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in archivio dal 31 gen 2007

Massimiliano Sannino

15 maggio 1981, Torre Del Greco
Mi descrivo così: Dolce, sensibile, testardo e permaloso

elementi per pagina
  • Come comincia: Una passeggiata al chiaro di luna in riva al mare in una sera d’estate o una cenetta romantica a lume di candela in una fredda serata d’inverno; la vita di Elena e Massimo si svolgeva come quella di tante altre giovani coppie, cose semplici ma che servivano senz’altro a riempire il cuore di entrambi. Erano sposati da pochissimo tempo ma la loro unione sembrava durasse da molti anni. Occupavano anche una posizione sociale alquanto elevata, infatti, entrambi erano degli stimati avvocati ma senza dubbio ciò che prevaleva era il loro valore umano. Massimo era pieno di attenzioni per la sua Elena;  ogni occasione era buona per farle un regalo e inoltre era molto attento nel ricordarsi ogni ricorrenza che faceva parte della loro storia. Anche Elena non era da meno in fatto di premure e spesso si inventava per lui qualche bizzarra sorpresa.
    C’era soltanto una cosa che mancava e che sarebbe servita non poco a rendere questa giovane coppia di sposi ancora più felice: la nascita di un bambino. Elena, infatti, aveva un fortissimo senso di maternità e non faceva altro che sognare di mettere alla luce un bambino per poterlo stringere fra le braccia strapazzarlo di coccole. Più volte i due ragazzi avevano pregato il Signore affinché desse loro la gioia di essere genitori ma tutte le volte si erano visti negare questo privilegio; persino quando Elena rimase incinta ma un brutto incidente non le consentì di portare a termine la sua gravidanza. Nonostante un periodo trascorso in totale tristezza per quel figlio mai venuto al mondo, Elena non aveva mai smesso di accarezzare il sogno di avere un bambino tutto per sé. Spesso confidava il suo desiderio al suo dolce consorte e questi la rassicurava dicendole che il bimbo che entrambi desideravano sarebbe arrivato presto a costo di qualsiasi cosa.
    Gli effetti dell’incidente per la dolce Elena si rivelarono più gravi del previsto; dopo vari accertamenti medici arrivò per lei una notizia che non avrebbe mai desiderato apprendere: non poteva avere più figli.  Il responso datole dai medici fu come una pugnalata al cuore per la ragazza la quale cadde nella tristezza più profonda e, nonostante fosse circondata da tante persone che le volevano un gran bene i tentativi per tirarla su erano vani. Trascorreva le sue giornate seduta su una sedia accanto alla finestra della sua stanza e stava per ore a guardare nel vuoto. C’era sempre Massimo al suo fianco ma anche lui si dimostrò impotente di fronte allo stato d’animo di Elena. Massimo non ne poteva più di vedere la donna che aveva sposato in quello stato così pietoso; soprattutto se pensava che fino a poco tempo prima era allegra e molto solare. Voleva assolutamente fare qualcosa per la sua Elena e dopo qualche giorno le propose di adottare un bambino. La proposta sembrò ravvivare un po’ la giovane donna dallo stato di depressione in cui era piombata anche se lei avrebbe preferito un figlio tutto suo. La coppia dialogava spesso su questo argomento e Massimo non disdegnava di ripetere ad Elena tutti i giorni le stesse parole: “Vedrai tesoro adotteremo un bambino e lo ameremo come se fosse nostro. Il Signore ci assisterà in ciò che facciamo e sono sicuro che quel bambino sarà felice di avere una famiglia”. Elena, che aveva sempre avuto un grandissimo cuore,  sembrava galvanizzata dalle parole di suo marito; l’idea di avere un bimbo tutto da coccolare, anche se non partorito da lei,  cominciò a farsi strada nella vita della ragazza. Ogni giorno pensava al modo in cui doveva educarlo e coccolarlo per farlo crescere con gli stessi valori che i suoi genitori le avevano insegnato quando era bambina. Come ogni giovane donna che si appresta a compiere questo grande passo, la dolce Elena era solita chiedersi se sarebbe stata davvero una buona madre per il bimbo che stava per arrivare; spesso si confidava con sua madre la quale la rassicurava dicendole: “Figlia mia, anch’io mi ponevo le stesse domande quando aspettavo la tua nascita ma poi man mano che ti vedevo crescere ero sempre più orgogliosa di me stessa e di te perché ero consapevole di aver messo al mondo una creatura meravigliosa”. Elena rispose: “Le tue parole mi rincuorano mamma e posso solo ringraziarti per tutto ciò che hai fatto per me e per i valori che mi hai insegnato. Ti prometto che cercherò di trasferire tutto questo al bambino che adotterò”. I giorni passarono e arrivò finalmente il momento in cui il pargolo fece il suo ingresso nella vita di Elena e Massimo. Dall’orfanotrofio che si trovava poco distante dal loro paese arrivò il piccolo Ximen, un dolcissimo bambino cinese di circa tre anni e con il sorriso sempre stampato sulle labbra nonostante non avesse mai conosciuto i suoi genitori naturali. Massimo ed Elena erano felicissimi di averlo in casa anche perché per la prima volta potevano provare l’immensa gioia di essere chiamati mamma e papà. Ogni volta che la coppia aveva un po’ di tempo libero era una buona occasione per accompagnare Ximen al parco e farlo socializzare con gli altri bambini i quali sembravano contentissimi di accogliere il nuovo arrivato.
    Elena e Massimo erano praticamente invidiati da tutto il paese; chiunque li vedesse passare per strada in compagnia di Ximen vedeva in loro il ritratto di una famigliola felice.
    Purtroppo una nuova tegola era pronta ad abbattersi su quei due ragazzi che tanto avevano lottato per adottare quel bimbo. Un giorno, infatti, Massimo ed Elena si videro recapitata nella loro abitazione una lettera del tribunale che comunicava loro alcune irregolarità burocratiche circa l’adozione di Ximen  e che di conseguenza il bambino sarebbe dovuto ritornare in orfanotrofio. Questa notizia fu un colpo al cuore per la coppia e in particolare per Elena che tanto aveva desiderato il bambino. L’indomani, con la morte nel cuore riaccompagnarono Ximen nel luogo dal quale lo avevano prelevato promettendogli che sarebbero presto tornati a riprenderlo. I due giovani sposi si recavano ogni giorno a trovare il piccolo Ximen e quest’ultimo non disdegnava di gettare le braccia al collo dei due ragazzi non appena li vedeva; sebbene ancora in tenerissima età sapeva esprimere la sua gratitudine per coloro che lo avevano accolto e coccolato con amore. Spesso il piccolo chiedeva ai suoi genitori adottivi quando lo avrebbero riportato a casa e Elena tra le lacrime lo rassicurava dicendo che ciò sarebbe accaduto di lì a poco. In realtà l’inconveniente era dovuto al fatto che la madre naturale del piccolo Ximen aveva saputo tutta la verità sul bambino e voleva riaverlo con sé.  Nei mesi successivi Elena e Massimo, data la loro professione di avvocati, tentarono ogni possibile scappatoia legale allo scopo di riportare il bimbo a casa ma tutti i loro esperimenti si rivelarono ben presto vani. La madre naturale di Ximen  era davvero agguerrita e voleva a tutti i costi riprendersi il bambino.
    Ximen aveva soltanto pochi mesi quando fu tolto alla madre; poiché la donna soffriva di disturbi psichici e venne giudicata non in grado di accudire un figlio. I giorni trascorrevano inesorabili e per Massimo ed Elena le speranze di rivedere nuovamente Ximen  sgambettare nella loro casa si attenuavano sempre di più. Elena era sempre più triste, sempre più annientata dal dolore e il suo viso era costantemente bagnato di lacrime. Anche i suoi sogni erano molto spesso all’insegna del ricordo del piccolo Ximen; si girava costantemente nel letto ripetendo tra sé: “Bimbo mio torna dalla tua mamma” Massimo le stava vicino e, da marito premuroso qual era, non le faceva mancare il suo appoggio nemmeno per un attimo. Tutti i giorni, quando si recava a trovare il bambino in orfanotrofio, Elena trascorreva tantissimo tempo con il piccolo Ximen e ogni volta che doveva separarsene, era per lei un duro colpo al cuore; era il suo bambino e l’amore che provava per lui non aveva confini.
    Fortunatamente le gioie per Elena e Massimo e anche per il piccolo Ximen non tardarono più ad arrivare. Venne finalmente il giorno dell’ultima udienza del processo che avrebbe dovuto decidere chi tra Elena e Massimo e la donna che aveva partorito Ximen, avrebbe dovuto prendersi cura del piccolo. Ci fu il colpo di scena che i due giovani sposi attendevano da ormai troppo tempo: il giudice diede loro ragione e il bambino poté finalmente fare ritorno dai suoi genitori adottivi.
    L’indomani, giorno del ritorno a casa di Ximen venne organizzata una grande festa in suo onore; c’era praticamente tutto il paese perché tutti vollero partecipare alla rinnovata felicità della coppia e brindare alla nuova vita del bambino. Elena tenne stretto a sé Ximen per tutta la durata della festa dicendogli: “ Bimbo mio ora resterai per sempre con noi, nessuno potrà mai più separarmi da te”. Il sorriso tornò a splendere sul volto di Elena e Massimo perché ora potevano finalmente svolgere i rispettivi ruoli di papà e mamma di quel bimbo che, seppur non avessero aspettato per i canonici nove mesi, lo avevano comunque atteso con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo di due genitori naturali.

     
  • 11 febbraio 2009
    Una mamma molto speciale

    Come comincia: Si sentiva sola Monica in quel minuscolo appartamento situato al quarto piano di un enorme palazzo nella periferia a nord di Napoli. A farle compagnia era solo qualche sbiadito ricordo dei suoi genitori prematuramente scomparsi in un tragico incidente stradale e qualche amica che sporadicamente si recava a farle compagnia. Monica aveva soltanto 25 anni ma era già vecchia nel cuore; i problemi che aveva dovuto affrontare nel suo recente passato sembravano davvero insormontabili per la sua giovanissima età. Se ne stava lì seduta sul suo modesto divano stringendo fra le mani l’orsetto di peluche  che sua madre le aveva regalato da bambina: l’unico vero ricordo che aveva dei genitori.
    Fin da ragazzina aveva più volte espresso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia ma purtroppo anche l’amore le aveva sinora riservato delle amarissime sorprese. Spesso infatti si confidava con le amiche dicendo loro di non credere più nel vero amore e ogni giorno che passava se ne convinceva sempre di più.
    La ragazza, per potersi guadagnare da vivere, lavorava come commessa presso un negozio di abbigliamento ma nonostante questa professione le permettesse di vivere in maniera abbastanza dignitosa, nel cuore della giovane Monica persisteva quel senso di smarrimento e di insoddisfazione che aveva contraddistinto la sua persona fin dalla scomparsa dei suoi amati genitori. Sembrava quasi che avesse paura di tutto e di tutti infatti, ogni volta che qualcuno provava a fare amicizia con lei, Monica si comportava sempre in maniera distaccata e fredda come se volesse allontanare chi invece voleva starle accanto. Anna, la sua migliore amica, era disperata nel vedere Monica sempre più triste e chiusa in sé stessa e frequentemente cercava di coinvolgerla nelle sue iniziative. Al contrario di Monica, Anna era una ragazza molto solare e amava tanto divertirsi in compagnia dei suoi coetanei; erano frequenti le feste da lei organizzate a casa di amici che duravano fino a notte inoltrata con tanto di musica ad alto volume e che si concludevano sempre allo stesso modo: tutti infatti divoravano gustosi cornetti caldi alla marmellata.
    Dopo innumerevoli tentativi andati a vuoto, Anna riuscì finalmente a coinvolgere Monica in una delle sue trovate. Una sera infatti Monica si unì alla comitiva di Anna e andarono tutti in un noto discopub napoletano dove a farla da padroni incontrastati erano il divertimento e la spensieratezza. Anche se inizialmente provò un po’ di comprensibile imbarazzo, Monica iniziò man mano a fare conoscenza con tutti i membri della comitiva parlando di sé e della sua vita fino a quel momento non proprio felice. Tutti sembravano ascoltare con attenzione le parole di Monica e dai loro volti era facile intuire che erano tutti disposti ad aiutare la ragazza a superare quel difficile momento.
    Proprio all’interno di quella comitiva, Monica fece amicizia con Giovanni, un ragazzo con una solida posizione sociale e dal carattere a prima vista molto socievole. Quella conoscenza sembrava destinata a stravolgere l’esistenza della dolce Monica; per la prima volta dopo molto tempo la giovane riusciva nuovamente a provare emozioni forti. Il suo cuore aveva finalmente ripreso a battere per un uomo. Giovanni infatti si dimostrò fin da subito un vero gentiluomo e più tempo trascorrevano insieme più i due ragazzi si convincevano di essere fatti l’uno per l’altra. Il giovane corteggiava Monica in maniera spietata; quasi ogni giorno amava regalarle una rosa rossa ed era solito riempirla di quelle semplici e piccole attenzioni che a una ragazza come Monica non potevano fare altro che piacere. Era trascorso pochissimo tempo da quando Monica e Giovanni si erano conosciuti eppure  quella solitudine e quel senso di smarrimento che per anni avevano caratterizzato la giovane vita di quella dolce fanciulla, sembravano un ricordo ormai lontano anni luce. Il tempo trascorreva e con esso cresceva l’amore tra Monica e Giovanni che si preparavano a vivere la loro vita da coniugi felici.
    Arrivò finalmente l’attesissimo giorno delle nozze ed entrambi i ragazzi non stavano più nella pelle per l’emozione. Il banchetto nuziale si svolse in una sontuosissima villa settecentesca proprio come la dolce Monica aveva sempre sognato.
    Monica era davvero felice, la vita matrimoniale procedeva a gonfie vele ma una nuova tegola era pronta ad abbattersi sulla felicità della ragazza. Un giorno infatti Monica cominciò a sentire delle strane nausee e dopo una approfondita visita medica scoprì di essere in dolce attesa. Presa dall’euforia immediatamente corse a casa per comunicare la bellissima notizia a suo marito Giovanni che però non si mostrò felice quanto lei.
    - “Un figlio?” esclamò ad alta voce Giovanni – “Ma sei matta? Non ho alcuna intenzione di crescere un bambino, sono ancora troppo giovane e non voglio assolutamente sentire i suoi continui pianti notturni”.
    A queste durissime parole di Giovanni, Monica non rispose ma si vedeva che il gelo era piombato nel suo cuore. Per un attimo provò la sensazione di essere tornata alla solitudine che aveva contraddistinto la sua adolescenza. Stentava a credere al fatto che colui il quale era riuscito a renderla la donna più felice del mondo le avesse voltato le spalle in quel modo.
    Da quel brutto giorno le lacrime di Monica non si contavano più; non faceva altro che piangere tutto il giorno e, come se non bastasse, si rifiutava di toccare cibo e man mano che il tempo passava appariva sempre più deperita e il suo stato non poteva altro che far male al nascituro; ormai era di nuovo sola e per di più con un bimbo in arrivo. Spesso cercava di rintracciare Giovanni chiamandolo ripetutamente sul cellulare per cercare di convincerlo a ritornare sui suoi passi ma i suoi tentativi si dimostrarono ben presto vani.
    Con il passare dei mesi il pancione di Monica cresceva ma la tristezza non l’aveva ancora abbandonata fin quando una notte, una delle poche in cui la ragazza era riuscita ad addormentarsi, fece un bellissimo sogno. Monica sognò infatti sua madre ormai da tempo defunta.
    - “Figlia mia” disse la donna stringendo le mani di Monica “il bimbo che porti in grembo è un dono che il Signore ha voluto farti e non sarai sola a tirarlo su. Papà ed io ti aiuteremo da quassù a prenderti cura di lui”.
    Queste parole rappresentarono una scossa per la giovane donna la quale l’indomani si svegliò di umore decisamente diverso. Raccontò l’accaduto anche alla sua migliore amica che la incoraggiò a intraprendere questo nuovo ruolo: la mamma. Anche gli amici di Anna, che Monica aveva conosciuto durante quella festa, invitarono Monica a scrollarsi di dosso il passato e di godersi questo momento magico.
    Arrivò finalmente il fatidico giorno del parto; Monica venne accompagnata in ospedale da una vicina di casa e dalla sua migliore amica Anna e, dopo un  po’ di iniziale fatica, venne alla luce quel dono che quella giovane e tenera ragazza aveva sempre sperato di ricevere. Era una femminuccia ed aveva i suoi stessi occhi. Da quel giorno, nell’abitazione di  Monica, si registrava un continuo via vai di amici che si apprestavano a rendere omaggio alla piccola appena nata e fu proprio in questo periodo che Monica si rese conto di essere una mamma davvero speciale perché capì di poter allevare quella dolce creatura con il solo aiuto spirituale di sua madre e quello materiale dei suoi amici dimenticando per sempre la tristezza provocatale dall’uomo che tanto aveva amato ma che l’aveva lasciata sola nel momento in cui avrebbe maggiormente avuto bisogno di lui.

     
  • 08 giugno 2007
    Gli sposi di Auschwitz

    Come comincia: La guerra imperversava inesorabile, per le strade non si udiva altro che il rumore dei fucili e delle bombe che frequentemente venivano lanciate. La gente era costretta a barricarsi in casa per evitare di incappare in qualche colpo d’arma da fuoco. Quasi nessuno però riusciva a sottrarsi alle persecuzioni delle S.S. e ogni giorno erano sempre di più le persone che raggiungevano il campo di sterminio di Auschwitz. C’erano proprio tutti: uomini, donne e persino bambini i quali venivano completamente strappati alla loro identità e improvvisamente catapultati in un mondo fatto di crudeltà e di orrore. Lo spettro della morte viveva quotidianamente con loro poiché temevano di essere uccisi da un momento all’altro.
    Un giorno, a bordo del convoglio che trasportava l’ennesimo carico di prigionieri, vi era Carlo; un giovane di circa vent’anni di origine calabrese strappato alla sua terra e alla sua famiglia e destinato a diventare un’altra delle numerosissime vittime prodotte dal secondo conflitto mondiale.
    Nonostante la giovane età, Carlo era un grande lavoratore; già da piccolo infatti aiutava spesso suo padre nel suo lavoro di falegname e, molto presto anche lui avrebbe imparato a svolgere brillantemente questa professione. Quella di Carlo era una famiglia piuttosto povera e non poteva permettersi di mantenere agli studi il giovane.
    Il ragazzo ancora non immaginava il destino che lo attendeva una volta entrato all’interno del campo di sterminio; egli credeva infatti di essere stato condotto lì per continuare a svolgere il suo lavoro ma fu immediatamente smentito quando uno dei capi delle S.S. si presentò nel piazzale del campo per controllare quanti fossero i nuovi arrivati. Erano davvero tanti, tutti allineati come un grande esercito e nei loro occhi si leggeva la paura di chi stava per prepararsi ad un destino sicuramente tragico.
    Carlo sembrava essersi reso conto di tutto ciò che stava accadendo e le sue sensazioni vennero confermate non appena alcuni militari delle S.S. lo condussero, insieme ad altri prigionieri, in una modesta stanza con soltanto un misero letto in cui tutti erano costretti a dormire come dei veri e propri ammassi di carne umana.
    Anche il cibo che ottenevano lasciava molto a desiderare; ogni giorno infatti Carlo e i suoi compagni di sventura mangiavano soltanto un pezzetto di pane stantio e un po’ di brodo dal sapore molto sgradevole. La sveglia per Carlo e per tutti gli altri prigionieri suonava alle cinque del mattino e immediatamente cominciava per loro una nuova giornata di duro lavoro. Il giovane Carlo sembrava essere stato preso di mira dai militari delle S.S. i quali lo sottoponevano ai lavori più faticosi ma lui non osava mai ribellarsi alla loro volontà perché sapeva che sarebbe andato incontro a torture molto dolorose. La vita all’interno del campo di concentramento diventava ogni giorno più dura ed era sempre più frequente udire colpi di fucile indirizzati a coloro che venivano ammazzati come altrettanto frequenti erano le urla di disperazione dei prigionieri vittime di torture. Da quel luogo inoltre era impossibile qualsiasi tentativo di fuga, infatti, chi in passato aveva provato a fuggire, si era immediatamente trovato di fronte due guardie con i fucili pronti a sparare in qualsiasi momento.
    Erano ormai trascorsi alcuni mesi dall’arrivo di Carlo ad Auschwitz e per lui le speranze di sopravvivenza diventavano sempre più tenui; un giorno però fece il suo ingresso all’interno del campo di sterminio una persona che riuscì parzialmente a distogliere l’attenzione del giovane falegname dall’orrore a cui quotidianamente era costretto ad assistere. La persona in questione era Maria, una ragazza poco più che ventenne anch’ella come Carlo di origine calabrese e figlia di agricoltori. In un primo momento nemmeno la giovane donna sapeva che cosa il destino le riservasse una volta arrivata lì ma guardando i severi volti dei militari delle S.S. avvertiva che quello era un luogo tutt’altro che tranquillo. Appena lo sguardo di Maria incrociò quello di Carlo, il giovane rimase letteralmente rapito dalla lunga chioma bionda della ragazza e dai suoi splendidi occhi azzurri. Fu così che tra i due nacque immediatamente un sentimento di tenera amicizia e man mano che il tempo passava, sembrava che i due non potessero più fare a meno di stare insieme anche se erano costretti a vedersi di nascosto e per pochissimi minuti. Durante il brevissimo tempo che trascorrevano insieme i due ragazzi chiacchieravano del più e del meno raccontandosi le loro rispettive storie; entrambi provenivano dalla Calabria e man mano che la loro conversazione andava avanti Carlo e Maria scoprivano di avere tantissime cose in comune. Talvolta Carlo, quando si sentiva lontano dagli occhi indiscreti dei militari delle S.S., riusciva persino a rubare a Maria un affettuoso bacio sulle sue labbra. Carlo stava imparando a conoscere Maria sempre di più e la sua permanenza all’interno del campo di sterminio sembrava in parte alleggerita da quella ragazza che fin dal suo arrivo aveva conquistato il suo cuore.
    Nonostante tutto però la barbarie ad Auschwitz era senza sosta; ogni mattina i prigionieri si alzavano prestissimo per svolgere lavori molto umili e duri e chi osava ribellarsi alla volontà delle S.S. pagava a caro prezzo il suo rifiuto; spesso infatti i prigionieri ribelli, dopo essere stati barbaramente uccisi, venivano bruciati nei forni crematori in modo che di loro non restasse altro che cenere.
    Oltre che con la bella e dolce Maria, Carlo aveva stretto amicizia con Pasquale, un suo coetaneo napoletano ma purtroppo questo legame durò davvero molto poco. Pasquale infatti aveva infatti sfidato un militare delle S.S. ribellandosi ad un suo ordine e questi non esitò nemmeno per un momento a fucilarlo. La perdita di questo carissimo amico gettò Carlo nello sconforto più profondo anche perché egli temeva che prima o poi sarebbe capitata anche a lui la medesima sorte. Fortunatamente Maria era al suo fianco e in qualche modo cercava di rendergli la vita meno difficile in quel luogo dove la sopravvivenza era quasi impossibile.
    Il destino però si dimostrò tutt’altro che benevolo nei confronti dei due giovani amanti. Una mattina infatti Carlo si sentì male, il suo peso si era notevolmente ridotto a causa della scarsa alimentazione e quando i militari delle S.S. lo esortarono ad alzarsi dal letto il giovane riuscì a stento a muovere entrambe le braccia.
    - “Non riesco ad alzarmi, sto male!” disse Carlo in preda alla disperazione; a queste parole di Carlo uno dei militari replicò con tono molto severo:
    - “Ti aspetti che io ci creda? Alzati e raggiungi gli altri”.
    Carlo stava davvero molto male quel giorno e non sapeva proprio cosa fare per convincere quel militare della veridicità di ciò che diceva.
    I giorni passavano e Carlo peggiorava a vista d’occhio; questa volta nemmeno le premure di Maria erano sufficienti a tirarlo su. Sembrava che il terribile spettro della morte stesse ormai per divorare la vita del giovane falegname calabrese. Nonostante tutto però l’amore per Maria riusciva in qualche modo a tenerlo in vita e fu così che Carlo, resosi conto che ormai non poteva fare più a meno di quella dolce fanciulla dagli occhi azzurri, le fece un’importantissima richiesta destinata a cambiare la vita di entrambi.
    - “Mia dolcissima Maria” sussurrò Carlo “tu mi hai aiutato a sopravvivere in questo maledettissimo luogo e ogni giorno che passa mi accorgo di quanto tu sia indispensabile per me; per questo prima che la morte mi separi da te vorrei che tu diventassi mia moglie”.
    Nel sentir pronunciare queste parole, la ragazza non potè fare altro che accettare questa importante proposta e, con il cuore gonfio di commozione rispose:
    - “Come posso dirti di no mio amato Carlo, anche tu sei stato fondamentale per me e sono disposta a sposarti anche subito”.
    L’indomani la cerimonia nuziale si svolse in una chiesetta non lontana dal campo di sterminio. Non era la cerimonia che Maria aveva sempre sognato per il suo matrimonio; tutto infatti era piuttosto triste e gli unici invitati erano alcuni militari delle S.S. arrivati per sorvegliare i due prigionieri. Le forze di Carlo erano ormai arrivate al limite e sull’altare il giovane riuscì a stento a pronunciare il “sì” che lo avrebbe legato per sempre alla sua amata.
    Alcuni giorni dopo il matrimonio uno dei militari delle S.S. accortosi delle precarie condizioni del giovane Carlo, compì un gesto che nessuno si sarebbe mai aspettato: liberò i due giovani sposi indirizzando Carlo in uno dei più importanti ospedali della Germania affinché potesse guarire al più presto dalla sua malattia affidandosi alle cure dei migliori medici tedeschi.
    Dopo alcuni giorni di degenza Carlo e Maria poterono finalmente fare ritorno in Calabria e riabbracciare i rispettivi parenti. I due giovani, ormai conosciuti al loro paese come gli sposi di Auschwitz, andarono ad abitare in una splendida tenuta situata nelle campagne calabresi e poterono così iniziare una vita serena dimenticando man mano ogni singolo attimo di terrore vissuto all’interno del campo di sterminio. Il ritorno a casa della giovane coppia coincise anche con la definitiva fine delle ostilità e Carlo e Maria poterono tirare un ulteriore sospiro di sollievo consapevoli che la paura di morire la quale per molto tempo li aveva assaliti, questa volta li aveva abbandonati per sempre.

     
  • 07 aprile 2007
    Dottor Francesco Esposito

    Come comincia: La storia di Francesco è apparentemente uguale a quella di molti ragazzi della sua età; anche lui, come qualsiasi altro suo coetaneo, andava a scuola e amava coltivare quella che lui definiva la sua più grande passione: il calcio. Ogni settimana infatti si recava presso un campetto vicino casa per una partitella tra amici. Purtroppo però a Francesco mancava qualcosa di molto importante di cui davvero non se ne può fare a meno: la stabilità affettiva che solo una vera famiglia poteva offrirgli.
    Francesco Esposito, un adolescente di circa quindici anni, viveva  in un misero appartamento della periferia di Napoli con i suoi fratelli più grandi Vincenzo e Gaetano i quali facevano enormi sacrifici per potergli consentire di studiare. Suo padre, si trovava in carcere per scontare una lunga pena a causa del suo coinvolgimento in un omicidio dopo che già in precedenza aveva scontato altre pene per reati minori. Sua madre invece era stata coinvolta in un giro di prostituzione dal quale non era più riuscita ad uscire e da ormai tre mesi non si avevano sue notizie. Questi episodi spiacevoli avevano portato il giovane Francesco ad essere un ragazzo dal carattere estremamente irascibile e per di più facilmente influenzabile dalle cattive compagnie. Nemmeno il rendimento scolastico di Francesco era dei migliori, spesso infatti i suoi fratelli maggiori, che facevano le veci dei genitori, venivano convocati a scuola dai professori per essere messi al corrente dei problemi di profitto riscontrati dal loro fratello minore.
    - “Potrebbe sicuramente fare molto di più ma non vuole applicarsi”. Era questa la frase che si sentivano dire i fratelli di Francesco ogni qual volta che si presentavano al cospetto degli insegnanti del ragazzo. Francesco infatti non voleva assolutamente saperne di impegnarsi nello studio; i brutti voti si presentavano con una frequenza sempre maggiore ma il giovane non si preoccupava per niente e continuava a trascorrere la maggior parte del suo tempo a giocare a calcio con gli amici e a girovagare in motorino. Vincenzo e Gaetano molto spesso rimproveravano Francesco a causa di questo suo atteggiamento da menefreghista ma il giovane non voleva assolutamente ascoltare i consigli di chi, più grande di lui di qualche anno, aveva sicuramente un po’ di esperienza in più circa le difficoltà da affrontare nella vita. Ogni giorno Vincenzo e Gaetano raccontavano al loro fratello minore di aver vissuto molto da vicino il difficile periodo in cui il loro papà venne arrestato per la prima volta e che per mandare avanti la baracca avevano dovuto cominciare a lavorare nell’età in cui i loro interessi dovevano essere ben altri. Gli raccontavano inoltre di quando la loro mamma cominciò ad avviarsi verso la prostituzione e tornava spesso a casa ubriaca. Malgrado queste tristi rivelazioni, Francesco non sembrava per nulla intenzionato a rimboccarsi le maniche anzi, più i fratelli lo incitavano ad abbandonare il suo stile di vita, più il ragazzo era motivato a non seguire i loro consigli.
    Ogni sabato, un altro adolescente di nome Gennaro, era solito aspettare Francesco sotto il portone di casa per invitarlo ad andare a giocare l’ennesima partita di calcio e trascurare ancora una volta i suoi doveri di studente. Gennaro aveva una storia alle spalle molto simile a quella di Francesco; anche lui infatti mostrava una certa avversione nei confronti dello studio. I suoi genitori si trovavano entrambi in carcere e il ragazzo era costretto a vivere con i nonni materni. Saltuariamente, proprio per volontà di questi ultimi, si recava a lavorare presso un’impresa di pulizie perché, in questa maniera, speravano di fargli comprendere quanto fosse importante avere un lavoro per poi costruirsi un futuro. I due spesso rincasavano tardi perché dopo la partita si recavano nel centro di Napoli a divertirsi. A dire il vero i loro non potevano essere definiti divertimenti; non di rado infatti, i due ragazzi si rendevano protagonisti di episodi a dir poco spiacevoli come scippi e furti di vario genere. Per questa ragione i fratelli di Francesco venivano frequentemente convocati dalla polizia e ogni volta dovevano subire l’umiliazione da parte degli agenti che raccontavano ai due, nei minimi particolari, tutte le malefatte del loro giovane fratello.
    Al contrario di Francesco, i suoi fratelli erano degli onesti lavoratori e di certo non potevano più umiliarsi in quel modo a causa di quel ragazzino che ormai sembrava definitivamente avviato verso una cattiva strada.
    Un giorno, malgrado l’affetto che nutrivano per Francesco, Vincenzo e Gaetano decisero che era il caso di iscrivere il loro terribile fratello in un collegio e dare così una svolta definitiva alla sua vita; le loro intenzioni non erano assolutamente cattive bensì intendevano far capire a Francesco l’importanza dello studio e acuire in lui il senso di responsabilità che fino a quel momento gli era quasi del tutto mancato. L’indomani i due ragazzi comunicarono a Francesco la loro decisione e la reazione di quest’ultimo fu esattamente come essi si aspettavano.
    -“Ma siete pazzi!” esclamò Francesco con un marcato accento napoletano “io non voglio essere chiuso in una gabbia”.
    - “Lo facciamo soltanto per il tuo bene” rispose uno dei fratelli, “per noi è un enorme sacrificio mantenerti in collegio con il nostro misero stipendio ma è molto importante che tu decida di diventare responsabile una volta per tutte”.
    Dopo queste severe parole di suo fratello, Francesco tacque e sembrava quasi essersi rassegnato a questa decisione.
    L’indomani, dopo aver preparato i bagagli, Francesco, accompagnato da Vincenzo e Gaetano raggiunse il collegio che si trovava in un piccolo paesino del Molise. Visto dall’esterno questo luogo sembrava un piccolo angolo di paradiso ma all’interno di esso era tutt’altra musica. Era la severità che spadroneggiava e sembrava che il giovane Francesco avesse davvero trovato pane per i suoi denti. Dopo alcune settimane di permanenza all’interno dell’istituto, Francesco sembrava non aver modificato per nulla il suo carattere e il suo modo di comportarsi. Il ragazzo amava fare scherzi di cattivo gusto ai suoi compagni di stanza i quali puntualmente si vendicavano senza pietà; sembrava perfino che volesse affrontare la severità dei suoi educatori ma ogni volta che lo faceva questi ultimi gli infliggevano severissime punizioni.
    Il tempo trascorreva e Francesco sembrava sempre più incorreggibile e i suoi educatori in collegio riuscivano a stento a tenergli testa.
    Una notte però accadde qualcosa di molto particolare, un episodio che si rivelò fondamentale per la vita del giovane Francesco. Quella notte infatti, il ragazzo sognò la sua nonna paterna che poco tempo prima era venuta a mancare a causa di un male incurabile. L’anziana donna parlò al ragazzo con un tono molto dolce, quel tono che aveva sempre usato anche quando era in vita.
    -“Ma perché ti comporti così?” chiese la donna rivolgendosi a Francesco “non pensi ai tuoi fratelli che ogni giorno si sacrificano per te?”
    - “Io non sono cattivo nonna” rispose Francesco “ho solo bisogno dell’affetto di una vera famiglia”
    - “Hai ragione piccolino” rispose la nonna “comunque sappi che ogni volta che ti senti solo pensa a me e inoltre promettimi che d’ora in poi ti impegnerai seriamente nello studio”.
    - “Te lo prometto nonna ci puoi contare” replicò Francesco.
    L’indomani il ragazzo si risvegliò con il cuore gonfio di tristezza; il sogno di sua nonna lo aveva fortemente turbato.
    Da quella notte Francesco sembrava totalmente cambiato; non era più il ragazzo terribile che faceva disperare persino i suoi severi educatori del collegio. Ogni giorno diventava più triste e sembrava sentirsi sempre più solo e nostalgico nonostante, all’interno dell’istituto, ci fossero tanti altri ragazzi. Spesso lo si vedeva piangere e ci si accorgeva di quanta voglia avesse di tornare a casa.
    Ritrovatosi da solo nella camerata del collegio, Francesco decise che era ora di dare un calcio al passato e guardare avanti. Decise di impegnarsi davvero nello studio e, tornato definitivamente a casa, in breve tempo recuperò tutto ciò che aveva perso fino ad arrivare al diploma.
    Durante questo periodo il ragazzo si era molto appassionato alle discipline scientifiche e decise quindi di iscriversi alla facoltà di medicina. Erano passati alcuni anni e Francesco era ormai vicino alla laurea. La sua tesi fu un vero trionfo, molto apprezzata da tutti i componenti della commissione giudicatrice. Francesco era così avviato verso una brillante carriera di primario in un importante ospedale e, ormai per tutti, era diventato il Dottor Francesco Esposito ma soprattutto aveva mantenuto la promessa fatta a sua nonna quella notte ed era sicuro che se quest’ultima fosse stata ancora in vita sarebbe stata davvero felice per lui. Francesco assaporò così il gusto della vittoria, la vittoria contro un passato fatto di sofferenza e di continua infelicità.

     
  • 16 marzo 2007
    L'agnello nero

    Come comincia: L’alba era appena spuntata e una nuova giornata di lavoro stava per cominciare. I giorni erano sempre molto lunghi per quella piccola comunità nigeriana insediatasi nella periferia di Roma e per di più molte volte sembrava che il tempo addirittura si fermasse. Era il duro lavoro nei campi a regnare sovrano e molto spesso anche la severità di un padrone quasi sempre insoddisfatto di ciò che veniva prodotto. I tentativi di ribellione a quello stile di vita così duro erano svariati, ma a questi ultimi corrispondeva sempre una durissima repressione da parte del padrone.
    C’era una persona che spiccava in quella ristretta comunità; egli sapeva infatti distinguersi dagli altri per la sua spontaneità e la sua simpatia. Si chiamava Mohammed; era un giovane nigeriano emigrato in Italia come tanti suoi connazionali alla ricerca di una stabilità lavorativa poiché il suo principale obiettivo era quello di garantire un futuro migliore ai suoi due figli.
    Sebbene avesse soltanto venticinque anni, Mohammed si sentiva già molto vecchio dentro; la vita fino ad allora non gli aveva sorriso per nulla; infatti, dopo la morte dei genitori, avvenuta quando lui aveva solo quindici anni, aveva dovuto fare da madre e da padre ai suoi quattro fratelli più piccoli lavorando duramente per loro.
    Nonostante tutto, il giovane nascondeva bene il suo passato e spesso si divertiva a rallegrare i suoi compagni di lavoro con barzellette e storielle divertenti e, durante qualche rara pausa della sua intensa attività, era solito improvvisare dei veri e propri spettacoli comici per la felicità di tutti i suoi colleghi.
    Anche dal suo aspetto fisico si poteva notare quanto egli fosse abile a nascondere qualsiasi tipo di sofferenza sia passata che presente.
    Era forte, muscoloso e forse proprio per questa ragione il severo datore di lavoro gli affidava spesso i compiti più duri da svolgere, cui Mohammed non si tirava mai indietro. Così facendo si guadagnava sempre di più la stima e l’amicizia dei suoi colleghi i quali ogni giorno lo ringraziavano per la sua enorme generosità e proprio questi ultimi lo avevano soprannominato l’”agnello nero” dato il suo grande cuore.
    In uno dei tanti giorni di duro lavoro, il giovane Mohammed era impegnato nella raccolta del grano appena maturato con la solita dedizione quando all’improvviso sentì una voce che lo chiamava da lontano. Altri non poteva essere che il suo perfido datore di lavoro come sempre non convinto dell’operato di Mohammed e dei suoi colleghi.
    Sembrava quasi come se il giovane fosse stato preso letteralmente di mira dal suo padrone; i rimproveri si facevano ogni giorno più frequenti e, sebbene il ragazzo cercasse in tutti i modi di mostrare i risultati del suo duro lavoro, quell’uomo dal carattere burbero tirava fuori la sua ira in maniera sempre più consistente.
    Questa volta l’elemento del contendere era un quantitativo di grano che, secondo il padrone, non era abbastanza maturo per essere raccolto e Mohammed veniva così inevitabilmente accusato di superficialità.
    - “Come ti sei permesso sporco negro?” chiese irritato il padrone, “Non vedi che questo grano è ancora acerbo? Ti meriteresti proprio un bel po’ di frustate!”.
    - “ Lo guardi bene padrone” ribatté Mohammed con tono altrettanto adirato, “Questo grano è già abbastanza maturo e servirà senz’altro a sfamare le nostre bocche e quelle di tutti coloro che ne hanno bisogno. Non possiamo soltanto lavorare, abbiamo anche il diritto di prenderci ciò che ci spetta!”.
     Queste parole, che per il padrone avevano il sapore di ribellione, costarono al giovane agricoltore l’ennesima dose di frustate che il padrone riservava a tutti i suoi operai che osavano ribellarsi alla sua volontà. Data la sua severità, considerata da tutti eccessiva, era stato soprannominato “Attila”. In realtà egli aveva un nome che non rispecchiava per nulla il suo modo di agire: Angelo. Era un ricco imprenditore romano di circa sessanta anni; possedeva aziende agricole in tutto il Lazio e oltre ma, gran parte della sua ricchezza, l’aveva ottenuta mediante degli affari non propri così leciti. Egli si occupava, infatti, anche di traffico di armi, prostituzione, racket e tutto ciò che aveva a che fare con il mondo della criminalità.
    Per un breve periodo aveva anche conosciuto il carcere ma, grazie alla scaltrezza dei suoi avvocati era riuscito a sfuggire alla macchina della giustizia e a continuare i suoi loschi affari in totale libertà.
    La sua vita era fatta solo di lusso, i suoi affari gli avevano permesso l’acquisto di ville megagalattiche e di mettere su attività commerciali come alberghi e ristoranti.
    Dopo la lunga serie di frustate, che per il povero Mohammed sembrava non terminare mai, il giovane agricoltore ritornò al suo lavoro come se nulla fosse accaduto anche perché non aveva il diritto di lamentarsi perché, se lo avesse fatto, una nuova e ancora più severa punizione sarebbe stata inevitabile.
    Anche in quell’occasione “l’agnello nero” ricevette la solidarietà di tutti i suoi colleghi di lavoro che in maniera sempre più frequente lo incoraggiavano a non arrendersi mai e a liberarsi definitivamente dall’orrore cui veniva quotidianamente sottoposto.
    Erano ormai trascorsi dei mesi dal giorno in cui Mohammed aveva cominciato a lavorare per conto di quel padrone dall’assurda malvagità e sembrava che il giovane si fosse addirittura abituato ai continui soprusi di quell’uomo; ogni giorno Mohammed era costretto a lavorare sempre il doppio rispetto al giorno precedente. Il suo compito consisteva nel caricare su di un camion degli enormi quantitativi di grano che doveva essere successivamente trasportato e venduto.
    Alcuni giorni era costretto persino a svegliarsi prima di tutti i suoi colleghi perché spesso era la gran fatica ad avere la meglio su di lui e il lavoro inevitabilmente doveva essere rimandato al giorno seguente; era stanco Mohammed ma si mostrava sempre allegro e con il sorriso sulle labbra.
    Venne però un giorno in cui la stanchezza e la fatica ebbero la meglio sulla gran voglia di lavorare del giovane agricoltore nigeriano il quale decise di attuare stavolta un vero tentativo di ribellione; pensò quindi, insieme a tutti i membri della sua comunità, di denunciare alle autorità competenti il perfido padrone e porre fine per sempre a quella tortura sia fisica che psicologica che era costretto a subire quotidianamente. Dopo una lunghissima conversazione con la sua giovanissima moglie, sempre prodiga di buoni consigli per Mohammed, il giovane immigrato decise che la denuncia andava fatta sia per il suo bene che per quello di tutti i suoi connazionali che condividevano la sua sventura.
    Fu così che l’indomani convocò tutti i suoi amici a casa sua per comunicare loro la sua decisione e, improvvisando un vero e proprio comizio sindacale disse:
    - “Miei cari amici, anche se siamo solo degli immigrati e il nostro padrone ci considera solo degli sporchi negri, anche noi abbiamo la nostra dignità come tutti gli uomini della Terra e non possiamo assolutamente essere costretti a lavorare in maniera così dura e precaria!”. Dopo queste decise parole di Mohammed partì un grosso urlo di approvazione da parte dei suoi colleghi i quali, ancora una volta appoggiarono Mohammed in questa sua ennesima iniziativa. Alcuni giorni dopo la denuncia presentata dai giovani agricoltori nigeriani diede finalmente i frutti sperati; fecero, infatti, irruzione gli agenti del locale commissariato di polizia i quali disposero il sequestro dell’intera tenuta del signor Angelo detto “Attila” per la parziale contentezza di Mohammed. Il giovane, infatti, era felice a metà perché era consapevole che se la tenuta fosse rimasta a lungo sotto sequestro lui e tutti i suoi colleghi sarebbero rimasti altrettanto a lungo senza lavoro.
    Fu così che Mohammed decise di presentarsi al suo padrone proponendogli la vendita dell’intera tenuta anche se ad una cifra abbastanza modesta. Il giovane promise inoltre al suo ormai ex datore di lavoro che se i guadagni fossero stati consistenti una buona parte di essi sarebbe andata proprio a lui. Dopo qualche iniziale esitazione il burbero “Attila si convinse e cedette davvero quell’immenso possedimento a Mohammed.
    Il giovane era così passato da umile lavoratore ad imprenditore; decise quindi di dare una vera e propria svolta alla sua vita e a quella dei suoi connazionali. Dopo aver espletato alcune pratiche burocratiche per il dissequestro, assunse tutti i suoi compagni di lavoro con un regolare contratto garantendo loro uno stipendio più che dignitoso. L’ “agnello nero” poteva così festeggiare la sua vittoria; era riuscito ad accaparrarsi in modo onesto quell’immensa tenuta, la stessa che fino a quel momento gli aveva causato soltanto tanta sofferenza.

     
  • 15 marzo 2007
    Nonno Franz

    Come comincia: La seconda guerra mondiale era terminata già da alcuni anni e Franz, ormai quasi ottuagenario, si era ritirato nella sua tenuta di campagna situata a Nord del Canada. Lì sperava di trovare un sicuro rifugio visto che le forze dell’ordine di alcuni stati del mondo lo cercavano con insistenza per avere chiarimenti circa la sua precedente attività. Franz era un ex capo delle S.S. e, durante gli anni della guerra, aveva commesso delitti atroci; proprio quei delitti di cui oggi spesso si fa fatica a raccontare. La nuova vita dell’anziano Franz era del tutto diversa da quella precedente; nella sua tenuta non vedeva nessuno, non usciva mai e sebbene avesse vissuto da vicino le brutture del secondo conflitto mondiale il suo carattere burbero era rimasto invariato. In più di un’occasione i suoi vicini di casa avevano provato ad avvicinarlo e a fare amicizia con lui ma ogni volta Franz li cacciava in malo modo intimando loro di non farsi rivedere mai più in casa sua.
    Dietro il suo cattivo carattere si nascondeva un uomo che, malgrado il tempo trascorso, assaporava ancora il gusto della sconfitta soprattutto dal punto di vista personale.
    Ogni giorno si sentiva sempre più solo e la sua solitudine sembrava distruggerlo; la sua unica compagnia erano i ricordi di quella guerra che aveva combattuto in prima persona nonché i volti di quelle persone di cui lui stesso aveva ordinato l’uccisione nei campi di sterminio. Sembrava davvero impossibile riportarlo ad una vita normale e fargli dimenticare tutto; le poche persone che lo conoscevano bene pensavano ci volesse addirittura un miracolo per far sì che ciò accadesse.
    Un giorno però, nella vita dell’ottantenne Franz fece il suo ingresso una persona destinata sul serio a cambiarlo completamente. Quel giorno infatti passò presso la fattoria di Franz, Antonio; un bambino di circa dieci anni figlio di italiani emigrati in Canada. Il bambino apparentemente sembrava felice ma il passato della sua famiglia annoverava alcuni eventi non proprio così rosei. Il nonno del piccolo Antonio infatti era stato deportato e successivamente barbaramente ucciso in uno dei tanti campi di sterminio nazisti costruiti durante la guerra. Il piccolo quindi non aveva mai conosciuto suo nonno e non aveva la più pallida idea di quanto fosse importante questa figura soprattutto per un bambino della sua età.
    L’accoglienza di Franz nei confronti di questo misterioso pargoletto non fu delle migliori. Il vecchio infatti, appena lo vide aggirarsi intorno alla sua proprietà, lo respinse esattamente come faceva con tutti coloro che tentavano di avvicinarlo minacciando addirittura di picchiarlo se si fosse fatto vedere di nuovo. Le intenzioni del bimbo ovviamente non erano cattive; egli voleva soltanto fare amicizia con quell’anziano uomo che, per uno strano caso aveva identificato come suo nonno; Antonio era inoltre attratto dall’enorme giardino che circondava la tenuta di Franz e sognava sempre di possedere una casa come quella tutta per sé visto che l’abitazione in cui viveva con i suoi genitori era assai più modesta. Quella stessa sera il piccolo raccontò l’accaduto a sua madre la quale, in maniera molto premurosa, raccomandò al figlioletto di non avvicinarsi mai più alla casa di quell’uomo considerato da tutti molto pericoloso.
    Il bambino però non diede ascolto alle parole della madre e il giorno seguente si ripresentò davanti la casa del burbero Franz tentando di nuovo di avvicinarlo e scambiare quanto meno qualche parola con lui. Questa volta il comportamento di Franz fu totalmente diverso. L’uomo, malgrado il suo carattere, comprese che il bambino non aveva nessuna cattiva intenzione e i due cominciarono a chiacchierare piacevolmente.
    - “Chi sei bambino?” chiese Franz con tono sorpreso.
    - “Mi chiamo Antonio, sono italiano e vivo qui con i miei genitori”.
    Antonio non era affatto a conoscenza del passato di Franz e cominciò a vederlo con una certa adorazione, quasi come se quell’uomo fosse davvero suo nonno.
    L’anziano e il bambino intrapresero un percorso di vita che si presentava lunghissimo ma che li avrebbe portati ad instaurare una grande amicizia e a rispettarsi reciprocamente.
    Il piccolo Antonio, col passare del tempo, vedeva il vecchio Franz come il suo vero nonno senza poter immaginare che, colui che lo aveva accolto così amorevolmente in casa sua, era il responsabile di numerosissimi crimini di guerra.
    Il tempo trascorreva e Franz si affezionava sempre di più a quella dolce creatura anche se in un primo momento aveva rifiutato di vedere il suo sorriso e di percepire la sua gioia; proprio per questo decise che non era il caso di rivelargli che proprio lui era stato ad ordinare la barbara uccisione di suo nonno. Franz e Antonio erano ormai legati da enorme affetto e il bambino non riusciva più a staccarsi da quell’anziano uomo che considerava ormai la persona più buona del mondo.
    Tutte le mattine Antonio si recava a casa di Franz e guardava attentamente come il vecchio mungeva il latte dalle sue mucche e come quello stesso latte, diventava del buonissimo formaggio. Ogni giorno il bambino riempiva sempre più la vita dell’ottantenne Franz e l’uomo era solito regalargli un pezzo del suo formaggio e talvolta anche dell’ottima frutta di stagione prodotta dai suoi meravigliosi alberi. Molto spesso Franz ed il piccolo Antonio amavano fare delle lunghe passeggiate per le minuscole strade che caratterizzavano quel grazioso paesino della campagna canadese e ogni volta l’anziano uomo raccontava al bambino qualche aneddoto legato a quel piccolo angolo di mondo in cui l’ex capo delle S.S. aveva deciso di stabilirsi dopo la fine della guerra.
    Erano ormai trascorsi due anni dal primo incontro tra Franz ed Antonio e mentre sul corpo del primo, i segni dell’età erano sempre più evidenti, il piccolo Antonio si apprestava a diventare un ragazzo; nel corso di questi anni Antonio aveva sviluppato una forte personalità e una gran saggezza che persino un uomo anziano come Franz ne rimase sorpreso. Il rapporto fra i due era ormai da tempo consolidato e malgrado il vecchio fosse considerato da tutti ancora come un uomo cattivo per Antonio era diventato davvero quel nonno che non aveva mai conosciuto.
    Un brutto giorno però il destino si intromise tra loro tentando di separarli per sempre e annullando quanto di buono avevano costruito durante quei due anni. Franz infatti venne arrestato e, dopo un lungo interrogatorio venne condotto nel carcere di un paese vicino in attesa di essere processato. Il piccolo Antonio, ignaro di quanto accaduto, anche quella mattina si recò presso la tenuta di Franz ma, con sua grande sorpresa non trovò anima viva; una signora che abitava lì vicino lo informò dell’arresto del vecchio e che avrebbe potuto trovarlo nel vicino carcere. A questa notizia Antonio scoppiò in un pianto dirotto; non riusciva infatti a capire di quale crimine fosse accusato quell’uomo che era stato tanto buono con lui.
    Il giorno seguente Antonio si recò a trovare Franz nella sua cella; il vecchio agli occhi di Antonio era irriconoscibile ma, dopo l’iniziale sgomento, il bambino gli chiese:
    - “Cosa hai fatto di tanto grave per essere rinchiuso in questa orribile cella?”
    - “Ragazzo mio” rispose commosso Franz, “durante la guerra ho commesso dei crimini orrendi, io facevo parte delle S.S. e ho fatto uccidere migliaia di persone  e per questo merito di essere qui”.
    Le parole dell’anziano Franz lasciarono perplesso il piccolo Antonio che rimase senza parlare per un po’ di tempo. Nonostante questa triste rivelazione, il fanciullo decise di rimanere ugualmente accanto a Franz perché in fondo gli era riconoscente per ciò che aveva fatto per lui.
    Un giorno però Antonio trovò Franz nell’infermeria del carcere disteso su un lettino; il vecchio era stato colto da un infarto e stavolta sembrava davvero che per lui non ci fosse più nulla da fare. In punto di morte Franz trovò il fiato per fare un’ultima ma molto significativa confessione:
    -“Ragazzo mio, durante il periodo della guerra sono stato io a portarti  via tuo nonno ed è solo colpa mia se non hai mai potuto conoscerlo; se adesso mi odi non ti biasimo”.
    - “Odiarti? Io posso solo perdonarti nonno Franz” replicò Antonio “tu mi hai accolto presso di te e mi hai reso felice; io sono orgoglioso di te”.
    - “Mi hai chiamato nonno”, rispose affaticato Franz “non avevo mai provato la gioia di essere chiamato così; ti ringrazio e ora posso davvero riposare in pace”.
    Poco dopo il vecchio chinò il capo e chiuse per sempre i suoi stanchi occhi; Antonio scoppiò in lacrime ma sapeva che da quel giorno in poi ci sarebbe stato il suo amato nonno Franz che da lassù avrebbe vegliato sulla sua giovane vita.

     
  • 31 gennaio 2007
    Un giorno meraviglioso

    Come comincia: Era quasi arrivata la primavera, sulle piante di quel paesino situato sulle prime pendici delle Alpi facevano capolino i primi fiori quando Paola si accingeva a preparasi a quello che sarebbe stato il giorno più bello della sua vita. Era una ragazza dolce e molto sensibile e amava a tal punto il suo Alessandro che si diceva pronta a commettere per lui qualsiasi tipo di follia e, da ormai molto tempo, progettava un matrimonio fuori dai canoni abituali. La sensibilità di Paola si notava soprattutto dai piccoli ma significativi gesti che quotidianamente amava compiere. La ragazza infatti era spesso occupata in attività di volontariato perché aveva sempre avuto un occhio di riguardo verso chi, diversamente da lei, soffriva e aveva bisogno d’aiuto. Aveva molti sogni da realizzare questa giovane donna; infatti, dopo essersi brillantemente laureata in giurisprudenza, sognava di diventare un affermato avvocato ed essere continuamente dalla parte di coloro che sono nel giusto.
    In casa della dolce Paola, durante il periodo che precedeva le nozze, erano tutti in costante fibrillazione a causa dei preparativi; la giovane era solita farsi aiutare dai suoi genitori i quali le erano sempre vicini quando si trattava di prendere una decisione importante ma soprattutto in quei piccoli momenti di difficoltà che tutte le ragazze della sua età normalmente si trovano qualche volta ad affrontare. In quella casa, dove tutto aveva un dolce profumo di fiori d’arancio, regnavano sentimenti fortemente in contrasto tra loro. Se da un lato c’era la felicità per quel giorno da sempre atteso da Paola, dall’altro la ragazza si interrogava continuamente circa le sue capacità di essere una buona moglie per il suo Alessandro ma soprattutto una buona madre per i suoi futuri bambini. Paola aveva soltanto ventisei anni e l’idea di essere moglie e madre la entusiasmava ma, allo stesso tempo la spaventava anche un po’.
    Altrettanto contrastanti erano i sentimenti che si leggevano negli occhi dei suoi genitori soprattutto in quelli di suo padre; da un lato la felicità per il matrimonio della sua primogenita dall’altro la consapevolezza che di lì a poco avrebbe dovuto distaccarsi da quella figlia per la quale nutriva un’adorazione senza limiti.
    Nella famiglia di Paola, da sempre molto unita, Alessandro era stato accolto in maniera a dir poco splendida; i genitori della ragazza avevano immediatamente compreso quanto il giovane fosse importante per la loro figlia e, praticamente da subito, avevano cominciato a trattarlo come se fosse anch’egli loro figlio.
    Alessandro, terminata la specializzazione in odontoiatria, era avviato verso una più che promettente carriera di dentista e sperava di affermarsi almeno quanto suo padre che già da molti anni svolgeva con successo questa professione. I sentimenti di Alessandro nei confronti di Paola erano altrettanto intensi ed anche il giovane, come la sua ragazza, si diceva pronto ad affrontare qualsiasi situazione anche la più complicata pur di rendere felice l’amata Paola.
    Nonostante fosse più grande di Paola di qualche anno, anche Alessandro trascorreva gran parte del suo tempo ad interrogarsi circa la buon riuscita del matrimonio e sulle sue capacità di essere un buon marito e un buon padre anche se spesso il desiderio di sposarsi e mettere su famiglia prevaleva sui dubbi del giovane.
    Intanto i mesi trascorrevano inesorabili e la data delle nozze si faceva sempre più vicina e Paola e sua madre erano sempre più indaffarate nei preparativi; c’erano ancora tantissime cose da decidere: le bomboniere da dare a parenti e amici, l’organizzazione del ricevimento nuziale e la chiesa. Paola desiderava una cerimonia religiosa da sogno come, altrettanto da sogno, doveva essere tutta quella giornata che doveva rappresentare una svolta decisiva per la vita di questa giovane donna. Paola diceva sempre che ci si sposa una sola volta nella vita e voleva quindi che tutto andasse liscio secondo i suoi piani. Anche in casa di Alessandro ci si preparava con grande fervore a questo evento; il giovane era impegnato a scegliere il vestito da indossare il giorno delle nozze ma la scelta si presentava molto difficile poiché il ragazzo aveva gusti molto sofisticati per quanto riguarda l’abbigliamento.
    Purtroppo, un brutto giorno, una cattiva notizia finì per offuscare la felicità di questa giovane ed innamoratissima coppia. Già da un po’ di tempo Paola soffriva di forti dolori allo stomaco e dopo aver sottovalutato a lungo il problema, la giovane decise di recarsi da uno specialista che dopo averla sottoposta ad esami più approfonditi le diagnosticò un cancro. Questa triste rivelazione gettò nello sconforto più profondo Paola e la sua famiglia poiché non avevano la più pallida idea di come si potesse sconfiggere quel bruttissimo male. In un primo momento la ragazza decise di non dire nulla al suo promesso sposo per evitargli stress e preoccupazioni; la coppia s’incontrava tutti i giorni e Paola non faceva trapelare nulla della sua malattia mostrandosi continuamente con il sorriso sulle labbra.
    Intanto i genitori della giovane erano sempre più disperati per le sorti della loro figliola anche perché non si riusciva a trovare una cura adeguata a sconfiggere in maniera definitiva la malattia dato che i metodi tradizionali non erano riusciti nell’intento.
    Una sera, mentre le due famiglie al completo si trovavano a casa dello sposo per definire alcuni dettagli del matrimonio, Paola svenne improvvisamente; poco dopo il ricovero nel vicino ospedale ricevette la visita del suo promesso sposo e decise quindi di rivelargli tutto.
    - “Amore mio” sussurrò Paola con voce rotta dal pianto, “mi è stato diagnosticato un bruttissimo male e credo che non potremo mai più coronare il nostro sogno”. Alessandro, con voce altrettanto singhiozzante le rispose:
    - “Ma che dici mio dolce tesoro, presto guarirai, ci sposeremo e andrà tutto come avevamo progettato. La nostra vita insieme ci aspetta e non possiamo assolutamente mancare”. A queste parole di Alessandro, Paola scoppiò in lacrime perché il desiderio del suo sposo era anche il suo desiderio e voleva realizzarlo a tutti i costi.
    Con il trascorrere del tempo il viso di Paola diventava ogni giorno più pallido e più spento affievolendo sempre di più le residue speranze di una guarigione completa della ragazza.
    Dopo molti tentativi falliti, fortunatamente per Paola si aprì un piccolo spiraglio; il padre di Alessandro, affermato dentista, la indirizzò presso un famosissimo oncologo italiano che operava in un importante ospedale di Parigi. Lì Paola sarebbe stata sottoposta ad un delicato intervento chirurgico che avrebbe dovuto restituirle la vita. Fu così che la ragazza decise di partire ed affrontare quella difficile operazione; insieme a lei c’era anche l’amato Alessandro che in questi momenti così critici non l’aveva mai abbandonata. Il giorno dell’operazione era arrivato e mentre Paola si trovava in sala operatoria, i membri della sua famiglia e quelli della famiglia di Alessandro attendevano con trepidazione l’esito dell’intervento. Fu una totale esplosione di gioia, quando uno dei medici dell’équipe uscì dalla sala operatoria e comunicò alle due famiglie che l’intervento era perfettamente riuscito e che la ragazza era fuori pericolo.
    Dopo un lungo periodo di convalescenza la ragazza tornò a casa con il cuore colmo di gioia; ormai aveva sconfitto il suo male e poteva così coronare il suo sogno d’amore con il fidanzato Alessandro. Questa brutta esperienza aveva di certo aiutato Paola a crescere e a capire ancora di più quanto fosse importante avere accanto una persona come Alessandro ma soprattutto una vera famiglia.
    Arrivò il tanto atteso giorno delle nozze; i due ragazzi decisero che la cornice del loro matrimonio doveva essere Parigi: la città che aveva fatto rinascere Paola. Fu così che la tragica esperienza di Paola ebbe il suo epilogo con un giorno davvero meraviglioso, un giorno che avviava Paola ed Alessandro verso una nuova vita da sposi e futuri genitori felici.

     
  • Come comincia: Il suo volto era quello di un uomo non ancora troppo anziano ma che sentiva già su di sé il peso dei suoi anni. Nella sua vita il dolore aveva più volte prevalso sulla gioia, nei suoi occhi si leggeva la voglia di tornare indietro che non di rado lo assaliva. Uno dei suoi vizi principali era l'alcool che aveva decretato tra l'altro la fine del suo matrimonio. Anche i suoi pochi amici lo avevano abbandonato perché lo giudicavano una persona pericolosa dati i suoi frequenti scatti d'ira.
    Era questo William, un italo-americano di circa sessanta anni ma che ne dimostrava molti di più poichè fino ad ora aveva dedicato la sua intensa esistenza a quelli che lui amava definire i piaceri della vita, quegli stessi piaceri che lo avevano condannato alla sua perenne solitudine.
    Ritrovatosi da solo ad abitare un modesto appartamento situato nella periferia di New York, dove la sua unica compagnia era un cucciolo di pastore tedesco chiamato Dick, decise un giorno di dare una svolta decisiva alla sua vita che fino a quel momento gli aveva fatto conoscere soltanto amarezza e senso di smarrimento.
    Da sempre, la più grande passione di William, era quella dei viaggi e già da un po' progettava nella sua mente di raggiungere il tetto del mondo a bordo della sua auto sebbene essa non fosse in ottime condizioni. I viaggi lo avevano in più di un'occasione distolto da quel mondo in cui era abituato a vivere fatto di distrazioni non sempre lecite ed è proprio partendo da questa sua grande passione che William intendeva ricominciare a vivere.
    Preparato qualche bagaglio con soltanto il minimo indispensabile, salì a bordo della sua auto in compagnia del suo fedele amico a quattro zampe e cominciò la sua avanzata verso Capo-Nord. Tappa dopo tappa William si rendeva sempre più conto che da qui in poi era quello il tipo di vita che preferiva ossia essere un viaggiatore solitario e stare a contatto perenne con la natura e con le persone che incontrava nei luoghi in cui di tanto in tanto si fermava. I giorni di viaggio erano sempre più numerosi e sul volto di William erano visibili i primi segni di stanchezza a causa del lungo tempo trascorso alla guida. In lui però non si era di certo spento l'entusiasmo di raggiungere quella meta da molto tempo sognata e da sempre così lontana, sebbene la sua passione per i viaggi lo avesse portato a girare quasi tutto il mondo.
    Dopo lunghi ed estenuanti giorni di viaggio ecco arrivare William ed il suo cane Dick, a Capo-Nord; William si rese subito conto di trovarsi ben lontano dalla sua New York e dal caos da cui le strade della Grande Mela sono da sempre caratterizzate. Ad attirare l'attenzione dell'uomo era proprio l'enorme panorama montuoso di quel piccolo angolo di mondo situato a nord della Norvegia e sembrava quasi aver completamente dimenticato gli Stati Uniti.
    Man mano che i giorni passavano William si adeguava sempre di più a quelle che erano le abitudini del luogo e a tutto ciò che lo circondava. Con il trascorrere del tempo l'anziano William entrava in contatto con un numero considerevole di persone tra cui Sara; una donna della sua stessa età, anch'ella di origini italiane, che da anni si era stabilita in Norvegia e con una storia alle spalle molto simile a quella di William. Nemmeno a Sara infatti la vita aveva riservato sorprese non sempre positive. Era la più grande di cinque figli e, rimasta orfana in età giovanissima di entrambi i genitori, era costretta a fare da padre e da madre ai suoi quattro fratelli; inoltre spesso non sapeva come fare per tirare avanti poiché non aveva mai avuto un posto di lavoro fisso ed era costretta a svolgere professioni molto umili. Tra i due nasce subito una certa simpatia tanto che cominciano a raccontarsi le loro rispettive storie così diverse e così uguali allo stesso tempo.
    I mesi trascorrevano inesorabili e nonostante William avesse deciso di diventare un viaggiatore solitario avvertiva una certa simpatia per Sara; decise quindi di fermarsi ancora per un po' a Capo-Nord per conoscere meglio quella donna che fin dal giorno che la aveva incontrata lo aveva reso felice. Ogni giorno trascorso insieme a Sara era sempre ricco di sorprese per William. Infatti nonostante il suo passato non proprio felice, Sara era una donna molto simpatica e piena di vita. Spesso coinvolgeva il suo uomo nell'organizzazione di serate da trascorrere in allegria con gli amici e in tutto ciò in cui il divertimento la faceva da padrone. La donna era inoltre un'ottima cuoca; spesso e volentieri infatti si divertiva a prendere William per la gola preparandogli dei gustosi piatti italiani. Così facendo, Sara sperava di tirar fuori per sempre William dal ricordo del suo doloroso passato e poterlo finalmente trasformare in una persona nuova.
    Il legame tra William e Sara si faceva sempre più solido e il nostro viaggiatore solitario continuava a rimandare la sua partenza per un altro luogo. Sara gli aveva ormai preso il cuore e non sapeva davvero più come fare per distaccarsi da lei per poter riprendere il suo viaggio. Anche Sara contraccambiava l'amore di William e spesso era anche lei a trattenerlo in Norvegia e ad alimentare in lui la voglia di non ripartire.
    Spesso gli diceva:
    - "Resta con me per sempre, insieme potremo ricominciare a vivere una vita serena".
    A queste dolci parole di Sara, William non sapeva proprio dire di no e non riusciva proprio più a resistere alle amorevoli attenzioni della donna.
    Era ormai trascorso un anno dall'arrivo di William in Norvegia e l'amore di Sara sembrava aver affievolito in lui la voglia di viaggiare perennemente.
    Un giorno però, mentre Sara si accingeva come sempre a preparare la colazione al suo uomo, scorse William in un'altra stanza preparare la sua modesta valigia che per un anno intero era stata riposta nel fondo di un armadio. Vedendo ciò Sara rimase perplessa e cominciò a farsi mille domande e a chiedersi soprattutto che cosa avesse sbagliato. Quello stesso giorno Sara decise di affrontare l'argomento con William e con la voce rotta dal pianto gli chiese:
    - "Perché hai deciso improvvisamente di partire? Ho forse sbagliato qualcosa? Dimmi tutto in modo che io possa riparare alle mie colpe".
    William, con voce altrettanto disperata le rispose:
    - " Mia dolce Sara, un anno fa, quando ho lasciato New York, ho promesso a me stesso di diventare un viaggiatore solitario e solo le tue attenzioni mi hanno spinto a fermarmi qui così a lungo; ma ora per me è giunto il momento di ripartire ed esplorare nuove mete e nuovi mondi anche se mi costa moltissimo farlo".
    A queste parole di William, Sara non potè fare altro che accettare, seppure a malincuore, la sua decisione di allontanarsi da lei. L'indomani, giorno della partenza di William, Sara riuscì a strappargli la promessa di rimanere sempre in contatto con lei. Gli disse:
    - "Mi raccomando scrivimi e se per caso dovessi ripensarci torna qui da me; casa mia è sempre aperta".
    Dopo quest'ultimo saluto William partì, lasciò quel luogo che per un anno era stato la sua casa e nel quale aveva trovato l'amore. Visitò l'Asia, l'Africa, i panorami mozzafiato dell'Australia ma con il cuore sempre in Norvegia perché era consapevole che lì c'era sempre la sua Sara che prima o poi lo avrebbe riaccolto presso di lei con un affetto ancora maggiore della prima volta.