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Racconti di Maurilio Riva

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  • 17 maggio 2013 alle ore 8:29
    L'intervista

    Come comincia: Come dice? Sì, sì. Siamo saliti in tre sulla torre nottetempo portandoci negli zaini tutto quello che poteva esserci utile per i primi giorni: acqua, cibo, un po’ di farmaci essenziali, tenda, i materassini, i sacchi a pelo, la mazzetta e i lunghi chiodi di acciaio per fissare la tenda al terreno in cemento, teli di plastica.
    Sì, non l'abbiamo detto a nessuno, a scanso di equivoci, perché non volevamo che questa nostra iniziativa potesse essere bloccata. Non c'era più spazio per le manfrine.
    Ora questa forma di lotta è stata riconosciuta come propria e appoggiata dalle rappresentanze sindacali e qui sotto c'è il presidio quotidiano degli altri lavoratori.
    Chi siamo? Io mi chiamo Mauro, sono il più anziano, ho 59 anni. Ne ho fatte di lotte, sa? Ne ho di chilometri nelle gambe, se penso a tutte le manifestazioni a cui ho partecipato. Me ne sono perse poche.
    C’è poi Alfredo, il più giovane, ha 33 anni. E’ il più incazzato e il più libero di noi. Potrebbe andarsene, non ha obblighi, ma ha deciso che starà qui fino alla fine. Quindi, c’è Sergio che ha 48 anni, è il più inguaiato di tutti, ha moglie e figli e non sa che pesci pigliare. Certe volte lo vedo piangere e sbattere la testa contro il cemento della torre. È il candidato giusto per fare harakiri.
    L'acqua e il cibo adesso li tiriamo su con la corda  e così facciamo scendere i nostri “scarti”. Beh, sì. Intendo i rifiuti in genere, anche quelli nostri. Beh, non è piacevole soddisfare quel tipo di bisogni, la roba grossa la facciamo dentro la carta di giornale che stendiamo per terra e poi raccogliamo dentro sacchetti di plastica. La pipì, invece, la facciamo dentro le bottiglie. Sembra di essere in guerra. E, in effetti, siamo in guerra.
    Di notte fa freddo ma cerchiamo di scaldarci stando uno a ridosso dell'altro. Abbiamo tirato su delle nuove coperte ma si dorme per stanchezza, più che altro. Stanchezza fisica e di testa.
    Cosa ci pesa di più? Difficile fare una scelta. Molte cose, dovrei mettermi a farle un elenco. Ci pesa essere costretti a vivere come bestie. Ad esempio, per nostra dignità, abbiamo deciso che ci saremmo lavati. Non dico ogni giorno ma abbastanza spesso da non urtarci l'un l'altro. Per rispetto l’uno dell’altro. Abbiamo costruito una rudimentale doccia, con pezzi di legno, dei teli di plastica e una pentola coi buchi come quelle per fare le caldarroste. Per il freddo, stringiamo i denti e ci laviamo alla svelta ma dopo stiamo bene, ci sentiamo a posto, come persone civili. Io no perché ho la barba ma Alfredo e Sergio si radono quasi ogni giorno.
    Abbiamo anche un posto per accendere il fuoco e quindi c’è se si vuole  l’acqua calda o tiepida perlomeno. Il fuoco serve per scaldarci quando ci mettiamo lì a contarcela su o per gioco alziamo gli occhi al cielo e cerchiamo di riconoscere le stelle. Sapesse in certe sere quante ce ne sono, sembra di essere in montagna.
    Con i mattoni che abbiamo tirato su con la corda abbiamo costruito una rudimentale turca, sotto tre teli che ci danno una parvenza d’idea di stare al cesso di casa nostra.
    Chi ci appoggia, mi chiede? Le istituzioni, i partiti, le organizzazioni sindacali… Lei qua mi tira per i capelli ma io non me li lascio tirare, a questo punto la diplomazia sa dove me la infilo? E poi, oggi, è come sparare sulla Croce Rossa, ché è molto difficile difendere queste realtà oggigiorno, diciamolo. Le istituzioni? Ci sono quelli che non si fanno nemmeno vedere, sono contro la nostra lotta per principio: noi siamo solo dei rompicoglioni. Altri invece si fanno vedere, rilasciano una bella dichiarazione, si fanno fotografare e poi chi li vede più.
    I partiti? Dio mio… i lavoratori sono stati cancellati da anni nella rappresentanza politica, non contano più nulla… Lo sa quanti operai ci sono oggi in Parlamento? Uno, sì uno. Messo lì perché non è bruciato vivo come i suoi sette compagni. Lo sa quanti operai c’erano nel parlamento italiano-sabaudo all’inizio del Novecento? No? Beh, glielo dico io: Uno! Servono commenti?
    Ne abbiamo fatto di strada, eh? Veniamo da lontano e andiamo lontano… Ci ho creduto tutta la vita, che cosa ci ho guadagnato?
    I sindacati? Esistono perché si occupano d’altro, sono diventati delle agenzie di servizio: la compilazione del 740, le pratiche legali con l’Inps, gli sfratti, l’assicurazione, i viaggi. Fra l’altro, spesso con poca professionalità e molta presupponenza. Fanno tutto fuorché quello per cui sono nati: tutelare i lavoratori, difendere il lavoro, lottare, contrattare.
    Uno dei tre firma tutto quello che gli propongono così dimostra che è lui che ottiene i risultati. Il secondo cerca di differenziarsi e poi si accoda come sempre. Il terzo si astiene, si ritrae, non firma. Ma le idee? Possibile che a inventare queste forme disperate di lotta debbano essere gli operai con le spalle al muro e il plotone di esecuzione davanti?
    Cosa dobbiamo fare? Suicidarci? Buttarci giù dalla torre?
    Nel 2012 sono morti 1180 lavoratori, sicuramente una cifra in difetto. 3 morti al giorno, uno ogni 8 ore, uno ogni giorno di lavoro. In questa misura, sono “omicidi sul lavoro”, non "morti sul lavoro". È un incessante tributo di sangue che non accenna a diminuire.
    Ci dovremmo accordare fra di noi e invece di ammazzarci in estrema solitudine - uno a uno, operai e piccoli imprenditori – trasformare  questa cosa in un fatto collettivo: in “suicidi di massa per assenza di lavoro”, alla maniera delle sette religiose. Questa sì che sarebbe una notizia, ma forse faremmo un bel favore a molti, non le pare?
    Se siamo qui sopra significa che le abbiamo provate tutte ma senza risultato. Salire qui era l’unico modo per ottenere un po’ di visibilità per fare cassa di risonanza alle nostre rivendicazioni. Ma anche questa forma di lotta estrema si sta usurando. Quante torri come questa sono cresciute, qua e là in tutta Italia, in questo lungo inverno sociale? L’unico modo per finire sulle pagine dei giornali, nei notiziari televisivi ma poi non è nemmeno vero che finisca così perché fra i tanti funghi cresciuti sono sempre gli altri a scegliere. Tanti funghi non fanno una primavera e nemmeno una notizia.
    Come stiamo in salute? Finora reggiamo, abbiamo un medico di fiducia che ci viene a visitare e perfino una psicologa. Ma non creda che sia tutto così semplice, è dura e nella testa ci vengono certi brutti pensieri.
    Come trascorriamo le giornate? Beh, c’è molto da fare. Parlare con i giornalisti come sto facendo adesso con lei. Tirare su le vettovaglie. Eseguire le corvèe. Fare qualche esercizio ginnico. Qualche volta giochiamo a carte, ma solo se siamo all’ultima spiaggia. Leggere.
    Cosa leggiamo? Sergio legge dei romanzi gialli e ama l’enigmistica. Alfredo amava i fumetti, una vera esaltazione, ma ora si è affinato: Per impulso della sua ragazza che è una disegnatrice si è appassionato ai romanzi grafici o fumetti d’autore. Sono molto belli, sa? Piacciono anche a me.
    Io invece mi sono preso il tempo necessario per leggere i classici, quelli veri. L’Odissea e I promessi sposi. Del Manzoni conoscevo già delle sue poesie e La storia della Colonna infame. Il suo romanzo me l’avevano fatto odiare alle industriali. Non l’avevo più ripreso in mano ma devo dire che a parte il suo messaggio cattolico e romantico è un gran bel libro. Ora ho capito cosa voleva dire con “aver sciacquato i panni in Arno”, lui ha aggiornato la lingua italiana passando dalla lingua rococò del Settecento alla lingua che tuttora adoperiamo.
    Di Omero cosa debbo dire? Quanti migliaia di anni sono che lo stiamo  leggendo e non ci stanca mai? E poi, la nostra lotta, non è in fondo una piccola Odissea?

  • 06 agosto 2012 alle ore 20:08
    Vacanze al mare

    Come comincia: Vacanze al mare

    Eriberto Pototschnigh aveva ereditato dal nonno di origine slovena  l’impronunciabile cognome tanto che la gente, dopo un primo tentativo inequivocabilmente fallito, preferiva rivolgerglisi con il più accessibile nome.
    Era un tipo che amava scendere al mare di mezza mattina. Raggiungeva l’ombrellone che gli era stato assegnato, a testa bassa, con i giornali sottobraccio e uno dei suoi libri di poderosa qualità.
    Se era costretto buttava là un saluto al bagnino e tirava dritto. Mai una volta che si fermasse a parlare del più o del meno, ma non dava l’idea di essere un individuo altezzoso. Più che altro sembrava poco disposto a perdere tempo in ciance di scarso valore.
    Viaggiava verso la sessantina, quanto poco o tanto ci mancasse non saprei dirvi. Di una certa altezza, uomo di indubbia ma non sfregiante stazza, capelli bruni, due folte basette bianche. La chioma, con qualche spruzzata di grigio, approdava alle spalle per recuperare in lunghezza quel che in fronte l’incombente calvizie aveva iniziato a portarsi via.
    Un paio di occhiali Ray-Ban Aviator, marchio storico ma inequivocabilmente datato,  completavano l’effigie usuale.
    Si spogliava di maglietta e pantaloncini e li appendeva alle bacchette dell’ombrellone. Si sedeva sul bordo del lettino guardandosi intorno: una lunga occhiata al mare, ai suoi colori, alle sue movenze, al suo effluvio.
    Le sue mani subito si rivolgevano alla borsa da cui estraeva gli occhiali per la lettura, il pacchetto dei sigari e l’accendino. Si metteva in bocca un toscano, se lo accendeva esalando intorno a sé una nuvola di fumo non sempre apprezzata. A quell’ora, però, le sdraio della prima fila erano ancora spopolate. Lo so poiché mi è capitato di occupare anch’io le sdraio della prima fila, proprio accanto a lui. Una persona gentilissima, buongiorno e buonasera  non me li negava. Ma da un cortese buongiorno, ripetuto enne volte, non si sedimenta una conoscenza.
    A volte, preferiva la poltroncina alla sdraio più comoda per svolgere parte delle sue attività  che il periodo di vacanza dal lavoro non aveva saputo o voluto o potuto interrompere.
    Lo vedevo arrivare fino all’ingresso dei bagni in bicicletta, da solo. Oppure con un somigliante giovinetto sui dieci anni. Non l’ho mai visto in coppia con una donna, escluso quella volta in cui era accompagnato da una donna in età avanzata, probabilmente la madre.
    L’assenza femminile può essere spiegata in molti modi e potrei provare ad enumerarne le ipotetiche possibilità. Ma forse è meglio che lo faccia ognuno da sé, forse non è nemmeno essenziale.
    La vita delle persone ha spesso ritmi non simultanei e quindi perché pensare sempre alle cose peggiori.
    Mi sono trovato a riflettere sul lavoro che Eriberto poteva svolgere. Dall’uso non infrequente del cellulare e dalla presenza di documenti e tabulati nelle sue mani a cui dedicava un tempo cospicuo delle  giornate di mare ho immaginato che non poteva che essere un lavoro di concetto come si usava dire una volta, in un ruolo direttivo o manageriale.
    Anche i libri che leggeva erano enigmatici, perfino quando si esprimevano nel linguaggio di genere come le storie di avventura, i libri storici, le spy story o i noir. Ho buttato un occhio sul librone che stava leggendo: Iain Pears: La quarta verità, Tea 2010. Un libro di oltre 600 pagine, il cui ambientamento storico è quello dell'Inghilterra all'indomani della restaurazione della monarchia Stuart, nel 1664, curata nel dettaglio e valida non solo come sfondo, ma ne è parte integrante.
    Oxford, un luogo e un periodo di grandi fermenti politici, scientifici e religiosi. Un docente del New College viene trovato morto in circostanze misteriose. Una ragazza accusata dell'assassinio e condannata all'impiccagione. Quattro testimoni raccontano la loro "verità": un cattolico veneziano, Marco da Cola; uno studente in medicina, Jack Prestscott; un insegnante, matematico e teologo, John Wallis; uno studioso dell'antichità, Anthony Wood. Ma uno soltanto di loro dice tutta la verità.
    Ho letto differenti giudizi: sarà stata una lettura davvero avvincente?
    Con la tecnica regolarità di chi è avvezzo a contingentare le proprie attività secondo orari prestabiliti e programmati in anticipo, si immergeva in un lungo bagno al mattino dirigendosi al largo con uniformi bracciate. Il pomeriggio invece lo dedicava al figlio, sia nel nuoto che nei giochi di spiaggia come il ping-pong con un volano al posto dell’ordinaria pallina.
    A un certo punto mi sono accorto che i suoi sguardi si facevano prolungati e non erano rivolti al mare. Bensì a una donna, dislocata a qualche metro di distanza e pure lei nella prima fila, di fronte alla cui silhouette non si restava indifferenti. Da quel momento, la sua attenzione veniva rapita dall’entrata in scena di questa donna i cui tempi di spiaggia gli erano assai simili così come il periodo di vacanza: tarda mattina, tardo pomeriggio, l’intero mese. Una donna sola con due figli: un tredicenne già grandicello, moro e attraente come la madre e un altro di un paio di annetti a cui erano  indirizzati gli obblighi prioritari.
    L’immagine era di donna non comune, capelli lunghi, increspati e corvini, che lei si annodava al centro della testa con l’aiuto di un ferma-capelli di colore arancione a forma di fiore. Occhi scuri perennemente occultati da un paio di occhialoni di tartaruga, un viso affascinante, un corpo che, nonostante la recente seconda gravidanza, conservava una grazia che lei sapeva rivestire con costumi appropriati e di gusto. Gli occhi diritti sempre davanti a sé. Un portamento impeccabile, una perfetta abbronzatura.
    Aveva sempre dei copricostume leggeri, vaporosi e colorati ma mai vistosi, che indossava lasciando scoperto a turno uno degli omeri. Perfino le lievi imperfezioni  si trasformavano in giovamenti ulteriori, in arricchita  charme:  un neo fra naso e bocca, un nasino convesso alla Debra Winger, i lombi un po’, ma solo un po’, opulenti.
    L’ho visto, da quel momento in poi, anticipare l’arrivo in spiaggia non dovesse mai perdersi l’entrata in scena della splendida femmina a cui io pure non disdegnavo di rivolgere una sbirciata. 
    Mi accorgevo che le occhiate di Eriberto verso la bella signora erano ormai ininterrotte e gli era gravoso non renderle ancora più evidenti. Provava a ritornare con il pensiero, con gli occhi, con l’attenzione ai propri doveri in arretrato ma lo sguardo dai fogli dove si era abbassato tornava ad alzarsi e a girarsi nella di lei direzione.
    L’ho visto prendersi la testa fra le mani e rimanere lì, finalmente distolto, a pensarci sopra. Mi sono detto che non poteva essere solo quel carisma muliebre ad attrarlo. Doveva esserci qualcosa di più. Probabilmente gli ricordava qualcuno e mi sono quasi convinto che l’attrazione doveva scaturire forse da una somiglianza, da un preciso ricordo, da una fotografia scattata tanti anni prima: la foto di una donna del sud,  mediterranea, spagnoleggiante, quasi tzigana che sorrideva con sguardo intrigante verso la macchina fotografica.
    Non ho colto mai un tentativo di approccio, una qualche forma di avance. Nemmeno un ammicco di cortese saluto. Eppure, era palese il cambio di umore di Eriberto: come se da un passato lontano tornassero a rivivere ombre e luci, gioie e sofferenze di una grande passione degna del vigore della gioventù. Era sorpreso e infastidito, compiaciuto e incupito.
    Ora tornava ad accendersi per qualcuno, forse per nulla, in una stagione dell’esistenza in cui di solito ci si distanziava dalla furia dei sentimenti squassanti, dagli slanci tutto cuore poco cervello portatori sì di felicità al settimo cielo ma anche di sofferenze inaudite. Ora si accingeva a mettersi sulla graticola a fuoco lento per i giorni residui di villeggiatura.
    Tuttavia, l’ultimo giorno del mese ho visto il Signor Eriberto Pototschnigh avvicinarsi a quella donna, tenderle con garbo la mano, e proferire le seguenti parole: «Devo ringraziarla, gentilissima signora, lei non sa quanto la sua presenza mi sia stata di grande compagnia. I miei ossequi».
    Un lieve inchino del capo e già si era voltato per dirigersi a rapidi passi verso l’uscita. Lei non ebbe il tempo di replicare: rimase sbalordita, a bocca socchiusa, muta e assorta. Dopodiché abbassò gli occhi e tornò senza letizia ai propri legami.

  • 13 gennaio 2012 alle ore 0:31
    Il signor Lapo Mar

    Come comincia: Il signor Lapo Mar, da poco in pensione, è un uomo tranquillo che ha lavorato tutta la vita come un travet del ministero del tesoro, a causa del diploma di computista commerciale e di un concorso vinto quando ancora non c’erano le folle a dar l’assalto ai posti pubblici.
    Il signor Lapo Mar è un uomo moderato, non si è mai interessato di politica e il suo voto è sempre stato in perenne conflitto fra l’astensione e il partito dei conservatori. Gli scioperi se può li evita, se no si dà malato o si mette in ferie.
    Sfondare il picchetto? E perché mai, a rischio magari di prendersi qualche legnata da quei fanatici energumeni dei sindacati.
    Cattolico concordatario, come la maggioranza assoluta degli italiani, è il classico praticante da feste comandate. Scapolo, vive in una grande città del Nord Italia, in un appartamentino fra centro e periferia ora di sua proprietà, dopo aver acceso - e, per fortuna, anche spento - un mutuo trentennale.
    Legge un giornale fin dal giorno in cui venne fondato da un importante giornalista, famoso per turarsi il naso a ogni elezione.
    Quando quel toscanaccio, magro magro, essendo entrato in conflitto con la proprietà, se ne andò sbattendo la porta e ideando un altro quotidiano, il signor Lapo Mar diede fiducia al nuovo progetto ma nonostante la pregevole qualità quella sfida giornalistica non decollò.
    Questo fu nella sua vita il gesto di maggiore temerarietà ma, mesto mesto, tornò ad acquistare le antiche pagine, non fosse altro che per i titoli a caratteri cubitali.
    Il signor Lapo Mar non guida l’automobile, anzi non ha mai voluto prendere la patente. Ha sempre utilizzato i mezzi pubblici (treni, tram, metropolitane), qualche rara volta i taxi.
    Se si trova in vacanza gli capita talvolta di prendere l’autobus per recarsi in località limitrofe al luogo in cui è situato il suo albergo.
    Il signor Lapo Mar soffre, da qualche tempo, di una singolare affezione, ardua a raccontarsi, alle vie aeriformi superiori insieme a  uno dei cinque sensi: l’olfatto.
    Nel mentre che non riesce ad assaporare la gustosità e gli aromi di ciò che mangia e che beve (ma anche il profumo del dopobarba o del bagno schiuma della doccia e perfino dei fiori della riviera) gli succede con una certa frequenza di fiutare un pervicace odore di me…, ehm, di… letame. All’improvviso, quando meno se lo aspetta.
    Siffatti episodi gli si sono palesati in ufficio (quando ancora lavorava), sui mezzi pubblici, per la strada, leggendo il giornale o guardando la televisione. Quasi sempre quando qualcosa lo turbava facendogli salire il sangue alla testa o, come si dice,  volare la mosca al naso.
    I mezzi pubblici non sono quasi mai dei fulmini e non di rado gli è successo di attenderne l’arrivo. Le autolinee delle riviere estive non sfuggono all’assioma.
    Accade che un giorno, salga a una fermata un attempato signore e si rivolga all’autista con questa frase: «Per la Saar si vede che la puntualità è un optional…». Di colpo, l’autista blocca l’autobus, si alza in piedi e si mette a gridare: «Adesso chiamo i carabinieri».
    L’attempato signore non è per nulla turbato e invita l’autista a chiamare chicchessia, lui non ha nulla da rimproverarsi e l’autobus è in ritardo di oltre 10 minuti pur essendo il luogo di partenza a soli 5 chilometri. Una mora assurda.
    L’autista non chiama nessuno ma inizia a sproloquiare dicendo che lui è dalle 6.00 del mattino che sta lavorando (in quel momento sono le 10.50), da del tu in modo aggressivo al signore, poi all’analoga replica  del suo interlocutore si inalbera e intima che non gli si dia del tu.
    La gente alle spalle, quella stessa marmaglia che quando è in attesa alla fermata ne dice di tutti i colori, inizia a rumoreggiare. A quel punto, l’autista inscena la finta di sentirsi male, scende dall’autobus e cuore alla mano si sdraia sulla panca della pensilina, una parte degli astanti si butta a sorreggerlo e, nello stesso tempo, si mette a insultare l’attempato signore che risponde a tono con la forza che gli viene dalla ragione. C’è chi vuole chiamare il 118 (l’autoambulanza) ma chissà perché nessuno mette in pratica questa ulteriore sceneggiata. Perfino, le grasse donne africane dagli abbigliamenti sgargianti che vendono le loro mercanzie sulle spiagge della riviera si permettono di redarguire in malo modo quel signore.
    L’autista agonizzante in un paio di minuti si mette in piedi e, sulle sue gambe, risale in autobus e riparte, ottenendo pochi applausi a scena aperta. Nessuno è morto, non è successo niente, alla fermata successiva gli utenti che attendono guardano l’orologio e quando salgono lanciano qualche critico commento, a bassa voce, all’indirizzo dell’autista.
    Fu in questa occasione che iniziò a spandersi alle narici del signor Lapo Mar quello strano olezzo di fogne a cielo aperto che, seppure in modo meno accentuato, gli era già capitato di avvertire.
    Le precedenti volte, bisogna puntualizzare, il fetore non sembrava così invasivo, le folate erano parziali, momentanee.
    Gli accade di sfogliare il quotidiano, come ogni giorno, e di imbattersi in servizi e notizie che lo mettono per lo meno di cattivo umore fino a doversi interrogare sul senso di un acquisto la cui lettura dovrebbe fornirgli conferme e invece lo angustia in un ininterrotto disappunto.
    Cosa dire di tutti quei poveri cristi che, sugli sfasciati barconi della speranza, fuggono dalle coste nordafricane lasciandosi alle spalle conflitti epocali e carestie, scontri tribali e tirannie? Migranti che mettevano in gioco se stessi, alla ricerca di una vita degna di essere vissuta, il più delle volte rimettendoci la ghirba, spesso a poche decine di metri  dall’approdo sicuro.
    Come si fa a non imbizzarrirsi all’ascolto delle canagliesche fesserie di chi per frenare l’invasione vorrebbe che gli si sparasse contro?
    Ci sono poi le peculiari occasioni in cui la lettura di scoop odiosi e privi di qualsivoglia deontologia professionale - tanto da fruttare al direttore del giornale periodi prolungati di sospensione dall’attività giornalistica - gli procurano quell’irritante fastidio all’olfatto che si protrae ben oltre la schifata chiusura delle pagine.
    Accade così ogni volta che qualcuno alza la voce per niente, solo per sparare raffiche di idiozie.
    Il signor Lapo Mar, la cui timidezza già è un ostacolo insormontabile per ogni tentativo di entrare in confidenza, vorrebbe potersi confrontare con altre persone sul fenomeno, per verificare se solo a lui succeda di essere oppresso da simili puzze.
    Il tema è oltremodo imbarazzante e non si presta ad agevoli scambi di opinione con i vicini di ombrellone.
    Intuisce che non sembra accadere agli altri ciò che accade a lui:  nessun segnale fra quelli che si prestano a essere interpretati come forte disagio, naso proteso alla sniffata schifiltosa, sguardo perso e interrogativo, occhio a palla che, circolare e prospettico,  ispeziona e indaga senza trovare una valida risposta.
    Solo una volta accadde che sulla spiaggia, espliciti commenti a voce alta si rimpallassero da ombrellone a ombrellone, da una fila di sdraio all’altra, sulle maleodoranti folate di “Ligusta Spurghi” che persistevano in quel lasso di mare. Questa volta però, al contrario degli altri bagnanti, il  temprato naso del signor Lapo Mar non percepì nessun cattivo odore.
    A osservare quello che succedeva sulla spiaggia attorno a lui, fra i lettini e gli ombrelloni, non ci voleva che uno storto niente affinché si diffondesse a grandi zaffate una fortissima esalazione di feci e altri miasmi escrementizi.
    Una ragazza che il ciel l’aveva fatta scampare in tenera età a un brutto  malanno ma non fu altrettanto benigno quel cielo con la sua figura lasciandole in dote un corpo sgraziato di cicatrici e di ossa non ricomposte a misura, una voce stentata e gutturale, idem per il volto di cui si salvavano solo gli occhi vivaci e alteri, neri e fieri, e una massa di capelli scuri dalle lunghe ciocche che lei soleva sciogliere per isolarsi dal mondo, dopo essersi infilata nei timpani le magnanime cuffie di un ipod.
    Andare a bagnarsi neanche a parlarne e, ogni volta, era una lite con gli anziani genitori che la sollecitavano per il suo bene - con le buone o con le cattive - a farsi del male, confiscandole il suo prezioso dispensatore di armonia e di sogni ingannatori per obbligarla ad immergersi insieme a loro nell’attiguo specchio di mare.
    Dall’incontrollato effluvio di cloaca a cielo aperto da far invidia agli analoghi lezzi durante gli angusti camminamenti nella medina di Fes, il signor Lapo Mar - un giorno - perde i sensi e cadendo rimane  a terra come morto.
    Accade, come se, in una sola volta fossero insorte tutte le chiaviche universali che, stufe, di essere sottoposte a intasamenti fecali - da sera a mane - decidevano di ribellarsi e reagivano spandendo effluvi esiziali per l’aere, ammorbando il naso agli individui reattivi.
    Si risveglia, è in un letto d’ospedale. I medici sono circospetti e reticenti, come capita ai medici. Tutto è bianco, pulito, asettico ma il  puzzo di merda non l’abbandona.
    Il signor Lapo Mar, ora, è a colloquio con un luminare che in piedi - con una bacchetta in mano e un tono professorale da autentico luminare - gli confida che come metodo lui ha quello di raccontare “tutto” al paziente. Al luminare, inoltre, piace essere comprensibile. L’olezzo diviene vomitevole.
    «Le modificazioni della funzione olfattiva possono essere di due tipi:
    1. Qualitative
    Parosmia o allucinazione olfattiva: percezione di un odore che non esiste nell'ambiente;
    Cacosmia o percezione erronea di un odore reale che viene sempre percepito come sgradevole.
    Le alterazioni qualitative dell’olfatto possono comparire nelle sinusiti (acute e croniche ), nei corpi estranei nasali, nelle tonsilliti criptico  caseose, nelle bronchiti, in alcune affezioni gastriche ed epatiche, nel diabete grave, nelle affezioni del sistema nervoso centrale (sifilide, tumori del cervello, ecc. ecc.).
    2. Quantitative
    «L'iposmia e l'anosmia, ovvero la diminuita percezione degli odori, possono dipendere da varie cause e concause ma, nel nostro caso, da processi morbosi, neoplastici o degenerativi, del sistema nervoso centrale.
    L'Iperosmia, ovvero l’aumentata percezione degli odori, può dipendere anche questa da malattie del sistema nervoso centrale.
    La possibilità di un recupero della funzione olfattiva è però in ogni caso in diretto rapporto con l'entità del danno subito dal recettore, che è costituito da cellule nervose perenni e quindi non rigenerabili.
    L'area olfattoria centrale è connessa con varie strutture del sistema nervoso centrale tra cui il talamo, l'ipotalamo, il mesencefalo, il ponte, il bulbo, il midollo spinale. Questo fatto spiega le numerose attività riflesse  legate alla percezione degli odori. Tutto chiaro?».
    «???», il Signor Lapo Mar è visibilmente dubbioso ma il luminare non se ne cura e prosegue diritto alla meta. Alle spalle del medico c’è una grande lastra del suo cranio. Con l’asticciola il luminare gli mostra una macchia nera che dal sistema nervoso centrale si irradia, dal bulbo olfattivo, poggiante sopra la lamina cribrosa nella fossa cranica anteriore, attraverso il nervo verso le vie nasali.
    Gli dice che ha un carcinoma cerebrale al 5° stadio. Maligno e inoperabile. Aspettative di vita? Effimere. Cure? Palliative.
    Stia certo che le offriremo  cure adeguate, non deve preoccuparsi. Altre domande?
    Il Signor Lapo Mar ne ha in mente una ma non la espone. Perché, fra tutti gli odori molesti, proprio quel tanfo ossessivo di merda? Del resto, cacosmia già di per sé la dice lunga su quello che ci si deve aspettare. Ma i motivi?
    Era come se tutte le discariche, le fogne, i depuratori, i pozzi neri, le cloache, i tombini, le condotte decantatorie, i chiusini e i collettori del pianeta avessero smesso di funzionare e, invece del fango tipico delle alluvioni, l’elemento trascinante fosse il liquame da fognatura e tutto si scaricasse in mare il cui colore azzurro se il cielo è azzurro, a mano a mano, si convertiva in ripugnante marroncino. Come se, di fronte a tutto questo, si fosse adunata lì tutta la nausea e il disgusto del globo terraqueo.
    L’autorità sanitaria non gli avrebbe fornito una spiegazione esauriente, quella delucidazione che invece il signor Lapo Mar, tardivo analizzatore dei fatti di questo nostro mondo, sul finire della propria esistenza forse avrebbe saputo darsi da sé.

  • 10 marzo 2011 alle ore 10:17
    Un sogno operaio

    Come comincia: Quel reparto in quanto tale non esiste più, da molti anni. Svuotato di impianti e di persone è stato trasformato in un magazzino di approvvigionamenti della linea Ut. A regime, lì dentro, nel grande salone centrale lavoravano a turni oltre 1500 persone: attrezzeria, macchine transfert a controllo numerico, trapani, trance, presse, piegatrici, tornî automatici e semiautomatici, frese, puntatrici, banchi di controllo e di montaggio. Ai lati del grande capannone, la termoplastica, la manutenzione, la galvanica, il magazzino. Era la prefabbricazione, il cosiddetto Prefa, reparto delle produzioni metalliche necessarie alle centrali di commutazione di tipo elettromeccanico. Eppure dagli stessi anni - anzi no, dapprima - ritorno spesso in quel grande capannone, nottetempo, alla ricerca della mia sala di tornî e di frese, la mitica 1148. Sono assente ormai da troppo tempo e ho sempre il patema d’animo per come potrei essere accolto dai miei compagni di lavoro che invece sono sempre lì, laboriosi e caciaroni. Mi guardano, mi sorridono e mi salutano con gli occhi e mai che da una voce salga un rimprovero, una presa in giro. É rarissimo che io mi fermi, lambisco i confini del reparto e mi allontano per risolvere qualche altro problema sindacale. Loro non chiedono mai nulla, sanno che le novità - se ci fossero - gliele avrei già contate da me. La garanzia per loro é che io ci sia e che mi ricordi della loro esistenza. Mi é successo, per la prima volta, che un operaio senza volto mi contasse un sogno dentro il mio sogno. Mi invitò a entrare nel suo laboratorio, una stanza con finestroni che, dal primo piano, davano sul verde, e banchi di lavoro, appoggiati ai muri dirimpettai, sopra cui erano disposti gli strumenti del mestiere. Discosto, un grosso impianto in metallo di colore verde ne completava la gamma. Un luogo che non ricordavo di aver mai visto sebbene la struttura mi rimemorasse le aule della vecchia scuola aziendale, prima della ristrutturazione. L’operaio che mi aveva accolto indossava la tuta in giacchino e pantaloni blu. Non mi raccontò del suo specifico lavoro né della mansione a cui era adibito. A occhio e croce, poteva avere la qualifica di operaio specializzato provetto o, addirittura, quella di categoria speciale. Al mio interlocutore premeva narrarmi un’altra storia. Debbo ammettere che la mia attenzione, pur essendo tutto un po’ sfumato, fu subito attratta dalle pareti su cui erano appese teche in legno strette e bislunghe dentro cui faceva impressione una lunga sfilza di cd musicali con tante copertine multicolori, contrassegnati da un numero progressivo. Di questo mi voleva parlare e me ne parlò. Lui suonava la chitarra, con una certa maestria, da molti anni ormai. Sfornava un cd a proprie spese ogni anno e ne erano trascorsi ben 17. Nel suo carniere ne aveva una ventina e la sfasatura era spiegata dai cd speciali per straordinarie occasioni e da un “greatest hits”. L’operaio ogni anno, da 17 anni, inviava il suo cd all’Ufficio Risorse Umane dell’azienda. Non chiedeva nulla nella lettera che accompagnava la spedizione, solo i saluti di prammatica e i propri dati di riconoscimento aziendale. Non ricevette, per anni,  alcuna risposta ma non si diede per vinto: ogni anno, a disco nuovo, effettuava la solita spedizione. Il decimo anno, gli arrivò con la posta aziendale una lettera in cui un tal Vattelapesca lo ringraziava a nome dell’azienda per il dono ma pure gli sentenziava che la società non aveva nel suo “core business” nulla che si avvicinasse al campo musicale. L’operaio ripose il nuovo cd nella teca del reparto, aggiunse con un pennarello il numero progressivo e l’anno e tornò ad applicarsi al proprio core business lavorativo. Trascorso un anno, la sua fervida inventiva si esplicò in un certo numero di brani musicali per un nuovo cd che, appena stampato, inviò per posta interna al solito Ufficio Risorse Umane. Due anni prima, al quindicesimo anno, gli arrivò un’altra lettera che lesto mi mostrava. Un altro Vattelapesca lo ringraziava di nuovo a nome dell’azienda per il dono, gli rimemorava che la società non aveva nel suo core business nulla che si avvicinasse al campo musicale e gli suggeriva una serie di indirizzi a cui sarebbe stato più consono spedire il risultato del suo ingegno armonioso. Si trattava ovviamente di informazioni minime che ogni buon musicista conosceva a menadito, a cui probabilmente era ricorso più di una volta. Gli anni successivi, senza demordere, a nuovo cd nuova spedizione. Mi diceva poco convinto: <<Capiranno prima o poi se non...>>, <<son tarlucchi!>> toccò a me concludere. L’operaio non fu mai chiamato a colloquio, nessun megadirigente  si  sognò di effettuare un’indagine per comprendere se e quanto l’operaio fosse appagato nella sua specifica mansione e gratificato nel proprio ambito lavorativo. A fronte delle 17 lettere in 17 anni che ti arrivavano in bottiglia, le tre letterine aziendali non spiccavano per sagace intuito e per efficace gestione di una risorsa umana. A me la morale del sogno, anche nel sonno, é stata subito chiara.

  • 16 febbraio 2007
    Giuseppino derubricato

    Come comincia: Il sordomuto Giuseppino, a onta del suo nomignolo, era più grosso che grande e - dopo mensa - appoggiava braccia e testa sul bancale e indisturbato schiacciava un fragoroso e arrembante pisolino. Lui si sentiva protetto mentre le operaie d’intorno senza infastidirlo riprendevano il lavoro.<br /> <p> Gli strateghi delle “Human Resources”, avendo sempre mal digerito la legge sull’assunzione obbligatoria di una quota di portatori di handicap, a cui spettava l’istituzionale compito di trovargli un’attività compatibile con la sua condizione che soddisfacesse lui e non fosse in perdita pura per l’economia aziendale se ne sono bellamente disinteressati.</p> Per anni ha lavorato come manovale e la sua mansione, quando la produzione meccanica contava tanto, consisteva nell’andare avanti e indietro con un carrello a mano su cui trasportava del materiale grezzo dai magazzini ai reparti, da un reparto all’altro per approvvigionare le linee di produzione.<br /> <p> Quando la Grande Strategia Aziendale sancì che come oscuro numero doveva essere trasferito in un’altra unità produttiva, a molti chilometri da qui, Giuseppino ha perso - in una volta sola - una fabbrica, un reparto, una casa, una famiglia, un sonno tranquillo.</p> Gli strateghi delle “Human Resources”, in applicazione della Grande Strategia Aziendale, l’hanno destinato come oscuro numero all’ennesimo non-incarico in un capannone vuoto, freddo e già in stato di abbandono.<br /> <p> Volutamente ignorato dai Grandi e Piccoli Strateghi, derubricato dall’Assistenza sociale, privato delle sue abitudini, isolato dalla sua comune compagnia, recarsi ogni giorno al non-lavoro gli era diventato sempre più penoso.</p> Un mattino ha tolto il disturbo e, non levandosi più dal letto, si è lasciato derubricare dalla vita.

  • 14 febbraio 2007
    Priapo ardimentoso

    Come comincia: Io non ce l’avrei mai fatta, lui invece non se ne curò per nulla. Prese la parola, nel corso di una riunione plenaria del CdF, perfino con la fila mancante, sopra e sotto, di canini e incisivi per una drastica cura odontoiatrica. Più che un discorso sembrò uno zufolare intermittente ma lui tirò diritto e riuscì a pronunciare un coraggioso e seguito intervento. Quantunque sdentato si comportò da leone. Al suo posto mi sarei rintanato. Una volta accadde che mi si scheggiò un canino e, in attesa dell’appuntamento ricostruttivo, mi vergognavo come un cane in un paese arabo. Lui no. L’ardimento e l’intraprendenza non gli facevano difetto e lo hanno tratto d’impaccio in plurime occasioni. Erano una componente essenziale del legaccio con cui, fra l’altro, accalappiava un sacco di femmine. Di rimando, lui sosteneva - ingannandosi alla grande - che io non fossi da meno. Addirittura che ne lanciassi due di corde, mica una, affinché non potesse andarmi mai buca. Non buttando bene al primo colpo, avrei agganciato senza meno al successivo tentativo. Mi venne a cercare un giorno in mensa: aveva deciso di andarsene dalla fabbrica per intraprendere nuove esperienze. Mi portò in dono la borsa blu della Fiom (la conservo tuttora, dopo averla a lungo adoperata): parte della dotazione in omaggio ai congressisti che gli avevo a suo tempo invidiato. Ebbe a confidarmi che avrebbe fatto due soli regali, a persone che per lui avevano molto contato: una figura storica del vecchio Pci aziendale e io. Ne fui lusingato. Qualche tempo dopo tornò a intervistarmi per un periodico della Jackson in cui ricopriva le mansioni di redattore capo. Se di ardimento si è visto, non si comprende cosa c’entri tutto questo con il mitologico titolo. Finora. Raccontar di cose riportate non è mia abitudine. Sono stato a tal punto “fuori dai giri” e alieno a mormorazioni e dicerie che dell’intrecciarsi e sciogliersi di amori, di conquiste e abbandoni, di scornamenti e cornificazioni, risa e pianti, fortune e tragedie - quando non mi coinvolgessero in prima persona - ne restavo all’oscuro. Si propagò, tuttavia, una voce su di lui. Meglio, su una delle sue componenti anatomiche. Messa in giro senza pudore da qualche sua antica fiamma, lo descriveva di proporzioni spaventose. Priapesche, appunto.

  • Come comincia: “Libero” era la persona più onesta e idealista che ho conosciuto. Ne ho incontrati pochi come lui: il mio amico “Aquila”, “Nicola” il professore e pochi altri. “Libero” non pensava al dopo, ai programmi, ai posti da arraffare. Lui diceva che la guerra era finita e avevamo vinto. Poteva bastare.
    Perché è interessato tanto a lui? Per un libro che deve scrivere sulla sua vita? Ah, ecco.
    Io in montagna coi partigiani non ci volevo andare. Non ero d’accordo. Stavo con quelli della “Repubblica”. Sulla Linea Gotica, ero servente in una batteria di obici della Wehrmacht.
    Quando abbiamo visto arrivare i tanks che facevano tremare le case, si è capito subito che c’era poco da fare. C’erano quelli che strisciavano di lato ai carri armati e, al momento giusto, saltavano sulla corazza e buttavano una bomba, attraverso il portello, nell’abitacolo. Io no, non mi ci provavo: se quello sbandava finivo schiacciato sotto i cingoli.
    Mi hanno dato 5000 lire, un moschetto e 30 colpi per fare il cecchino in una Firenze ormai caduta in mano agli inglesi. Ma io non l’ho fatto perché mi sembrava assurdo. Però le 5000 lire me le sono tenute. Appena gli altoparlanti gracchianti sull’automobile del CLN invitarono alla resa e alla consegna delle armi mi sono presentato e in cambio di pallottole e fucile ho ricevuto altri soldi.
    Avevo un amico tra i partigiani, un amico fraterno. Lo è stato tutta la vita, dalla scuola elementare fino a cinque anni fa.
    Deve sapere che, in un periodo in cui non c’era quasi più niente che andasse bene, funzionavano invece le linee telefoniche. Io e lui, il suo nome da partigiano era “Aquila”, ci telefonavamo spesso. Le rarissime volte che venivo in licenza ci incontravamo in una sorta di terra di nessuno. Lui nei suoi stracci partigiani, io in camicia nera.
    C’era un patto non detto fra noi, l’uno sarebbe intervenuto, in caso di bisogno, in aiuto dell’altro.
    Più passava il tempo e più il mio amico mi stringeva dappresso: <<Ma che fai ancora lì? Vieni su con me, non ci tieni alla pelle? Guarda che se ti prendono, ti fucilano e io sarò il primo a spararti …>>.
    Non intendevo ragioni ma all’arrivo degli americani, a seguito dello sfondamento delle linee difensive adriatiche, nel tardo autunno del 1944, mi decisi a salvare la ghirba. Mi sono ritirato con i tedeschi fino a Bologna. Da lì, in treno, sono arrivato a Milano.
    Giunto a casa, sono salito in montagna anch’io. Come vede, sono un partigiano dell’ultima ora. Per quei tre mesi ho maturato il diritto al Premio di smobilitazione, una bella cifra ai tempi, in cambio delle armi che avevamo in dotazione. Non solo, quando si è trattato di accertare la durata del mio partigianato, per la mano che mi sono ferita in un’azione militare, mi hanno raddoppiato d’ufficio il periodo di riconoscimento. Sarebbe valso ai fini pensionistici.
    Un maresciallo del Distretto che mi conosceva bene però si mette a sbraitare che a me il premio dovevano darlo doppio, visto che avevo combattuto anche con la “Repubblica”. Bastardo, non erano tempi tranquilli e serviva poco perché saltasse la mosca al naso a qualcuno.
    Pensi che quando ero partigiano un proiettile vagante mi ha colpito qui, poco sopra la caviglia. Chi è stato? Chi può dirlo. Magari uno a cui non andava giù il mio trascorso repubblichino e, in un modo o nell’altro, me la voleva far pagare.
    Quale “azione militare” mi chiede? Fra un attimo gliela racconto, è davvero curiosa, vedrà.
    Prima ero tra gli alpini, in Francia. Avevo 19 anni, sono del ’24, sa? Di stanza a Besançon. Venivamo in Italia per i rifornimenti. Ero insieme a un sergente maggiore. C’eravamo approvvigionati di un sacco di prelibatezze. Nel viaggio di ritorno, ci vediamo venire incontro una caterva di militari italiani sbandati. Gli chiediamo dove stessero andando e loro: “Come? Non sapete che la guerra è finita e il governo italiano ha firmato l’armistizio?>>. Era l’8 settembre.
    Ci hanno portato via ogni cosa. Tornati in caserma, la troviamo vuota e svaligiata di tutto punto. Non sappiamo cosa fare e, in quel mentre, sopraggiungono i tedeschi.
    Il sergente maggiore quando li vede entrare si mette sugli attenti, io lo imito seduta stante, e grida alzando il braccio destro nel tipico saluto: <<Heil Hitler>>. Il suo gesto ci ha salvato dalla deportazione, insieme alla giustificazione che - in disaccordo con le decisioni del governo italiano - eravamo rimasti lì in attesa dei nostri camerati tedeschi. L’impressione fu cospicua e gli ufficiali ci strinsero perfino la mano. Rientrammo perciò in Italia su un comodo treno, aggregato alla truppa alemanna, affinchè potessimo - giunti a destinazione - porci al servizio del ricostituendo esercito della Repubblica di Salò.
    Era giunta notizia che lungo il lago grande si stesse muovendo, in ritirata strategica, una colonna motorizzata di tedeschi e fascisti al comando del Colonnello Sturm, un boia dicevano. Bisognava rendersi conto di quanti erano e come fossero armati, se si voleva organizzare un attacco adeguato. L’unico modo era andare a vedere di persona. Nessuno sa decidersi. Sa cosa viene in mente a “Libero”? Mi chiama e mi fa: “Tu sai guidare la moto, no?”. Assento e lui “ma la sai guidare bene?” e io di rimando: “Certo, ho anche partecipato a delle gare”. Detto fatto, si parte. Io guido, lui di dietro. A rotta di collo scendiamo in città, non c’è in giro un cane di nessuno. Scorgiamo i fascisti presso l’imbarcadero mentre stavano prendendo il battello per raggiungere l’altra sponda. Rapidi invertiamo il senso di marcia, con il cuore in gola. Non sono pochi e qualche fucilata ce la possono tirare da lontano. Imbocco la strada che porta al municipio ma nell’ultima curva, per la troppa emozione, sbando e andiamo a cozzare contro il muro.
    “Libero” si rompe la gamba e bestemmia come un turco “porco di qui porco di là”, io mi ammacco una mano. Un ragazzo si presta lesto a nascondere la moto nel cortile del comune e mi aiuta a sorreggere “Libero” fino all’ospedale che, fortuna vuole, è solo a cinquanta metri di distanza. Era il 25 aprile.
    Dalle finestre del nosocomio vedremo, più tardi, transitare la Colonna Sturm. Armata fino ai denti, non finiva mai. Nonostante ciò, alla fine, sarà costretta alla resa.
    La moto era mia, una Guzzi 500. Apparteneva in origine a mio nonno. Non l’ho ritrovata più.
    Qualche giorno dopo l’incidente, mano ammaccata o no, accompagno “Libero” dall’ospedale cittadino alla Ca’ del Picàsc in collina. Con il cappello da alpino senza piuma, avvolto in una coperta militare, dentro al sidecar che guidavo - nonostante tutto - ancora io. Il suo volto, sofferenze a parte, non era dei più festosi. Dopo l’incidente però devo dire che non l’ho sentito recriminare più.
    Si può dire che sono diventato famoso alle spalle di “Libero”. Come l’unico che era riuscito, senza l’intenzione, a rompergli una gamba.
    Ci sono stati dei partigiani di una brigata concorrente che mi hanno detto, fra il serio e il faceto: “Gli hai rotto una gamba? Bene, ma se lo accoppavi era meglio”.
    Capito l’antifona? Perché “Libero” era una persona onesta, retta, che pensava con la sua testa e le persone così procurano grattacapi e mal de cô a molti.
    Anche con la gamba ingessata, ha voluto esserci alla sfilata milanese di fine aprile. Ci siamo andati su un’auto che guidavo sempre io, una Fiat 1550 - quella col muso lungo - sopra la quale, insieme a “Libero”, hanno preso posto il comandante militare e il commissario di brigata.
    Lui il suo libro lo stava scrivendo, negli anni del dopoguerra.
    Prendeva appunti. Ne ho letto una parte, quella dell’incidente di moto,
    già battuto a macchina. Sarà stato il 1950.
    Il titolo avrebbe dovuto essere: “Il partigiano”. Gli avevo detto di aggiungere la parola “fallito”.
    Non è poi uscito il suo libro? No? Non lo sapevo. Se non glielo hanno stampato, vuol dire che dentro c’erano scritte cose che davano fastidio a più d’uno.
    Il mio nome da partigiano? Cicci. È poco reboante, vero? Era il modo con cui tutti mi chiamavano dapprima. Sarebbe stato meglio soprannominarmi “Anguilla” come dice il mio genero, visto il modo con cui ho schivato i guai.
    Quando ero nelle Brigate Nere ho preso parte ad alcuni rastrellamenti: alcuni cruenti, altri no. Ho sparato, certo. Se ho colpito qualcosa o qualcuno non glielo saprei dire.
    No, tra i partigiani non ho partecipato a nessun combattimento. Lì funzionava che il capo sceglieva lui i più esperti e audaci e quelli, in quanto tali, non si tiravano mai indietro. Oppure si faceva, per alzata di mano, su base volontaria. Chi si offriva era lui ad andare in missione. Finchè ce n’erano a offrirsi come primi per farsi avanti c’era sempre la prossima occasione, non le pare?
    Comunque, Anguilla o meno, almeno uno l’ho tolto di mano alle grinfie della morte, quando già aveva le spalle al muro.
    Far cambiare idea ad “Arf”, un partigiano di quelli cattivissimi, era impensabile. Tanto più quando si metteva in testa di regolare per le spicce i conti con qualcuno. In questo caso, era un giovane maestro elementare, nipote dell’arciprete, adattatosi a conservare il posto durante gli anni della “Repubblica”.
    Fra l’altro, sapevo che si era prestato più di una volta a passare utili informazioni ai partigiani. Mettersi di mezzo però era impossibile, “Arf” non ci metteva né uno né due a sbattere anche te davanti al plotone d’esecuzione. Allora, sa che faccio? Corro in canonica ad avvertire il parroco che se non si sbriga può anche mettersi a piangere il nipote. E lui, in tutta fretta, accorre. In un modo o nell’altro riesce a portarselo via sano e salvo, lasciando “Arf” a bocca asciutta.
    “Arf”, un bel nome, nevvero? Cosa le fa venire in mente?
    Me la sono vista brutta tante volte ma sono ancora qui. La vita è una sola: si deve tenerla da conto. A un capitano della Milizia che ci incitava alla battaglia ho replicato: “Vada lei avanti per primo a farsi ammazzare da quei carri armati …e quello, agitando la rivoltella, con la bava alla bocca mi grida “sei un vigliacco … io ti faccio fucilare …”. Però, avanti, non c’è andato manco lui.
    Con la moglie si può discutere, litigarci, ma quando si sta insieme per cinquant’anni … lei capisce.
    Lei diceva che mi ero comportato da vigliacco. “Sì - le rispondevo - ma sono ancora vivo. Se fossi morto non sarei qui con te”.
    Io sono un ateo ma l’anno scorso - quando ho avuto una crisi renale da cui sembrava non sarei riuscito a svangarla - sa cosa ho fatto? ho pregato, pregato Dio perché non mi facesse morire.
    La vita è un bene che molti non sanno nemmeno che cosa sia. Quelli che ne sono consapevoli, di fronte alla morte, sono i più sereni, i più in pace. Ci vuole coraggio a vivere, ce ne vuole uguale a morire.
    Ho assistito a una sola fucilazione: non erano partigiani ma due sbandati. Di fronte al plotone d’esecuzione, uno piangeva, si lamentava, implorava tremando tutto. L’altro, nemmeno una piega: una mano in saccoccia e la sigaretta in bocca, solo un po’ aggrottato. Come se la fucilazione imminente non lo riguardasse, non fosse stata predisposta per lui.
    Mi chiede se duole? No, è una vena doppia. La tocco per sentire la scossa, tocchi, tocchi anche lei, è come un fremito elettrico. Se non lo sentissi, il medico mi ha detto che non sarei qui.
    Lei mi chiede se “Libero” avesse altri amici e io le rispondo che no, non ne aveva. “Libero” era famoso, conosciuto, il partigiano più conosciuto della zona e sa il perché? Perché era coraggiosissimo.
    Un giorno sa cosa combina? Vede arrivare un tedesco in bicicletta, gli intima l’alt con lo sten e lo trascina in un boschetto per farlo prigioniero: merce ambita per gli scambi con altri partigiani imprigionati. Subito dopo però vede arrivare una nutrita pattuglia di tedeschi. Se gli spara, è finito. Se quello grida, è finito lo stesso. Allora, sa cosa fa? Lo strozza, sì, lo strozza con le sue mani. Cos’altro avrebbe dovuto fare? Ma, lei, ci sarebbe riuscito?
    Era coraggiosissimo e molto conosciuto ma amici no che non ne aveva. Per il motivo che le ho detto prima.
    Se si è onesti non si guarda in faccia a nessuno e i primi da cui si pretende di più sono proprio gli amici. Senza trarci profitto. Ai più chi glielo faceva fare?
    L’amicizia è tutto. Sono andato perfino a prenderne uno di amico che era stato infognato nel campo di Coltano, presso Pisa. Uno dei tanti fascisti finiti lì dentro in attesa di destino. Di un destino che ne sapesse ricostruire le gesta: per scarcerarli o per punirli. Campa cavallo che l’erba cresce.
    Ai Soldiers americani di guardia non gliene importava nulla. Di fronte alla richiesta nominativa e ai motivi che mi inducevano ad essere lì per riportarmelo at home, rispondevano monotoni: “Ten dollars”.
    Il prezzo per la libertà era stracciato per certuni e inaccessibile per altri.
    Finita la guerra, c’era chi parlava di cambiamenti, si agitava e pensava alla rivoluzione, tutte cose che non facevano per me. Io no, io e il mio amico “Aquila” - a fine maggio - ce ne siamo andati in macchina verso Rimini a divertirci. È bella la vita, sa?