alla strada.
    Da quella notte Ray non vide più il sole.
     
    Ray apri il box e caricò le sue borse sulla sua moto, una Harley Davidson V-Rod, ovviamente nera.
    La fece uscire a spinta, chiuse il box, la accese, ingranò la prima e partì.
    Il vento tra i capelli lo illudeva di poter provare ancora qualche emozione.
    Ma Ray non era un vampiro come tutti gli altri, quegli ultimi ricordi che aveva provato quando stava per morire erano ancora vivi nella sua mente, per questo non amava uccidere gli umani, a meno che non fosse necessario.
    Sceglieva con attenzione le sue vittime, quasi avesse un codice d’onore, mai donne e bambini, mai padri di famiglia, di solito le sue vittime preferite erano persone sole ormai stanche della propria vita.
    Pensava sempre quando uccideva a quanto fossero ipocriti gli umani, pronti a chiamare, quelli come lui, mostri e a dargli la caccia.”Perché siamo mostri?” si chiedeva “non facciamo altro che uccidere per sfamarci, non fanno lo stesso gli umani con mucche e maiali?”.
    Si fermò davanti al Colosseo, spense la moto e scese.
    Si avvicinò al palazzo di fronte con le borse in mano, spiccò un balzo e volò fino al soffitto.
    Posizionò le sue macchine fotografiche , in modo da riprendere il Colosseo da diverse angolazioni.
    Passò tutta la notte a fotografarlo, si fermo soltanto intorno mezzanotte, quando decise che era ora di saziare la sua sete.
    Tirò fuori da una delle due borse una sacca di sangue e un unico morso e comincio a sfamarsi.
    Quel sangue non aveva affatto lo stesso sapore di quello pulsante e ancora caldo di una vittima ancora in vita, ma ormai si era abituato. Ne aveva molte di quelle sacche, era bastato corrompere un paio di infermieri.
    Ogni mese pagava una quota e questi gli fornivano sangue a sufficienza.
    Non gli chiedevano nemmeno a cosa gli servisse tutto quel sangue, gli umani per lui erano ipocriti e avidi.
    La notte correva , nemmeno se ne accorse che arrivarono le sei di mattina, mancava un ora all’alba, aveva gia smontato e caricato nelle borse tutta l’attrezzatura, mentre la città cominciava ad accendere il suo motore.
    Si sedette un istante e accese una sigaretta.
    Neanche le sigarette avevano più sapore, le fumava per abitudine e in questo era molto simile ai fumatori incalliti più di quanto essi stessi potessero immaginare.
    Guardava ad est e gli occhi gli brillavano.
    “Se solo potessi vedere il sole ancora una volta!”pensò.
    Si sentiva depresso, anche se Vincent gli aveva ripetuto molte volte che i vampiri non provano emozioni.
    Ma secondo Ray, Vincent si sbagliava perché il suo maestro stesso era rimasto impressionato
    quando l’aveva ucciso e anche l’impressione e’ una emozione.
    Si sentiva stanco di quella vita, tanto che un idea gli passò per la testa.
    “E se non volessi tornare a casa questa notte?”si chiese”i mortali vivono per realizzare i loro sogni, io immortale morirei per realizzare il mio”.
    Prese la sua decisione, era convinto più che mai.
    Volò fin sopra il Colosseo e nell’oscurità attese.
    Il cielo cominciava a rischiarare, mancava poco ormai.
    Il suo volto era felice, sembrava quasi aver riacquistato un po’ di colorito.
    Dentro si sentiva febbricitante, una sensazione mai provata per un corpo freddo come il suo.
    Il sole comincio ad illuminare i palazzi più alti, era arrivato il momento.
    L’istinto gli urlava di ripararsi e ci volle tutta la sua forza per rimanere dov’era invece di rintanarsi in qualche anfratto buio.
    Guardò il cielo, ormai era quasi l’alba, lo desiderava da 57 anni.
    Le nuvole ed est avevano una varietà di colori impressionante, dal rosa all’arancione , al rosso intenso al grigio scuro.Sembrava di essere in un quadro di Monet.
    Vide qualcosa arrivare da lontano, quasi non credeva ai suoi occhi.
    Un angelo in tutto il suo splendore stava per raggiungerlo, aveva delle ali bianche stupende e Ray si accorse di desiderarle, di volerle possedere.
    Non riusciva a spiegarsi perché l’angelo fosse li, ma non era il momento di chiederselo, perché quel momento lo aspettava da 57 anni.
    Si alzò in piedi, allungo le braccia verso il cielo, i primi raggi si posarono sulle sue dita.
    Senti il calore del sole, amplificato per mille, le dita cominciarono ad ardere, lacrime di gioia scesero sul suo volto.
    L’angelo cominciò a cantare, ma Ray non se ne rese conto subito, ormai aveva le braccia in fiamme.
    “Non aspetterò che si compia il mio destino, gli andrò incontro” urlò.
    L’angelo intonava la sua canzone preferita e Ray capì che l’amava tanto perché parlava di lui e del suo sogno.
     
    I can fly ( Posso volare
    but I want his wings ma vorrei le sue ali
    I can shine even in the darkness posso risplendere persino nelle tenebre
    but I crave the light that he brings  ma imploro la luce che lui porta
    revel in the songs that he sings gioisco delle canzoni che canta
    my angel Gabriel il mio angelo Gabriele)
     
    Spicco il volo e diresse verso il sole, tutto il suo corpo prese fuoco all’istante, il calore che senti’ lo fece sentire di nuovo vivo. Urlò di gioia
    Il suo volto sorridente fu illuminato dal sole un ultima volta, in quell’istante si era realizzato il suo sogno.
    Non senti più nulla. Il suo corpo si sbriciolo lungo la piazza del Colosseo, divenne polvere, talmente fina che si potè notare soltanto attraverso un raggio di sole.


    Come può un uomo vivere nella più oscura e umana delle ombre? Come può egli realizzare il suo sogno solamente scavalcando tutte le barriere dell’umanità? Per Ray sognare vuol dire compiere un lieve balzo e iniziare a volare verso l’ardente luce di un raggio di sole in cui spegnersi.