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in archivio dal 17 dic 2007

Matteo Lorenzi

10 ottobre 1967, Milano
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elementi per pagina
  • Osservo l'esecuzione del panorama
    e il cielo espande il suo sangue scarlatto.

     

    La via è tracciata da interminabili forche
    dove dondolano ricurve, le decomposte virtù.

     

    L'uomo dal picco sacro imperturbato osserva
    e preme la mano sulla lastra delle nuvole.

     
  • 16 gennaio 2008
    L'attesa

    Le linee delle cose non hanno fine
    infidi serpenti sfuocati
    tumulti sepolti
    predizioni aggrovigliate
    l’universo dilatato.

     

    La ferrea morsa del tempo comprime gli sforzi,
    sinistramente li deforma.

     

    Poi il confine ed i segnali:
    fantasmi cerebrali e macchine avanzanti
    inesorabili ingranaggi e scie luminose da
    cavalcare.

     
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  • 13 aprile 2011 alle ore 0:32
    Borderline

    Come comincia: La strada era un tatuaggio inciso sulla schiena cespugliosa del deserto. Mancavano poche miglia alla frontiera quando mi fermai a quella vecchia stazione di servizio, con l’insegna dondolante nel vento e una palazzina fatiscente dove un vecchio dietro a un bancone si mescolava con l’arredamento. Fu lui a farmi notare l’arrivo di una Ford nera dalla quale scesero un gigante dalla pelle nera ed un biondo con la faccia sfregiata. Il primo si mise a curiosare attorno alla mia auto, l’altro con un ghigno compiaciuto, sembrava giocare dando calci alla polvere o a uno scorpione.
    “Il negro è il capo.” Disse il vecchio “Il biondo è solo uno psicopatico mentre quello in macchina ci scommetto che è Ramiro o l’Indio o come diavolo si fa chiamare.” Un fucile a canne mozze apparve sul bancone.
    “Questo e’ per te.” Disse come se mi offrisse un ombrello. Poi mi ordinò di chiudermi nel cesso mentre lui avrebbe chiamato la polizia. Quando guardai di nuovo fuori, il nero mi stava fissando. Teneva fra i denti un sigaro o un pezzo di legno che passava da un angolo all’altro della bocca. Mi ritrassi di scatto palesemente in ritardo. Mi aveva visto.
    In bagno seduto sul water, puntai il fucile rimanendo in attesa finché due spari non squarciarono la quiete ed il cigolio della porta non mi fece rizzare i peli della nuca. Eccolo. E’ il gigante nero che viene a prendermi. Lo udii fermarsi ed esitare. Sparai prima che fosse lui a farlo ed il piombo scardinò la porta, scaraventandolo contro la parete che schizzò come fosse la ruota di un pavone. Fissai incredulo quei disegni di sangue come fossero geroglifici da decifrare. Non era il nero. L’uomo che avevo ucciso era un poliziotto.
    “Lance! Tutto ok lì dentro?” I poliziotti sono sempre in due.
    'Ed ora cosa faccio? Gli dico che mi sono sbagliato?' Cercai di pensare velocemente ma quando la porta si aprì calai d’istinto il fucile sulla testa del poliziotto che finì pancia a terra. Ci vollero due colpi per stordirlo. Mi accovacciai con le mani sul viso mentre la ruota del pavone colava righe cremisi sulle piastrelle.
    Fuori trovai il vecchio riverso a terra. Non aveva più la faccia, un colpo d’arma da fuoco gliel’aveva portata via. La Ford era scomparsa così come la mia auto, al suo posto c’era un’auto della polizia, ovviamente vuota.
    Valutai la situazione. Lo sbirro tramortito mi aveva visto prima di perdere i sensi. Avevo ucciso il suo collega e per quanto ne sapeva lui, anche il vecchio. L’unica soluzione era far fuori anche lui. Nessun testimone, nessun omicidio.
    Tornai nel cesso e sotto lo sguardo accusatorio del collega lo spogliai della divisa. Quando parve rinvenire puntai il fucile su di lui, prono ed in mutande.
    “Cazzo, non ce la faccio!” dissi al collega che mi fissava da in mezzo alla sua ruota da pavone. Girai il fucile e lo tramortii di nuovo pensando fosse più facile farlo mentre fosse svenuto, come fosse un cadavere. Fui tentato di fare uno sparo di prova sul pavone ma poi, pressato dal tempo, tornai a puntare il fucile sullo stordito, girai la testa dall’altro lato e premetti il grilletto. Una volta cancellate le impronte, presi la macchina della polizia e puntai verso la frontiera.
    Guidai sotto l’afa per pochi minuti e rallentai alla vista di un pick up in panne. Attorno ad esso c’era una famiglia di indiani, vestiti come barboni. Un vecchio era al volante, al suo fianco una donna cullava un neonato, altri due giovani armeggiavano sotto il cofano. Nessuno fece cenno ma accostai ugualmente per non creare sospetti e non lasciare nulla al caso.
    “Tutto a posto agente ce la caviamo.” Tagliò corto uno dei due quando mi avvicinai, l’altro andò sul retro del pick up a recuperare un attrezzo. Non sembrava vero, di essermela cavata così in fretta. Quando li salutai feci appena in tempo a scorgere l’ ombra di un rapido movimento alle mie spalle, poi fu buio pesto.
    Mi risvegliai legato all’interno di una baracca in uno dei tanti insediamenti abusivi lungo il confine, agglomerati di lamiera, promiscuità e tutto ciò che un confine reclama.
    “Me lo spieghi che cazzo ti è saltato in mente?“ Sbraitava il vecchio.
    “Credevo si fosse insospettito pà, che avessero scoperto la sceneggiata dell’auto e tutti quei bambini scomparsi! Quando mi sono trovato lì, con la chiave inglese in mano, mi è venuto automatico!”
    “Cosa dicono gli altri del villaggio? Hai parlato con Big Joe?” Chiese l’altro fratello.
    “Dicono che sono cazzi nostri ecco cosa dicono Lowell. Se per domani non la risolviamo, daranno fuoco alla macchina, al poliziotto e poi a noi.”
    All’alba del giorno dopo mi coprirono con un telo che sapeva di merda di capra e terra secca e mi buttarono nel baule del pick up. Ci inerpicammo su una collina pietrosa oltre la quale si snodava il grande fiume che segnava il confine, il punto delle transazioni rapide ed illegali, prima che un elicottero di pattuglia passasse come un falco alla ricerca di cibo. Attraverso un guado giunse un altro pick up dal quale ne scese un tizio grasso, sudato e nevrotico.
    “Vediamo di sbrigarcela prima che albeggi.” Disse “ Il bambino è sul pick up?”
    Gli indiani esitarono a rispondere. Quando il faccione sudato mi apparve da sopra le paratie, sgranò gli occhi come un polpo infilzato da una fiocina.
    “Cristo Santo! Ma che razza di storia è questa? Dov’è il bambino?”
    “E’ un periodo di magra Roscoe”
    “Senti musi rosso, vorrei essere chiaro. Io ho una certa reputazione nel ramo, non vorrete che mi presenti ai chirurghi con un adulto, per giunta sbirro, magari col fegato cirrotico ed i reni da buttar via, vero? Ho scritto ‘coglione’ qui sulla faccia? Eh? C’è scritto ‘coglione’ qui?”
    Il vecchio fu costretto a rispondere negativamente, così come Ronald e Lowell. Prima che il sole s’impossessasse del deserto, eravamo già tornati alle baracche.
    Il mattino seguente mi caricarono di nuovo sul pick up. Prima di seppellirmi, avevano deciso di fare un ultimo tentativo contattando dei professionisti di città, gente tosta, sequestri, droga. Uno sbirro avrebbe potuto interessare, magari come ostaggio o merce di scambio. Così mi trovai di nuovo lì, legato come un capretto ad attendere che il viso del professionista spuntasse da sopra il pick up e quando lo fece, non mi piacque per niente. La faccia di un nero con una stecca di liquirizia in bocca (ecco cos’era) riempì lo spazio sopra di me. Un breve sorriso gli segnò il viso.
    “Per i bambini di solito chiediamo mille” disse il vecchio in apprensione “ma per questo sono cinquemila, è merce rara.”
    La liquirizia passò da una parte all’altra della bocca.
    “A me sembra un po’ caro” obiettò il nero con una smorfia “tanto è che poi bisogna ammazzarlo. E poi non mi piacciono quelli che vendono i bambini, preferisco quelli che vendono gli sbirri.”
    Gli indiani risero nervosamente senza capire la battuta. L’aria si stava facendo pesante e quando il vento alzò il risvolto di una giacca rivelando una pistola, quello fu il segnale per il primo sparo e per molti altri ancora, a velocità ravvicinata. Un proiettile perforò la parete del baule poco sopra la mia testa, un tonfo scosse la fiancata dell’auto. Nel fragore degli spari e dei vetri a pezzi, l’auto ruggì aggredendo la collina mentre sopra di me il cielo e le nuvole si shakeravano in un cocktail impazzito.
    Tornammo alle baracche che ero pronto per essere giustiziato. Era sopravvissuto solo il vecchio, sul suo viso l’espressione sospesa fra tragedia, salvezza ed ineluttabilità. I figli erano rimasti giù al fiume e non a trattare sul prezzo. Da una baracca uscì la donna col neonato in grembo. Rimase sulla porta a guardare il pick up sforacchiato dai proiettili poi, scoppiando in lacrime, si chiuse di nuovo all’interno.
    Al tramonto il vecchio mi portò al confine del villaggio dove la traccia di una pista formata dagli pneumatici si perdeva verso sud. Nel mezzo aveva piantato un palo al quale mi legò. Davanti ad esso, un cerchio di pietre racchiudeva delle sterpaglie e dei pezzi di legno.
    “Questa notte verranno a prenderti.” Mormorò dopo avermi guardato a lungo. Detto ciò accese il fuoco e gettò il mio canne mozze a terra, con un gesto che significava l’estinzione di ogni debito. Se ne andò mentre le tenebre stavano già ghermendo il cielo e il falò, come un faro, indicava la rotta agli stranieri in arrivo.
    Giunsero da nord e la notte s’infiammò come l’alba. Le baracche bruciavano fra le urla degli uomini e le lamiere contorte. Mentre l’odore di benzina e carne bruciata mi graffiava le narici, davanti a me con i colori dell’apocalisse che le baluginavano sul viso, apparve la donna col neonato. Piangendo infilò una mano nelle vesti e ne estrasse un coltello. Chissà perché in quel momento fui convinto che avrebbe tirato fuori un biberon. Rassegnato mi preparai al colpo, invece mi tagliò i legacci in un atto che non seppi mai interpretare. Forse fu pietà, forse paura, oppure il desiderio che l’incubo finisse nello stesso istante in cui lo spirito malvagio fosse stato liberato. Scomparve fra le luci danzanti delle fiamme, mentre tre sagome scure torreggiavano fra le luci dei fuochi.
    Attesi nascosto fino a quando il villaggio non fu un braciere silenzioso e pulsante, come se il deserto si fosse spellato la faccia. Prima dell’alba raggiunsi l’ansa del fiume dove trovai i corpi dei due fratelli l’uno a poca distanza dall’altro. Scambiai gli indumenti con i loro e poi andai al guado, varcando il confine.
    Al di là tutto era uniforme e nulla era diverso. Le pietre rosse, i cespugli e la solita puzza di merda di capra e terra secca. Il paesaggio non era cambiato. Era il confine stabilito dagli uomini a renderlo diverso, a farne un crocevia di violenza o una porta per la salvezza o per l’inferno.
    Di fronte a me la strada sterrata si allungava fin oltre il visibile. In fondo ad essa come un neo sull’orizzonte, un fuoristrada si avvicinava a tutta velocità alzando intorno a sé un’aureola di polvere.
    Appoggiai la mano sul calcio del fucile, guardai il sole vibrare dietro una collina e mi incamminai verso il nuovo giorno.

     
  • 27 maggio 2008
    Mi scappa da scrivere

    Come comincia: Spesso succede che mi scappi da scrivere, un impellente bisogno di versare contenuti mentali su un foglio di carta. Si tratta di un vero e proprio bisogno fisico che all'improvviso mi coglie nel bel mezzo delle mie indaffarate giornate (sì, anche sonnecchiare rimane comunque un'azione). E' più o meno la stessa cosa che essere colti dal bisogno di fare pipì durante una passeggiata in una trafficata via del centro. Inizia con il dilemma principale:cosa scrivo? (dove la faccio?). Si vaga inutilmente alla ricerca di un'idea (o di un bar), ma non la si trova (oh, cavolo! Quando lo cerchi un bar, non lo trovi mai!). E così ci si arrovella davanti ad un foglio bianco (correndo su e giù per lo stesso marciapiede), senza risultati (un'insegna! Un'insegna! Dov'è un'insegna?), magari scrivendo due righe inutili...(due gocce? Oh, mio Dio! Due gocce! Dov'è il bar?).
    Insomma, quando scappa da scrivere, scappa da scrivere. Quindi mi sono detto: perché soffrire cosi? Perché non attrezzarsi per cercare di eliminare il problema sul nascere? Innanzitutto, mi sono detto, ci vuole un po’ di fantasia la quale è come l'acqua per uno scrittore, senza di essa egli non potrebbe scrivere (né orinare). Poi...un gioco, un vocabolario. Decido di aprire in modo del tutto casuale e per dieci volte il vocabolario e di indicare in modo altrettanto casuale (con gli occhi chiusi) dieci vocaboli cercando poi di unirli in una costruzione di prosa plausibile. Tutto ciò per raggiungere diversi risultati contemporaneamente:
    1-Divertirmi.
    2-Non perdere tempo a pensare (e a cercare il bar).
    3-Allenare la mente.
    4-Imparare vocaboli nuovi.
    5-Non è sicuro ma probabile che possa nascere lo 'scheletro' sul quale costruire un breve racconto.
    Stabilito ciò mi sono dato una sola regola: mai scartare un vocabolo. Se esso risultasse astruso e all'apparenza impossibile da collegare agli altri, cercare sempre e comunque di trovare un collegamento. Quindi, entusiasta del mio nuovo sistema per non farmela più addosso, ho provato per la prima volta. Considerato che non mi sono soffermato molto nel tentativo di legare i vocaboli, c'è un margine di miglioramento discreto al seguente risultato:
    VOCABOLI ESTRATTI:
    1)FINE: s.f. e m.1. Il punto ultimo come cessazione definitiva etc… etc…
    Ma se devo ancora iniziare? Come inizio non è male...avrei già trovato la parola da porre in fondo al mio racconto...oppure trattasi di un presagio negativo? La fine del mio esperimento? Il diavoletto che con la vocina suadente mi dice " dai...lascia perdere..." (oppure "pssssst" per chi orinava)...cerco idee per iniziare un racconto e mi salta fuori la parola 'fine', una presa in giro così totale non può che essere che di buon auspicio, quindi la prendo tutto sommato bene. Fra i molteplici significati della parola fine scelgo quello del fine inteso come 'scopo'. Immagino quindi un personaggio malvagio, una sorta di stregone malefico tutto incappucciato e di nero vestito che fra magie e diavolerie assortite insegue uno scopo, un fine, ancora più cattivo e più tremendo della sua stessa indole.Si, ci può stare, per ora...
    2)LINOLEICO: agg.Acido organico alifatico monocarbossolico:liquido giallo oleoso, insolubile in acqua, contenuto in alcuni oli di semi (olio di soia...)
    Olio di soia...mah! Ingrediente di pozioni più che di insalate? Oppure il malvagio in questione potrebbe divertirsi ad avvelenare l'olio di soia venduto nei supermercati per inseguire il suo terribile scopo. Quindi non ho più uno stregone fantasy ma un vero e proprio criminale moderno, uno svitato che crea il panico in città. Continuo...
    3)RIPORTARE: v.tr.1. Portare indietro, alla sede abituale di provenienza. 2.fig. Riportare un successo.
    Lo scopo del criminale è riportare il mondo alla preistoria...o alla ragione...e qui ci si può sbizzarrire. Potrei immaginare un dipendente di un'industria di olio di soia, vessato per trent'anni e prossimo al pensionamento, che per tutto questo tempo non ha fatto altro che pensare al suo fine, alla sua missione purificatrice e così, uscito di senno, durante il turno di lavoro avvelena migliaia di bottiglie d'olio di soia. Ce l'ha con il capitalismo, e visto che la soia proviene dalla Cina e la Cina l'ha tradito aprendosi al libero mercato, egli con ciò ha subito la mazzata finale al suo già fragile cervello il quale si reggeva appunto, su dei piccoli semi di soia corporativisti.
    Ricamando un po’ sul personaggio e sulle sue strane abitudini ed idee politiche, potrebbero già venire fuori un bel paio di ameni paragrafi.
    4)STERMINARE: v.tr. Uccidere,distruggere fino all'ultimo individuo, annientare.
    Quando si dice la fortuna...Questo bel vocabolo lo vado ad aggiungere alla già fitta lista dei desideri del mio operaio maniaco il quale sentitamente ringrazia.
    5)EPIDIDIMO: s.m. Formazione anatomica a forma di cappuccio allungato situata sul margine posteriore e superiore del testicolo.
    Nooo. Dove li metto dei testicoli adesso? Per giunta il loro rivestimento! Devo rifare tutta la mia trama? Ambientarla in un ospedale o in un postribolo? Hai visto a parlare troppo di pipì? Non saprei proprio dove metterli, dei testicoli.
     Possibile che il veleno prima della morte provochi un terribile ingrossamento dell'epididimo? Con tutte le divertenti conseguenze per i malcapitati? Almeno un paragrafo ne verrebbe fuori. Mi sembra però poco originale e siccome al momento non mi viene in mente niente di stuzzicante, decido di attendere nuovi vocaboli lasciando i testicoli 'in sospeso' (in senso figurato) per poi magari 'agganciarli' (sempre in senso figurato, ci mancherebbe) ai vocaboli successivi (qui si fa dell'umorismo anche senza averne alcuna intenzione...).
    6)COLOMBAIA: s.f.1.Torretta , di solito sovrapposta a una costruzione rustica, originariamente destinata a ospitare un modesto allevamento di colombi. 2.scherz. L'ultimo piano di un caseggiato alto e modesto.
    E qui me lo immagino il mio pazzoide di notte, anzi, per trent'anni ogni notte salire sul solaio e invece che condurre una vita ordinaria a base di Champions League, egli studia chimica molecolare. Trent'anni di chimica nella colombaia con la sola luce del computer e di una abat-jour. Produce veleni con alambicchi ed ampolle, nella colombaia. Magari fa esperimenti su pipistrelli e piccioni. E via un altro paragrafo, ricamandoci.
    7)LINKAGE: s.m.1. Termine usato in genetica per designare l'associazione dei geni localizzati nello stesso cromosoma.
    Dopo lo shock causatomi da un vocabolo del genere, trovo improvvisamente la luce. Da un vocabolo impossibile trovo la chiave di volta della mia trama: il famoso ispettore X, avvalendosi del prezioso aiuto del dottor Y, vuole capire perchè le persone muoiono come mosche e avvia complicate analisi di mercato ed investigative sulle abitudini alimentari della cittadinanza etc etc… fino a scoprire che la causa di tutto è l'avvelenamento da olio di soia. In attesa di scoprire chi è il fanatico mettendo così a setaccio tutte le fabbriche della regione, urge un antidoto per cercare di salvare le persone che hanno già assunto l'olio incriminato. Il dottor Y, famoso genetista, attraverso il linkage di cellule di dna, scopre che l'unico antidoto a questo sofisticatissimo veleno (ci credo, trent’anni di chimica...) consiste nel prelevare da un individuo di sangue AB-+ (rarissimo) il tessuto dell'epididimo (eccoli che li ho piazzati !). Da tale tessuto e dai suoi preziosissimi enzimi si ricaverà la sostanza che bloccherà lo sviluppo del veleno. Una sola controindicazione: il malcapitato donatore di epididimo, si priverà per sempre della sua virilità.
    8)QUORUM: s.m. Il quoziente, in numeri o in percentuale, dei voti espressi o dei votanti, richiesto perchè una elezione o una delibera sia valida.
    Dei politici ci starebbero bene nel racconto, e l'operaio mi lancia uno sguardo d'intesa. Preferisco però pensare alla situazione di urgenza che si è creata all'interno della task force investigativa. La gente muore per le strade e basterebbe il tessuto di un singolo donatore per salvare l'intera città. Ma chi, in tutto il dipartimento di polizia e di genetica (a quell'ora della notte) possiede il rarissimo gruppo sanguigno AB-+? Solo una persona...l'ispettore X ('accidenti' pensa lui). Non ci si può privare della virilità della più grande mente investigativa della nazione così su due piedi, così viene deciso di mettere la sua disponibilità come donatore ai voti (lui, si era offerto ma non pareva molto convinto). Tutti i 124 dipendenti votano SI o No con un quorum del  51% affinché la votazione sia considerata valida..
    Il risultato dopo lo scrutinio è di 123 voti favorevoli e di 1 contrario (il voto era segreto non è detto che sia lui...).
    9)RABICO: agg. Relativo alla malattia della rabbia.
    Senza pensare ulteriormente andrei ad aggiungerlo agli effetti del veleno del mio schizoide, tanto per arricchire la descrizione delle scene drammatiche sulle strade con gente colta da improvvisi raptus, con bava alla bocca, la quale si avventa sui polpacci altrui prima di schiattare senza vita con uno spasmo breve ed intenso (sono peggio del mio operaio). Oppure che sia lo stato d'animo dell'ispettore dopo lo scrutinio?
    10)CONFONDIBILE: agg. Facilmente scambiabile.
    L'antidoto funziona, la gente guarisce, le decisioni prese funzionano. Ma se ricordo bene furono momenti concitati, studi compiuti nella notte con la mente stanca dopo ore ed ore di continuo e frenetico lavoro. Il genetista Y, ora che la situazione si è calmata, ha modo di rivedere con più calma il lavoro svolto sull'antidoto e scopre una terribile verità...Il sangue AB-+ non apparteneva all'ispettore X ('accidenti' penserebbe lui)! Ma allora...com'è possibile...e c'è di più! Quello dell'epididimo non è affatto il solo tessuto del corpo umano a produrre quei determinati enzimi ma tutta la superficie sottocutanea del corpo indistintamente!
    Ed ora chi glielo va a dire all'ispettore X? Mentre lui contento di aver reso un servizio all'umanità stringe sempre più il cerchio sulla mia creatura malvagia, viene fissata un'altra elezione (con un altro quorum) per stabilire chi, fra i dipendenti del dipartimento, si recherà sulla colombaia a recapitargli l'infausta novella.
    Conclusioni: ho una traccia da seguire ed il foglio bianco ora è pieno, ma il racconto lo scrivo un'altra volta. Adesso non mi scappa più.

     
  • Come comincia:

    Un giorno conobbi una persona che chiamai “Luna”.
    "Spazio personale per l'inserimento di una gigantografia lunare"
    (bella no? [beh, io per lei sarei stato disposto ad andare anche sulla luna... ma...  .] ma non ha voluto...) ... mi ero già messo la mia tuta spaziale (nuova e con l'odore della gomma fresca), ero salito sul razzo (nuovo di zecca e comprato per l’occasione), avevo acceso i motori… fatto i controlli di routine…...  pronto a partire ma…...  (ma se non ha voluto, non ha voluto…).
    ...  . Allora ho spento i motori… mi sono tolto la tuta… ed ogni tanto guardo il cielo per vedere se è nuvoloso o sereno. La tuta è nell'armadio (chissà magari un giorno serve) ed il razzo è nel garage...  . (revisionato regolarmente [affinché sia pronto a partire]…) poi c’è il plastico in polistirolo della mia base lunare, completo di tutti i particolari e dipinto a mano.
    Se il cielo è sereno mi arrabbio perché vedo la luna e se è nuvoloso sono triste perché le nuvole facendo da schermo impenetrabile la nascondono. In tutti e due i casi va male… quindi… rimango qui, a collezionare foto lunari, a pensare all’assenza di gravità, ad Armstrong, ai Lem , agli Apollo, alle Lunik e alle Soyuz.
    Rimango qui (… e lei non ha voluto) … e porto pazienza.
    Una volta (ma solo una) sono riuscito a fare un giro di ricognizione in orbita lunare, con il mio Lem, quello revisionato. Sono riuscito a baciare la superficie lunare…dolcemente, perché sulla luna non c'è gravità e tutte le cose avvengono dolcemente. Lei mi ha detto che vorrebbe...  .o avrebbe voluto ...  (ma poi non ha voluto…[perché tra il dire ed il fare c'è di mezzo il mare]…). Ed io lo guardo il mare, con il telescopio, il Mare della Tranquillità , il Mare delle Tempeste e l’Oceanus Procellarium, e calcolo quanto tempo ci si può mettere ad attraversarli a piedi, o in bicicletta (con la zavorra sulla sella però, e due belle ruote giganti).
    Ma lei non lo sa...  . che io la penso . Lei ha la sua orbita e la sua rotazione e vede passare moltitudini di meteore ed asteroidi, pulviscoli e piogge stellari. Chissà cosa vede lei… (… sicuramente i suoi occhi sono per qualche asteroide scintillante […ma pieno di bitorzoli]…in avvicinamento o in temporaneo stazionamento...  .). Magari un giorno (molto in là perché nell’universo il senso del tempo è diverso) si stuferà di tutti quegli asteroidi bitorzoluti e di quelle meteore che gli ronzano nell'orbita (e che passano... passano... e non si fermano mai...  .) e le verrà in mente la mia ricognizione (ed il mio fugace atterraggio)... senza immaginarsi che dopo tutto quel tempo io sarò sempre lì, a ricordare il mio dolce allunaggio ed i miei saltelli a gravità zero. Lo metterò in garage il plastico, assieme al razzo, e ci metterò sopra un telo affinché non si impolveri di modo che levandolo sia tutto in ordine.

    Rimango qui a pensare che potevo salire sulla sonda Cassini ed andarmene verso Saturno (il quale ha 47 , dico 47 satelliti) e ci può essere una gran scelta con tutti quei satelliti...  .uno su 47 magari ...  .può essere quello giusto…ma di Luna ce ne è una sola….(e non ha voluto)...  .che cosa ci andrei a fare sulla Cassini? (E poi si vede la Luna da Saturno? [No]…) .

    Rimango qui... rimango solo... al mio telescopio... e porto pazienza (che altro? [?]) .


    ***

    Gli asteroidi sono brutti per definizione ("… probabili rifiuti cosmici… residui della formazione del sistema solare… " [definizione enciclopedica]…) , degli scarti quindi, e pieni di bitorzoli. Quando non hanno i bitorzoli hanno delle fosse ruvide, come avessero la faccia butterata. Gli asteroidi hanno tutti una forma indefinita, sgraziata, ben lontana dalla perfetta e dolce forma sferica dei pianeti e dei satelliti (…e della Luna…). Per non parlare del colore...  .niente a che fare con il blu ed il verde della Terra, il rosso di Marte o gli anelli di Saturno…(il bianco candido della Luna)…gli asteroidi sono scuri, talmente scuri che fai fatica a vederli…sono come i ratti di notte (dei ratti con la faccia butterata)…ti accorgi di loro solo quando ti sono già vicino e dietro alle spalle.
    Gli asteroidi passano…passano sempre…non sono dei corpi celesti orbitanti e statici…loro continuano ad andare (...  non sanno nemmeno loro dove…) , fino a quando non sbattono contro un altro asteroide o un altro corpo celeste (…perché non sanno curvare...  [e sono anche un po’ idioti]…) . Però sono furbi (come i ratti) , a volte emanano una scia luminosa (… a causa della velocità e non per propria luminescenza…) che li fa sembrare attraenti e che gli nasconde i bitorzoli. Ammaliano gli asteroidi, ammaliano, si avvicinano, rimangono un po’ nei paraggi orbitali e se ne vanno, lasciando il cielo buio come prima (perché la capacità di illuminare lo spazio è propria solo delle stelle e dei corpi che ne riflettono la luce [come la Luna]…) .
    …Mi sono travestito da asteroide (con tanto di bitorzoli) che passa, passa, e senza fermarsi se ne va...  .(per provare la sensazione…)...  mi sono travestito da asteroide (ma non sarò mai un asteroide)… che passa , passa e non lascia traccia di sé .

    ***

    Certe volte indosso la tuta (mi piace l’odore della gomma) , scendo in garage ed entro nel razzo. Faccio finta di effettuare una missione, eseguo il conto alla rovescia, controllo il livello dei propulsori, la strumentazione, come un bambino simulo il rumore dei motori con delle pernacchie. Poi parto…dopo un breve viaggio entro nell’orbita lunare…e di nuovo eseguo il dolce atterraggio….(anche se è passato un po’ di tempo...  d il ricordo si è eroso)...  poi immagino di atterrare (sempre dolcemente) sull’altra faccia della Luna, quella che a causa
    dell’attrazione magnetica non viene mai mostrata alla terra, quella buia e segreta che nessuno può vedere a meno che non ci si vada di persona...  .
    Ho i miei calcoli algebrici io, chiusi nel taschino della tuta e so dove atterrare... Poi, finalmente bacio (dolcemente ci mancherebbe) il suolo pallido e farinoso , guardo fuori dall’oblò cercando le grandi distese del Clavius o l’immensità del Ptolemaeus, ma vedo solo le chiavi inglesi, l’annaffiatoio, un triciclo e la serranda del garage la quale si chiude sulle mie simulazioni, un po’ violentemente come quelle serrande bastarde che si chiudono di colpo sui piedi.
    Allora me ne torno in camera, sposto la tendina della finestra, guardo la luna e la saluto (ma lei non mi può ne vedere ne sentire) e vado a riposare.

    ***

    Diverse volte ho cercato di fare un’altra ricognizione… (ma lei non ha voluto… […sich...] … aveva altri impegni... [posso capire, con tutti i flussi sanguigni da regolare, le maree ed i raccolti da influenzare... e tutti gli asteroidi che passano continuamente da quelle parti…] … altre cose sempre più importanti…) e dopo un po’ ho capito (dopo un bel po’ però, perché gli astronauti alla lunga diventano sempre miopi ed anche un po’ sordi) ho capito che lei non è come me, che sto lì a pensarla un giorno si ed uno no (se anche lei lo facesse la mia base lunare non sarebbe solo un plastico in scala 1:1000 coperto da un telo ed abbandonato in un garage...) …non è come me che non riesce a trattenere lo sguardo al suo passaggio (se fosse così anche per lei qualche volta avrei incrociato il suo sguardo durante una delle sue rivoluzioni siderali...  ...) ... insomma dopo un po’ ho capito che non dovevo più disturbare…(pensa che silenzio che deve esserci sulla luna. [ed il mio Lem ha i motori diesel, rumorosi ed inquinanti]... pensa che pace silenziosa e quanti corpi fluttuanti nello spazio...)  … ho capito che (quando fra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare)…che il mare (ed anche il grandissimo cratere Descartes)... lo stavo attraversando solo io…e quindi non ho più disturbato.

    ***

    Alan B.Shepard è molto meglio di Cristoforo Colombo. Perché lui è andato contro natura, senza galleggiare sull’acqua e senza la possibilità di mettersi in salvo se qualcosa fosse andato storto. A bordo del suo ‘Mercury Freedom 7’, il 5/5/1961 ha compiuto un salto sub-orbitale. E’ stato il primo americano nello spazio.

    Bisogna avere coraggio per essere come Shepard (e non come Colombo), e non tanto per il materiale usato (la tuta che ha indossato la si potrebbe usare al giorno d’oggi per fare jogging, per non parlare del razzo…[certe lavastoviglie di oggi sono più sofisticate]…) ma per il viaggio nell’ignoto e nell’infinito (e contro natura , perché volare è contro natura) e per la prospettiva eterna della sua esplorazione (le esplorazioni terrestri sono finite, quelle spaziali non finiranno mai).

    Bisogna avere del coraggio per essere come Shepard perché se qualcosa va storto , va storto e basta, senza rimedio (non devi aver paura, come Colombo , degli squali o delle mareggiate se per caso ti capita di saltar giù dalla barca [… una delle tre barche... ]...) . E qualcosa può andare sicuramente storto visto che era il primo esperimento in assoluto con un essere umano a bordo (...  mentre Colombo non era certo il primo uomo a salire su una barca per andare in mare...) .

    Bisogna avere le palle per essere come Alan B.Shepard, mollare tutto, prendere le tue chiappe e portarle lassù, senza certezza di tornare, per poi essere ricordato o essere famoso un milionesimo di volte in meno di Colombo e di Yuri Gagarin. Si, perché la ‘colpa’ di Alan B. Shepard non è stata quella di essere stato il primo americano nello spazio, ma di essere il secondo uomo andato nello spazio nella storia dell’umanità (dopo Yuri Gagarin). Shepard è partito solo 23 giorni dopo il suo rivale russo e a causa di quei 23 giorni si fa fatica a trovarlo nelle enciclopedie (e l’impresa compiuta è a tutti i livelli identica a quella del suo collega perché stavano facendo a gara su chi partiva per primo) .
    Bisogna avere le palle per essere come Alan B. Shepard, perché si è fatto il mazzo come Gagarin (e più di Colombo) e la maggior parte del mondo non sa nemmeno chi sia (… e tutto per 23 giorni…).
    Shepard darebbe un calcio al telescopio e schizzerebbe nel garage di corsa allacciandosi la tuta mentre scende le scale (senza perdere il tempo per vestirsi e fregandosene dell’odore di gomma fresca…) entrerebbe velocemente nel razzo e via! Verso la Luna! Senza tanti preamboli e preparativi… senza tante curve orbitali e traiettorie di avvicinamento...  .E poi atterrerebbe dove capita (perché non è quello l’importante). e se avesse dei missili a bordo distruggerebbe anche un po’ di asteroidi (… e si vedrebbero migliaia di bitorzoli schizzare nello spazio...)  . Shepard non si preoccuperebbe di fare atterraggi morbidi, anzi probabilmente li farebbe rudi appositamente, per far capire alla Luna che lui è arrivato a piantare la sua bandiera a stelle e strisce e che lo si voglia o no lui lì ci costruirà una base. Ci vorrebbero i cataclismi per mandare via Shepard, la sua bandiera e la sua base. Bisogna avere le palle per essere come Alan B. Shepard. Ma io non sono come Alan B.Shepard.


    ***

    Faccio calcoli trigonometrici io, e li metto in un armadietto, assieme alle foto, alla tuta, alla naftalina , alle chiavi del razzo ed ai miei moon boot. Porto pazienza (come nella vita del resto, perché il tempo va e tu non puoi far altro), porto pazienza (…non ha voluto…) e scatto fotografie, di notte (tenendo aperto il diaframma del teleobiettivo... [così risalta la luminosità]…e togliendo il flash…[altrimenti disturbo... ]...) … scatto fotografie quando nessuno mi vede, poi all’alba, quando il resto del mondo si sveglia , vado a dormire.

     
  • 17 dicembre 2007
    Morpheus

    Come comincia: Un insopportabile trillo rimbalza sulle pareti della camera da letto. Trillo trillo fa rima con armadillo ma non risultano esserci animali simili nell’appartamento, forse sotto il letto, portato da quel maledetto tipo strano che lavora come corriere e che ha la pessima abitudine di entrare in casa come fosse la sua e che cr…

     

    Trillo, trillo, doppio trillo, come " sveglia che è ora di alzarsi " ed egli si sveglia, sbarra gli occhi e vede la stanza da letto quasi come gli sembrava di averla lasciata la sera prima a parte lui stesso nel letto con il pigiama odoroso e lo sguardo afoso , la moquette chiazzata di misteriosi liquidi maleodoranti dove immancabilmente ci piazza giusto in mezzo un assonnato piede assieme ad un’imprecazione impastata da una lingua che urla il bisogno di mentolo.

    Il lavoro. L’immagine del posto di lavoro ghigliottina la materia cerebrale squarciando i pensieri permeati dal torpore, l’ansia dell’orario da rispettare scuote la larva facendole chiedere a se stessa quanti minuti è stata lì a pensare al trillo, all’armadillo e al tipo che lo ha portato. E’ solo un minuto reale che diventano venti se dilatati dal sonno e dal debito che esso perennemente contrae con l’essere umano in oggetto il quale, cercando di lavarsi il piede che fallace cadde nella chiazza misteriosa sulla moquette, perde l’equilibrio fra water e bidet rovinando in maniera assai scomposta fra i due mostri bianchi dalle zanne argentate che ripetutamente lo attaccano e lo mordono senza alcuna misericordia.

    Poi il cesso come una giostra, smette di girare. Visto da terra esso regala nuovi odori e prospettive. Gli occhi si socchiudono bramando concentrazione. Occorre capire quali dolori siano da sgranchimento e quali da azzannamento per fugare le preoccupazioni riguardo a gravi danni fisici e quindi compromettenti la tabella di avvicinamento al posto di lavoro.

    Fortunatamente le belve sono state clementi ed ultimamente risparmiano le loro vittime (salvo colpirle quando meno se lo aspettano con improvvisi getti d’acqua bollente su parti corporee poco propense a marcate escursioni termiche).

    Ora egli è diventato un tricheco che guarda il suo riflesso nello specchio illuminato da un alone simile ad un aureola appannata tipo icona russa che gli cinge tutto il capo. Egli strizza gli occhi e l’aureola lampeggia fra nitidezza umana e opacità tricheca. Ora il pinnipede cerca di afferrare lo spazzolino mentre nel riflesso dello specchio il tricheco aureolato, che ora sta al di qua cercando di acchiappare il bruschino da denti, si è trasformato in un umano dall’aspetto orribile il quale brandisce una brusca setolosa o qualcosa di simile. Urge un intervento programmatico il quale stabilisca le priorità necessarie per raggiungere al più presto la lucidità di pensiero e l’abbandono quanto meno temporaneo della nebbia sonnolenta che avvolge l’interno del cranio. Le zanne del tricheco e la loro pulizia sono fra le ultime cose utili per raggiungere tale scopo e quindi lo spazzolino viene abbandonato in favore dell’orinata scaccia ansia.

    L’animale-uomo spesso crogiolatosi nelle sue virtù, dimentica che l’esperienza è la base e la chiave per non commettere errori già commessi in passato soprattutto in condizioni di estrema sonnolenza. Egli cala il pantalone pregustando il rilassamento psico-fisico che consegue l’orinata mattutina ma la pelle prepuziale traditrice, raggrinzitasi diabolicamente attorno al membro ed alla sua punta più estrema, devia drasticamente il caldo getto in spruzzi irregolari ed asimmetrici i quali irrorano i dintorni, e nulla può il rapido tentativo di porvi rimedio se non quello di peggiorare la situazione generale, del pigiama, e degli stessi dintorni.
    Ora, il primo pensiero è il pentimento quasi religioso nella sua profondità e convinzione. Il pentimento al quale segue la promessa sincera ed il giuramento di fedeltà in favore delle ore grandi a discapito delle ore piccole. Domani però. Sempre domani.

    La barbonesca condizione di un essere umano con le braghe calate di fronte ad una tazza del water, lordo della sua stessa orina, genera il pentimento ed il desiderio dell’autopurificazione dal sonno cronico, l’espiazione dei propri sonnolenti peccati, il pagamento dei propri debiti nei confronti del materasso e di tutte le sue molle.

    - "Prometto. Domani, anzi stasera, dopo cena. Sicuro. Appena finito di cenare, a letto presto. Certe umiliazioni non dovranno più ripetersi, ne va della propria dignità ".

    A questo punto cambiano ancora le priorità, la doccia sembra essere l’unico mezzo idoneo per raggiungere la normalità. Pestando in una pozzangheretta di orina con il piede sano, quello che si era salvato dalla precedente chiazza misteriosa sulla moquette, l’anfibio raggiunge il lavabo con lo specchio dove poco prima un tricheco dignitoso cercava di lavarsi le zanne, prima ancora che ad uno stupido essere umano venisse in mente di sovvertire l’ordine naturale degli eventi e la cronologia delle priorità.
    L’orologio da polso giace lì ai piedi dello specchio, ed è proprio lì che le pinne del mammifero guidano il suo corpo per cercare di scoprire il minutaggio occorso ad una persona per perdere la propria autostima. Rapidi calcoli mentali per quanto possibile nella loro vaga precisione, consegnano al display virtuale della sua calcolatrice cerebrale, un limitato tempo entro il quale fare la doccia oppure rinunciarvi, a patto che non vi siano intoppi ed imprevisti superiori al minuto o due, e che le procedure siano svolte con meccanica celerità e precisione. La decisione va presa nel giro di pochi secondi ed è in questi momenti che emerge l’uomo di carattere, l’uomo che sa affrontare i problemi della vita o che sa prendere le decisioni difficili anche a scapito di altri ma comunque sia, le decisioni giuste.

    Quando nella vita si è di fronte ad un bivio ed una scelta deve essere fatta, l’uomo vero emerge senza cadere nel panico come invece il nostro puzzone fa, pensando a quanti preziosi secondi sta perdendo per prendere una decisione che il suo capo ufficio avrebbe già preso da chissà quanti secondi e non per niente è il suo capo ufficio. Dopo un dilatato ed interminabile lasso di tempo scandito da passi e passetti fra doccia-lavabo-bidet in una specie di tango scomposto, il generale Custer con pinne da foca ma andatura da tricheco, opta per la rapida doccia e deciso vi si avvia. Ed è proprio dopo il primissimo getto d’acqua accuratamente studiato con sforzo sovrumano affinché esca ad una temperatura il più vicino possibile a quella corporea, che la suoneria del cellulare, scaricata con avidità dalla rete e ostentata con superbia alle più disparate persone, eccheggia di là, nella camera da letto trasformandosi improvvisamente in un odioso suono polifonico costato esageratamente caro, orpello adolescenziale da sostituire appena possibile con qualche monofonico squillo da uomo medio.

    Le priorità per l’ennesima volta si rimescolano, trascinate dall’odiosa allegra melodia che perfora l’occipitale del bipede bagnato nella doccia. Il cellulare ed il suo richiamo è sempre, in ogni caso ed in ogni situazione della vita, la priorità massima, l’icona da venerare, l’oggetto che comanda, l’apparecchio che può generare cambiamenti vitali nell’ordine interno, esterno e globale delle persone. Il cellulare è il destino stesso che però giunge anticipatamente e senza pietà a svelare i propri misteri. Quindi, al suono del telefonino, ogni cosa, qualsiasi cosa va abbandonata in favore di esso e delle sue incontestabili verità.

    Ora quindi, abbiamo un essere barcollante nella nebbia che avvolge il suo mondo ogni mattina, bagnato in quanto anfibio, il quale cerca di uscire indenne da un cesso piastrellato e disseminato di trappole di ogni genere, pozze di orina , mostri bianchi con denti aguzzi e polifemici occhi che lo fissano insistentemente. Il tappeto della stanza da letto diventa l’oasi ed il cellulare il pozzo d’acqua dove il viandante assetato cerca sollievo in un deserto di infide e umide piastrelle. Il telefono è lì, dove l’ha sempre lasciato, ammesso che lo abbia lasciato sempre nello stesso posto, infatti non è così, e questa cortina di sonnolenza che genera improvvise vampate d’ansia fa temere che dopo agitatissime ricerche del telefono seguendone faticosamente il richiamo, si arrivi lì ad afferrarlo e lui smetta in quello stesso momento di suonare. E più lo pensa più si agita, e più si agita e più pensa che non dovrebbe pensarci altrimenti va a finire che perde tempo prezioso e poi magari capita davvero. Quando finalmente trova il proprio padrone elettronico che vibra e lampeggia abbandonato su una sedia, come previsto smette di squillare pochi attimi prima che lui, cetaceo nudo ed umido possa rispondere.

    Il risentimento, già alimentato dal desiderio di sostituire l’odiosa suoneria, è rinvigorito dallo scherno che il fato riserva ai miserabili assonnati. Esso genera sentimento di rivolta, l’odio represso del suddito contro il tiranno di silicio. Il cellulare potrebbe esplodere in mille pezzi gettato contro un muro con un folle gesto di violenza non soffocata. Ma il despota ed i suoi fedeli transistors sanno come ammansire ed annichilire i propri dubbiosi adepti offrendo loro infinite possibilità ed opzioni come il ‘ registro delle ultime chiamate ‘.

    Ecco quindi come in un paesaggio di pianura di un ordinaria giornata invernale, la coltre nebbiosa si va lentamente diradando sospinta dalle leggere brezze degli imprevisti e dagli sforzi per leggere il display. La percezione spazio-tempo si concretizza e si stabilizza su valori terrestri e non più plutonici. I luoghi, gli oggetti, i tasti del Dio Comunicatore appaiono un po’ più grandi di prima. Come una pericolosa e soffocante mattinata padana si trasforma in un bel pomeriggio di sole, così il tricheco vede sciogliersi il pack sotto le pinne e si trasforma seppur a gradi in un essere umano sveglio e presente il quale della fitta nebbia sonnecchiante ha un vivo ed orgoglioso ricordo di averla allontanata, ameno fino alla prossima volta.

    Questo favoloso sogno però viene interrotto dal terribile destino che la tirannia del cellulare dispensa con candida regolarità. L’umano viene riportato improvvisamente nella realtà come un ubriaco dopo un incidente d’auto il quale riacquista una sgomenta lucidità; le cifre sul display, quelle relative alla giornata corrente, si dipanano e spiattellano la loro cruda ed incontestabile verità: DOM 23 LUGLIO.

    DOM, DOM…DOM…come le funeree campane del sonno. DOM, DOM, DOM….come DOMine cellulare. DOM, DOM, DOM….come DOMenica gli uffici sono chiusi. DOM, DOM,DOM…come DOMani, sempre DOMani.