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Autore

Max Ventura

in archivio dal 22 nov 2005

08 febbraio 1970, Scicli (RG) - Italia

segni particolari:
Profilo dantesco, cicatrice sul mento lato destro.

mi descrivo così:
Più che una persona, un condominio di personalità! Con un debole per il lato oscuro... della Forza!

22 novembre 2005

Lo sciamano e la supernova

Intro: Credulità popolare e scienza non sempre vanno d'accordo, e questo racconto ce ne dà la conferma. Un uomo può essere molto saggio e allo stesso tempo ingenuo; talvolta fenomeni che dovrebbero cambiare la nostra esistenza, sono già scritti su riviste scientifiche a buon mercato… ma non tutti lo sanno!

Il racconto

Mungwa, il vecchio sciamano di un antico popolo, era solito trascorrere le calde notti estive senza luna, fuori dalla sua capanna, sdraiato sull'erba sulla sua pelle d'orso, a pregare alle stelle del cielo.
  Le storie che aveva ascoltato attorno al fuoco da bambino e che aveva raccontato centinaia di volte ai suoi molti nipoti da vecchio, dicevano tutte che quelle piccole luci sfavillanti erano gli spiriti dei suoi antenati e ad essi egli chiedeva consiglio sulle questioni della tribù.
  Una notte di queste, in cui il vecchio saggio stava interrogando gli spiriti della notte, si accorse improvvisamente che nel cielo c'era qualcosa di diverso! In un angolo buio e profondo, dove i suoi occhi a stento distinguevano le piccole luci, s'era acceso un nuovo piccolo sole!
  Era un prodigio! Un segno degli dei! Ma cosa voleva dire?
  In vita sua di segni e prodigi divini ne aveva visti tanti. All'epoca del grande calore, quando la tribù stava morendo di sete, aveva pregato il Dio Sole affinché placasse gli spiriti della natura. Allora aveva sentito tremare la terra sotto i piedi, una rupe s'era improvvisamente squarciata davanti ai suoi occhi ed egli ne aveva visto scaturire l'acqua che avrebbe salvato la tribù e gli animali dall'arsura.
  Ancora, all'epoca del grande orso bianco, quando la neve aveva ricoperto i boschi trasformandoli in labirinti di ghiaccio, le pelli degli animali non bastavano a scaldarsi e la tribù stava morendo di freddo, il dio della luce, che vive al di sopra delle coltri di nubi, aveva nuovamente ascoltato le sue preghiere e una freccia di fuoco aveva saettato dal cielo, come la testa di un serpente, abbattendo un albero talmente alto e grosso che c'erano voluti venti guerrieri per farne legna da ardere. La tribù aveva così potuto superare l'inverno.
  Ma mai avrebbe immaginato che la sua fede, seppur costante, gli avrebbe ottenuto il privilegio di essere scelto per l'immenso onore di assistere ed annunciare la nascita del Figlio del Dio Sole! Mungwa si prostrò a terra, il cuore colmo di commossa riconoscenza.
  La brutta sorpresa fu, però, vedere che nessuno nella tribù voleva credere alle sue parole. Il consiglio degli anziani lo ascoltava in silenzio per poi congedarlo senza avergli dato alcuna risposta, i giovani guerrieri, presuntuosi e irriverenti, lo schernivano, le donne ridevano senza alcun rispetto. Nessuno sembrava più ricordare che fino al giorno prima una sua parola aveva avuto il potere di cambiare qualunque decisione fosse stata presa per la tribù, e, cosa peggiore, tanta incredulità e mancanza di fede rischiava di far adirare il dio Sole, con chissà quali terribili conseguenze!
  Fiducioso, ogni notte Mungwa osservava con segreta gioia che il bagliore del piccolo sole andava via via aumentando e certamente di lì a poco, nel cielo del mattino, tutti avrebbero visto due soli, padre e figlio, in tutta la loro divina maestà. Allora tutta la tribù - la cui incredulità nel frattempo aveva raggiunto il culmine, nessuno, infatti, gli dava più credito né fiducia - si sarebbe ricreduta sulla sincerità delle sue parole. Questa sicurezza nutriva in cuor suo una grande speranza.
  Per questo la notte della luna nera il suo dolore fu grande quando si accorse che nel punto in cui nelle ultime notti aveva visto brillare la giovane luce del Figlio del Sole, non c'era più nulla! Il grande prodigio non si sarebbe più verificato! "Ma perché", chiedeva affranto il vecchio, interrogando le fidate stelle, "per quale motivo?". Di colpo capì e il suo cuore si spezzò: il motivo non poteva che essere l'incredulità del suo popolo!
  Si! Di colpo era chiaro, lampante, che il Dio, vedendo così poco rispetto per la sua divina prole, aveva destinato ad altri la testimonianza di quel prodigio. Il suo popolo non l'aveva saputo meritare! Per colpa sua!
  Come poteva egli, un tempo stimato gran sacerdote, continuare ora a pregare il Sole per la tribù quando non era stato capace di far capire loro la divina notizia? Aveva fallito il suo scopo, il compito per il quale era stato cresciuto ed educato. Era indegno di portare ancora i sacri simboli.
  Li bruciò, in un furioso olocausto, insieme alla sua capanna e alla sua pelle d'orso. Sigillò la sua lingua, poiché non era riuscito a farsi ascoltare, e finì i suoi giorni in una caverna, lontano dalla tribù, scolpendo nella roccia, in silenzio, animali di pietra che avrebbe dedicato agli dei in segno di eterna penitenza. Nessuno udì più la sua voce.
  Nello spazio profondo, a migliaia e migliaia di chilometri dal nostro mondo, una vecchia stella si era serenamente spenta, ignara di tutto, dopo aver consumato il suo ultimo respiro in un enorme bagliore di luce.

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