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Autore

Maurizio Cannavò

in archivio dal 29 nov 2011

19 giugno 1947, Roma - Italia

mi descrivo così:
Sono sposato, ho una figlia di 35 anni, sposata a Genova, con due bambini che sono i miei nipotini, un maschietto di 5 anni ed una femminuccia di 3 anni. Mi piace scrivere perché provo un grande piacere e mi aiuta molto a riflettere. Scrivere mi ha sempre dato gioia.

29 novembre 2011 alle ore 15:32

Uro il preistorico

Il racconto

Nel museo preistorico c’era il grande esemplare di Uro, il  grande antenato dei bovini,  era un toro enorme dalle corna gigantesche,  ricostruito sulla base delle scoperte fossili che via via si erano seguite nei secoli. Uro aveva un aspetto sicuro, come di un grande progenitore che avesse coscienza del suo ruolo nella preistoria e se ne volesse vantare davanti al pubblico dei visitatori del museo.
Per lo più il museo era visitato da gruppi di studenti, erano gli alunni delle scuole medie il numero maggiore dei visitatori, poi c’erano gli studiosi, sia gli  archeologi che gli storici, e Uro se ne stava fiero a mostrare tutto il suo fisico possente, la sua dentatura eccellente, la sua schiena forte, il suo zoccolo duro, la sua coda forte.
Nonostante questa forza  gli studenti non avevano paura di Uro, si erano abituati alle ricostruzioni degli animali preistorici, il museo mostrava anche esemplari di dinosauri, di tartarughe giganti, di mammut. Uro non era certo  uno di cui preoccuparsi, che mettesse molta paura. E bisogna dire che la statua, se così possiamo chiamarlo, era un pochino annoiata da tanta indifferenza nei suoi confronti. E lo spirito di Uro, che stava ancora nella statua, sentiva una forte sofferenza. Si sentiva imprigionato in quella ricostruzione da museo e sentiva la mancanza di timore reverenziale nei suoi confronti. E ricordava quando era il padrone delle praterie, quando lanciava il suo grido di guerra terribile, quando insieme alla sua mandria percorrevano le vallate a passo di carica ed al suono dei loro zoccoli duri.
Però tra gli studenti ce n’era uno che veniva spesso a guardarlo ed Uro si accorse dell’assiduità e sottilmente lo interrogò con lo sguardo e lo studente gli fece capire che era il suo gigante preistorico prediletto, che  insomma lo studente lo preferiva agli altri abitatori del museo, che lo guardava non solo con attenzione ma provava una qualche emozione segreta nel guardarlo. E Uro cominciò a compiacersi, e gli voleva mostrare la sua riconoscenza, ma purtroppo gli mancavano i modi, se non lo sguardo che sembrava fisso nel vuoto ma che lui usava per guardare dentro nei visitatori.
Il giovane Arcibaldo, che così si chiamava il ragazzo, un giorno si presentò nel museo con un orsacchiotto di peluche e si rivolse ad Uro dicendo:” Ho pensato che ti farebbe piacere un po’ di compagnia, chissà la notte se hai paura da solo in questo museo, quando spengono tutte le luci….”
Uro fu preso da una grande tenerezza al contatto dell’orsetto e i suoi occhi presero un colore più delicato, la sua espressione si raddolcì e guardò il ragazzo volendo manifestare tutta la sua gratitudine ed il suo piacere. Arcibaldo capì e gli disse che non era il caso di commuoversi, che il suo era solo un piccolo pensiero gentile, e poi si scusò e disse che doveva tornare a casa a fare i compiti.
Quando passò il guardiano Uro nascose così bene l’orsetto che quello non si accorse di niente.
La mattina dopo però Uro mostrava con fierezza il suo orsacchiotto e fu molto invidiato dagli altri inquilini del museo, che seppure inanimati, vivevano la loro vita di reperti come si addice a dei reperti, con grande compostezza , ma non per questo non parlavano tra di loro e non si scambiavano i loro chiacchiericci, e se no come avrebbero potuto sopportare la noia terribile del museo!?
L’invidia si sa è una cosa brutta che spinge  talvolta a fare delle cose poco edificanti, e così avvenne nei giorni successivi che due dinosauri invidiosi cercavano di distrarre Uro con delle domande difficili, uno gli chiese da quanti millenni era scomparso, ed Uro non lo sapeva e cominciò a grattarsi la testa perplesso e mentre era occupato in tale attività uno dei due dinos tentò di fregargli l’orsetto, ma Uro se ne accorse in tempo e ingaggiò una lotta furibonda con il dinos, arrivò il guardiano ed il dinos si era già allontanato facendo finta di niente, il guardiano rimase perplesso, chissà chi faceva quei rumori, certo è impensabile che fossero questi reperti preistorici, e siccome era tornato il solito silenzio di tomba il guardiano pensò che forse aveva sognato, o forse aveva bevuto un goccetto di troppo, si ricordò che la sera prima si era fatto un grappino guardando la televisione e pensò guarda guarda che effetto  strano il grappino, si tranquillizzò e se ne tornò nel suo gabbiotto dove restava tutto il giorno a leggere i giornaletti di cui era un  fanatico.
Uro era fiero del suo peluche e volle  adottarlo ufficialmente come suo discendente, pensò anche che gli avrebbe lasciato la sua eredità, il mammut cominciò a scuotere la testa in segno di disapprovazione, come si fa a pensare di lasciare la propria eredità ad un peluche,  i due dinos disapprovarono ufficialmente e dissero che la cosa non poteva essere lasciata passare, avrebbero consultato uno studio legale preistorico.
Ma Uro si disinteressò delle critiche, ma per fare qualunque cosa bisognava  che il peluche avesse un nome e che fosse regolarmente iscritto all’anagrafe, forse già lo aveva fatto il ragazzo, pensò Uro, quando viene glielo chiederò.
Il fatto è che Uro non riusciva a parlare con gli esseri viventi, con loro c’era il contatto del suo sguardo e basta,  quando erano presenti si ammutoliva come una mummia e non c’era verso, così era la natura delle cose, i reperti dovevano stare al loro posto, non si poteva pensare che rivolgessero addirittura la parola agli esseri viventi e figuriamoci ad un ragazzo, chissà come si sarebbe spaventato, tutta la storia sarebbe cambiata in un attimo per una inconsulta ed imprevedibile espressione di un reperto preistorico.
E fu così che quando venne il ragazzo cominciò col congratularsi con Uro per come aveva trattato il peluche e Uro lo guardava con aria interrogativa, voleva chiedere se aveva un nome, Arcibaldo vide lo sguardo interrogativo e pensò che Uro gli voleva chiedere qualcosa e allora gli disse:” Senti, se vuoi sapere qualcosa e non riesci a dirmelo, allora io farò le domande e tu mi darai una risposta con lo sguardo”.
Uro aveva capito ed assentì con lo sguardo. Ma Arcibaldo fu più preciso:”Ti farò delle domande cui dovrai rispondere o Si o No. Ma siccome tu  non parli la mia lingua, userai il tuo sguardo: se si allargherà, sarà sì, se si restringerà sarà no.” E  Uro allargò il suo sguardo per dargli la risposta positiva.
Allora Arcibaldo gli chiese:”Vuoi sapere se beve ancora il latte o è stato già svezzato?”. Uro non ci aveva pensato, e certo voleva saperlo, perché se lo aveva adottato doveva pensare anche alla sua crescita e avrebbe se necessario dovuto procurargli del cibo. E fece capire allargando lo sguardo che voleva saperlo. Il piccolo peluche prendeva ancora il biberon. Allora Uro cominciò a chiedersi come avrebbe fatto a procurarsi del latte ma Arcibaldo gli disse subito che non doveva preoccuparsi, che gli avrebbe portato lui il biberon una volta al giorno.
E così cominciò il fatto che Uro nutriva il peluche con il biberon, e il peluche cresceva, aumentava di peso, tanto che Uro si chiese se non era il caso di farlo controllare da un pediatra di peluches, per vedere se la dieta era giusta e lo sviluppo regolare. E Arcibaldo portò il pediatra di peluches, che era una bambina di nome Susanna, che aveva intrapreso questa professione e  la svolgeva con grande serietà ed era molto onesta, chiedeva compensi equi ed adeguati alle tariffe professionali. Susanna disse che gli sembrava un poco rachitico, il fatto però secondo lei non dipendeva dalla nutrizione ma dall’ambiente museale, il peluche aveva bisogno di sole, e si sa, nei musei non viene mai il sole, ci sono le lampadine che illuminano tutto.
E così un grave problema si presentava per Uro. Come poteva fare per fargli prendere il sole, al suo piccolo peluche? E si arrovellava su questa domanda, e nessuno gli poteva dare un piccolo aiuto, finché un giorno prese il coraggio a quattro mani o a quattro zoccoli, non so come sia più giusto dire, e imboccò l’uscita del museo e se ne andò a spasso per il parco e salutava le mamme che fuggivano terrorizzate, e si sedette su una panchina che  però si ruppe in mille pezzi. E allora si sedette sul prato, ma arrivò la polizia in gran carriera, si era sparsa la voce e la città era paralizzata dal terrore, i poliziotti non sapevano come fare, avevano una fifa stramaledetta, quel reperto preistorico a spasso per il parco era una cosa incredibile ma vera e proprio a loro doveva capitare, non c’erano precedenti ed il comando non sapeva che cosa comandare e loro se ne stavano lì e lo tenevano accerchiato, pensando che qualcuno avrebbe procurato una immensa rete per catturarlo.
E difatti fu costruito a tempo di record un grandissimo retino simile a quelli che si usano per prendere i pesci o per catturare le farfalle, solo che si dimostrò subito inadatto allo scopo, perché i poliziotti  tutti in fila lo tenevano per il manico e Uro li guardò con compatimento dette uno scrollone ed il retino fu in mille pezzi.
I poliziotti chiedevano istruzioni al comando, l’ordine era di non sparare, ma quando Uro rivolse il suo sguardo dalla loro parte molti furono terrorizzati e cominciarono a sparare, solo che quei proiettili non facevano niente ad Uro,  che soffiava e li rimandava indietro al mittente cosicché i poliziotti furono messi in fuga dalle loro proprie pallottole.
Alle cinque della sera, tranquillo Uro si avviò verso il museo. Il sole stava scendendo all’orizzonte e non scaldava più. Rientrò al museo, riprese maestosamente il suo posto e fu subito travolto dalle domande dei dinos e del mammut. Rispose tranquillamente.

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