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in archivio dal 26 lug 2011

Matteo Fagiano

Torino - Italia
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  • 13 dicembre 2011 alle ore 10:12
    Nelle finite sfumature del grigio

    Come comincia: Ogni volta che suonavamo, lei c’era, confusa tra la gente, a guardare verso il palco. Dai locali fumosi di periferia ai torridi concerti delle sere d’estate, ogni volta, riuscivo a vedere il viola dei suoi occhi brillare nel vortice indistinto del pubblico. Le cose stavano andando bene, dopo la recensione che aveva definito il nostro EP di debutto “il disco che farebbe Springsteen se avesse trent’anni oggi e nessun futuro all’orizzonte”. Nessuno aveva capito cosa significasse, neanche noi, ma aveva funzionato. Non eravamo famosi, non facevamo soldi, ma le date andavano esaurite e suonare per tutte quelle persone era nuovo ed eccitante. Una sera, dopo il concerto, l’avevo raggiunta al bar e mi ero presentato. Eravamo usciti a bere, seduti sul marciapiede davanti al locale, mentre il pubblico, lentamente, tornava a casa. Visti da vicino, i suoi occhi avevano il colore viola dei tramonti d’inverno. Avevamo vagato tutta la notte, perdendoci nelle strade buie della città, parlando, fumando, lasciandoci liberi. L’aria dell’autunno era curiosa e pungente, si infilava sotto i vestiti e graffiava la pelle. Noi la sfidavamo con il coraggio e l’incoscienza di chi sta per cominciare un viaggio. Le avevo raccontato del mio lavoro alla fabbrica di vernici, della speranza di vivere di sola musica, di cosa voglia dire crescere orfano nella periferia di una città, di come si possa trovare una famiglia in tre ragazzi di strada, del garage in cui avevamo trovato il nostro suono, un mondo anche per noi. Lei mi aveva portato nella sua vita, mi aveva parlato della sua famiglia numerosa ma distante, del fallimento del negozio di suo padre, delle notti passate a studiare dopo interminabili giornate di lavoro, delle supplenze in attesa di un posto da insegnante di letteratura, del manoscritto carico di desideri riposto nel cassetto. Guardandomi negli occhi mi aveva chiesto: cosa faresti se non avessi paura? Senza aspettare la mia risposta, si era avvicinata al mio orecchio, le mani chiuse intorno alla bocca. Qualunque cosa sia, aveva sussurrato, falla.
    Alle prime luci dell’alba ero innamorato di lei di un amore che credevo esistesse solo nelle canzoni, nei libri, nei sogni.
    Pochi mesi dopo, con i cuori gettati nell’anno nuovo, eravamo già una coppia, stavamo insieme. Mi piaceva tutto di lei. Il modo in cui viveva, il modo in cui viveva me, come mi faceva vivere. Amavo ogni sua grandezza e impazzivo per quelle piccole cose che la rendevano unica. Il modo vezzoso di fingersi offesa, chiudendo gli occhi e alzando le sopracciglia. La cicatrice che vedevo solo io. Come stringeva i pugni, quando era felice.
    E felici lo eravamo veramente. Era bello stare bene.
    A metà giugno l’etichetta discografica ci aveva convocati per darci un importante annuncio. Ci avevano fatto sedere su un divano e ci avevano spiegato che, grazie ad un accordo con una major e uno sponsor generoso, avrebbero organizzato un tour promozionale in alcune città in giro per il mondo e che volevano ne facessimo parte. Le nostre espressioni dovevano essere abbastanza eloquenti perché non avevano neanche aspettato la risposta e ci avevano posato penna e contratto davanti. Per correttezza, come se per noi cambiasse qualcosa, ci avevano informato che l’ultimo posto disponibile era stato inizialmente proposto ad un rapper, che però la settimana prima era stato arrestato per aggressione. Avevano pensato a noi per sostituirlo e non per affinità artistica, evidentemente. Non ci importava, eravamo solo grati, all’etichetta, alla major, al rapper, alla fortuna che ci regalava un’opportunità simile. Avremmo fatto cinque date, alla fine dell’estate, aprendo i concerti con una manciata di canzoni. Saremmo stati via poco più di una settimana, volando da una città all’altra, su e giù da furgoni e palchi, fuori e dentro camere d’albergo e sale d’attesa. Avevamo passato i mesi successivi ad aspettare, trepidanti, ansiosi, spaventati ed eccitati. Non conoscevamo neanche l’itinerario e le città in cui avremmo suonato. Ci bastava partire. La sorte era dalla nostra, ne avevamo avuto conferma quando ci avevano avvertito che potevamo portare con noi le nostre compagne, se volevamo. Una cosa così non si era mai vista nella storia della musica. Neanche i più grandi avevano avuto un’occasione simile. Avevamo paura fosse tutto uno scherzo e che all’ultimo non se ne sarebbe fatto niente. Invece all’inizio di settembre eravamo saliti sul primo aereo e decollati nel sogno che si avverava. E lei era con noi, seduta di fianco a me, a guardare le nuvole dall’alto, con i suoi occhi viola.
    Forse le rockstar, ad un certo punto della loro carriera, finivano per non sopportare quella vita, ma noi non chiedevamo altro. Volavamo nel sole della mattina, dall’aeroporto un furgone ci portava direttamente al soundcheck, dopo le prove avevamo qualche ora per assaporare le città, suonavamo per primi e vivevamo la notte, dopo il concerto, fino all’ultima scintilla di energia. Prima dell’ultima data ci avevano detto che avremmo avuto una giornata intera a disposizione. Non volevamo perderne neanche un secondo.
    Quella mattina avevo aperto gli occhi presto, lei mi dormiva addosso, sentivo il suo respiro sul collo e, prima di svegliarla, ero rimasto ad ascoltarla dormire.
    Gli altri ci aspettavano in strada. Avevamo camminato verso sud. Era una giornata meravigliosa, era martedì, il cielo era limpido e pieno di sole. Eravamo arrivati alla punta estrema, dove si vedeva il mare. Tutti quanti volevano salire a guardare la città dall’alto, ma io avevo deciso di non seguirli. C’era qualcosa che sognavo di vedere fin da bambino e volevo gustarmelo fino in fondo. Li avevo guardati andare via e poi mi ero appoggiato al parapetto. Avevo acceso una sigaretta e gettato il fumo nell’aria del mattino.
    In quel momento avevo ringraziato il destino.
    Per essere lì, con loro, con lei.
    Per quella giornata. Per quella città.
    Era l’11 settembre del 2001. Era New York.

    Quando alle 8:46 il primo aereo aveva colpito la torre nord del World Trade Center, stavo guardando la Statua della Libertà dal Battery Park. L’istinto mi aveva fatto gettare a terra, ma un attimo dopo guardavo verso l’alto, fiamme e fumo uscivano dal vetro brillante di sole. Avevo cominciato a correre, prima piano, con la testa al grattacielo, poi sempre più veloce, con il cuore fermo, la paura nel sangue, il terrore. Perché lei era lì, tutti quanti loro erano diretti lassù. Le strade, prima assalite dal traffico caotico della mattina, parevano congelate, immobili. La gente guardava verso l’alto, con le mani sulla bocca, le borse del lavoro gettate a terra. Io correvo, senza sapere dove andare. C’erano persone che scappavano, altre che mi sembravano andare verso le torri. Cercavo di seguirle. Le sirene gridavano sempre più vicine. Il rumore della città spariva nel dolore dei suoni spaventosi che venivano dal grattacielo colpito. L’odore della paura riempiva l’aria. Un taxi mi aveva quasi investito, salendo sul marciapiede. Avevo svoltato un angolo e le torri erano davanti a me. Il fuoco era di un colore che non avevo mai visto. Fogli di carta volavano ovunque. Gli specchi del grattacielo sembravano sciogliersi. Ovunque c’era caos e silenzio. Urla e fiato sospeso. Movimento e immobilità. Sembrava di poter sentire ogni cuore battere il ritmo della paura e dello stupore, il lento incedere della consapevolezza della tragedia. Io non riuscivo neanche a vedere cosa avevo intorno, l’unica cosa che volevo vedere era lei, vicino a me, in salvo. Avevo preso il telefono e lo avevo acceso. Le dita erano come di pietra. Non sapevo neanche se avrebbe funzionato, ma avevo composto il suo numero, poi quello degli altri. Nessun segnale, nessuna risposta. Niente. Il display del telefono segnava le 9:03.
    Prima del rumore dell’aereo erano arrivate le grida assordanti di chi lo aveva visto avvicinarsi. Poi il rombo acuto di motori fuori rotta, il fischio allarmante dell’aria tagliata, come un lamento. Il tempo di alzare la testa, di scatto, per vedere l’enorme Boeing della United Airlines schiantarsi contro la torre sud ed esplodere in un inferno di fuoco e detriti, di morte e fumo nero come la notte. Intorno a me tutti scappavano, solo io restavo bloccato. Inerme. Fino a quel momento non avevo capito cosa stesse succedendo, credevo si trattasse di un incidente, volevo solo ritrovarla e tenerla tra le braccia, portarla al sicuro. Poi avevo visto la cattiveria assoluta, la malvagità, l’odio, nell’impietosa virata di quell’aereo lanciato a morte contro il mondo. E con il corpo, mi si era bloccato anche il cuore.
    Ero rimasto così, fermo, immobile, con tutti i colori del male a balenarmi negli occhi, per non so quanto tempo, fino a quando un poliziotto mi aveva gridato in faccia di muovermi, spingendomi via. Avevo cominciato a correre, veloce e stavo ancora scappando quando la torre sud era crollata su se stessa con il suo carico di vite perdute, per sempre. Una donna anziana guardava in cielo, inginocchiata a terra, lungo la strada. Pregava, un rosario sgranato tra le mani. L’avevo alzata di forza e portata via. Pregare non le avrebbe aperto una strada nella polvere grigia che avanzava, come tempesta, a oscurare il sole e il futuro. Le sirene della polizia e dei vigili del fuoco erano assordanti, i cani abbaiavano, la città intera gridava. Non vedevo niente, correvo e basta. Tutto era grigio. Non mi ero più fermato. Una corsa angosciata, la mia, alimentata da un anelito aggrappato alla disperazione ed alla speranza. Ci saremmo ritrovati in albergo, mi dicevo, come quando, semplicemente, ci si perde. Era quello il mio pensiero, quella la verità di cui volevo ostinatamente convincermi.
    Avevo aspettato, in quelle prime ore, nella hall di ingresso, attonito di fronte alle immagini trasmesse dalle televisioni di tutto il mondo. Sarebbe arrivata, da un momento all’altro, seguita dai miei amici. Non desideravo altro. Avevo fissato la porta della stanza per ore, per giorni interi. Un’interminabile, atroce, sequenza di secondi sospesi nell’attesa. In silenzio, da solo, con la polvere negli occhi come un triste presagio, avevo aspettato, ma lei non era tornata. Mai più nessuno era tornato.

    Non accadde subito. Prima ci furono le chiamate ai parenti a casa, il ritrovamento e poi il riconoscimento dei corpi, il ritorno a casa, i funerali, gli abbracci di persone sconosciute, le canzoni di addio, le lacrime che non finivano mai, fino a quando non finirono anche quelle e non rimase che l’assenza. La scomparsa di ogni abitudine, della vita per come l’avevo conosciuta. Il vuoto assoluto, fuori e dentro. I giorni di sollievo, per essere ancora vivo. Le notti di colpa, per lo stesso motivo.
    Poi, una mattina, mi svegliai presto. Mi faceva male la testa, avevo freddo. Uscii dal buio della stanza, aprii gli occhi e la mia vita crollò ancora una volta.
    Ogni colore era sparito. Tutto quello che vedevo era in bianco e nero. Ogni cosa aveva perso la sua tinta. Il rosso laccato del frigorifero, il verde della mele sul tavolo, l’azzurro del pacchetto di sigarette, il blu della mia maglia. Tutto era in bianco e nero.
    Mi spaventai. Mi tremavano le gambe, era assurdo. Guardai fuori dalla finestra. Nessun colore. Le strade, i palazzi, le auto, il cielo. Niente.
    Ero terrorizzato. Pensai di avere un’allucinazione, forse stavo sognando, un incubo reale come la paura più vera. Provai a chiudere gli occhi e a riaprirli. A tenerli chiusi sempre più a lungo, ma non serviva. Tornai a letto, forse dovevo dormire, dimenticare, svegliarmi di nuovo e rendermi conto che era tutto troppo insensato per essere possibile. Rimasi immobile, al buio, con gli occhi spalancati. Non c’era verso di dormire, il panico mi scorreva velenoso nelle vene. Tornai alla luce, trovai il telefono, chiamai il medico. Lo aspettai a casa, per ore, seduto in un angolo, una sola prospettiva a disposizione del mio sguardo, per cacciare via la paranoia, il fantasma della follia. Il medico mi fece sdraiare sul letto, prima ancora di lasciarmi parlare e mi diede qualcosa per calmarmi. Dovevo averlo spaventato. Dopo avermi ascoltato e osservato decise di portarmi in ospedale per fare esami più approfonditi. Dal modo in cui mi parlava, dal suo sguardo velato di ombre grigie, preoccupato e allo stesso tempo mestamente rassegnato, capii che in qualche modo aveva già fatto la sua diagnosi. Pazzia.
    Un’ambulanza mi portò in ospedale dove, nel corso delle settimane successive, venni visitato da ogni tipo di dottore: oculisti, neurologi, psicologi. Fecero esami, domande, analisi, confronti, mandarono gli esiti a colleghi e luminari, studiarono il caso a fondo. Non potevano escludere che dicessi la verità, ma i risultati degli esami non confermavano nulla. Esiste una sindrome chiamata acromatopsia che indica l’incapacità totale di percepire qualunque colore e che si manifesta in diversi modi e forme. Io non presentavo nessuno dei sintomi, se non la mia completa incapacità di vedere i colori. Nessun medico poté diagnosticarmi l’acromatopsia né qualsiasi altra malattia. Così, un giorno, il primario mi comunicò che sarei stato dimesso. Non avevo niente, sarebbe passato. Il suo problema, mi disse: stress post traumatico.
    Raccolsi le mie cose e tornai alla mia vita, a quei brandelli scoloriti che ne erano rimasti, sopravvissuti come reduci di guerra, abbandonati, incapaci di stare al mondo. E se forse conservavo ancora qualche flebile speranza di recuperarla, dovetti presto rinunciare anche a quella. Il lavoro alla fabbrica di vernici era ormai un beffardo scherzo del destino. Lo lasciai. Il solo pensiero di suonare, il mio sogno, la mia unica ragione di vita, mi uccideva. La musica era come un cancro che mi divorava da dentro, nutrendosi di ricordi, lasciando vuoti enormi, buchi neri voraci e incolmabili. L’assenza di colore era una marea che trascinava via ogni cosa. Il cibo non aveva più gusto, i profumi sparirono. Il giorno, la notte, lo scorrere del tempo erano solo un cambiamento di luce, una diversa percezione della stessa, desolante, tonalità. Vivevo in uno scadente film del passato, in una graffiata pellicola in bianco e nero rovinata dagli anni. Il mondo in cui mi trascinavo era solo una fotocopia sbiadita dell’originale. Un deserto acromatico, un labirinto pallido. Imprigionato, tra il nero che tutto racchiude e il bianco che tutto cancella. Ero perso, smarrito, nelle finite sfumature del grigio.
    Ovunque, dalla strada alla televisione, non facevano che parlare della tragedia dell’11 settembre, di come il mondo fosse cambiato, stravolto, per sempre. Parlavano. Parole. Io non potevo ascoltare. Non potevo ascoltare neanche il respiro tra una parola e l’altra. Non riuscivo. Rimasi chiuso in casa. Lontano da tutto, isolato. Mi mancava lei. Mi mancavano tutti. L’assenza era la mia unica compagna. L’unica compagnia nella solitudine e l’unico feroce pensiero.
    Lentamente, faticosamente, i giorni diventarono settimane e poi mesi, fino a quando non decisi di uscire. Viaggiavo in macchina, di notte, con il braccio fuori dal finestrino per accarezzare la strada, in silenzio, senza meta. Più chilometri percorrevo, più asfalto mi lasciavo scorrere sotto e più forte si faceva strada in me un’idea semplice e potente: farla finita. Senza giri di parole, uccidermi, liberarmi di una vita privata con forza e cattiveria di tutto quello per cui valeva la pena viverla. L’amore, l’amicizia, i sogni. Il colore.
    La domanda era: cosa faresti se non avessi paura? La mia risposta era sempre e solo una.
    Armato di tali pensieri, una mattina, alle prime luci dell’alba, arrivai sul mare. Avevo guidato tutta la notte. Mi incamminai sul molo, verso sud. Il mare era in tempesta, all’orizzonte il grigio del cielo era scuro. Guardai la violenza delle onde con brama, le alte scogliere che si estendevano a occidente, il lungo salto nel vuoto che offrivano, con desiderio. Chiusi gli occhi per trovare la forza che mi serviva. Sentii delle voci, alle spalle, una risata di bambina. Una famiglia si avvicinava. Tornai a guardare il mare. La bambina arrivò di corsa, si arrampicò sulla base di un lampione, puntando il dito verso il largo. Il vento le agitava i capelli, sembrava bionda. Era felice, si voltò a sorridermi.
    La guardai, la vidi.
    E i suoi occhi, i suoi occhi erano viola.
    Le andai incontro. Viola. Mi inginocchiai di fronte a lei. Viola. Le presi le spalle, la tenni vicino, la strinsi forte. Viola. Viola. Viola. I genitori arrivarono di corsa a portarla via, il padre mi spinse a terra. Si allontanarono velocemente. La bambina mi guardò ancora una volta. Viola.
    Presi una camera in albergo, di fronte al mare. Quella notte piansi tutte le lacrime che non ero stato capace di piangere da quel dannato giorno di settembre. Il colore viola di quello sguardo mi bruciava negli occhi. Piansi fino a sfinirmi, fino a cadere in un sonno profondo.
    Quando mi svegliai il cuscino era imbrattato di nero e grigio, colato sulla federa, fino alle lenzuola. Mi alzai nel buio, le gambe tremavano, aprii la finestra con l’ansia di un bambino al primo sguardo sul mondo. Guardai fuori e vidi il mare. Il mare blu.

    Da quel giorno, i colori sono tornati nella mia vita, adagio, come una continua scoperta, una dura riconquista quotidiana di territori che credevo perduti per sempre. Come un timido pittore aggiungevo tinte alla mia tavolozza dipingendo l’esistenza, un pezzo alla volta. Se toccavo una foglia si colorava di verde, la birra bevuta diventava gialla, il sole all’alba si sfumava di rosso, il grigio lasciava spazio al rosa, all’arancione, al marrone, all’azzurro. Ci sono voluti anni interi per ritrovarli tutti, per riappropriarmi di ogni gradazione possibile, di ogni frammento dello spettro visibile.
    Oggi ogni colore è tornato al suo posto, ma non completamente. A volte vedo ancora delle cose in bianco e nero. Capita di rado e in occasioni particolari.
    Una volta un camion senza colori mi è passato di fronte a un incrocio, due semafori dopo aveva provocato un terribile incidente. Un vicino di casa è stato ucciso in una rapina, da giorni lo vedevo in bianco e nero. Il ponte sul fiume che, anche dopo essere stato ridipinto, ai miei occhi restava grigio spento, ieri è crollato. E come queste, molte altre volte in cui, dove non c’era colore, trovavo morte, dolore, sconfitta, tragedia.
    Ora credo di avere capito. Io percepisco il male, prima che si manifesti.
    Lo vedo, nelle finite sfumature del grigio.
    E non so ancora se sia un dono da sfruttare o una maledizione da cui fuggire. Lo scoprirò. In ogni caso, questa è la mia storia. Il mio destino.
    Penso sempre a lei, mi manca. Adesso vorrei che fosse qui e che, guardandomi negli occhi, mi domandasse: cosa faresti se non avessi paura?
    Vivere, sarebbe la mia risposta.

     
  • 26 luglio 2011 alle ore 19:14
    Pellerossa

    Come comincia: Questa storia comincia con un’idea brillante e finisce con un’indimenticabile figura di merda: in mezzo un’estate di lunghe notti, di musica e di amicizia.
    La scuola era appena finita e si tirava tardi, in giro per la città, a fantasticare sulle vacanze all’orizzonte. Progettavamo un memorabile viaggio on the road verso il sud dell’Europa, scottanti avventure lisergiche sotto il sole della Spagna, feste in spiaggia, donne e fiumi di alcool. Eravamo pronti, eravamo nati pronti: il mondo era la nostra casa e avventura il nostro secondo nome. Ci serviva solo una cosa: la grana. Trovati i soldi avremmo avuto la nostra vacanza. E la gloria.
    Passammo in rassegna tutte le possibili soluzioni: furto, rapina, truffa, traffico internazionale di stupefacenti, ma abbandonammo presto eventuali piani criminosi, troppo faticosi e impegnativi e per i quali bisogna essere naturalmente portati. Senza perdere la speranza di ereditare una fortuna da qualche zio sconosciuto, tipo un magnate del porno o un cazzo di pirata dei Caraibi, ci rassegnammo, quindi, lentamente alla tristissima idea di trovare un lavoro.
    L’idea giusta ci venne in un tiepido pomeriggio di fine Giugno.
    Fumavamo, io e Diego, seduti sulle solite panchine del solito giardinetto, discutendo di quali concerti andare a vedere al festival musicale che si trasferiva, quell’estate, al parco principale della nostra città.
    “Come si chiama?”. “Pellerossa Festival”. “Figo!”. “Già”. “Pensa che storia a lavorare al Festival: ti guardi i concerti, conosci i gruppi e ti fai anche i soldi”. “Figo!”. “Già”. “E chi lo organizza?”. “Hiroshima Mon Amour”. “Dai…mia madre conosce una che conosce uno che lavora lì”. Silenzio. Sguardi di insolita furbizia. “Secondo te…”. “Forse…”. “Potremmo…”. Silenzio. “Figo!”. “Già”.
    Insomma, per uno di quegli strani casi della vita ottenemmo un appuntamento con l’amico dell’amica di mia madre per la mattina seguente. Stavano proprio cercando un paio di tuttofare, ragazzi giovani, del posto, massima disponibilità.
    Il colloquio non durò molto:
    “Questa è la proposta, cosa ne pensate?”.
    “Signori... voi dateci il rock (e un po’ di soldi per le vacanze) e in cambio avrete il nostro tempo e la nostra dedizione. Non state assumendo dei dipendenti, state arruolando dei fottutissimi soldati del rock”.
    “Ci vediamo domani”.
    Tornammo a casa con un pass all areas appeso al collo e la sensazione di fare parte di qualcosa di importante.
    La mattina seguente, all’alba delle 8:30 cominciammo. Gli operai montavano la struttura del palco e i tendoni per i bar. Nel backstage si preparavano i camerini. Camion e furgoni scaricavano ogni tipo di cosa: fusti di birra, sedie, mixer, cessi chimici, transenne, casse, frigoriferi, nani, ballerine. Era pieno di gente, un vortice caotico di persone che andava in ogni direzione, tutti presi da qualcosa, a testa bassa, con la cicca in bocca, i bermuda con le tasche, magliette di gruppi rock consumate, occhiali da sole e braccia tatuate.
    E io e Diego? Dopo mezza giornata ci eravamo già perfettamente ambientati, eravamo del mestiere, avevamo gli occhi della tigre, di chi non deve chiedere mai.
    Certo, eravamo i più giovani e gli ultimi arrivati, dei pivelli insomma, ma di grandi prospetttive e dal futuro radioso, del tipo: “figliolo, un giorno tutto questo sarà tuo”.
    Facevamo di tutto, versatili e inventivi come il miglior Mac Gyver. Su è giù dal palco, nell’afa di luglio, abbiamo tirato cavi, caricato camion, montato linee elettriche, pulito e sudato.
    Quando faceva buio e le luci del palco si accendevano, quando i parcheggi si riempivano e nell’aria si respirava profumo di salsiccia e di tabacco, quando la magia del concerto scendeva sul pubblico, allora cambiavamo pelle: facevamo sicurezza, sbigliettavamo all’ingresso, stavamo nel backstage, sotto il palco.
    Facevamo ogni tipo di lavoro, senza problemi. Siamo gente di periferia noi, impariamo in fretta e ce la caviamo sempre. Ci avessero chiesto di pilotare un aereo o di sabotare la concorrenza avremmo certamente inventato qualcosa.
    Tra risse colossali, incontri con gli artisti, sbronze e notti insonni, l’estate del festival e la nostra epopea rock procedevano alla grande. Almeno fino al fatidico giorno del temporale, quel maledetto giorno della nostra caduta.
    Era stata una mattinata calda e umida fino a quando, poco prima di mezzogiorno, nuvole nere come la notte, basse e gonfie, scaricarono frustate di pioggia e vento sul parco. Venti minuti dopo, quando l’apocalisse aveva lasciato il posto a una pioggia leggera e a qualche scorcio di sereno, uno dei capi del festival, che passava davanti al camerino in cui ci eravamo rifugiati, ci aveva invitato a mangiare insieme agli altri. Seduti a mangiare e bere birra con loro, sotto la tenda di un gazebo malconcio, ci sentivamo orgogliosi, eravamo parte del gruppo, eravamo arrivati in alto.
    Poi avvenne il disastro, di cui ricordo tutto come un piano sequenza. Io e Diego seduti a fumare su sedie di plastica, appena fuori il gazebo, per far asciugare al nuovo sole le magliette bagnate. La ragazza con i dread che si accorge dell’acqua del temporale ferma sulla tenda di copertura, a formare come un grosso affossamento. Il tizio grasso e biondo, mezzo ubriaco, che barcolla, con una scopa in mano, fino a sotto la pozza sul tendone e la spinge verso l’alto, con una forza e una rapidità imprevedibili. L’acqua che inizia la sua corsa, come un fiume in piena, verso il bordo della tenda. Noi che abbiamo solo il tempo di lanciare uno sguardo atterrito verso l’inevitabile prima che un’onda anomala ci travolga, dall’alto, con la forza di uno tsunami del cazzo. Sempre noi, come se non bastasse, che sotto la forza d’urto delle cascate del Niagara, con un contemporaneo e disgraziato gesto istintivo spingiamo con le gambe nel tentativo di allontanarci. Le siede che si piantano nel terreno e ci ribaltano all’indietro, stesi a gambe all’aria nel fango.
    Faccia a terra, per un momento, tra le risate dei presenti, desiderai di sprofondare nel pantano, sparire in una voragine e non tornare più. Invece ci alzammo, petto in fuori e sguardo fermo, un sorriso appena abbozzato e poi via per la nostra strada.
    Siamo gente di periferia, siamo pellerossa, abituati al fango e alle cadute, non ci saremmo certo fatti fermare da un po’ acqua. Il rock aveva ancora bisogno di noi e la Spagna era sempre più vicina.

     
  • 26 luglio 2011 alle ore 19:13
    Le ultime della notte

    Come comincia: Scrivo delle ultime ore della notte, zona di confine, terra di frontiera e redenzione. Ore sottili, di dissolvenza, di chiaroscuri soffusi che si stemperano nelle luci dell’alba e svaniscono tra i primi bagliori del mattino. Scrivo di quelle ore sospese e della pioggia che si è posata sulle strade della città, leggera e brillante, un velo lucido di promesse di rinascita e purezza, di nuovi orizzonti.
    Strade asfaltate di riflessi tinteggiati e tremolanti nella notte, pozzanghere come specchi verso il cielo, tutto è bagnato, scivoloso, sfuggente.
    Un semaforo lampeggia nervoso la luce più gialla che riesce a colorare, ritma l’intermittenza a tempo con il battito della città, cerca il suo riverbero sulla superficie della strada. Nessuno si preoccupa del suo pulsare, poche auto solitarie sfilano indifferenti attraverso incroci assopiti e distratti, oltre placidi svincoli sonnolenti, verso cosa non si sa, nessuno lo vuole veramente sapere.
    Un cane vagabondo annusa il buio e guarda rapito e smanioso ai pacchi di giornali appoggiati ai lampioni. Notizie intrappolate, soffocate, bisognose di ossigeno e di avidi lettori mattutini. Un pacco era aperto, la pioggia ha fatto colare l’inchiostro sul marciapiede e disperso l’informazione in forma liquida sull’asfalto, tra le impronte distratte dei passanti di ieri e di domani.
    Serrande abbassate, lucchetti, antifurti. La città chiude per la notte, si nasconde, si protegge da se stessa. Poco più avanti una luce esce timida dal vetro appannato di una finestra. Rumori di lavoro, di strumenti e di impegno. Profumo di pane, di forno e di cose buone. Il cane vagabondo si avvicina alla finestra con occhi famelici e sognanti e si accuccia sotto il cono di luce fragrante.
    Sopra la testa il cielo è scuro, nero profondo. Lontano, oltre il profilo irregolare delle montagne, oltre il loro disegno nitido e seducente, il buio stempera lento e sereno verso un blu accarezzato dal sole crescente.
    Si respira aria intrisa di un’armonia appena sussurrata. Sembra di sentire la musica del passaggio, il suono delicato della notte che sfuma lentamente nel giorno. Anche gli uccelli cantano melodie più ispirate, improvvisano frasi ardite, surreali, oniriche. Forse si sono appena svegliati e ripensano ai sogni della nottata.
    Dormiranno mai gli uccelli di città? E cosa sogneranno?
    Di colpo si alza un vento teso, insolente e profumato. Arriva da occidente, va incontro al sole. Sgombrerà il cielo dalle nuvole e dai dubbi, farà chiarezza e regalerà certezze.
    Le fronde degli alberi si abbandonano in una danza senza tempo, rapite nell’estasi del movimento. C’è qualcosa di profondo, nel loro oscillare sinuoso e tribale, qualcosa di spirituale, di divino.
    Una folata spalanca una finestra, nel vecchio palazzo di pietra e storia, una tenda bianca come la luna svolazza nella notte. Si intravede qualcosa, oltre il drappeggio gonfiato dal vento. Ci sono fotografie sparse sul tavolo, istantanee che portano sui bordi i segni inesorabili del tempo, scatti di vita ingiallita e velata dal ricordo. Qualcuno ha fatto un viaggio nel passato, lungo le strade della memoria, alla ricerca di qualcosa di perduto.
    Pochi piani più in basso, la testina di un giradischi accarezza l’ultimo solco di un vecchio vinile e si perde nella scia delle ultime note che ancora aleggiano tra le pareti della camera. Lenzuola stroppicciate, candele, bottiglie di vino. Odore di destini intrecciati, di corpi destinati ad intrecciarsi. Qualcuno si è amato, questa notte.
    All’ultimo piano, la dolce nenia di un carillon culla il sonno di una bimba appena nata. Dormi bene, piccola, fai sogni d’oro.
    Sull’altro lato della strada, qualcuno fuma una sigaretta, a testa bassa, appoggiato al davanzale di una finestra aperta sulla città. Assapora la magia del momento, il sapore inebriante di queste ore, le ultime della notte.
    Poi getta la cicca al vento e alza lo sguardo, nel primo sole di un nuovo giorno.

     
  • 26 luglio 2011 alle ore 19:12
    Batman

    Come comincia: Non ho mai saputo il suo vero nome, quanti anni avesse o dove fosse nato, per me e i miei amici è stato sempre e solo Batman. Oscuro, enigmatico, misterioso, Batman si è affacciato sulle nostre vite per il breve volgere di una stagione, avvolto da un silenzio fitto di incognite, lasciandoci il ricordo speciale di qualcuno che ha vissuto la vita in un cono d’ombra, sulla linea di frontiera.
    Lo incontrammo per la prima volta in un tardo pomeriggio di sole. Erano i giorni in cui la primavera scivola nell’estate, quando l’aria porta profumi inebrianti e la notte sembra non arrivare mai. In quel periodo avevamo colonizzato un giardino all’interno del parco del manicomio a Collegno. Due panchine, sotto un albero, tra le mura della Certosa, dove l’antico complesso resisteva allo scorrere del tempo, bloccato, congelato, come in un fermo immagine. Era il nostro angolo di mondo riservato, il posto in cui rifugiarci ad aspettare il tramonto e poi la sera.
    Persi nel nostro confuso delirio tardoadolescenziale non ci accorgemmo neanche del suo arrivo. Prima non c’era e poi, d’un tratto, era tra noi, ritto in piedi tra le due panchine, con la testa china e un sorriso sfuggente sulle labbra. Aveva i capelli neri, immobili e scapigliati allo stesso tempo, la barba di qualche giorno e negli occhi il riflesso della follia, profondo e indelebile, tagliente come l’aria gelida dell’inverno.
    Siamo nati a cresciuti vicino al manicomio, negli anni appena successivi alla sua chiusura e alla sua conseguente apertura verso l’esterno. Abbiamo un rapporto particolare con i matti, di consuetudine, di familiarità, di convivenza quotidiana, eppure in quel momento ci trovammo spiazzati e stupiti. C’era qualcosa, in lui, di inquietante e curioso, che lo rendeva speciale, diverso da tutti gli altri malati che ci capitava di incontrare.
    Indossava un paio di jeans malconci, scarpe da ginnastica consumate e una maglietta nera con il simbolo di Batman. Restammo in silenzio per un momento, in lontananza il suono di un antifurto e il latrato ossessivo di un cane, a guardarlo sedersi tra noi, sul bordo sinistro di una panchina. Non disse una parola, poi dopo qualche secondo, con un gesto inequivocabile della mano ci chiese da accendere. Fumava ignote sigarette senza filtro e le fumava fino alla fine, tenendole con la mano destra. La pelle tra le dita era completamente bruciata, ustionata, carbonizzata dal tabacco rovente che ardeva e si spegneva lentamente. Una crosta marrone e nera, spessa e rugosa gli ricopriva parte della mano, negli spazi tra le prime dita. Non so come avesse fatto a sopportare il dolore, prima di perdere completamente la sensibilità, ma ormai sembrava non accorgersene. Rimase con noi per il tempo di quattro sigarette. Il nostro imbarazzo iniziale svanì con l’incedere dell’imbrunire e presto tornammo a parlare, scherzare, ridere. Poi, così come era venuto se ne andò, in silenzio.
    Passarono diverse settimane, arrivò l’estate e Batman, a partire da quel pomeriggio, venne a trovarci quasi ogni giorno. Si sistemava comodamente sulla panchina, accavallava le gambe, fumava qualche sigaretta e ci stava ad ascoltare, senza mai aprire bocca, con il suo indefinibile sorriso stampato in viso. A volte era più vispo, altre un po’ rallentato. Credo dipendesse dalle medicine.
    Ogni tanto cercavamo di coinvolgerlo, scherzavamo con lui, una battuta, una domanda, ma lui non rispondeva mai, si limitava a qualche impercettibile cambiamento di espressione, niente di più. Fino a quando, un giorno, all'improvviso, parlò.
    Aveva una voce rauca e graffiata, di catrame e nicotina, sporcata dal tempo e dalla vita.
    “Mia sorella”, esordì, guardando a terra, “mia sorella è una stronza”.
    Poi prese coraggio e raccontò. Una storia di cattiveria e dolore, di una coppia di fratelli rimasta orfana, di un fratello minore debole e problematico, di una sorella maggiore meschina e opportunista che si libera del problema e lo fa ricoverare in un ospedale psichiatrico. Le medicine, la solitudine, le terapie, la desolazione, la paura, una spirale terribile, una caduta libera.
    Non era lucido, ma era sincero. Il suo racconto era confuso, passato e presente si sovrapponevano, le nostre domande lo agitavano, ma la verità si leggeva negli occhi, nelle mani che tremavano e nel modo in cui, come se stesse scappando da qualcuno, d'un tratto, si allontanò veloce tra le mura del manicomio.
    Non lo rivedemmo più e presto anche l’estate finì.
    Con l’inizio della scuola e le prime brezze autunnali abbandonammo le panchine della Certosa e tornammo alle abitudini di sempre, ma il ricordo di Batman lo portiamo ancora con noi.
    Quel giorno, il giorno in cui parlò, capimmo quanto sottile e sfumato sia il confine tra pazzia e disperazione, quanto dura, logorante e cattiva possa essere la vita.
    Mi piace pensare che, anche solo per qualche ora, seduto in mezzo a noi, sia stato bene, si sia sentito parte di qualcosa, di un gruppo. Perché alla fine della storia c’è una cosa di cui anche i grandi eroi, anche i cavalieri oscuri, non possono fare a meno: gli amici.

     
  • 26 luglio 2011 alle ore 19:12
    Johnny 99

    Come comincia: “Via, via, viaaaaaa”.
    Così grida Stecca mentre, nell’ordine, in poco meno di un secondo, spalanca la porta, resta agganciato alla maniglia con la manica della giacca, gira su stesso per liberarsi, inciampa, cade di faccia per terra, si rialza e si fionda giù per le scale.
    Tu osservi, in apnea, le sue evoluzioni prima che la porta della 203 venga quasi scardinata dalla spallata di un uomo grosso come una cabina del telefono. Anzi, sono due. In un attimo riconnetti il cervello e lo programmi sulla funzione salvarsi il culo, dai uno spintone a Ivan e seguite Stecca per la rampa delle scale. Fai dieci gradini alla volta, non corri, in pratica salti, ma ogni volta rischi di spaccarti una caviglia. Vedi Ivan allontanarsi.
    “Così mi beccano, cazzo, così mi beccano!” – pensi. Ti manca l’aria, niente ossigeno, ti sembra di averli addosso e la paura ti annebbia. Senti un gran casino, rumore e grida, a tratti, che non distingui bene ma che suonano tipo: “Brutti str……Se vi pren……ompo…ulo……Dove min…ensi di scap……esta di…zo”. Più o meno così.
    Forte e chiaro, invece, è il rimbombo dei passi di ti insegue. Mai sentito un frastuono simile, sembra di stare al cinema, in dolby surround. “Deve avere il 50 di piede” – ti dici. Poi fai la proporzione con il resto del corpo e ti immagini delle mani giganti, tipo padelle e braccia enormi, ciclopiche, da mostro preistorico. Li hai dietro ormai, ne sei sicuro, adesso ti prendono per i capelli e ti staccano la testa con un colpo solo, il corpo si affloscia e il sangue schizza sui muri. Brutte scene.
    Poi, la paura lascia uno spiraglio alla lucidità e ti convinci a fare un gradino alla volta. Cambi ritmo, prendi velocità, rivedi la sagoma di Ivan e poi l’atrio, il tappeto marrone con le decorazioni dorate, la porta che gira, il mondo libero, là fuori, la salvezza.
    Uscite in strada insieme e correte verso la macchina.
    Poldo sta fumando una sigaretta appoggiato al cofano. Quando si accorge di voi alza la testa al suo ritmo abituale. Lentissimo. Voi agitate le mani, gridate, urlate, sbraitate. O almeno così credete di fare, perché in realtà quello che viene fuori è un suono indistinto, come un rumore primordiale, che tradotto nella lingua corrente suonerebbe come: “Spegni quella cazzo di sigaretta, sali in macchina e metti in moto, che se non ci ammazzano loro ti uccidiamo noi”. Per qualche ragione inspiegabile, forse un recondito istinto di sopravvivenza, Poldo capisce e agisce. Sali per primo, dietro, con Stecca. Ivan si piazza davanti. “Vai”, ansima Ivan e Poldo parte, solo che lo fa in seconda, l’incredibile idiota. La Punto annaspa, strattone, ci pensa su, valuta se lasciarvi morire o no, poi decide di darvi un’altra possibilità e si muove. Ti volti in tempo per vedere i vostri inseguitori così vicini da distinguere le vene sul collo, la bava alla bocca, gli occhi iniettati di sangue e per cogliere – come dire – il loro evidente e comprensibile disappunto per non essere riusciti a mettervi le mani addosso e disperdere i vostri brandelli per tutto il quartiere.

    “Dove vado?” – chiede Poldo. Ti volti verso Stecca: “Ho un piano, hai detto. Raga, ho un piano. Grandioso. Bravo”.
    “Poteva funzionare, ce l’avevamo quasi fatta”.
    “Si, a farci ammazzare”.
    “Senti, come facevo a sapere che quelli erano in camera, abbiamo visto partire la macchina no?”.
    “Ha ragione, non rompere i coglioni” – interviene Ivan. Si gira e ti guarda, con la sua faccia da Ivan, lunga, affilata, tagliente e i suoi occhi da Ivan, freddi, distaccati.
    “Dove vado?” – chiede Poldo.
    “Potevamo bussare, che ne so, sentire se c’erano rumori”.
    “Magari ci aprivano, vero? Non dire stronzate” – taglia corto Stecca.
    “Ci abbiamo provato. Cazzo almeno siamo riusciti a scappare” – aggiunge Ivan.
    “Si, ma adesso cosa facciamo? Dobbiamo riprendere quegli orecchini”.
    “ Non lo so Johnny, diccelo tu. È colpa tua se siamo in questa situazione” – ti dice Ivan, mentre Stecca alza le braccia come a dire: “sante parole”.
    Sprofondi nel sedile. Non sai che dire e soprattutto non sai cosa fare. I tuoi amici sono incazzati e hanno ragione.
    “Allora, dove vado” – chiede Poldo. Cerchi le sigarette, cerchi una soluzione tra le volute di fumo e intanto rispondi.
    “Lontano, Poldo, vai dove vuoi, ma leviamoci di torno”.

    A questo punto è necessario un intervento in corsivo in difesa del protagonista.
    Non che tu sia un esempio di stile e sobrietà, per carità, ma a onor del vero, non sei neanche tamarro al punto da farti chiamare Johnny. Un soprannome non si sceglie, ma questo non è il tuo caso. La cruda realtà è che non è altro che il tuo vero nome: Johnny Spagnuolo. Non Jonathan o semplicemente John, ma Johnny, all’anagrafe, con due enne e la ypsilon. Figlio di madre strega e di padre boia, questo è il nome scelto per te.
    Quindi gli amici ti chiamano Johnny, tu ti chiami Johnny, tutti ti chiamano Johnny, perché quello è il tuo nome, che per la cronaca è preso da una canzone di Bruce Springsteen. “Johnny 99”.

    Ivan dice bene, con la sua tipica saggezza da Ivan, perché se siete nella merda è solo colpa tua. Tua e del tuo innato talento a ficcarti nei guai. Solo che, per usare una illuminante metafora alcolica, questa volta il guaio non è una birretta o un prosecchino, ma un cazzutissimo cocktail ad alta gradazione: due parti di “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, una parte di “vecchio sadico boss di periferia”, una spruzzata di “maledetto destino”, una goccia di “potevo nascere da un’altra parte”, il tutto shakerato nell’”incontrollabile precipitare degli eventi”. Comunque, non per fare l’avvocato del diavolo, che anche tu, come tutti, sei incline a sporadiche nefandezze e hai i tuoi scheletri nell’armadio, ma proprio un diavolo forse…insomma, certo che è colpa tua. Ma come potevi saperlo, come potevi prevedere una simile, eccezionale, congiunzione astrale di sfiga. Non sei mica un mago, un veggente, un astrologo, un indovino, un cartomante, non hai mica uno stramaledetto pendolino da fare oscillare. Non potevi saperlo quando, con l’amore nel cuore, decidevi di fare un regalo alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Non potevi saperlo quando constatavi amaramente che i tuoi risparmi si avvicinavano ad una cifra facilmente approssimabile a zero. Non potevi saperlo quando riuscivi a scucire un po’ di soldi a tuo fratello e convenivi con i tuoi amici che la soluzione migliore sarebbe stata rivolgersi ad un’istituzione del settore: Provvidenza detta Enza.
    Certo, sapevi che il campionario di Enza non è propriamente quello che si definisce un catalogo certificato e di “origine controllata” ma mai, assolutamente mai, avresti potuto sapere che le cose che stavi comprando arrivavano dal Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido. Provvidenza detta Enza, non si direbbe, ha un codice morale molto rigoroso che si basa, in ogni sua applicazione pratica, su di un principio fondamentale riassumibile nell’antico aforisma zen: fatti i cazzi tuoi. Evitare di conoscere la provenienza della merce che compra e poi rivende è il suo modo di tutelarsi. Come darle torto? È così che Enza fa il suo lavoro ed è così che sopravvive, da anni. Per questo motivo, quando il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, si è presentato da Enza per venderle quei cinque pezzi, lei non ha chiesto niente, pur sapendo che razza di elemento fosse il Lurido. I pezzi erano buoni, ottimi, oro bianco e pietre preziose e sul prezzo nessun problema. Con i tossici non si ragiona in soldi ma in sballi.
    “Tranquilla. Una cosa pulita, secondo me era tipo un rappresentante” – le aveva detto il Lurido. Fosse stato meno fatto e con qualche neurone ancora operativo forse si sarebbe accorto che il distinto personaggio che stava rapinando, con una siringa gocciolante, portava stivali di pitone, cintura borchiata e lenti a specchio, non proprio l’abbigliamento tipico del rappresentante di preziosi. E forse, con più sangue e meno eroina in corpo, avrebbe dato più peso alla frase “tu non sai che cazzo stai facendo”, che può sembrare vagamente minacciosa, è vero, ma che va invece considerata un utile consiglio quando stai rubando i gioielli della figlia di Lauro Cianciana.
    Signori…stiamo parlando di Lauro Cianciana, mica di Gamba di legno e Gargamella. Parliamo di Lauro Cianciana.

    Che poi, con tutte le canzoni che Springsteen ha scritto e quei meravigliosi personaggi che saltano in macchina e corrono tutta la notte, con Mary al loro fianco e il vento nei capelli, alla ricerca del sogno americano, proprio quella canzone dovevano scegliere? Per intenderci, “Johnny 99” racconta la storia di un uomo che ha perso il lavoro e che una sera torna a casa ubriaco per aver mischiato Tanqueray e vino, spara un colpo di pistola e ammazza un portiere di notte. Condannato a 99 anni di prigione da un giudice chiamato John Brown l’Infame, Johnny dice: “Avevo debiti che nessun uomo onesto potrebbe pagare. La banca si teneva stretta la mia ipoteca e stavano per portarmi via la casa. Non dico che questo mi renda innocente, ma sono state molte cose a mettermi la pistola in mano”. Johnny fa rima con guaio, casino, destino.
    Non che questo ti renda innocente, amico, ma con un nome così cosa ti aspettavi?

    Ci sono persone che sostengono di non essersi mai innamorate, dichiarano di non riuscire ad abbandonarsi abbastanza, di non essere capaci di amare. Questo non è il tuo caso, no, tu finisci sempre cotto, stracotto, brasato, grigliato, impanato e servito flambè. Come con la “fantastica ragazza che fa perdere la testa”, così bella e intrigante, così simpatica e intelligente, così esageratamente perfetta che chiunque munito di un minimo di istinto di sopravvivenza avrebbe capito che bisognava girarle alla larga.
    Ma tu sei un amatore, un moderno Casanova…Mr. Lover Lover…vero?
    Era ovvio fin dall’inizio, tra l’altro, da come vi siete conosciuti, perché parliamoci chiaro: rimorchiare in discoteca è un utopia, come il paradiso terrestre, come la pace nel mondo, come la democrazia in Italia. Non è una cosa contemplata, non si trova nel libretto di istruzioni della vita, proprio non esiste, figuriamoci poi senza fare niente, senza sforzo, appoggiato tranquillo al bancone mentre aspetti un vodka sour, con la faccia di chi farebbe meglio a prendere un’aspirina e farsi portare a casa. Ti eri accorto di lei mentre si avvicinava. Il tuo “senso di ragno” ti aveva avvertito che trattavasi di gran figa. Ti eri quindi voltato lentamente, sfoderando il miglior sorriso del tuo vasto repertorio, il Clooney-Pitt…lo chiami così. Evidentemente lei ne era rimasta immediatamente impressionata e ammaliata perché aveva perso il senso del tempo e dello spazio, si era inciampata su un gradino e ti aveva versato mezzo Bloody Mary sulla camicia bianca nuova di pacca. Il tuo “senso di ragno” avrebbe dovuto avvertirti che trattavasi di situazione ad alto rischio: la conoscevi da un secondo e avevi già una macchia color sangue sul petto. Segnali da cogliere. Invece tu non avevi fatto altro che figheggiare, vi eravate guardati, occhi dolci, una battuta, un sorriso ed eri già decollato verso paesi lontani, sopra le nuvole, eri sulle montagne russe, eri a Disneyland.
    Tutto questo succedeva tre giorni prima dell’incauto acquisto. Prima cioè di farti venire la brillante idea di fare lo splendido e di regalare qualcosa alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Prima di contattare Provvidenza detta Enza e comprare quegli orecchini che il Lurido, quel maledettotossicogranfigliodiputtana del Lurido, aveva rubato alla figlia di Lauro Cianciana.

    - Breve biografia non autorizzata di Lauro Cianciana -
    Se non fosse che non ha paura di niente e di nessuno, Lauro Cianciana si farebbe paura da solo, molta molta paura. Lauro Cianciana è nato cattivo, è cresciuto cattivo ed è invecchiato cattivissimo, collezionando una serie di soprannomi che possono rendere l’idea della sua cattiveria meglio di mille parole: il Piranha, il Macellaio, l’Impalatore, Coroner, Succhiavita, Tabula rasa, Hiroshima, il Mietitore, l’Anonimo Sanguinolento. Furbizia, un’intelligenza acuta, e violenza senza limiti, non necessariamente in questo ordine, hanno fatto di lui il capo indiscusso e temuto di gran parte della città. Poco si conosce dei suoi primi anni di vita, ma pare che il piccolo Lauro fosse già il terrore dei suoi compagni scuola. A quindici anni spacciava tanta droga che la Colombia cominciava a sentirne la concorrenza e, finiti gli studi con discreti risultati, il soggetto si dedicava all’attività criminale a tempo pieno. Poco dopo, però, finiva arrestato per una misteriosa vicenda e si faceva cinque anni di carcere, periodo che Lauro ama ricordare come i suoi anni università. Dai trent’anni in poi le tracce diventano meno chiare e la vita di Cianciana si adombra di enigmi e incognite. Quello che ci è dato sapere è che alle prime avvisaglie di capelli bianchi Lauro Cianciana era già il boss più temuto della città e che ancora oggi nessuno osa mettere in discussione questo dato di fatto. Nota di colore: pare che il suo ennesimo, eloquente, soprannome Millecazzi si debba alle sue impressionanti capacità amatorie e alle innumerevoli conquiste collezionate negli anni.

    Stavate giocando a biliardo, quando era arrivato Gollum. In realtà tu e Ivan stavate giocando. Stecca e Poldo erano immersi in una delle loro solite discussioni.
    “Ciccio…questa notte ho capito una cosa. Io sono la reincarnazione di Jim Morrison”.
    “No, è impossibile”.
    “Perché, scusa. Guardami, sono bello, affascinante, intelligente, pieno di talento e dannato quanto basta”.
    “Sì, sì, ma è impossibile”
    “Non essere diffidente, ciccio, ho avuto un’illuminazione. Quando è morto la sua anima è, come si dice, trasmigrata e si è reincarnata nel mio splendido corpo”.
    “Ho capito, ma è impossibile”.
    “Impossibile?”
    “Impossibile”.
    “Io non so, ma perché mi devi fare incazzare?”.
    “Ma io non voglio farti incazzare ciccio, solo che quello che dici è impossibile”.
    “E perché, di grazia?”.
    “Perché Jim Morrison non è morto. Io l’ho incontrato. Al mare, questa estate. Vende memorie per cellulari in spiaggia”.
    “Memorie per cellulari?”.
    “Mm mm”.
    “Sicuro?”.
    “Mm mm”.
    “Ma dai?”.
    “Già. Ci siamo scambiati il numero e ogni tanto ci sentiamo”.
    “Beh, minchia, salutamelo quando lo senti”.

    Stavate giocando a biliardo, insomma, quando era arrivato Gollum. Lo aveva anticipato il silenzio, quello di chi ha paura e che fa paura. Lui non era Smigol, quello buono, lui era proprio Gollum, quello che ti parla piano e sssstai ssssicuro che non ti ssssta per dare buone notizie.
    “Stronzetti” – aveva esordito – “Il signor Cianciana mi ha pregato di dirvi che forse avete qualcosa che gli appartiene”. Non avevi mai provato, fino a quel momento, la sensazione del ghiaccio nelle vene.
    “Adesso vi racconto una storia, per darvi un aiutino. Il signor Cianciana aspettava delle cosine che aveva comprato per la figlia, roba preziosa, di qualità. Purtroppo, però, queste cosine non sono mai arrivate a destinazione. Pare che un tossico abbia avuto la cattiva idea di rapinare il nostro uomo”.
    Prima goccia di sudore.
    “Come forse immaginate il signor Cianciana non ha gradito, si è risentito. Si è, come dire, incazzato a morte”.
    Seconda goccia di sudore.
    “Fortunatamente abbiamo scoperto che le preziose cosine sparite erano state comprate dalla nostra comune amica Provvidenza detta Enza e lei è stata così gentile da riconsegnarle. Ma c’è un problema”.
    Terza goccia.
    “Sembra proprio che uno di voi stronzetti abbia comprato da Enza degli orecchini. Al signor Cianciana non interessa sapere chi sia stato, per lui siete stronzetti uguali, ma sarebbe molto, molto contento di riaverli indietro”.
    Tante gocce.
    “Diciamo entro questa sera? Sapete dove trovarci”.
    Anche dopo che se ne era andato ti sembrava di sentire la esssse sssssibilarti nel cervello.

    Panico. Confusione. Lucidità. Azione.
    Dopo un breve ed educato scambio di battute durante il quale i tuoi amici ti ringraziavano per averli messi in quella piacevole situazione, hai deciso di prendere in mano le redini del gioco e risolvere tutto con una telefonata alla “fantastica ragazza che fa perdere la testa”. Niente di più semplice. Grande. Impeccabile. Geniale. Mr. Sangue freddo. Ti chiamavano Bruce Willis.
    Peccato che il cellulare era spento, che l’unico indirizzo che avevi era di un albergo e che lei ti aveva detto che quella sera non ci sarebbe stata. “Proviamo a vedere se la troviamo in albergo”, avevi ipotizzato. Quello che non dicevi era che, nei tre giorni passati insieme, la “fantastica ragazza che fa perdere la testa” era stata tanto meravigliosa quanto misteriosa ed enigmatica. Ti aveva detto di essere in città per incontrare una persona, ma non aveva aggiunto altro e a te, in fondo, non interessava. Ogni volta che doveva rientrare in albergo faceva una telefonata e in pochi minuti arrivava una macchina con due strani energumeni, tipo guardie del corpo, con la faccia scolpita nel marmo, i movimenti da Robocop e i vestiti sempre sul punto di strapparsi. E tu a fantasticare. Sarà un’attrice, un’emergente, magari è famosa all’estero. Oppure è una cantante, una ballerina. No no…è la figlia di un Ministro, di un pezzo grosso. Avrà una doppia vita. Protezione testimoni. Chissà?
    Mentre raggiungevate l’albergo, in macchina, hai raccontato tutto agli altri.
    “Secondo me è la nipote di Jim Morrison” – ha detto Stecca.
    “Impossibile, proprio ieri mi diceva che non ha avuto figli” – ha risposto Poldo.
    Continuavano.

    Speravi di trovarla in albergo.
    “Perdonami” – le avresti detto – “Devi capire che io e miei amici rischiamo grosso. Siamo abituati al rischio, questo è vero, sempre sull’orlo dell’abisso, ma non preoccuparti per me, baby, riuscirò a cavarmela anche questa volta. Solo ridammi gli orecchini che ti ho regalato…ti prego”. Stavate posteggiando, quando l’hai vista uscire, salire in macchina, accompagnata dai due bestioni, e partire. Neanche il tempo di mettere mano alla portiera che se ne era già andata e voi non sapevate dove, fino a quando, perché. Potevate seguirla, ma guidava Poldo ed è tutto detto: tua cugina in triciclo sarebbe stata più veloce. Era una situazione di stallo, un vicolo cieco, ma poi il tuo “senso di ragno” ti ha proiettato un’immagine nella testa, chiara, precisa, una frazione di secondo, ma inequivocabile, impossibile sbagliare.
    “Non li aveva. Non aveva gli orecchini”, hai detto.
    “Magari li ha lasciati in camera”, ha ipotizzato Ivan.
    “Allora andiamo a prenderli e facciamola finita”, ha proposto Stecca.
    “Io vi aspetto in macchina”, ha chiuso Poldo.
    Cazzo che squadra.
    Effettivamente, nell’ascoltarlo, il piano di Stecca sembrava infallibile.
    Siete entrati nell’albergo con passo deciso, verso la reception. Ivan ha chiesto, con la sua voce da Ivan, calma, sicura, convincente: “Scusi, non ricordiamo il numero della camera, ma è quella di fianco alla ragazza che è appena uscita, la signorina bionda.
    “Si, certamente, il vostro nome?”.
    “Un momento” – e poi, rivolto a noi – “Amici, scusate, che nome abbiamo dato?”..
    “Non so se il mio”. “O forse il mio”. “Possibile, mi sembra di ricordare che…”.
    “Era mica Ferraresi?”, il receptionist si era già stufato.
    “Ma certo” – ha ribadito Ivan – “visto che era il mio”.
    In ascensore fino all’ottavo piano e poi, una volta dentro la 202, Stecca è saltato dal balcone su quello di fianco.
    “La finestra è aperta. Voi aspettatemi in corridoio, faccio in un attimo”.
    Effettivamente ha fatto in fretta. Molto in fretta. Ed è arrivato accompagnato.
    Poi la corsa giù per le scale e la paura e la fuga riuscita per un pelo.

    Adesso, mentre Poldo guida lento verso la parte più lontana della città, trovi le sigarette, ne accendi una per te e una per Stecca, che ancora trema sul sedile di fianco. Provi a far lavorare il cervello, a trovare una soluzione, ma non succede niente, vuoto totale, ti sembra di sentire l’eco dei pensieri rimbombare tra le vallate vuote delle tue sinapsi. Provi ancora a chiamare la “favolosa ragazza che fa perdere la testa” sul cellulare, ma è sempre spento: l’utente da lei chiamato non è al momento raggiungibile…e vaffanculo.
    Vi andate a sedere al tavolo più appartato del locale più nascosto della parte più inculata del quartiere più isolato della città. Incominci a rilassarti ed è una sensazione piacevole, ma che dura poco, veramente poco. Ssssentite sssssibilare la esssse ancora prima di voltarvi e vedere Gollum che prende una sedia e si accomoda al vostro tavolo. “Allora stronzetti, che succede? Vi trovo un po’ tesi”.
    Paura: forte movimento d’animo con turbamento dei sensi, per cui l’uomo è eccitato a fuggire un oggetto/soggetto che a lui pare nocivo.
    “Ho due notizie per voi, una buona e una cattiva”. Ovviamente non ti aspetti che vi chieda quale delle due volete sentire prima. “Quella buona, e credetemi se dico che non esiste notizia migliore, è che non avete più debiti con il signor Cianciana. Mi spiego meglio, per venire incontro ai vostri cervellini. Diciamo che il signor Cianciana, oltre a quella ufficiale, ha diverse altre famiglie, sparse per il mondo. Insomma, sapete anche voi quello che si dice. Diciamo anche che una bella biondina, in questi giorni, è venuta in città a trovare il suo paparino che non vede mai, per festeggiare con lui il suo compleanno. Diciamo che il papà aveva comprato delle cosine preziose da regalare alla figlia e che una serie di spiacevoli eventi avevano rischiato di compromettere il regalo. Spiacevoli complicazioni poi in parte risolte, ma solo in parte, perché mancavano degli orecchini che alcuni stronzetti avevano pensato bene di comprare a loro volta. Ora seguitemi, diciamo che quando la figlia va a trovare il papà e riceve parte del regalo, solo una parte perché gli stronzetti non hanno riportato quello che dovevano, la figlia si stupisce e mostra al padre degli orecchini ricevuti in dono da un ragazzo appena conosciuto. Non ci crederete mai, ma gli orecchini completavano perfettamente la parure di cosine preziose. Strana situazione vero?”
    Silenzio di pietra, profondissimo, abissale.
    “Strana, sì, ma questo vuol dire che vi è andata bene stronzetti. Non avete più debiti con il signor Cianciana”. Gollum si alza, sposta la sedia, poi si ferma.
    “Dimenticavo la notizia cattiva, che sbadato. Il signor Cianciana si è raccomandato di farvi presente, se mai ce ne fosse bisogno, che se uno di voi stronzetti pensa ancora di spassarsela con sua figlia, è meglio che sia l’Uomo invisibile. Perché altrimenti lo troverà, anche in capo al mondo, gli staccherà i coglioni e li userà per farsi un altro bel portachiavi.
    Un portachiavi? Un altro?
    “È chiaro?”. Inutile dire che quest’ultima domanda Gollum la fa rivolto verso di te e poi con gli occhi sssscende lentamente verssssso il bassssso e ti guarda tra le gambe.
    Terrore: spavento grave segnato dal color pallido e tale da produrre tremito nelle membra, da far piegare le ginocchia a chi ne è colpito.
    Fate tutti sì con la testa. Tante volte. Veloci veloci.
    Poi Gollum se ne va e vi lascia lì, nel vuoto del niente del nulla, con le vostre mille domande che non avranno risposte. Ti lascia così, senza spiegazioni, con l’unica certezza che l’immagine della “fantastica ragazza che fa perdere la testa” mentre sale in macchina sarà l’ultima a disposizione, quella che dovrai farti bastare per tutta la vita.
    Arrivano le birre e con loro arriva la sensazione di averla scampata anche questa volta. Guardi i tuoi amici. Guardi Ivan, con il suo tipico essere Ivan, guardi Stecca, con la manica strappata e il sorriso sulle labbra e poi guardi Poldo, che mangia un hamburger al suo ritmo abituale…lentissimo. Guardi i tuoi amici. Veri amici.

    “Ascolta ciccio, pensavo…”.
    “Dimmi”.
    “Com’è che ce li ha i capelli Jim Morrison?”.
    “Senti, forse sarà dura, ma devo dirti una cosa”.
    “Cosa?”.
    “Jim…è…pelato”.
    “Pelato?”.
    “Mi dispiace”.
    “Pelato?”.
    “Sì, pelato. Però mi ha detto che appena può si va a fare il trapianto”.
    “Ma dai…il trapianto?”.
    “Già”.
    “E come se li fa fare?”.
    “Lunghi. Mi ha detto che se li fa fare lunghi”.
    “Lunghi?”.
    “Mm mm”.
    “Figo”.
    “Mm mm”.

    Nell’ultima strofa Johnny 99 dice: “Perciò, vostro onore, credo che starei meglio da morto e visto che potete prendervi la vita di un uomo per i pensieri che gli girano in testa, perché non tornate a sedervi su quella sedia e riconsiderate il mio caso, giudice, un’ultima volta”.
    Insomma, fatti coraggio, la verità è che non mai finita fino a che non lo decidi tu.

    Ti chiami Johnny, amico, cosa ti aspettavi?

     
  • 26 luglio 2011 alle ore 19:10
    La ballata del taxi bianco

    Come comincia: Oggi
    L’amplificatore è spento. La chitarra posata sul letto, le corde sembrano vibrare ancora. Le mura della stanza risuonano della musica che le ha appena sfiorate e l'unica finestra è aperta sul cielo che copre la città.
    La canzone sfuma lentamente, si disperde, evapora. Manca qualcosa, non è finita. Non sa ancora come, ma la completerà.
    Prima di uscire registra due copie su CD e le mette nella borsa, poi prende le sue cose, mette il taccuino in tasca ed esce nell'umida sera di fine settembre.
    Le luci della strada brillano in maniera particolare o forse è solo lui che le vede così, mentre cammina verso la stazione della metropolitana. Scende la lunga rampa di scale e d'un tratto la vede, mentre sale sulle scale mobili, nella direzione opposta alla sua. Lei si mette a posto i capelli e si guarda intorno con aria distratta, ma per un momento lo nota. Lui rischia di cadere nel tentativo di continuare a guardarla. Lei si accorge del suo passo falso e sorride. Lui cerca di rispondere al sorriso, di fermare quel momento, di farle capire qualcosa, ma ormai lei lo ha superato e continua la sua salita. Lui si gira, vorrebbe chiamarla, dirle di tornare indietro, di ascoltare quello che deve dirle da tempo, ma non c'è più, è arrivata in cima ed è sparita, nel flusso anonimo ed implacabile della gente.

    Un arpeggio di chitarra leggero, riverbero, eco, senza distorsione. E pianoforte in accompagnamento, accordi pieni, ma appena accennati. La melodia è intensa, ma senza enfasi, ti chiede solo di ascoltarla, non pretende di piacerti.
    Si ferma e riascolta. Il suono lo avvolge con calma e gli piace. Lo sente dimesso, intimo, stropicciato...come una sera d'autunno, come un albero spoglio, come un monolocale in periferia.

    Tre mesi prima
    Pausa pranzo
    La prima volta che la vide era in libreria. Vagava tra gli scaffali, ma non cercava niente, voleva solo stare in un bel posto, tra parole scritte bene, tra storie che vale la pena raccontare.
    Lei era in piedi, poco lontana da lui e sfogliava un libro di fotografie, uno dei suoi preferiti. Aveva i capelli raccolti in una coda e giocherellava con un orecchino. Lui pensava che fosse molto bella. Anzi, a dire il vero, si rese immediatamente conto di non aver mai visto una ragazza così affascinante e seducente...era perfetta e lo era nel modo più semplice possibile.
    Lui cercava di distrarsi, di non farsi notare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo. Sperava che lei alzasse lo sguardo e lo vedesse. Sperava che si innamorasse di lui e che poi continuasse a farlo per tutta la vita. Avrebbero avuto dei figli, un cane di taglia media, una bella casa su due piani, parenti noiosi, amici invadenti ed un piccolo appartamento al mare dove scappare ogni tanto.
    Lei chiuse il libro e guardò verso l'uscita. Allora lui pensò che lo avrebbe comprato, era un segno del destino, invece lo posò, uscì dalla porta e sparì oltre la sua visuale, lasciandolo agonizzante tra un mucchio di parole che non sarebbe più stato in grado di leggere e di capire.
    Erano stati i tre minuti più violenti della sua vita. Una rivoluzione. La storia d'amore più breve e intensa che avesse mai avuto.

    La sua voce è roca, vive sui toni bassi, ma si anima sulle note più alte. La sente vibrare nella gola e nello stomaco. Il cantato della prima strofa esce naturale, si adagia sulla musica, si inserisce nell'armonia degli strumenti.
    Ancora qualche tocco di pianoforte, solo alcune note, sfumature.
    Niente ritmica, non ancora, meglio restare sospesi, slegati dal tempo.
    I livelli sono buoni, le luci del mixer prendono colore, ma non superano la norma: tutto suona bene, tutto respira.
    Non era mai successo.

    Un mese e mezzo prima
    Tramonto
    Erano le ultime ore di un pomeriggio di sole e vento, quando lui la vide di nuovo.
    Stava seduto sul bordo di una fontana a scrivere qualche pensiero sul suo vecchio taccuino rappezzato.
    Una madre con il suo bambino, un vecchio in bicicletta, due fidanzati mano nella mano.
    Un piccolo cane abbaiava al tramonto, mentre un suonatore di bicchieri di cristallo riempiva l'aria di suoni lontani, che sapevano d'oriente e di passato.
    Lei passeggiava, in compagnia di un'altra ragazza, un amica...forse. Poi però lui notò quanto si assomigliassero e capì che poteva essere sua sorella. Erano belle allo stesso modo.
    Gli mancava il fiato, era confuso, emozionato, si sentiva come un esule che rivede la donna amata dopo anni di lontananza e distacco. Era Ulisse e lei era la sua Penelope, la sua Itaca, la fine del suo viaggio.
    Da quando l'aveva vista in libreria non avevo smesso di pensare a lei e di fantasticare sul miraggio di rivederla. In quel momento, però, non riusciva a muovere un muscolo, la guardava e basta, la contemplava, come si fa con una notte stellata, con un'alba sull'oceano.
    Lei rideva e guardava le vetrine, scherzava con l'altra ragazza e proseguiva quella che per lui era diventata una sfilata. Aveva i capelli raccolti sotto un cappello e gli occhiali da sole. Lui avrebbe voluto applaudire, ringraziare, salire in piedi sul muretto, saltare, sparare fuochi d'artificio. Invece rimase seduto, fermo, rigido come una statua, immobile come il marmo.
    Lei si voltò nella sua direzione, a pochi metri di distanza e rimase girata verso di lui per qualche istante. Non poteva sapere se stesse guardando lui oppure una qualsiasi della altre inutili e maledette cose avesse intorno, perché le lenti scure dei suoi occhiali rimandavano solo il riflesso dell'ultimo sole. Lei fece una strana espressione, una specie di sorriso sorpreso, curioso e poi compiaciuto, convinto.
    L'altra ragazza richiamò la sua attenzione e lei si girò, camminarono ancora qualche metro e voltarono oltre l'infame angolo di un ingiusto e crudele palazzo.
    Prima di sparire dalla sua vista, lui ne è sicuro, lei lo guardò, ancora una volta.

    Accende l'ampli e attacca il jack alla chitarra. E questa volta collega anche il distorsore.
    Il suono si sporca, inizia a sudare, mette i piedi per terra e diventa reale, fisico, pericoloso.
    Il riff è giusto, grintoso e cadenzato, segue il percorso, senza strafare, senza rompere l'incantesimo.
    La chitarra cresce lentamente, sotto le parole, sotto intrecci di note e prende ritmo.
    Sale di volume.
    Sembra quasi al culmine.
    Poi si ferma un attimo...sospesa nel vuoto, prima del ritornello.
    Due chitarre all'unisono, su tonalità diverse, distorsione e riverbero.
    Il pianoforte che accompagna, aggiungendo pienezza all'insieme, per non perdere il filo, la strada, il percorso iniziale.
    Entrano basso e batteria, finalmente, cuore e sangue, pulsazioni e battiti, la musica prende forma umana e inizia a muoversi, a parlare anche al corpo, a vibrare con forza.
    Lascia libera la voce, non grida ma sente le corde che bruciano, i polmoni che si stringono e gli occhi che si chiudono.
    Sente il suono, la melodia, le parole che canta. Le sente davvero e gli escono bene, sincere, perché puoi mentire quando scrivi, anche quando parli, ma quando canti no.
    Se fai finta si capisce subito.

    Tre settimane prima
    Ore piccole
    Lui era in un locale con gli amici, a bere vodka e a fumare troppo, assordato da una musica che in fondo non gli piaceva neanche.
    Era stordito, instabile, annebbiato, disperso sul divanetto, smarrito nel delirio degli altri, nei loro movimenti fuori tempo, come le sue percezioni.
    Andò in bagno a lavarsi la faccia e a cercare salvezza. Trovò solo confusione e giramenti di testa, così decise di farsi un altro bicchiere, con la speranza che riportasse i giusti equilibri.
    Seduto al bancone del bar, tra un sorso e l'altro, per un momento pensò di avere le allucinazioni. La vedeva nello specchio, veniva verso di lui, rideva e si metteva a posto le spalline di una canottiera bianca.
    Si voltò di scatto, per capire che era tutto vero. Tornò sobrio, in un secondo.
    Non sapeva cosa fare, voleva parlarle, conoscerla, baciarla, fare l'amore e partire per un lungo viaggio intorno al mondo. Invece restò fermo.
    Lei si sedette con le amiche, poco distante, dove il bancone faceva un angolo. Lui se la trovò di fronte. Poteva vederla, leggermente sudata, bere il suo cocktail dalla cannuccia.
    Lei parlava, rideva, muoveva la testa a tempo con la musica e poi si girava verso la pista, verso il resto del locale e, alla fine, anche verso di lui.
    I loro sguardi si incontrarono. Si intrecciarono per un tempo che a lui sembrò infinito. Stavolta era sicuro, non potevo sbagliarsi, guardava lui, occhi negli occhi.
    Lei gli sorrise, prese il bicchiere e lo alzò nella sua direzione. Lui fece lo stesso e così brindarono, loro due, al niente, o forse a tutto, magari al destino che li faceva incontrare e sfiorare come due stelle abbandonate in un vortice gravitazionale.
    Qualcuno le diede un colpo con il gomito, una sua amica. Le disse qualcosa, ridendo, in un orecchio. E lei si mosse, per andare via. Lui stava per alzarsi, correrle dietro, ma lei si voltò e gli fece ciao con la mano, bloccandolo a metà dello sgabello. Paralizzato, lui la osservò uscire dalla porta, fece un lungo sospiro e ordinò un'altra vodka.

    Rientra sulla strofa, con la distorsione che sfuma, latente. Il suono resta sporco, ormai corrotto. Basso e batteria cambiano linea, continuano a legare con il resto e a spingere, a crescere, incalzanti, fino al nuovo ritornello. E di nuovo muscoli contratti, gola e diaframma, vene a fior di pelle. Si lascia portare: sono parole nuove, che si inerpicano sulla musica, trovano il loro spazio, prendono forma con il brano. Scarica forza e tormento, le dita sulle corde, il plettro che si scalda e si graffia, la pelle dei tamburi in tensione.
    Tutto è musica, fuori e dentro, fino alla fine.
    Fino alla pace, alla quiete, con la distorsione che si spegne lentamente e gli ultimi echi dei piatti che sfumano, mentre l'arpeggio iniziale resta vivo, ansimante e sfinito, come dopo una corsa, una nuotata, un combattimento...come dopo aver fatto l'amore.

    Oggi
    Non è possibile. Non la vede più, era lì ed è sparita, di nuovo. Vede tutto nero, il sangue si fa spesso nelle vene e circola a rilento.
    Non può farla scappare, non questa volta.
    Una mano sulla balaustra, un colpo di reni e salta alla sua destra, sulle scale mobili. Sale veloce, spostando la gente, deve muoversi se vuole raggiungerla. Arriva in cima e gira a sinistra, verso l'uscita. Un’ultima rampa di scale ed è fuori.
    Si guarda intorno, ma non la vede, c'è troppa gente, è buio, le luci dei neon lo confondono.
    Allora basta, si dice. Così vuole il destino, è stato inutile provarci.
    L'aria della sera gli sposta i capelli, gli sussurra che è finita. Abbassa la testa e torna indietro, ma una voce lo blocca, una mano sulla spalla:
    - “Ciao”, gli dice.
    E lui ritorna a respirare, a sentire il sangue scorrere nelle vene.

    Si presentano e lei gli dice il suo nome, che forse è normale ma a lui piace tantissimo. Restano fermi, uno davanti all'altra, un po' imbarazzati, senza sapere bene cosa dire.
    Poi le parole arrivano e sembrano bolle di sapone, che galleggiano leggere nell’aria, da una bocca all’altra. Lui vuole spiegarle tutto: la prima volta in cui l'ha vista e poi le altre e ancora tutto quello che gli è passato dentro.
    Lei lo ascolta, con lo sguardo profumato di chi capisce.
    A lui sembra assurdo, gli pare uno scherzo, cerca le telecamere, il presentatore che salta fuori di colpo e gli dice che lo hanno fregato, le risate registrate in sottofondo.
    Non succede nulla, anzi lei gli prende la mano e domanda:
    - “Mi vuoi accompagnare? Devo fare una cosa importante”.
    Lui non parla, muove solo la testa, su e giù e lei sorride.

    Salgono su un taxi e partono nella notte.
    Si raccontano, si scoprono, rispondono alle domande, si guardano da vicino, entrano in sintonia. Tutto il resto sparisce, i suoni sono lontani, le luci della città scivolano veloci, anche l'autista sembra non esserci.
    Ci sono solo loro due, in un auto vuota, un taxi bianco, che corre nel nulla, eppure a lui sembra di avere tutto, tutto quello di cui ha bisogno.
    Non gli interessa nient'altro: che ora è, dove stanno andando, perché. Vive la magia, senza farsi domande, senza cercare risposte.
    Si gode l’incanto, il sogno, finché dura, fino alla fine, fino all’inevitabile risveglio…che arriva, brutale, sotto forma dell’insegna luminosa dell’aeroporto.
    Scendono dal taxi ed entrano nell'atrio. La gente parte, decolla, atterra, ritorna.
    Lui si chiede cosa stiano facendo: aspettano qualcuno o forse devono salutarlo.
    Poi, di colpo, capisce che sarà soltanto lui a dover salutare, che non c'è nessun aereo da prendere o aspettare, ma solo uno da guardare decollare.
    Deve andare a Londra, dice lei, per un lavoro che aspettava da molto tempo, l'opportunità di una vita.
    Due ragazze la aspettano al check in. Sono sua sorella e un'amica. Quando lo vedono restano sorprese, quasi stupite, poi sorridono, gli danno la mano. Forse fa pena...molto probabile.
    Quando arriva il momento dell'addio restano soli e non sanno cosa dirsi. Non si conoscevano neanche e adesso si guardano negli occhi, mentre cercano le parole giuste per augurarsi buona fortuna, per dirsi che è stato bello incontrarsi e che forse, un giorno, si rivedranno.
    Arriva l'ultima chiamata. Lui apre veloce la borsa, rovista, prende uno dei CD.
    - “È una canzone che ho scritto, l'ho suonata, l'ho cantata. Non è ancora finita, ma vorrei che ne avessi una copia. In fondo è anche tua...cioè ci sei tu...”.
    Niente fiato, niente saliva, non riesce ad andare oltre.
    Lei prende il CD, lo tiene tra le mani e lo guarda. Lui non sa cosa stia pensando, non sa cosa voglia fare, poi lei alza la testa e dice la cosa più semplice:
    - “Grazie”.
    Si avvicina e gli da un bacio, sulla guancia, così vicino alla bocca che le labbra si sfiorano, si toccano appena.
    Un secondo dopo è già oltre il gate, è già a Londra, non c'è più.

    Adesso
    Lui ritorna a casa con un altro taxi bianco e questa volta la strada la vede, guarda le luci, le altre auto e vede anche un aereo decollare verso il cielo.
    Chiede al taxista se può mettere il suo CD nell'autoradio. “Perché no!”, gli risponde. Ascolta la musica, la voce, le parole e pensa a quello che questa storia gli ha lasciato.
    Un viaggio in taxi nella notte, un bacio sfuggente in aeroporto e una canzone incompiuta...che così dovrà restare.
    L'ha deciso ora, in questo momento.
    Per scrivere un finale c'è sempre tempo e adesso non lo vuole fare.