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in archivio dal 04 lug 2009

Matteo Mazzoni

07 settembre 1970, Firenze
Segni particolari: ?
Mi descrivo così: Penso, scrivo, ho la testa confusa e il cuore ancora di più...
Mi trovi anche su:

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  • 07 luglio 2009
    Le tue malinconie

    Tristi pensieri oscurano la tua anima
    come nuvole nel cielo dei tuoi occhi
    dove non posso più riflettermi

     
  • 07 luglio 2009
    Il poeta è un po' p...

    Per farvi entrarmi dentro
    è giusto far pagare
    l'affitto, se restate,
    o un pedaggio se passate attraverso?

     
  • 07 luglio 2009
    E' 'nutile

    E' 'nutile
    'e seguiti
    a dire
    'e unn è
    Francesca,
    se poi
    i' primo
    a un credici
    se' te!

    (testo in vernacolo fiorentino)

    In italiano letterario: E' inutile / che continui / a dire / che non è / Francesca, / se poi / il primo / a non crederci / sei tu!

     
  • 07 luglio 2009
    Non c'è più

    Da dove son tornato stamattina?
    Dove me n’ero andato questa notte?
    Mi stavo riposando dalla vita,
    in un sonno che è come una morte.

    Poi vivo il giorno come un sogno d’altri,
    non mi riguarda cosa sto facendo.
    Tempi e spazi che sono immaginari
    esistono anche senza avere un senso.

    Non son più mio, non sono di nessuno.
    Che importa se è la vita che mi vive?
    Non cerco più quel che non ho perduto
    e son sempre all’inizio della fine.

    Non è per te che adesso sono vuoto.
    Non è te che io ora non voglio più.
    Quale amore farà di me un uomo?
    Perché mi manca quel che non sei tu...

     
  • 06 luglio 2009
    Vita

    E' difficile
    voltar pagina
    controvento.

     
  • 06 luglio 2009
    Non ancora

    C'è una luce in fondo al tunnel,
    ma mi servirebbe qui...

     
  • 04 luglio 2009
    Intensità (poesia rock)

    Si abbassa la leva della Fender e, contemporaneamente,
    premi il pedale dell'acceleratore.
    Subito ogni corda si tende
    e la potenza si scarica sulle ruote.

    Il suono secco e stridente
    è un colpo d'ascia che mi spacca il cuore
    e l'urlo delle gomme sull'asfalto prolunga indefinitamente
    la sensazione istantanea del dolore

     
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  • 20 luglio 2009
    TV

    Come comincia: "Sai, con i programmi che ci sono ora in televisione, mi viene da pensare che il vero spettacolo siano gli spettatori..."
    Ieri sera, alla prima pausa pubblicitaria, io e Massimo ci siamo scatenati.
    - Sai, - mi dice. - se entri in un seminario di frati, poi diventi un prete proprio per benino. Un prete regolare.
    - Già. - faccio io. - E se entri in un seminario diocesano, diventi un prete vecchissimo. Un prete secolare.
    Marta stava zitta, ma pareva di vederle uscire dalla testa la nuvoletta a tondini col pensiero "Ma perché devo guardare la televisione con questi due idioti?"
    Ma quando è apparso lo spot dello Spray Blond o qualcosa del genere (quella roba che si danno le donne in testa per sembrare bionde) con Charlize Theron, mi sono cascate le braccia.
    - Nooo... - faccio. - Anche Charlize Theron si da lo spray? Ma allora è vero quello che dice qualcuno, che le bionde in realtà non esistono?!?
    Massimo rimase parecchio perplesso anche lui.
    Marta con tutta tranquillità dice: - Io non so che cosa ci trovate in queste ragazze coi capelli gialli!

     

    Ma forte fu anche quella volta che eravamo da Bruno.
    Non mi ricordo nemmeno che si stava guardando, ma a un certo punto danno la presentazione del film "Cujo", che avrebbero trasmesso qualche giorno dopo. Forse non volevano far vedere cose troppo paurose a quell'ora, ma in quella presentazione non ci si capiva nulla...
    Allora Giacomo fa: - Ma che film è "Cujo"?
    E Bruno: - E' la storia di un San Bernardo malvagio...
    - Ma come faceva a essere malvagio se era san???
    - Eh, ma era anche Bernardo!!! E Bernardo vinceva su San!"

     
  • Come comincia: “Rubate centomila lampadine. La polizia brancola nel buio.”
    “Lele, questa ‘un c’è proprio garbata.”
    Portanasegammé. E abbozzala col pluralis maiestatis o come caspita si chiama. Tanto, te non sai nemmeno l’italiano...
    “Si va dall’Agnese?”
    E m’avete portato fuori a questo freddo per andare dall’Agnese? E io che mi ci rappresento? A me ‘sta nebbia dai polmoni m’è già scesa nei…
    Allora si va. Noi sì che si brancola. Eppure non è tanto buio. In strada, perlomeno. Non ci fosse altro di bello, nella nebbia tutte le città sono grigie. Anche quelle grigie. E le strisce pedonali sono bowling dove noi birilli non ci vedono e ci possiamo anche muovere. Ma le palle sono più grosse…
    Il Pista si appoggia con due mani sulla pulsantiera di un citofono. “E ora ti ‘ccappa!” Poi ci penserà l’Agnese a dirgli che “non si devano pigliare in giro gli handicappati.”
    “Fermi tutti, c’ho una scheda ancora buona.” Il Chiava parla e pensa per tutti. “Signora, è la Sip: potrebbe gentilmente soffiare nell’apparecchio?” È la centesima volta che lo fa. E finora si sono gonfiate solo le mie.
    Ma il Pista è in serata di grazia. “Ora sì che brancola!” E salta a piè pari contro un lampione. E il giraffone grigio si ringolla all’istante la macchia gialla che aveva sputato nella nebbia buia.

     
  • 10 luglio 2009
    Radio

    Come comincia: To pass day... To pass night... Every day... And every night... Radio Subasio!

     


    Almeno mi pare che dica così. Chissà perché l'ascolto solo in macchina. Per sentirmi in compagnia, forse. Quando ho comprato questa macchina non pensavo che ci avrei quasi sempre viaggiato da solo con Radio Subasio. E invece per ora la ragazza che ha viaggiato più spesso con me è stata Susanna Scalzi. A me le rosse piacciono anche, ma un po' meno stagionate... Oh, scherzo, Susanna, lo sai che amo solo te...


    Ma se mi mettete "Amore bello" mentre sono bloccato nel traffico sotto la pioggia, per la mia depressione latente comincia ad essere davvero troppo! Allora passo su Virgin... Ma dov'è? La prima cosa che faccio quando salgo in macchina dopo che l'ha presa mio fratello è togliere Virgin Radio... E ora? Ora mi tocca fare tutto il giro, perché ho rotto il tasto e la frequenza sale e basta. Virgin è vicina a Radio Maria! Guarda un po'... Per attinenza? E chi c'è? Kid Rock? Vai!!!


    - ...And we were trying different things, we were smoking funny things, making love out by the lake to our favourite song... Sipping whiskey out the bottle, not thinking 'bout tomorrow, singing Sweet Home Alabama all summer long...


    Ma che sto cantando? E facendo... Altro che tamburellare con le dita sul volante! Che penseranno quelli che mi vedono suonare una chitarra elettrica immaginaria, che per di più sembra avere solo il manico? E se non fosse che muovo continuamente su e giù indice, medio, anulare e mignolo, il gesto sembrerebbe anche un po' equivoco... E imito pure il verso della chitarra elettrica con la bocca... Ho scoperto solo da poco che si chiama “beatboxing”. Intanto qui non ci si muove nemmeno per idea...

     
  • 10 luglio 2009
    Rigore

    Come comincia:

    "E' rigore, dai, l'hai presa con un braccio!", gridò Mattia.
    "Ma che dici???", gli si rivoltò contro Bruno.
    In effetti a me non pareva. Però tutto si può dire di Mattia tranne che sia uno che se ne approfitta. Vediamo come va a finire.
    "Va beh, se tu vuoi il rigore, ti si da", fece Nino con l'aria di uno che concede qualcosa a un bambino capriccioso.
    Come "ti"? Se ce lo date, ce lo date a tutti. E poi state vincendo 3-0, saremo più meno a un quarto d'ora del secondo tempo, c'è poco da fare i signorotti offesi. Certo, meno male che Davide non si è fatto vedere "senza addurre motivazioni plausibili", altrimenti mi sarebbe toccato fare l'arbitro e qui il rigore non l'avrei dato e forse avrei litigato con Mattia per la terza volta in vent'anni...
    "Allora, chi lo batte?", disse Claudio dopo aver messo la palla sul dischetto.
    "Tu l'hai voluto, lo batti tu!", disse Nino a Mattia con fare provocatorio, entrando in una discussione non di sua competenza.
    "No, no, io non lo batto", disse Mattia deciso.
    Mattia, alle volte non ti capisco proprio. Perso per perso, potevi anche batterlo tu... Ma che cavolo, è la mia occasione!
    "O ragazzi, se non lo vuol battere nessuno, lo batto io!!!", gridai.
    "Battilo tu", disse Claudio freddamente, come dire "ma chi se ne frega".
    "Lo batto io, allora?!?", dissi, probabilmente con un'aria incredula da fare spavento.
    Claudio mi fa un gesto come un cameriere che invita a entrare in un ristorante di lusso. Allora vado. Ho fatto già uno sbaglio: non ci si fa piazzare la palla sul dischetto da un altro. Non l'ha messa uno di loro, quindi non ci saranno scherzi come quello di Maspero a Salas. O quello di Benito Lorenzi a non ricordo chi del Milan con il pezzo d'arancia. Ma forse Claudio l'ha messa un po' avanti rispetto al dischetto e magari il piede mi scivola sul gesso... Tanto più che non c'è manco l'erba qui. E' vero comunque che il tempo si dilata quando stai per battere un rigore. Ricordo quel racconto sull'"Avvenire" su Paolo Poggi che deve battere il rigore decisivo per la salvezza del Venezia. Colonnine su colonnine di ricordi di partite nei campielli, ma per l'esecuzione due parole "Tiro. Gol". Ma come tiro? Nell'unico modo che so: d'interno collo destro alla mia sinistra. Sì, lo so che di destro si può tirare anche a destra, basta "aprire la gamba e girare il piede"... E come no? Ma io guardo quelli che lo fanno come la gente al circo guarda i contorsionisti. Via, Alessandro si è piazzato malissimo, è troppo a destra di almeno un metro. A sinistra s'è aperta una voragine. Vai! C'è un silenzio agghiacciante, anche la periferia sembra essersi zittita. Corro e non sbaglio neanche il numero di passi, non sono arrivato né lungo né corto. Stango e la palla sale inesorabile. Alessandro resta dov'è, tutto il suo movimento è un'occhiata a destra per capire che non ci arriverà mai... Dai, dai, dai!!! Traversa!!! Il rimbombo pare spandersi per tutto il quartiere, segue un altro silenzio che si rompe subito...
    "Porca puttana!!!", urlai.

     
  • 10 luglio 2009
    La parola

    Come comincia: Dalla filologičeskij fakultet (la chiamavamo così anche quando parlavamo in italiano) all'immenso edificio dell'MGU si diceva che ci fosse un chilometro. A me pareva un'esagerazione, ma certo quel bel vialetto sembrava che non finisse mai. Certo che far fare ai prigionieri del Gulag un'università alta due terzi dell'Empire State Building senza la facoltà di Lettere...
    Quel pomeriggio io, Pietro e Giusy tornavamo all'obščežitie (neanche questo veniva mai tradotto - dire "casa dello studente" non rendeva affatto l'idea) dicendo che faceva ancora troppo caldo e che doveva esserci del vero in quel che si diceva sull'effetto serra. Mosca senza neve ai primi di novembre era troppo triste, che credesse alle lacrime o no. E io maledicevo pure di essere venuto a stare lì quattro mesi senza portarmi niente di "ginnico" per poter giocare a calcio finché ancora si poteva. Qualche giorno prima avevo rinviato un pallone uscito dai campetti adiacenti con tale irruenza da spaventare il destinatario che si era girato per evitare la bordata...
    A un certo punto arrivò Katja. Katja ci metteva in crisi perché studiava italiano e voleva sempre parlare con noi nella nostra lingua, mentre noi parlavamo in russo solo a lezione e volevamo parlare un po' di russo vivo. Eppure Katja era ammirevole perché si barcamenava già bene nella nostra cavolo di lingua, senza uno straccio di declinazione, con due soli generi grammaticali (manco che al mondo fosse tutto maschio o femmina) e con autentiche follie come il trapassato remoto e il futuro anteriore... Però, come capita spesso ai russi, non riusciva a trovare un po' di affluency (po-russki: beglost'). Senza... fare... pause... reggeva... al massimo... un'unità sintattica. Ma... a... volte... anche... molto... meno.
    Dopo i saluti, si volle togliere subito una curiosità.
    "Qual è... quella parola... che significa... "ragazza"... e comincia... per "f"?", chiese.
    Io e Pietro passammo avanti, ci guardammo in faccia e trattenemmo le risate a fatica. Giusy scattò avanti e ci guardò malissimo.
    "Ma dai, non può essere quella parola lì!", fece.
    "Ah sì? E allora qual è?", feci io con aria sfottente.
    La faccenda si faceva imbarazzante. Non ci andava di darle spiegazioni.
    Dovevamo cambiare discorso. E lo facemmo. Probabilmente Katja pensò che il nostro imbarazzo derivasse dalla nostra ignoranza della nostra lingua madre.
    Ma la conversazione fu stranamente impalpabile, anche se parlammo di vsjakaja vsjačina ("ogni 'ognità'"? "Qualsiasi 'qualsiasaggine'"? Il russo è fantastico, perché non si può tradurre - e Katja ci faceva parlare in italiano...). E quel chilometro che chilometro non era sembrava sempre più lungo. Maturava un momento epifanico.
    "Ecco qual era la parola!", a Katja venne fuori una beglost' mai sentita prima. "Fanciulla! FANCIULLA!!!"