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in archivio dal 16 feb 2012

M.G.L. Valentini

12 novembre 1964, Nettuno (RM)
Mi descrivo così: Io sono in tutti i miei romanzi: chi mi legge mi scopre.
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  • 22 ottobre 2014 alle ore 12:55
    Ciceruacchio (Angelo Brunetti)

    Come comincia: (Roma, settembre 1800 - Porto Tolle, 10 agosto 1849) 
     
    A Roma non piove molto, ma quando il cielo decide che è ora di piangere, manda giù tanta di quell’acqua che noi romani diventiamo scemi. No, non scherzo. Noi siamo avvezzi al sole, ci crogioliamo sotto la sua luce e non conosciamo nebbia, neve, bora né nubifragi.
    Siamo un po' come le lucertole, usciamo solo con il bel tempo e, visto che c'è sempre il sole, usciamo sempre. Ma quando piove… Quando piove e siamo costretti a mettere il muso fuori di casa causa lavoro, noi romani impazziamo. Se con il sole siamo soliti usare gli autobus e la metro, con la pioggia montiamo tutti in macchina, terrorizzati all'idea che una singola goccia d'acqua possa bagnarci.
    E allora vedi l'Urbe divenire un'immensa pozzanghera, straripare di autovetture in fila per ore per giungere a destinazione, con gli automobilisti che smadonnano e si insultano reciprocamente, dando la colpa al tempo se fanno tardi. È follia, ma è sempre così.
    Quando piove, Roma va in tilt. Figuriamoci se dovessero scendere due fiocchi di neve!
    Osservo in silenzio le macchine incolonnate, imbottigliate nel caos cittadino, mentre me ne sto sotto l'ombrello in attesa che arrivi l'autobus che mi conduca al lavoro, stando bene attenta a non farmi schizzare dalle automobili che passano sulle buche piene d'acqua piovana.
    Alcuni vigili provano a sfidare l'ira degli automobilisti, ricevendo in cambio insulti e minacce sussurrati a fior di labbra. Solo un singolo essere sorride divertito, un uomo che mi sta vicino, senza alcun riparo e che guarda con sommo disprezzo la follia che scivola dinanzi ai suoi occhi. Lo sbircio e mi accorgo che, a dispetto della pioggia, è asciutto e veste un po' dimesso.
    Lo osservo meglio e subito dopo sgrano gli occhi, esclamando:
    «Ciceruacchio!»
    Lui si volta a guardarmi e sorride, illuminandosi in quel volto rotondo che ispira fiducia e tranquillità
    «Ma tu guarda 'sti romani di oggi!» esclama con il suo forte accento romanesco.
    «Ai tuoi tempi era diverso.»
    «Lo puoi dire forte, ragazza mia! E non c'era neppure questo rumore assordante al quale voi vi siete assuefatti. Tutt'al più si potevano udire gli strilloni in Campo Marzio, o a piazza Navona, o lo stridio delle ruote delle carrozze sul selciato oppure il calpestio degli zoccoli dei cavalli. Tutto questo…» e fa un gesto con la mano, «roboante rumore non c'era.»
    «Si viveva meglio, eh?» commento divertita dalla sua aria disgustata.
    «Eccome!»
    Esito un attimo, quindi abbasso il mio ombrello e mi accorgo che la pioggia devia, non mi tocca, come se fossi coperta da una invisibile campana di vetro. Come al solito la gente non ci vede neppure e torno a guardare lui, con quei suoi baffoni scuri e quel pizzetto che quasi fanno sparire la bocca.
    «Perché il soprannome Ciceruacchio?» domando curiosa.
    «È una corruzione di ciruacchiotto, ossia cicciottello. Ed io lo sono sempre stato, fin da piccolo.»
    «Tu sei nato e vissuto a Roma in un periodo un po' turbolento.» ricordo.
    Scuote la testa annuendo e si accarezza il ventre prominente.
    «In effetti, dopo la rivoluzione francese si annusava in giro aria di ribellione ovunque.»
    «E tu ti sei dato da fare.»
    [images] Lo vedo corrucciarsi e scurirsi in volto, quel volto rubicondo che i romani avevano imparato ad amare e rispettare, nonostante fosse solo un semplice oste.
    «Con il mondo che cambia, che riscatta la sua libertà, secondo te cosa avrei dovuto fare? Starmene con le mani in mano?»
    Non rispondo, consapevole che ha ragione. È destino che alcuni uomini sentano maggiormente il richiamo della Storia, seppur inconsapevolmente, e lui è uno di questi. Non a caso, durante la Repubblica Romana, si diede da fare per far passare armi e vettovaglie ai combattenti e al popolo di Roma.
    «So che i romani hanno sempre guardato a te come il portavoce dei loro sentimenti.»
    «Ero il loro specchio, il riflesso di loro stessi!» esclama soddisfatto. «Essendo un oste, conoscevo più che bene il malumore dei miei concittadini, che si riunivano nel mio locale per parlare male o bene di taluna persona o di tale nobile o porporato. La gente si confidava con me ed io ascoltavo. Ed essendo sempre stato socievole e bontempone, ho preso le redini in mano quando si è trattato di eleggere il nuovo papa.»
    Sgrano gli occhi e chino la testa di lato, incredula.
    «Tu hai eletto il nuovo papa?» esclamo.
    «Ma no! Certo che no!» risponde quasi offeso. «Con l'avvento di Pio IX Mastai Ferretti, mi feci portavoce del malcontento popolare e riportai con la mia dialettica diretta, priva di retorica, tutta l'ansia dei romani che da tempo attendevano riforme.»
    Espiro, inconsapevole di aver trattenuto l'aria e subito dopo sorrido. Be', capita di fraintendere.
    «Addirittura,» riprende con il suo vocione, «ho ringraziato pubblicamente il nuovo papa per aver concesso la libertà ad alcuni prigionieri politici e ho offerto da bere nella mia osteria. Ah, sì.» sospira e un velo di malinconia ricopre i suoi occhi attenti. «Che festa abbiamo fatto! Fino a sera tardi, al lume delle torce e delle fiaccole, tutti a bere e cantare e mangiare: sembravano tornati i bei tempi andati.»
    Rimango in silenzio, domandandomi a quali bei tempi si riferisse e, a dispetto della mia ricerca nella memoria, non trovo nulla che possa definirsi tale. Forse è solo un suo sentimento personale. Di certo l'Italia non percorreva un buon periodo, vista la dominazione francese e austriaca.
    «A Porta del Popolo, poi,» continua con aria estasiata, «abbiamo acceso un fuoco enorme, richiamando tanti di quei romani che tu non puoi immaginare.»
    Sogghigno, immaginando un concerto dei Queen, o dei Led Zeppelin, o dei Pink Floyd e neppure rispondo, lasciandolo crogiolare nel suo ricordo. E in quel lasso di tempo mi rendo conto di quanto possano essere cambiati i tempi nel volgere di un solo secolo, stravolgendo le abitudini e lo stesso pensiero.
    «Ma poi qualcosa è cambiato.» noto.
    China mestamente la testa al ricordo bruciante e si morde le labbra.
    «Avevo riposto grande fiducia nel nuovo papa, tanto da sperare fino all'ultimo che avrebbe veramente cambiato le cose. Ma quando è fuggito, facendo crollare anche la Repubblica Romana, ho aperto gli occhi.»
    «Non poteva essere il successore di Pietro il riformatore, vero?»
    «No.» ammette controvoglia. «E l'ho capito a mie spese. È fuggito abbandonando Roma nelle mani dei francesi. Ti lascio immaginare gli avventori della mia osteria: indignati, offesi e furiosi era a dir poco. Io con loro.»
    Annuisco, eppure non so se riesco a capire appieno il suo stato d'animo. Di certo non deve essere stato facile vivere in quel periodo di stravolgimenti emotivi. Da una parte la Francia che insegnava con la sua rivoluzione e con l'avvento di Napoleone, dall'altra l'Austria e la Prussia con le loro ancor solide radici nel medioevo, impermeabili a qualsiasi capovolgimento, insofferenti a ogni riforma. E ognuna di loro con basi stabili, o semistabili, in Italia.
    In effetti, noi giovani di oggi cosa possiamo saperne dell'occupazione, delle restrizioni, dell'impossibilità di esprimere le proprie opinioni, della morte che si annida dietro ogni angolo? Salvatore Quasimodo ne sapeva qualcosa e la sua meravigliosa "Alle fronde dei salici" è lì a testimoniarlo.
    «Anche tu sei fuggito.» commento.
    «Be', a dir la verità, visto come si mettevano le cose, ho preferito seguire Garibaldi. Hai presente Garibaldi?» domanda con aria da inquisitore.
    «Eh, sì.» sospiro annuendo.
    Mi fissa a lungo, come se la mia espressione non gli piacesse e provo a piegare le labbra in un sorriso amichevole.
    «Aho, regazzì,» mi riprende alzando l'indice come un maestro e agitandomelo sotto il naso, «guai se ti vedo deridere il nostro Garibaldi. Non te lo permetto.»
    «Non lo permetterei a me stessa.» ribatto. «So bene chi fosse Garibaldi e ne ho profondo rispetto, nonché stima.»
    «Ah, be'.» commenta compiaciuto.
    Lo vedo rilassarsi in volto e porta le mani dentro le tasche del panciotto, con aria soddisfatta.
    Rimango a osservarlo, in attesa che continui il racconto e, quando si rende conto del mio prolungato silenzio, mi fissa e chiede brusco:
    «Be'? Che hai da guardare?»
    Esito, non sapendo bene cosa dire, quindi rispondo:
    «Guardo un eroe romano.»
    Quella risposta lo compiace e sorride beota.
    «Be', forse hai ragione.» risponde. «In finale, ho dato la mia vita per Roma, per la sua libertà. E con me l'hanno data i miei due figli, il più grande e il più piccolo, poco più di un bambino.»
    [cicer] «Sì, ricordo. Gli austriaci non hanno avuto pietà di un ragazzino.»
    «Già.» ringhia con espressione furiosa. «Ci vuole coraggio a fucilare un tredicenne mingherlino.»
    Avverto il sarcasmo e convengo con lui. Non deve essere facile affrontare la morte a viso aperto, figuriamoci poi se al fianco ti ritrovi con due figli che debbono fare la tua stessa fine. Me lo immagino, Ciceruacchio, provare a coprire con il suo corpo massiccio il figlio minore, nella speranza di salvarlo dal plotone di esecuzione.
    «Sei morto lontano dalla tua Roma.» commento.
    «E pensare che quando ero partito, speravo di contribuire alla sua liberazione. Sai,» mormora sconsolato, «con Garibaldi volevo dare una mano a Venezia che resisteva agli austriaci, ma ci siamo dovuti fermare al Delta del Po, per sfuggire alle vedette nemiche. Abbiamo chiesto rifugio ai connazionali, ma quei bastardi di italiani, anziché aiutarci, ci hanno denunciato agli austriaci, i quali hanno provveduto a fucilarci senza perdere tempo. Comprendi? Noi, italiani che volevamo scacciare gli oppressori, denunciati dai nostri stessi concittadini! Roba da non credere.»
    Scuoto la testa come lui, pensando che fosse normale per gli italiani dell'epoca, divisi per secoli, non provare un sentimento di unità nazionale. Troppo diversi. Troppi dialetti diversi. Troppe frontiere. Ma, chissà perché, questo solo pensiero non mi consola dinanzi alla vista di italiani che tradiscono gli stessi italiani. Quello che mi colpisce e mi ferisce, è che oggi, tutto sommato, la pensiamo ancora come quei contadini del Delta del Po.
    «Oggi, però, riposi al Gianicolo.» lo consolo.
    Sorride e in un gesto affettuoso mi dà un buffetto sulla guancia.
    «Aho, regazzì, e mica è da tutti!»
    Rido della sua romanità e in quel momento sento la pioggia inumidirmi la tesa. Alzo lo sguardo e mi bagno il volto, ricordando che avevo chiuso l'ombrello perché riparata dalla presenza di Ciceruacchio.
    Quando mi giro per salutarlo, non c'è più e la pioggia sul mio viso mi sembra all'improvviso come un pianto silenzioso per tutte quelle vite donate per un ideale che oggi nessuno sente più.

     

     
  • 29 settembre 2014 alle ore 14:15
    Pasquino

    Come comincia: Il giorno di ferragosto è una manna dal cielo per i superstiti romani rimasti a casa e che non si sono dati alla villeggiatura: l'Urbe è finalmente a portata di mano. Niente traffico, niente studenti, niente lavoratori, niente caos; solo turisti e strade deserte che puoi permetterti di percorrere a piedi.
    Mi sento la signora di Roma, padrona di tremila anni di storia e me li godo tutti mentre passeggio sotto il solleone, avida di sole come una lucertola. Mi si scaldano il fisico e il cuore quando scorgo il Pincio, quando raggiungo il Gianicolo, quando intravedo Porta Pia, quando approdo al Pantheon o al Colosseo.
    La mia amata Roma dovrebbe essere sempre così, libera da rumori assordanti, libera da gente impazzita, libera dallo smog delle migliaia di macchine e motorini. Dovrebbe essere solo Roma. Ma qui pure le mosche sono stressate.
    E mentre cammino assorta, gli occhi ricolmi delle meraviglie che mi si spiegano dinanzi, giungo dirimpetto a palazzo Braschi, un tempo palazzo Orsini, e lo sguardo mi cade sulla statua di Pasquino. Sorrido e sto per tirare dritto, quando all'improvviso non vedo più i palazzi moderni, non vedo più le strade asfaltate, non scorgo più nulla della civiltà del ventesimo secolo che ci ostiniamo ad appellare "civile" non si sa per quale recondito motivo.
    All'improvviso, come per magia, mi ritrovo nella Roma barocca, con i suoi abitanti che sfoggiano abiti sfarzosi, carrozze ridondanti di ghirigori, prelati altezzosi protetti dal baldacchino, venditori ambulanti, postulanti vestiti di stracci, bambini luridi che si rincorrono insieme ad animali da cortile, cavalli e cavalieri e sento sogghignare alle mie spalle. Mi giro e vedo la statua di Pasquino che prende vita, con i suoi arti mutilati e sicuramente impallidisco, perché la sento dire:
    «Aho, bella mia, ma che hai visto un fantasma?»
    «Tu… Tu parli?» balbetto.
    «Parlare.» ripete con aria ispirata. «Sì, mi piacerebbe parlare, dato che sono la più famosa statua parlante di Roma; ma, ahimè, in genere comunico attraverso i fogli che la gente mi attacca addosso.»
    «Fogli?»
    «Sì. Libelli. Chiamali come vuoi.»
    [180px-Pasquino_rome] Annuisco e le labbra mi si piegano in un sorriso divertito. Anche lui sogghigna e ammette:
    «In questi secoli mi sono divertito da matti.»
    «Non stento a crederlo. La satira è di moda tuttora.»
    Scuote la testa e ribatte:
    «Non è la stessa cosa.»
    «Sì che lo è.»
    «No che non lo è! Vuoi mettere l'atmosfera, dove era vietato parlare male dei potentati e trovare comunque qualcuno disposto a sfidare gli strali del potere pur di attaccare e denunciare e vedere la faccia del bersaglio la mattina dopo? Ah, bella mia, queste sì che sono soddisfazioni!»
    Mi guardo intorno e noto la gente che prosegue nelle faccende quotidiane, ignorando sia me sia Pasquino e quando una dama mi passa accanto con la scorta, provo a toccarla, ma la mia mano afferra solo l'aria. Sospiro e mi godo lo spettacolo della Roma barocca, così calmo, così luminoso, così pieno di vita.
    Be', sì, noi, al confronto, non viviamo: sopravviviamo.
    «Sai,» riprende con tono allegro, «ci sono stati papi che avrebbero voluto distruggermi per far cessare le pasquinate, ma uomini dello stampo dell'Aretino, del Marino e del Belli, non hanno avuto timore e hanno continuato imperterriti a scrivere le loro pasquinate. Sono orgoglioso di questo. Io faccio parte del popolo di Roma e nulla e nessuno lo può negare.»
    «Raccontami.» lo esorto.
    Esita, china appena la testa, quindi annuisce e sospira.
    «Hai presente papa Clemente VII de' Medici?»
    Faccio mente locale, quindi rispondo:
    «Certo, il papa del sacco di Roma.»
    «Brava. Adunque, quando è morto, dopo lunga malattia seguita dal suo medico personale, qualcuno, forse proprio l'Aretino, considerato il governo disastroso e sospettando il cerusico di aver abbreviato la sofferenza, scrisse: "Ecco colui che toglie i peccati del mondo", chiaramente riferendosi al medico.»
    Mi metto a ridere di gusto e lui sorride a sua volta, felice della mia reazione.
    «Orbene, hai presente papa Paolo IV Carafa?»
    «Papa rigido oltremodo, forse un po' bigotto.»
    «Sì, costretto da lui medesimo al digiuno per espiare colpe sue fino alla morte. Orbene, io dissi: "Accidenti, che vino forte c'è in questa Carafa!" e Marforio, mio grande alleato, rispose: "Ti sbagli, è aceto".»
    [300px-Marforio] Mio Dio, quale meraviglia! Sto dialogando con Pasquino e quasi stento a crederci! E via, una pasquinata dietro l'altra, le braccia che stringo intorno all'addome per le risate, la gente che continua a non vederci e mi sento stranamente viva.
    «E di papa Sisto V?» esorto eccitata.
    «Oh, lui, papa Peretti, nome rimasto oscuro e sconosciuto. Che vuoi che dica, se non che fosse già vecchio e rigido da non riuscire a definire? Basti dire che di lui si dice: "Papa Sisto non la perdonò neppure a Cristo"!»
    Rimango allibita e la mia espressione deve essere così comica che Pasquino ride e spiega:
    «Si dice così perché, dinanzi a un crocifisso in legno che pareva versasse sangue, lui lo spaccò in due, mostrando che dentro vi erano state messe delle spugne imbevute di sangue.»
    Spettacolare! Un papa veramente tosto. Uno di quelli che non si piega.
    «Quando morì, lasciando Roma sul lastrico e carica di gabelle, Marforio mi chiese: "Come si potrà vivere, Pasquino, con le vettovaglie tanto rincarate per le gabelle imposte da Sisto?". Ed io risposi: "E chi ti ha detto che si debba vivere sotto Sisto? Un po' per volta non si deve morire tutti impiccati?"»
    Scoppio a ridere e per un attimo chiudo gli occhi, assaporando la Roma barocca e sperando di poterci rimanere in eterno.
    «E di papa Clemente VIII Aldobrandini cosa mi dici?» domando.
    «Ah, lui! Che tipo! Hai presente Enrico IV di Francia, che abiurò la sua fede pur di farsi incoronare re dal papa? Ebbene, io risposi: "Enrico era acattolico e per amor del regno eccolo pronto a diventar cattolico apostolico. Se gliene torna il conto, Clemente, ch'è pontefice romano domani si fa turco o luterano".»
    Rido di nuovo, le lacrime che sgorgano dagli occhi e mi trattengo lo stomaco, immaginando Enrico IV che abiura mormorando:
    "Roma val bene una messa".
    Oh, sì, due tipi proprio simili e si sono capiti subito!
    «Ma lui è anche il papa che ha spedito al patibolo Beatrice Cenci, perché imballata di soldi.» riprende Pasquino. «E Marforio mi chiese: "Quali delitti avea la casa Cenci, secondo il santo padre Aldobrandini?". Ed io di rimando: "Avea troppi quattrini."»
    È incredibile quanto le pasquinate facciano bene alla salute: aiutano nel riso e solo il riso lenisce tutte le preoccupazioni e mostra il lato migliore della vita.
    «Però,» ammonisce Pasquino, «è stato anche il papa che ha bruciato Giordano Bruno, unico esempio di Inquisizione a Roma in quel periodo.»
    «Già.» mormoro scuotendo la testa e tornando seria.
    Rimango a fissarlo, tuttora incredula che una statua possa rivolgermi la parola e il mio pensiero vola a Marforio, l'altra statua meglio conservata che poggia languida su un triclinio e che osserva i romani con aria di superiorità.
    Posso solo immaginare la gente che si accalcava intorno a queste due opere d'arte per leggere la satira che uomini illustri e meno illustri si sono presi la briga di divulgare per non farla passare liscia ai potentati. E posso altresì immaginare la faccia di prelati e papi, di re e imperatori illividire di furore e prendersela contro le parole portate dal vento.
    «E con Napoleone?» domando.
    «Eh… Ne sono volate di pasquinate! Quando si presentò al cospetto di papa Pio VII Chiaramonti per fare ammenda e questi fece intonare il Te Deum, su di me si trovarono queste parole: "Te deum laudamus e in te speriamo, ma a Bonaparte non ci crediamo".»
    «Già! Ma poi, con la caduta del potere papale, nessuno più ha scritto libelli.»
    Rimane in silenzio e mi accorgo che sta osservando alcuni bambini che giocano vicino a noi senza vederci. Osservo il loro gioco e rabbrividisco: stanno simulando una impiccagione! Sbalordita, alzo lo sguardo su Pasquino e lui sospira.
    «Che vuoi, ai nostri giorni gli spettacoli che il popolino poteva permettersi erano le condanne capitali.»
    Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, mentre le risate cristalline dei bambini mi riempiono le orecchie come campane a morto.
    «Tranquilla, ragazza: questi giovani qui sono più svegli e arguti di quelli attuali.»
    «Non lo metto in dubbio.»
    «Comunque,» riprende con tono ammiccante, «ci sono stati altri libelli. Uno in particolare.»
    «Quale?» domando incuriosita.
    Sogghigna divertito e spiega:
    «Quando a Roma giunse in visita Hitler. Qualche bontempone ha deciso di farmi risorgere e la mattina su di me c'era scritto: "Povera Roma mia de' travertino! T'hanno vestita tutta de cartone pe' fatte rimirà da 'n'bianchino."»
    Scoppio a ridere e porto una mano alla fronte, immaginando le facce austere e dure di Hitler e Mussolini dinanzi alla pasquinata e comincio a capire la diversità di satira. Quella di Pasquino è sottile, irriverente, lapidaria, spiritosa, ma, soprattutto, è discreta e per questo più efficace. Oggi non si fa più satira simile.
    Annuisco, prendendo nota della lezione offertami da Pasquino e quando alzo lo sguardo, noto la statua di nuovo rigida, quel che rimane del volto intagliato nel marmo un marmo stesso e apro la bocca per dire qualcosa; ma ci ripenso e mi accorgo che sono tornati a circondarmi i palazzi moderni, i turisti e, soprattutto, lo smog.

     
  • 03 settembre 2014 alle ore 14:02
    Enrico Toti

    Come comincia: (Roma, 20 agosto 1882 - Monfalcone, 6 agosto 1916)
     
    Le Alpi, questo maestoso spettacolo della natura, questo baluardo che ci ripara dai freddi venti del nord e che, in teoria, ci avrebbe dovuto salvare dalle invasioni.
    L'abbagliante candore del Bianco è così forte che sono costretta a socchiudere gli occhi, mentre la gente intorno a me si affretta verso la funivia, imbacuccata nelle tute a vento, simili a variopinti pinguini e abbasso lo sguardo per scrutarmi: anch'io sembro un pinguino e la cosa mi fa sorridere divertita.
    Un rapace, che non riconosco a causa del riverbero provocato dalla neve, sfreccia nel cielo terso, emettendo un acuto che rimbomba nella vallata e che richiama la mia totale attenzione. È spettacolare.
    Alcuni turisti di lingua tedesca scherzano, con le gote rosse che spiccano sulla pelle candida, i capelli chiari come oro e gli occhi azzurri come il cielo e sto per unirmi a loro, quando qualcuno mi afferra saldamente per un braccio trattenendomi. Inghiottisco l'urlo di spavento che mi è salito in gola e mi giro di scatto, rimanendo a fissarlo con occhi sgranati. Una rapidissima occhiata alla sua sola gamba destra mi fa deglutire e rimango a fissarlo incantata.
    «Ora non fanno più paura, vero?» esordisce con forte accento romano.
    Ammicca ai ragazzi teutonici ed io scuoto la testa, rendendomi conto che sono emozionatissima. Il mio respiro è corto, il cuore mi galoppa indemoniato dinanzi a questo giovane minuto, dai baffoni spioventi e dal naso pronunciato.
    «Enrico Toti.» sussurro, ancora incredula.
    Accenna un impercettibile inchino e guardo la sua famosissima gruccia che lo sorregge.
    «Ma tu ti fidi di loro?» domanda.
    Capisco che si sta riferendo ai turisti e con naturalezza rispondo:
    «Sì, mi fido. Non è più come una volta, credimi.»
    Esita, poco convinto, e continua:
    «Eccellenti soldati. Veri guerrieri. È stato duro combatterli, lasciatelo dire da chi li ha visti in opera con i propri occhi: vere macchine belligeranti.»
    «Oh, ma loro non sono più…»
    «Le hai viste le loro trincee? Le loro, non le nostre o quelle francesi.» ribadisce. «Erano in grado di scavare trincee corredate di tutto, persino di brande comode, in metà del tempo che occorreva a noi o ai nostri alleati. Non ho mai visto trincee simili. Veri e propri baluardi invalicabili.»
    Annuisce mentre parla, gli occhi al cielo, persi in un ricordo lontano nel tempo che noi, sebbene vicini all'epoca, non riusciamo a percepire nella sua piena crudezza.
    Posso solo provare a immaginare i nuovi italiani, coloro che dal 1870 facevano parte dell'Italia unificata, questi giovani che, di punto in bianco, si sono visti crollare i confini tra una regione e l'altra, i sardi venuti a stretto contatto con i pugliesi, i toscani, i veneziani, i romani e non più pugliesi, romani o sardi, bensì italiani con tanto di patria, di inno nazionale, in tutto e per tutto uguali agli inglesi, ai francesi, agli austriaci, ai russi.
    «Mio Dio! Quale periodo di sublime abnegazione per il raggiungimento di un alto ideale.» sussurro mio malgrado stregata.
    [gototi] «Puoi dirlo forte, ragazza!» esclama con gagliardo orgoglio.
    Un secondo dopo lo vedo rabbuiarsi e si china un po' in avanti, per sussurrare:
    «E pensare che oggi qualcuno vorrebbe che l'Italia si dividesse nuovamente! Ma ti rendi conto?»
    Posso capire benissimo lo sdegno di chi, come lui, ha donato la vita per l'Italia e mi domando cosa ne pensa dell'Italia attuale. Meglio sorvolare.
    «Tu sei di Roma, vero?» indago.
    «Roma, sì, l'ultima a essere annessa al regno, grazie ai valorosi bersaglieri.»
    Gli brillano gli occhi e ne approfitto per chiedere:
    «È per questo che ti sei arruolato nei bersaglieri, nonostante la menomazione?»
    «Certo! Bersaglieri in bicicletta. Be',» ammette con una certa riluttanza, «ho dovuto insistere un po'.»
    Sorrido, ripensando alla sua vita, al suo incidente sul lavoro che, nel 1908 come oggi, gli ha portato via la gamba; alla sua ferrea volontà di essere in tutto e per tutto uguale agli altri, la bicicletta che lo ha portato in giro per il mondo, fino allo scoppio della guerra, la Grande Guerra.
    «Il mio ardore di patriota non poteva tollerare che Trento e Trieste fossero ancora in mano agli austriaci, per questo ho fatto di tutto per arruolarmi. Ho interceduto presso il duca d'Aosta, pur di partire per il fronte.»
    «E una volta lì?»
    Lo vedo esitare un attimo, si gratta la nuca e sorride, con quel suo sfavillante ottimismo che lo ha sempre contraddistinto.
    «Be', il fronte non era certo rose e fiori. Facevo la spola tra i feriti, portando conforto, posta e tutto l'aiuto possibile. Ma ero comunque un infiltrato.» confessa.
    «Un infiltrato?» ripeto sconcertata.
    «Che vuoi… La mia unica gamba non mi permetteva di venire arruolato; tuttavia io sono partito lo stesso, con una divisa senza mostrine né stellette, ma con tanta voglia di dimostrare il mio orgoglio di essere italiano.»
    «Sei stato a lungo a Cervignano, vero?»
    «Sì. Mi trovavo bene, anche se a volte incappavo nei soldati che provenivano dal fronte e non comprendevano il mio entusiasmo. Certo,» aggiunge alzando le spalle, «immaginavo gli orrori delle trincee, eppure per me partecipare alla guerra significava coronare il sogno dei nostri padri che erano riusciti a unificare l'Italia, significava legittimare Porta Pia e dimostrare che i loro sforzi non erano stati vani.»
    Tutto il suo volto, dagli occhi alla bocca, splende di luce propria mentre parla e un groppo mi chiude la gola all'improvviso. Quest'uomo era animato da ideali puri, scevri di politica e di retorica, spinto solo dall'entusiasmo e dall'orgoglio di essere italiano e domando:
    «Quanto ha contato per te essere romano?»
    «Tantissimo. Ero il figlio dell'ultima roccaforte papalina, quella che si ostinava a mantenersi indipendente e che non ci pensava minimamente a riconoscere i Savoia come sovrani legittimi. A Roma si respirava aria strana quando sono nato, appena dodici anni dopo la presa di Porta Pia: da una parte l'atavico attaccamento al papa, dall'altro il nuovo legame al re. Ma noi romani siamo gente strana, ci adattiamo a tutto. Sono fiero e orgoglioso di essere romano ed è stata questa consapevolezza a spingermi fino alle trincee: dimostrare il valore di un trasteverino.»
    «Alla fine sei riuscito a farti arruolare.»
    [toti1] «Sì! Finalmente, nel 1916, mi presero nel Terzo Ciclisti Bersaglieri, la Brigata Pinerolo. Da quel momento in poi potei stare con i miei compagni in trincea e, sebbene non mi fosse stato concesso di partecipare attivamente agli scontri, rimanevo sempre con i miei commilitoni, e spesso leggevo loro il giornale, le lettere, perché… Be', coloro che studiavano all'epoca erano pochissimi, io sono stato fortunato a fare le elementari e non ero ignorante. Ho persino scritto su un giornale. E loro mi chiedevano di leggergli le lettere, di scriverle ed io facevo quanto possibile per mantenere alto il morale. Spesso mi avventuravo nella terra di nessuno e loro mi rimproveravano, dicendomi che era pericoloso, ma io non temevo la morte.»
    «Eri un po' spericolato, ammettilo.» sorrido.
    Annuisce e inspira a fondo l'aria fredda.
    Provo a immaginarlo quando, deciso l'attacco di quel 6 agosto a quota 85, si getta con i suoi compagni contro le trincee nemiche, sorretto dalla gruccia che lo accompagnava sempre, mentre incita i compagni a squarciagola. Provo a immaginarlo mentre si siede sul muretto della trincea e spara con il fucile a ridosso degli austriaci, animato dall'entusiasmo e sorretto da un ideale più grande di lui, mentre dalla sua bocca escono continuamente esortazioni ai suoi commilitoni.
    Come per magia, sento gli spari nemici che lo colpiscono, li sento come se mi rimbombassero nelle orecchie e per un attimo il cuore mi si ferma, come colpito a morte. Sgrano gli occhi e davanti a me non c'è più la neve, non c'è più la funivia, bensì solo buche enormi, fili spinati, trincee, feriti, morti.
    Apro la bocca per urlare, ma il grido mi muore in gola, alla stessa maniera in cui i soldati vengono falciati dalle mitragliatrici. Non so dove questi uomini prendono il coraggio a due mani e si gettano a capofitto verso la morte sicura: io questo coraggio non l'avrò mai.
    Poi lo vedo, lui, irritato per essere stato colpito, afferrare la sua gruccia in un ultimo disperato tentativo per scagliarla contro il nemico, in un gesto che più eloquente non potrebbe essere. Lo vedo accasciarsi, sussurrare le sue famose parole:
    "Tanto nun moro io", baciare il piumetto del suo cappello e restituire la sua dolce anima a Dio.
    Mi rendo conto che i miei occhi sono pieni di lacrime e deglutisco più volte per non scoppiare a piangere.
    «Aho, ma che ti metti a piangere?» esclama incredulo.
    Scuoto la testa senza riuscire ancora a parlare. Mi accorgo che la neve è tornata a dominare con il suo candore, manto purificatore sulle follie umane e inspiro a fondo.
    «La medaglia d'oro te la sei più che meritata.»
    «Avrà consolato mia madre e mia sorella. A me è sufficiente sapere e sperare che gli italiani di oggi amino ancora l'Italia come l'abbiamo amata noi.»
    «Questo… Questo non lo so.» ammetto e mi vergogno come una ladra.
    Lo vedo sorridere e sposta la gruccia per posizionarla meglio.
    «Io credo… Io sono sicuro che i miei romani, quando passano davanti al mio monumento al Pincio, non possano far altro che condividere i miei stessi ideali. Se così non fosse,» aggiunge tristemente, «allora il sacrificio di tante generazioni è stato vano.»
    «Non il tuo.» mi appresto ad affermare. «Noi romani non potremmo mai dimenticare. Mai.»
    Mi fissa a lungo, quindi volge lo sguardo ai turisti austriaci, il pensiero perso in un ricordo lontano e un attimo dopo lo vedo annuire, prima di svanire confondendosi con la neve.
    Rimango immobile, infagottata come un pinguino e di getto porto la mano al cuore, mentre nella mente mi torna un ritornello che oggi non dice più nulla, ma che era caro ai nostri soldati:
    "Il Piave mormorò: non passa lo straniero!"

     
  • 29 agosto 2014 alle ore 14:52
    Michelangelo Buonarroti

    Come comincia: (Caprese, 6 marzo 1475 - Roma, 18 febbraio 1564)
     
    Viaggiare in aereo per me è sempre un'emozione incredibile, un avvicinarsi un po' di più a Dio, così come lo era per i cristiani nel medioevo quando costruivano le cattedrali che svettavano verso il cielo.
    Lassù, in mezzo alle nuvole, provi a sbirciare attraverso l'oblò e quello che si apre ai tuoi occhi è un mondo fantastico, una diversa prospettiva da quella usuale, più suggestiva e divina. Perché la Terra, il sistema solare, l'intero universo sembrano realmente usciti dalle mani magiche di un essere superiore. Un chiaro spettacolo della natura!
    Sospiro, scorgendo le dolci ondulazioni del Sahara che sembrano flutti dorati e il mio pensiero vola ai giorni mai dimenticati della guerra e scuoto la testa.
    «Se solo avessi potuto osservare il mondo da quassù!»
    Sussulto e mi giro di scatto, rimanendo a fissare quel volto bruttino, dai lineamenti duri, il naso rotto, la bocca piegata perennemente all'ingiù e sbatto le palpebre più volte, incredula e atterrita da ciò che quell'uomo rappresenta.
    «Mi… Michelangelo.» balbetto in un sussurro.
    «Sì, decisamente se avessi potuto avere questa visuale, avrei per certo fatto morire di bile quell'effeminato di Leonardo!» sbotta irato.
    Mi guardo timorosa in giro, ma i passeggeri continuano a godersi il viaggio come se nulla fosse e porto una mano al cuore, sollevata e indispettita al contempo.
    «Leonardo non era effeminato!» ribatto.
    A quelle parole mi degna infine di attenzione e socchiude gli occhi soppesandomi, alzando lentamente il mento.
    «Osi negare l'evidenza?» borbotta.
    «Lui era dolce, bello, elegante…»
    «Oddio, eccone un'altra!» esclama inorridito.
    Lo fisso attonita e lascio cadere l'argomento, consapevole che l'astio esistito tra i due maggiori uomini che il mondo abbia partorito non si è sanato neppure dopo tanti secoli.
    «È vero che a tredici anni sei andato a bottega dal Ghirlandaio?»
    «Verissimo. Mio padre avrebbe voluto che divenissi un avvocato, ma con il greco e il latino non sono mai andato d'accordo. D'accordo andavo con il disegno e fin da piccolo preferivo tratteggiare le chiese che vedevo nella città.»
    «Hai attirato l'interesse del Magnifico.»
    «Sì, si stupì nel vedermi maneggiare lo scalpello con maestria e mi tenne con sé. Era un grand'uomo messer Lorenzo.» aggiunge e la voce gli si incrina un po’, tradendo l'emozione.
    Provo a immaginarmi alla corte del Magnifico ma la testa mi gira e turbina in un ambiente frequentato dai più grandi uomini del tempo e subito torno con i piedi per terra. Se penso che Michelangelo l'ha frequentata all'età di quindici anni…
    «Sbaglio o ammiravi Savonarola?» domando.
    «I suoi sermoni erano sferzate contro tutti i potentati e contro la loro opulenza e richiamavano sempre all'amore del Cristo e alla Sua umiltà.»
    «Ma tu mangiavi al desco del Magnifico!» esclamo sbigottita.
    Lo vedo alzare le spalle larghe e possenti, come se la cosa non lo turbasse e mi domando se io sarei mai riuscita a sopravvivere in un simile periodo, dove la morale era un'utopia.
    [images3] «Dopo la morte del Magnifico ti sei trasferito a Roma, chiamato dal cardinale Riario.»
    «Quel taccagno!» e sembra che sputi le parole. «Per fortuna il Galli e poi il cardinale de Villiers mi hanno notato e ho potuto lavorare, altrimenti sarei rimasto con le mani in mano.»
    «La famosa Pietà.» mormoro incantata.
    Nota il mio sguardo sognante e commenta aspro:
    «Anche i miei contemporanei rimasero a bocca aperta.»
    Inizio a capire per quale motivo Leonardo non ci andasse d'accordo e per quale motivo in una rissa un tipo gli spaccò il naso: è arrogante, attaccabrighe e irascibile. Eppure tutti questi suoi difetti svaniscono dinanzi alle sue opere ed io non posso che inchinarmi al suo genio.
    «La fama a soli ventitré anni. Da allora sei stato richiestissimo.»
    «Me ne sono tornato a Firenze, dove il Duomo mi commissionò una statua ed io tirai fuori il David.»
    «Lo dici come se fosse la cosa più facile del mondo!»
    Emette un grugnito con quella sua voce dura come il carattere e ribatte:
    «Per me lo era. Il David era già lì, nel blocco di marmo; io ho solo tolto il superfluo per farlo venire alla luce.»
    Rimango esterrefatta e scuoto lievemente la testa, come a sottolineare la mia incredulità.
    «E per affrescare una delle pareti di Palazzo Vecchio?» domando.
    Fa un gesto stizzito con la mano, si agita sul sedile e a me incute un po' di timore.
    «Io e lui…»
    «Lui Leonardo?» specifico.
    «Sì, l'effeminato, il damerino. Ci vedi a lavorare schiena contro schiena per affrescare le due pareti? Se solo Giulio non mi avesse voluto a Roma alle sue dipendenze…»
    «Giulio II, il papa battagliero?»
    «Proprio lui.»
    [images1] Sogghigno e provo a immaginare Michelangelo e Giuliano della Rovere, papa Giulio II, faccia a faccia: entrambi collerici, iracondi e insopportabili. Le scintille si sarebbero sprecate e si maltrattarono per tutto il tempo che lavorarono insieme. Cosa avrei dato per vederli!
    «Quindi niente più raffigurazione a Palazzo Vecchio.»
    «No. Il destino aveva deciso che né io né l'effeminato avremmo affrescato le pareti: io per un motivo, lui per un altro.»
    Immagino che se continua ad appellare così Leonardo tra un po' lo strozzo.
    «Papa Della Rovere voleva un mausoleo da te.»
    «Sì, enorme, degno dei tempi antichi. Hai presente il Mosè?»
    «Certo, nella basilica di S. Pietro in Vincoli.»
    «Quello. La tomba del papa. Quella che lui, dietro insistenza di Bramante che doveva progettare la cupola di S. Pietro, mi costrinse a rimandare. Ovvio che me ne tornai a Firenze.»
    «E il papa?»
    Lo vedo sogghignare prima di rispondere:
    «Mi mandava lettere ogni giorno intimandomi di rientrare nell'Urbe, ma io ho sempre fatto orecchie da mercante.»
    «Sì, però alla fine l'ha spuntata il "grande collerico".»
    «Avrebbe messo a ferro e fuoco Firenze, quel pazzo! Sono sì rientrato a Roma, ma mi sono visto incaricato non del mausoleo, bensì dell'affresco della Sistina. A te pare normale?» borbotta incrociando le braccia sul petto.
    Al solo nominare la Cappella Sistina vado in brodo di giuggiole e chiudo gli occhi sospirando.
    «Hai idea, hai una pur solo vaga idea di quanto mi sia costato quel lavoro massacrante?» sbraita irritato. «Da solo, ho dovuto fare tutto da solo, io che di affreschi non m'intendevo, mentre nelle sale affianco c'era Raffaello, che avrebbe potuto benissimo farlo al posto mio. Invece no, quel testardo di Giulio si era incaponito e alla fine l'ha spuntata. Per quattro lunghi anni ho lavorato come una bestia, con i suggerimenti del Sangallo per non rovinare l'affresco, con Giulio che ogni giorno veniva a spiare senza commentare e poi, una volta terminata e aperta al pubblico, il testardo mi lascia, muore!»
    Nel suo sfogo sento il sincero rammarico di colui che perde un padre, un protettore e la cosa mi lascia alquanto stupita. Che, tutto sommato, il misantropo Michelangelo Buonarroti avesse un cuore? Fatto sta che, una volta morto il papa, lui tornò a Firenze, fino a quando, nel 1536, papa Paolo III Farnese gli commissionò il Giudizio Universale.
    [images2] «Nel frattempo avevo portato a termine il mausoleo e le due tombe dei fratelli Medici,» racconta, «e solo Dio sa quanto non avrei voluto mettermi a dipingere di nuovo. Ciò nondimeno alla fine l'ho fatto.»
    «E quale mirabile meraviglia!»
    Lo vedo digrignare i denti, scontroso come sempre e mi passa una mano davanti agli occhi, come per svegliarmi.
    «Li hanno coperti.» commenta lapidario.
    Lo fisso attonita, quindi capisco e ripenso a quanto tutte quelle nudità avessero turbato i meno scandalizzabili uomini del tempo, con il risultato che furono disegnate foglie di fico dinanzi a ogni genitale.
    «Sì, però noi progrediti le abbiamo rimosse, così il dipinto risplende in tutta la sua magnificenza.» rispondo con soddisfazione.
    «Voi progrediti?» ripete inarcando un sopracciglio.
    Devo aver fatto un'espressione simpatica perché scoppia a ridere ed io non comprendo la sua ilarità.
    «Quale assurda pretesa.» mormora scuotendo il capo.
    Rimango a guardarlo, lui, Michelangelo, un genio tra i geni del rinascimento che esalta noi italiani al confronto con gli altri stati e mi chiedo come sarebbe ora Roma senza il tocco delle sue mani. La Sistina sarebbe ancora dipinta di azzurro con miriadi di stelle bianche, insulse e prive di qualsiasi significato dinanzi al capolavoro michelangiolesco, e la navata destra di S. Pietro non vanterebbe la sua Pietà, bella oltre ogni dire.
    «Hai praticamente diviso la tua vita tra due delle più grandi città del rinascimento, Roma e Firenze.»
    «A Roma ci sono pure morto, novant'enne, ma i toscani non mi hanno lasciato in pace neppure dopo trapassato: mi hanno traslato a Firenze e qui sepolto. A Roma ci sono stato bene gli ultimi anni della mia vita, ho conosciuto Vittoria Colonna e siamo diventati molto amici.»
    «Anche Tommaso Cavalieri.» insinuo dolcemente, fissandolo dritto negli occhi.
    Lo vedo agitarsi alquanto e serra le labbra in una linea dura e sottile.
    «Dai dell'effeminato a Leonardo, ma tu non eri migliore.» lo sfido alzando il mento.
    Se il suo sguardo avesse potuto incenerirmi, ora sarei solo un mucchietto di polvere sul sedile dell'aereo e dentro di me sogghigno soddisfatta: il genio di Vinci è vendicato!
    All'improvviso si sporge verso di me e indica oltre l'oblò. Mi giro e rimango esterrefatta dinanzi alla maestosità della Cappella Sistina, priva di mura che la racchiudono, bensì aperta come un foglio in mezzo all'azzurro delle nuvole e mi rendo conto che sono rimasta a bocca e occhi spalancati.
    La visione rimane quel tanto da farmi capire quanto l'uomo possa andare a braccetto con la natura e quando mi volto per ringraziare il genio, il suo posto è vuoto e una hostess mi fissa sorridendo affabile, offrendomi dell'acqua.
    Sospiro dispiaciuta e mi mordo le labbra.

     
  • 15 luglio 2014 alle ore 13:21
    Cristina di Svezia

    Come comincia: (Stoccolma, 18 dicembre 1626 - Roma, 19 aprile 1689)
     
    Il freddo a Roma, quando decide di fare sul serio, è insopportabile. Ma non a causa delle basse temperature, bensì per l'umidità che ti si insinua nell'epidermide, supera lo strato di grasso, trapassa i muscoli e si impianta nelle ossa provocandoti perenni brividi. Il freddo che si percepisce è di gran lunga superiore a quello indicato dal termometro, così come, in estate, la calura è maggiore di quanto stabilito dal mercurio dentro la colonnina.
    Noi romani siamo vessati dal clima umido e solo chi è avvezzo a rigidità maggiori può ridere dei nostri brividi. Proprio come il sorriso beffardo che vedo spuntare su questa creatura apparsa all'improvviso, annunciata da un lieve tintinnare di campanellini attaccati a una slitta trainata da magnifici cavalli bardati.
    Una slitta in piena Roma? Rabbrividisco e mi stringo nel cappotto, fissando questa figura esile, ancora giovane, un tantino bruttina, con i capelli acconciati in lunghi boccoli che fuoriescono da una cuffia ingemmata.
    Mio Dio, penso attonita, ma costei è la famosa regina Cristina di Svezia, la quale abdicò a favore di suo cugino per venire a stabilirsi in pianta stabile a Roma! Una regina testarda, avida di sapere, munifica; in realtà intenta a ricercare se stessa come donna, perché tale non si sentiva e per tutta la vita tentò inutilmente di apparire la donna che la natura le aveva negato di essere.
    «Tu…» balbetto e non per il freddo, «sei la figlia di Gustavo Adolfo, il re guerriero protestante che ha dominato durante la guerra dei trent'anni.»
    Sogghigna come un maschiaccio e appare ancor più bruttina di quello che è.
    «Sì, e aggiungerei che mi ha lasciato orfana all'età di sei anni pensando che era dovere di re morire su un campo di battaglia piuttosto che pensare alla figlia.» risponde con malcelato sarcasmo.
    «Ma ti ha lasciato con tua madre, una principessa Hohenzollern di Prussia.»
    Fa uno scatto con la testa, risoluta, e la slitta da dove è scesa svanisce così come era apparsa, in un tintinnare dolce di campanellini.
    «Faresti meglio a dire che mi ha lasciato nelle mani del solerte e devoto cancelliere Axel Oxenstierna. È stato lui il mio reggente fino al compimento dei miei diciotto anni. Mia madre, da ferrea prussiana, mi rinfacciava sempre di essere nata donna ed io, per non deluderla, mi comportavo da quel maschio che tutti avevano sperato che io fossi quando sono venuta alla luce.»
    Percepisco di nuovo un sottile sarcasmo nel suo tono e domando:
    «Per questo ti sei rivolta all'ambasciatore inglese dicendo che la tua damigella era la tua compagna di letto?»
    «E lo era!» ribatte alzando fieramente il mento. «Ho sempre odiato gli uomini, benché ne cercassi la compagnia, sebbene il rapporto intimo con loro mi abbia sempre disgustato. Come si può solo pensare di rotolarsi in un letto con questi esseri rozzi e privi di attrattive?»
    Rimango attonita, in silenzio, impreparata a quell'ammissione senza peli sulla lingua e deduco in un sussurro:
    «Amavi le donne.»
    «Ovvio.» risponde come se fosse la cosa più naturale del mondo. «Mi si è sempre chiesto e comandato di comportarmi da uomo ed io così ho fatto, in tutto e per tutto. Ti dirò,» aggiunge insinuante, «la cosa mi allettava non poco.»
    La osservo di sottecchi e, tutto sommato, un po' mascolina lo è. Le mancano la grazia di una donna, l'eleganza, il portamento e la dizione, mentre abbondano e trasudano la sfrontatezza, l'aggressività e la risolutezza tipica degli uomini. Tutto sommato, questa giovane regina mi fa tenerezza.
    «Tu eri figlia di protestante, nata in un paese luterano e, alla fine, ti sei convertita al cattolicesimo.»
    Alza le spalle esili, non ancora pingue come lo era diventata durante la seconda metà della sua vita e con un gesto secco tira indietro un boccolo.
    «E allora? In realtà, non me ne importava nulla della religione, intenta com'ero a studiare i grandi del rinascimento italiano. Le guerre di religione non le ho mai condivise, le ritenevo e ritengo puerili, una facciata per nascondere problemi più gravi.»
    «Ma tuo padre morì sul campo di battaglia per difendere il protestantesimo!» esclamo scandalizzata.
    «La sua vita era sua, poteva farne ciò che voleva.» risponde con fredda indifferenza. «Io ho sempre di gran lunga preferito lo studio dei classici alle continue amarezze che ci propinava la religione.»
    Mi fissa con alterigia, stringendo gli occhi per sondarmi e continua sibilando:
    «Vuoi mettere la bellezza di tutto lo scibile umano dinanzi ai futili battibecchi di vecchi prelati che si credono portatori della voce di Dio e che scatenano rancori che sfociano in guerre fratricide? Io ho preferito dilapidare il mio patrimonio aprendo la mia corte a tutti gli uomini di cultura, dai filosofi ai pittori, dagli scultori ai professori e ne sono stata ben ripagata.»
    Sentirla parlare così mi fa venire i brividi e mi domando come sia sfuggita alle maglie dell'Inquisizione. Ma, probabilmente, si teneva per sé queste osservazioni. Facendo bene, aggiungo.
    [cristina2] «So che sei stata una grande mecenate e la Svezia, sotto il tuo regno, è diventata la più grande potenza europea, al pari dell'Inghilterra sotto la regina Elisabetta. Tutto ciò, però, è andato inevitabilmente a cozzare con la supervisione di Oxenstierna.» le rammento.
    Scoppia a ridere e si porta una mano alla fronte, scuotendo la testa.
    «Sì, è vero. Il devoto Axel si preoccupava delle casse dello stato, io mi preoccupavo delle casse intellettuali. E questo mi ha inevitabilmente indotto ad abdicare, alla veneranda età di ventotto anni. Sai,» aggiunge avvicinandosi e facendo l'occhiolino, «ho sempre odiato le convenzioni.»
    «Lungi da me simile dubbio.» ribatto e il pensiero mi vola in un'epoca remota, dove una giovane e irrequieta regina scorrazzava insieme ai gentiluomini della sua corte, in abiti maschili, cacciando come una indemoniata in mezzo alle lande ghiacciate della Svezia.
    Una cosa è certa: questa donna tutto era tranne che una donna. Per lei gli uomini erano il mezzo per imparare qualcosa e come tali li considerava. L'idea di sposarsi non le aveva mai sfiorato la mente e il pensiero di avvizzire su un trono gelido come quello svedese le faceva accapponare la pelle.
    La sua salute gracile e le continui bronchiti non si adattavano al rigido clima nordico e lei smaniava e scalpitava per liberarsi da quel compito al quale era stata chiamata dalla tenera età di sei anni. Il solo pensiero di dover dare un erede alla corona la faceva stare male. E a sue spese dovette capirlo anche suo cugino Carlo Gustavo, il quale vanamente le aveva ripetuto di sposarlo, ricevendo in cambio sempre secchi rifiuti.
    All'ennesimo tentativo, Cristina altro non fece che abdicare in suo favore, senza prestare orecchio al suo cancelliere, e voltargli le spalle per partire alla volta dell'assolata Roma.
    «Il giorno dell'abdicazione, nessuno ha avuto il coraggio di toglierti la corona dalla testa.» rammento.
    «No, infatti. Ho dovuto dare un ordine, il mio ultimo ordine come sovrana. Ma quale soddisfazione!» aggiunge esultante. «Lo stolto di mio cugino era a tal punto innamorato che mi ha rincorsa per propormi nuovamente di sposarlo e dividere il torno con lui. Povero idiota.» commenta scuotendo il capo.
    Rimango di ghiaccio, pensando che si sta rivolgendo niente di meno che a Carlo X!
    «Di Roma mi attraeva tutto, a partire dalle sue opere.» mormora con tono nostalgico, dimentica della fredda Svezia.
    Scorgo i suoi occhi prendere vita all'improvviso, come se stesse parlando di un amante e continua con voce vibrante:
    «L'Urbe era, per me, un ricettacolo di bellezza e di cultura come nessun altro luogo al mondo e il solo poter mirare le opere di Raffaello e Michelangelo mi riempiva il cuore e fortificava l'anima.»
    «Sì, posso capirlo.» convengo trattenendo l'emozione.
    «Le basiliche per me erano solo meravigliosi musei, altro che luoghi di culto!»
    Sgrano gli occhi e rabbrividisco: se solo l'avesse urlato ai quattro venti, l'avrebbero processata e condannata per eresia. E la cosa strana, è che condivido la sua visione.
    [cristinasv] Tuttavia questa donna, toccata dall'arte, dalla bellezza della natura e dai classici greci e latini, sapeva essere crudele e spietata come un uomo. Così come avvenne per una rivolta in Svezia, prima della sua abdicazione: la soffocò con un massacro, non risparmiando né provando pietà per nessuno. Come non risparmiò uno dei gentiluomini della sua corte allorché le giunse all'orecchio che potesse essere un sicofante.
    «A Roma hai gettato le basi per un'accademia che, in avvenire, sarebbe diventata la famosa Arcadia.»
    «Già. Ho sempre amato circondarmi di uomini eccelsi. Sai, andavo a veder lavorare il Bernini e tutte le volte mi dispiaceva di non poterlo avere al mio servizio: le sue mani erano un dono di Dio. Così come le belle donne romane.» aggiunge ammiccante.
    Rimango immobile e provo a fare un sorriso, mentre la vedo avvicinarsi con passo misurato e quando è a pochi centimetri da me mi posa una mano sugli occhi e in quell'istante mi appare Roma in età barocca, così diversa dalla Roma imperiale e medievale. Sembra un ribollire di attività frenetiche, dedite a ridare lustro e belletto a una città che, per secoli, è stata la capitale del mondo prima e della cristianità dopo.
    Vedo scalpellini intorno alle fontane e alle scalinate, sommersi di polvere di marmo, felici di arricchire l'Urbe con ridondanti tocchi che sfiorano la tracotanza e il popolino che neppure li vede, avvezzo a scene simili.
    «Allora?» mi chiede ritraendo la mano. «Non era magnifica?»
    Sbatto le palpebre e rispondo:
    «Sì, come sempre. Anche in momenti di declino la nostra amata Roma ha sempre brillato come un faro. Ma tu, nonostante l'abdicazione, hai brigato per divenire regina di Napoli e dei Polacchi.»
    Reprime un gesto di stizza e fa un cenno, come a sottolineare che non voleva neppure sentirne parlare.
    «Dovevo pur fare qualcosa, no? Regina sono nata e regina mi sono sempre sentita. Sono solo nata nel posto sbagliato. Per questo sono voluta venire qui a morire. Non si potrebbe scegliere città migliore per lasciare un segno nella Storia.»
    «Ho veduto il tuo catafalco in S. Pietro.»
    La vedo fare una smorfia e commenta acida, con tono quasi isterico:
    «Il mio testamento parlava chiaro: volevo essere sepolta nel Pantheon, accanto al mio amato Raffaello.»
    Sorrido condiscendente e inarcando le sopracciglia le faccio notare:
    «Vedila così: S. Pietro non è certo un luogo comune dove venire inumati.»
    Sbuffa e porta le mani sui fianchi, mi fissa a lungo, borbotta qualcosa di inintelligibile in svedese, quindi inspira a fondo e annuisce.
    «E sia. Sono pur sempre una regina.» commenta con vana superbia.
    «Di spessore notevole.»
    La vedo chinare la testa in segno di accettazione e un attimo dopo batte le mani e di fianco a lei si materializza un cocchio trainato da quattro magnifici cavalli bianchi, un lacchè a cassetta e due dietro la carrozza.
    Resto incantata dalla sontuosità della scena e vedo un cardinale, probabilmente il suo fedele amico Decio Azzolino, che le porge la mano per aiutarla a salire. Lei mi manda un bacio a distanza e subito dopo svanisce insieme al codazzo ed io rimango impietrita nel freddo umido di Roma, incredula dinanzi a ciò che ho visto.
    Volgo lo sguardo al cupolone che svetta dinanzi a me in tutto il suo splendore e sorrido.

     
  • 08 luglio 2014 alle ore 13:47
    Lucrezia Borgia

    Come comincia: (Subiaco, 18 aprile 1480 - Ferrara, 24 giugno 1519) 
     
    Mi aggiro in silenzio nelle stanze dei Musei Vaticani, mirando incantata le opere d'arte in esse contenute. Mi scopro instancabile e insaziabile dinanzi ai dipinti di Raffaello, insignificante sotto la volta della Sistina, stupefatta nel fissare le mummie egizie, fin quando entro nella Torre Borgia, fatta costruire da papa Alessandro VI e mi addentro nelle sale affrescate da Bernardino Betti, il Pinturicchio.
    Qui mi soffermo sui volti dove il pittore ha ritratto i componenti della famiglia Borgia. I dipinti sono così belli che rapiscono lo sguardo e quasi mi pare impossibile che quelle figure così candidamente ritratte possano essere i crudeli personaggi che la Storia ci ha tramandato. O, almeno, una parte della Storia.
    Chiudo gli occhi e un attimo dopo vedo la santa Caterina che, quasi per magia, si stacca dall'affresco e rimane sospesa a mezz'aria, fluttuando lieve, simile a un sogno. Ci risiamo, penso sgranando gli occhi e fissando la figura davanti a me che, sorridendo affabile, esordisce:
    «Lo vuoi proprio sapere?»
    Rimango mio malgrado incantata e mi accorgo che la gente che affolla la sala non si rende conto di noi, non ci guarda neppure, come se fossimo due creature invisibili. Lei, Lucrezia adolescente, presa a modello dal Pinturicchio per interpretare la santa, mi sorride e alza il braccio per mostrarmi i suoi familiari.
    «Mio padre, Rodrigo Borgia, eletto papa con il nome di Alessandro VI, era un uomo buono, parco, gaudente, sostenuto dalla ferrea Fede che aveva nel Cristo, a dispetto di tutti coloro che lo hanno soprannominato l'Anticristo.»
    «In effetti, si concedeva talmente tanta licenza che quando era ancora un giovane vescovo si è beccato un rimprovero dall'allora papa Pio II Piccolomini.»
    Lei annuisce e ribatte:
    «Era moralità del tempo. Non esisteva uomo di Fede che non fornicasse.»
    «Alla stregua di tuo fratello?» domando insinuante.
    La vedo scurirsi in volto per una frazione di secondo, quindi recuperare la regalità conseguita per ricoprire il ruolo primario di principessa del Vaticano.
    «Mio fratello Cesare era un cardinale allegro, modesto, pieno di vita e i contemporanei possono sottoscrivere.»
    «Era il fratello maggiore, vero?»
    «Maggiore se parli dei figli che mio padre ha avuto da Vannozza Cattanei: ne ha avuti altri in precedenza da altre donne. Ma sì, Cesare era il maggiore, poi venivano Juan, io e infine Jofre. Quattro, e mio padre ci ha amato tutti, in particolare Juan, destinato alla carriera militare.»
    Vedo i suoi occhi brillare mentre parla della sua famiglia e comprendo che il loro sangue valenzano li ha legati indissolubilmente.
    «So che ti sei sposata a tredici anni.» rammento, provando a toccare un visitatore per assicurarmi di essere vista, ma costui non mi sente neppure.
    «Sì, con Giovanni Sforza, conte di Pesaro e nipote del Moro. Purtroppo era un matrimonio destinato a naufragare per correre dietro ai venti politici.» commenta scuotendo la bellissima testa dai lunghi capelli biondi. «Puoi immaginare cosa significa essere costretta a sciogliere un matrimonio in quell'epoca? Mio padre e mio fratello erano così sicuri del fatto loro che non si sono mai curati dell'infamia che mi gettavano addosso.»
    «Come un marchio a fuoco.»
    «Proprio così. Quando Giovanni non è stato più utile, mio padre e Cesare si sono guardati intorno per cercarmi un altro degno marito che a loro potesse aprire le porte di altre proficue alleanze. A me non era concesso ribellarmi. Come non mi è stato concesso piangere la morte di mio fratello Juan.»
    Sento la sua voce incrinarsi al penoso ricordo e posso solo immaginare il dolore da lei provato.
    «Se non rammento male,» mormoro facendo un gesto con la mano, «fu ritrovato accoltellato nel Tevere, nello stesso periodo in cui eri costretta a divorziare.»
    Lei china appena la bionda testa e sospira mestamente.
    «Fu un momento terribile per me e per tutto il mondo cristiano. Il fatto poi di non aver mai saputo chi avesse osato uccidere il figlio prediletto del papa, lasciò tutti con l'amaro in bocca.»
    [lucreziaborgia02] «Si sussurrò che fosse stato Jofre, tuo fratello più piccolo, perché Juan era l'amante di sua moglie.»
    «Sciocchezze.» taglia corto con decisione, alzando il mento come una regina. «Noi Borgia siamo stati a lungo infamati da parole che hanno scavalcato i secoli, proferite da persone che ci hanno sempre odiato. Era vero che Juan fosse l'amante di sua moglie, ma Jofre non ha mai ucciso nessuno. Si disse pure che fosse stato Cesare, ma neppure lui avrebbe mai alzato la mano su un congiunto.»
    «E chi fu a ucciderlo?» domando incuriosita. «La Storia non ha mai svelato l'arcano.»
    «Fai la domanda alla persona sbagliata: io ero chiusa in convento in quel periodo, in attesa del divorzio e pronta a impalmare il secondo marito, il duca di Bisceglie.»
    «Indubbio, qualcuno che conosceva bene le sue abitudini lo ha colpito e poi si è ritirato nel buio.» indago pensierosa.
    «Sì, e quello che so per certo è che mio padre incolpò gli Orsini, senza, per altro, averne mai le prove.»
    «La scomparsa di tuo fratello fu la causa dello spogliamento di Cesare.»
    «Ovvio. La nostra famiglia aveva bisogno di un uomo d'arme più che di un uomo di Chiesa e Cesare scese in campo.»
    «Una morte quanto mai provvidenziale per l'ambizione del Valentino.» faccio notare.
    Lei mi fissa dall'alto in basso, con il distacco dell'essere superiore e ribatte:
    «Cosa ne sai tu? La gente dice che uccise il fratello per diventare condottiero; io sostengo che fu costretto a divenire condottiero perché gli avevano ucciso il fratello.»
    Con un cenno della testa le concedo il beneficio del dubbio e insinuo:
    «Si dice pure che tu abbia avvelenato i tuoi mariti.»
    Si mette a ridere di cuore, portando una mano alla bocca ed io rimango incantata dinanzi alla sua bellezza e ai suoi modi gentili, da sempre decantati dai poeti e dalle persone a lei vicine.
    «Io non ho mai avvelenato nessuno. Amavo talmente tanto il mio secondo marito che quando Cesare me lo ha ucciso per potermi rendere vedova e donarmi agli Este, sono quasi impazzita dal dolore.»
    «Vuoi dire che, nonostante il matrimonio politico, eri innamorata di Alfonso d'Aragona?»
    Lei socchiude i magnetici occhi a mandorla e sospira.
    «Chi non l'avrebbe amato? Era giovane, bello e gentile e ho pregato per avere una lunga vita insieme a lui. A quanto pare,» aggiunge con tono struggente, «ho pregato la persona sbagliata.»
    Vedo una piccola goccia di rugiada bagnare le sue ciglia e commento:
    «Allora ricusi l'accusa di avvelenatrice.»
    «Così come ricuso tante altre calunnie gettate sul nostro nome.»
    «Eppure la gente ci crede.» faccio notare inarcando le sopracciglia.
    Lei abbozza un sorriso e volge il chiaro sguardo oltre la finestra, perdendosi in ricordi lontani. Io ne approfitto per provare a toccarla, per vedere se è reale o se è il frutto della mia fantasia e lei mi lascia fare, condiscendente e intimamente divertita. Con timidezza le sfioro la manica a sbuffo e sento sotto i polpastrelli la vellutata morbidezza del broccato e le coste in rilievo ricamate con fili d'oro. L'emozione quasi mi stronca e alzo lo sguardo per guardarla, bellissima e delicata, eterea ed evanescente.
    «Mio padre fu troppo buono nel concedere che il popolo, e chi lo sobillava, sparlasse di lui e lo rendesse ridicolo; Cesare, al contrario, puniva persino i pensieri.» mormora.
    Esito dinanzi alla sua espressione assorta, come rapita da un vago senso di voluttà e solo dopo un po' le rammento:
    «Si dice che tuo fratello fosse un mostro.»
    Lei mi fissa e un attimo dopo allunga la mano per scansare una ciocca di capelli che mi era caduta sugli occhi ed io arrossisco come una scolaretta.
    «No, non lo era. Era determinato e ispirato da un alto ideale: quello di unire un'Italia lacerata da guerre intestine; e per portare a termine i suoi progetti non si è fermato dinanzi a nulla. Basti dire che mi ha fatto sposare Alfonso d'Este, recalcitrante e inviperito contro la mia persona perché credeva a tutte le malelingue che correvano sulla mia famiglia.»
    «Ma poi ha finito con l'amarti.»
    China appena la testa e annuisce.
    «Sì, si è ricreduto, come tutti, del resto. Ha pianto moltissimo la mia dipartita.»
    Colgo quel commento per mormorare insinuante:
    [lucrezia1jpg] «Si dice che alla morte del Valentino, il tuo pianto straziante somigliasse a quello di una donna innamorata.»
    Lei si gira a guardarmi, raddrizza le spalle e i suoi occhi grigi brillano come diamanti.
    «Cesare era l'uomo più seducente e bello del suo tempo. Nessuno poteva avvicinarlo senza cadere nel magnetismo del suo fascino. Persino i suoi condottieri, quando hanno provato a ribellarsi al suo straripante potere, gli sono caduti tra le mani appena li ha richiamati. Era impossibile resistergli. Tutti, prima o poi, si scornavano contro i suoi modi affabili, il suo timbro di voce dolce e sommesso, la sua forza fisica che amava mettere in mostra; prova a chiedere al suo fido Michelotto: si è lasciato torturare pur di non rivelare i suoi segreti. Cesare era una forza della natura e nessuno poteva o riusciva a resistergli.»
    «Eppure ti ha ammazzato il marito.» le ricordo.
    Lei esita, si tocca la fronte con la mano e sospira, come riportata indietro di secoli, a un periodo buio della sua vita, il periodo indimenticabile di Roma.
    «Per un po' l'ho odiato, è vero.» ammette riluttante. «Ma era impossibile odiare a lungo il Valentino: era il mio fratello preferito.» aggiunge con insinuante dolcezza e con sguardo che non ha bisogno di altre parole.
    Questa volta chino io la testa, accettando la sua mezza risposta e m'informo:
    «Come ti sei trovata lontana da Roma?»
    Sospira malinconica e chiude un attimo gli occhi, quindi risponde:
    «Roma era tutto per me: era il bene e il male, era la felicità e il dolore, era la gioventù e l'irresponsabilità. Io ho amato oltremodo Roma e quando l'ho lasciata, costretta a trasferirmi a Ferrara, ho pianto a lungo. Tu hai mai lasciato l'Urbe?» indaga fissandomi dritto negli occhi.
    «Solo il tempo strettamente necessario per andare in vacanza.» ammetto sorridendo.
    «Io l'ho lasciata per sempre e quel vuoto non si è mai colmato.»
    «Eppure a Ferrara,» ribatto, «alla fine ti sei trovata bene; tuo marito, dapprima riluttante, alla fine ti ha amato e ha pianto la tua morte, così come i ferraresi. Sei rimasta nei loro cuori.»
    [Immagine1] «Sì, è vero, nondimeno ho dovuto faticare non poco per sopire i malanimi. Ero vista come una strega, come una donna dissoluta e dai facili costumi. Nulla di tutto ciò, anche se a tutt’oggi lo si crede. Pensa un po',» aggiunge con aria birichina, «quando sono morta, di parto, hanno finalmente scoperto che portavo il cilicio. No,» conclude con un sorriso dolce, «non sono mai stata il mostro che mi si dipinge, tanto meno lo è stato Cesare. La nostra unica colpa, semmai, è stata quella di essere una famiglia di umili origini che vantava due papi e che ha travolto nomi altisonanti come gli Orsini, i Colonna, i Savelli, gli Aragona, gli Sforza, i Malatesta, i Baglioni e tanti altri. Di nemici ne abbiamo avuti molti, a partire dal re di Francia ai reali Cattolici di Spagna, ma abbiamo avuto anche tanti ammiratori, quali il Machiavelli, Leonardo da Vinci, il Bramante, il Bembo, il Sangallo, i Medici e, soprattutto, il popolo.»
    «Non è poco.»
    «No, non è poco.»
    Ci guardiamo per un lungo attimo, con la connivenza di due donne che si conoscono da una intera esistenza e la vedo sorridere un attimo prima di sfiorarmi la fronte con un bacio materno.
    Rimango esterrefatta, rapita dal suo fascino malinconico e un nodo mi chiude la gola quando riprende il suo posto nel dipinto, immobile dinanzi alla figura di suo fratello Cesare.

     
  • 09 giugno 2014 alle ore 13:16
    Il legionario

    Come comincia: Cammino sotto il sole infuocato del deserto, arranco con la gola riarsa e sento la mente che inizia a vacillare, facile preda dei dardi mortali di Helio.
    All'orizzonte, bagnato per effetto del riverbero, intravedo una palma ondeggiante -almeno credo sia una palma- e già pregusto la sorsata d'acqua che può salvarmi la vita, quando, in un barlume di lucidità, mi accorgo che la supposta palma si muove, mi si avvicina a passo addirittura sostenuto.
    Stringo gli occhi e porto la mano a visiera e lentamente l'immagine prende forma, una forma umana più che vegetale. Il sole risplende su un'armatura a placche d'acciaio, su un elmo stondato e su uno scudo con fregi gialli e rossi. Il gonnellino è rosso, le calighe marroni e la cuspide della lancia risplende incutendomi un timore reverenziale.
    Mi fermo, priva di forze, il fiato corto e il mio sguardo si posa sul minaccioso gladio che sporge al fianco dell'uomo e che mi abbaglia all'improvviso.
    [Immagine] Con estrema tranquillità, come se il caldo non lo sfiorasse neppure, appena arriva vicino mi assesta una cordiale pacca sulla spalla ed io cado a peso morto sulla sabbia sottile del deserto.
    «Ehi!» esclama aiutandomi a tornare in piedi. «Non immaginavo fossi così gracilina.»
    Mi pulisco dalla sabbia, sputo un po' di granelli, sbatto le ciglia e sospiro.
    «Ma chi diavolo sei? E come ti viene in mente, poi, di abbattermi così?»
    «Aho, e mica è colpa mia se sei fatta di gelatina.» ribatte quasi offeso. «Io volevo solo essere gentile, scambiare un saluto. Non si incontra molta gente nei paraggi. Comunque, io sono Caio, uno dei legionari del grande Giulio Cesare.» si presenta raddrizzando le spalle.
    Per una frazione di secondo rimango senza parole, quindi, cercando vanamente di pararmi dal sole accecante, borbotto:
    «Ecco. Dovevo immaginarlo. Siete tutti così gentili voi legionari?»
    Sorride e si toglie l'elmo, mettendomelo in testa e studiando la mia espressione titubante.
    [Immagine3] «Questo ti riparerà.» mormora conciliante.
    Avverto la pesantezza dell'acciaio sulla testa, ma non riesco a replicare, troppo sfinita e prossima al collasso. È incredibile, eppure quell'elmo offre un'ottima visuale e lascia scoperte le orecchie, nonostante i guanciali che riparano i lati del volto.
    «È per ascoltare bene gli ordini in battaglia.» spiega.
    Lo vedo prendere una borraccia che porta in spalla insieme ad altre cose e me la offre per dissetarmi. La prendo con avidità e ne tracanno un lungo sorso, sentendomi subito meglio.
    «Mi sembra giusto. Ma quanto pesa quest'armatura?» domando porgendo la borraccia che, nel frattempo, si è miracolosamente riempita di nuovo di acqua.
    «Suppongo quindici, venti chili. Ma noi legionari siamo addestrati a marciare con questo peso addosso, pertanto non lo avvertiamo più. Ti basti sapere che, seguendo il nostro generale, abbiamo coperto duecento chilometri in soli tre giorni. A piedi, ovviamente.»
    Il suo orgoglio è tangibile e gli occhi gli brillano di fierezza ed io mi sento di gelatina dinanzi a lui.
    «Le legioni hanno reso grande Roma.» rammento, guardando la scritta "Legio" sullo scudo e il numero di appartenenza.
    Annuisce e porta le mani sui fianchi, inspirando a fondo.
    «Agli inizi la legione era composta da 6000 uomini che prestavano servizio solo in caso di guerra. In seguito, con l'espandersi del territorio, ci siamo dati un ordinamento e il servizio non si prestava più in modo sporadico.»
    «Questo, però, non è stato sufficiente quando i Celti hanno invaso l'Urbe, nel 390 a.C.» commento.
    «È vero.» ammette riluttante. «In quell'occasione i biondi barbari del nord ci hanno sopraffatto e noi legionari abbiamo dovuto rivedere la nostra tattica. Qualcosa, ovviamente, non andava.»
    «Ossia?» domando curiosa.
    «Be', innanzitutto il servizio di leva non poteva essere più a carattere facoltativo, bensì doveva divenire obbligatorio per tutti; di conseguenza, una volta arruolati, affrontare un faticosissimo ed estenuante addestramento che durava quattro mesi, dove facevamo marce forzate con tutta l'armatura addosso. Di pari passo l'addestramento con il gladio.» e tira fuori questa spada corta e larga che incute paura.
    «Sembra un grosso pugnale.» noto deglutendo.
    «E quasi lo era. Venivamo addestrati per colpire di punta, diritto allo stomaco dell'avversario, la parte più molle e priva di protezioni. Sotto il nostro assalto nessuno resisteva.» ammicca arricciando il naso.
    «Posso benissimo immaginarlo. Siete diventati l'esercito più temuto dell'antichità, il più efferato, ma anche il più disciplinato.»
    «Già.» sogghigna, mostrando una fila di denti bianchi. «L'astinenza forzata prima della battaglia aveva il potere di renderti più crudele contro il nemico. La legione, nel periodo di massimo splendore, era composta da 4800 soldati, suddivisi in 10 coorti di 480 uomini e questi suddivisi in 6 centurie di 80 uomini. I centurioni erano coloro che, alla fine, comandavano, essendo i più vicini ai soldati; un po' come succede alle basi di un esercito moderno. Non andavano mai in pensione e terminavano la loro vita facendo carriera militare. Ho conosciuto centurioni che combattevano pur essendo ottuagenari.»
    [Immagine2] Trattengo un sorriso divertito, immaginando un attempato vecchietto con i radi capelli bianchi che ancora urla ordini ai suoi uomini. Ma, a parte questo, Caio ha ragione.
    «Vedervi schierati doveva apparire terrificante per il nemico.»
    Mi si avvicina con aria complice e sussurra:
    «Se pensi che ogni legione possedeva anche 300 cavalieri, figurati il terrore.»
    Provo solo a immaginare un esercito di decine di legioni, schierato dinanzi a un nemico più caotico e roboante che addestrato e disciplinato e rabbrividisco.
    «Le battaglie sostenute dai legionari erano sanguinose.» ricordo.
    «Sì, è vero. Però noi romani, a differenza dei barbari e dei Cartaginesi, potevamo permetterci il lusso di perdere anche 50.000 uomini al giorno, perché il giorno dopo erano comunque rimpiazzati. La legione era sempre pingue.» commenta con un sorriso di superiorità.
    Inorridisco al pensiero e riesco a credere, a quel punto, alle parole di Giulio Cesare, quando disse che la guerra contro i Galli era costata due milioni di morti.
    «A proposito di Cartagine.» inizio con cipiglio. «L'avete rasa al suolo con una violenza inaudita.»
    Sbuffa e sposta il peso da un piede all'alto ed io mi soffermo sulle calighe, inarcando le sopracciglia: come diavolo facevano a combattere con quelle cose addosso? All’apparenza sembrano delicate.
    «Tre sanguinose guerre puniche, durate decenni e costate molte vite. Sì, avevamo timore di Cartagine e non ci abbiamo pensato due volte a raderla al suolo quando ne abbiamo avuto l'occasione. Ma noi,» aggiunge scurendosi in volto, «non eravamo spietati solo contro i nostri nemici; anche con noi stessi.»
    «Ossia?»
    «Mai sentito parlare della decimazione?»
    «Be', sì, quando il vincitore decima il nemico…»
    «No, no.» mi interrompe con un gesto secco della mano. «La vera decimazione significa prendere un uomo su dieci e passarlo per le armi. I nostri uomini.»
    Sgrano gli occhi inorridita e chiedo:
    «E perché mai?»
    Fa una smorfia e si avvicina per osservarmi bene.
    «Sei mai stata sotto le armi?»
    «No.»
    «Allora è tutto chiaro.» commenta quasi con disgusto.
    «Chiaro cosa?» insisto.
    Si gratta il mento sbarbato e mi accorgo che, a dispetto delle apparenze, è molto giovane e mi sovviene anche il perché: l'età media, all'epoca, era di venticinque anni. Pertanto, come si entrava nella pubertà si veniva subito arruolati per un periodo non inferiore agli otto anni.
    [immagi] «Chiunque si dimostrava codardo in battaglia, era causa della decimazione del proprio reparto.»
    «Oh, mio Dio!» sussurro inorridita. «Non era più logico colpire il pusillanime?»
    «Occorre disciplina.» replica perentorio, da buon legionario. «Non mi meraviglia che tu sia stata renitente alla leva.»
    «Io non sono stata…»
    Scuoto la testa, sorvolando sull'insinuazione e lui continua, come se non fosse stato neppure interrotto:
    «Se ero consapevole di poter causare la morte dei miei compagni, preferivo superare la paura e morire in battaglia. Tu sopravvivresti con un fardello simile?»
    «Assolutamente. Ora mi spiego perché le legioni romane erano temute in tutto il mondo.»
    «Già. Il nostro arrivo era sinonimo di morte e distruzione. Io ero e sono tuttora fiero di essere un legionario di Cesare.» dice portando il braccio piegato all'altezza del petto, il pugno sopra il cuore.
    «Be',» rispondo sorridendo, «in qualche modo, anche noi siamo legionari, legionari di una Roma diversa.»
    «Quale Roma?» grugnisce e la sua irruenza quasi mi spaventa. «Di Roma ce n'è una sola.» puntualizza con occhi che scintillano.
    «Non esattamente.»
    «Sai cosa vuol dire "Legionario"?» incalza, provando a incutermi soggezione.
    «Ammetto di essere molto ignorante.» rispondo con un sorriso accattivante.
    «Nel nostro latino, la nostra bellissima lingua, significa "raccogliere in armi". Anche voi vi raccogliete in armi?»
    Il mio sorriso si illumina maggiormente, pensando ai colori dello stadio e rispondo:
    «Non proprio.»
    «E allora, cara mia, di legionari esistiamo solo noi, la vera macchina da guerra di Roma.»
    Lo vedo alzare il mento con fierezza e comprendo che non può capire quello che intendo io e lascio cadere il discorso, un attimo prima di sentire un tuono rombare sopra la mia testa. Alzo gli occhi al cielo e vedo un gruppo di nubi nere che arrivano con il loro pesante carico di pioggia e sorrido, rincuorandomi non poco.
    Quando la pioggia scende, mi accorgo che l'uomo non c'è più, svanito come un miraggio, ma in testa porto ancora il suo brillante elmo d'acciaio e un sorriso mi piega le labbra.

     
  • 22 maggio 2014 alle ore 12:34
    Beatrice Cenci

    Come comincia: (Roma, 12 febbraio 1577 - Roma, 11 settembre 1599)

    Avete mai imparato a sciare? Io ci ho provato quando ero ragazzina e la cosa mi ha talmente impressionato che ho preferito scendere con lo slittino per il resto della vita.
    È un piacere enorme quando sfrecci sulla neve indurita, quando il gelo ti sferza le gote e il naso fino a renderli rossi come un ubriaco e senti l'adrenalina aumentare con l'aumento della velocità. Lo è un po' meno quando ti imbatti in un punto dove la neve è soffice e lo slittino ti si inchioda e tu sfrecci sopra di lui fino a ruzzolare giù come una palla impazzita. È un miracolo se non ti rompi nulla e rimani a sedere mezzo intontita prima di scoppiare a ridere per la scena buffa con la quale hai dato spettacolo.
    «Beata te che puoi godere delle gioie della vita.»
    Sbatto le palpebre al suono di quella voce sommessa e malinconica e mi alzo da terra, sgrullandomi la neve di dosso. La vedo, accanto a un albero dalle fronde basse, l'abito candido come la neve e rimango a fissarla a lungo, rapita dalla sua bellezza che non riesce a nascondere il dolore. Esito a lungo e chiamo titubante:
    «Beatrice Cenci?»
    Annuisce appena e sorride indicando la propria testa.
    «Preferisco non muoverla troppo: dopo sarei costretta a raccoglierla. Durante tutti questi secoli,» commenta in un borbottio, «ancora non sono riuscita a capire come fare per riattaccarla.»
    Rabbrividisco, a dispetto del caldo provocato dalle tante discese con lo slittino e porto istintivamente una mano alla gola, come a sincerarmi di avere ancora il collo.
    «Vuoi vedere?» mi domanda e senza attendere risposta si prende la testa tra le mani e la stacca dal collo.
    A quella vista raccapricciante divento più bianca della neve e un attimo dopo mi ritrovo di nuovo seduta per terra, gli occhi sgranati per l'orrore. Mi sembra di vivere un incubo scozzese, dove i fantasmi girano indisturbati nei meandri di castelli antichi e fatiscenti.
    Tremando appena mi metto in ginocchio e porto le mani in avanti, a mo' di scudo e supplico:
    «Ti prego, ricomponiti.»
    Lei lo fa ed io rinsanguo visibilmente. Mi rialzo con lentezza, ancora sconvolta e mormoro:
    «Comprendo il tuo stato d'animo e mi spiace per quello che hai passato.»
    Sospira mesta e ricordo con chiarezza la brutalità e la crudeltà di suo padre, Francesco Cenci, nobile romano gottoso e rognoso, erede di una ingente fortuna che lui, con il suo stile di vita, aveva sperperato.
    «Già.» mormora, come se mi avesse letto nella mente. «Soldi ereditati da suo padre e che è stato costretto a versare come risarcimento alle famiglie dei giovani da lui sodomizzati.»
    Faccio una smorfia, pensando che gli uomini non cambieranno mai e domando:
    «È per questo che non voleva farti maritare? Per non dover pagare la dote?»
    «Esattamente. I miei stessi fratelli hanno provato più volte a parlare con il pontefice per spiegargli l'impossibilità di vivere accanto a un mostro simile, ma il papa, benché conoscesse la situazione, non ha potuto far nulla, se non esiliare i miei fratelli maggiori.»
    «Pertanto, tu e gli altri siete rimasti alla sua mercé.»
    China appena la bellissima testa e i lunghi capelli castani le incorniciano il volto dalle guance ancora paffute.
    «Io e la mia matrigna, Lucrezia, siamo state rinchiuse nella rocca di Petrella Liri, in Abruzzo, in modo tale che lui potesse continuare a trattarci con estrema violenza lontano dagli occhi di Roma. I suoi continui soprusi, le sue svariate sevizie, alla fine mi hanno costretto a chiedere aiuto. Ho scritto alcune lettere al papa, Clemente VIII Aldobrandini, per spiegargli in quale situazione ci trovavamo io e Lucrezia e ho scritto lettere anche ai miei fratelli maggiori in esilio, nella speranza che qualcuno venisse a liberarci.»
    «Ci sei riuscita?»
    «Sì, le lettere sono giunte a destinazione, tuttavia nessuno si è preso la briga di aiutarci. Le mie erano parole al vento. Auspico che oggi si dia più credito a una fanciulla che versi nello stato pietoso in cui ho vissuto io.»
    «Per certo, oggi le tue lettere non sarebbero cadute nel vuoto.»
    Sorride soddisfatta e gira lo sguardo all'albero carico di neve che svetta alle sue spalle, commentando lapidaria:
    «Allora, la mia morte è servita a qualcosa.»
    «Indubbiamente. Le donne romane hanno guardato a te come a una vittima e come tale ti hanno onorata nei secoli.»
    «È già qualcosa.» risponde con un cenno impercettibile della testa, gli occhi dolci velati di lacrime.
    Mi soffermo sul suo turbamento e non riesco a dirle che, in fondo, era una colpevole che, oggi, avrebbe potuto usufruire delle attenuanti.
    «Una di quelle lettere,» riprende a raccontare, «giunse nelle mani di mio padre ed io venni brutalmente percossa. Ero certa che sarei morta sotto i suoi colpi, invece ne uscii con un po' di ossa rotte e molte ecchimosi.»
    «Tuo padre non andava per il sottile.» commento acida.
    «No. Era un mostro, nel vero senso della parola. E quando, nel 1597, si trasferì in pianta stabile a Petrella, per me e Lucrezia fu la fine.»
    «È stato allora che hai iniziato a pensare all'omicidio?»
    A quella parola gli occhi le si illuminano e sembrano prendere fuoco come tizzoni ardenti, mostrando tutta la voglia di vivere che aveva.
    «Già.» sussurra in un sogghigno. «Solo la sua dipartita ci avrebbe liberato dalla sua violenza. Non credi?»
    Rimango un attimo in silenzio, ripensando a tutti i processi subiti da Francesco per la sua crudeltà e tutte le volte condannato, e mi domando se, in questo caso, la vittima non sia giustificata. Ma non sono un leguleio, non capisco nulla di leggi e mi astengo dal rispondere.
    «Si dice che tuo padre avesse abusato di te sessualmente.»
    «No, non giunse a tanto, per mia fortuna.» risponde nauseata.
    «Hai organizzato tu il parricidio?» domando.
    «Io, con la connivenza di Lucrezia e dei miei fratelli Giacomo e Bernardo, con il castellano Olimpio Calvetti e il maniscalco Marzio da Fioran.»
    «E come avete agito?»
    «Be'…»
    Esita e si morde le labbra, mentre le guance le si imporporano, rendendola ancora più bella.
    «A dire il vero, i primi due tentativi fallirono.»
    [300px-Hosmer_Beatrice_Cenci] «Due tentativi?» ripeto incredula.
    «Eravamo un po' maldestri, devo ammetterlo. Noi non eravamo avvezzi a far del male. La prima volta provammo con il veleno e la seconda con un'imboscata, e sono giunta alla conclusione che questi due tentativi andati a male fossero un avvertimento divino, un tentativo di dissuadermi dal portare a compimento l'opera.»
    «Ciò nonostante non gli hai dato ascolto.» faccio notare con un vago gesto della mano.
    «No, infatti. Ma il terzo riuscì. Mio fratello Giacomo mi procurò l'oppio per stordirlo e dopo che si fu addormentato, Marzio gli spezzò le gambe con un martello, mentre Olimpio lo finì conficcandogli un chiodo alla base del cranio e uno nel collo.»
    Inorridisco alla raccapricciante scena che mi rimanda la mente e scuoto la testa, inalando a pieni polmoni il freddo dell'inverno.
    «Quindi tentammo di simulare un incidente,» continua, «facendo credere che fosse caduto dalla balaustra. Quando, due giorni dopo, il corpo fu rinvenuto, seguì il funerale e la sepoltura e noi tornammo finalmente a Roma.»
    Il suo racconto freddo e distaccato gareggia con il clima rigido, eppure non me la sento di accusarla; in finale, si è solo difesa con le proprie mani, visto che nessuno accorreva alle sue invocazioni di aiuto.
    «Ma poi si iniziò a sospettare di omicidio.» ricordo.
    La vedo chiudere gli occhi e inspirare a fondo, prima di ammettere:
    «Sì. Il suo cadavere fu esumato e risultò chiaro che non si trattava di incidente. E poiché tutta la famiglia lo odiava, i sospetti caddero subito su noi.»
    «Foste imprigionati.»
    «Sì, tutti quanti. Olimpio ammise le sue colpe e poco dopo lo uccisero. E lo stesso Marzio, torturato a morte, confessò prima di morire. Anche i miei fratelli confessarono. Solo io, all'inizio, mi dissi estranea ai fatti, ma dopo la tortura della corda, dovetti ammettere la mia colpa.»
    «Confessione spontanea, vero?» commento sarcastica.
    «Il papa decise di dover dare il buon esempio per cercare di arginare la violenza che dilagava nell'Urbe.» risponde con disprezzo. «Che ci vuoi fare? A quei tempi la tortura era tollerata, anzi, la si esigeva. Solo ai nobili era risparmiata, anche se per noi il papa fece un'eccezione.» aggiunge caustica.
    «Ci fu un processo che coinvolse e fomentò tutta Roma.»
    «Certo, ma ormai Clemente VIII aveva deciso che io dovevo essere il monito per tutti coloro che osavano ribellarsi.»
    «So che al patibolo siete andati in tre: tu, Lucrezia e Giacomo.»
    «Sì. Bernardo, che era giovane, fu risparmiato. A noi ci portarono nella piazza di Castel S. Angelo, in modo che tutta Roma potesse godere dello spettacolo. Ci furono tagliate le teste con una spada: prima Lucrezia, poi io. Mio fratello subì anche una tortura atroce durante il tragitto e sul palco venne squartato.»
    Deglutisco e sento che conclude sconsolata:
    «Tra la folla c'era pure Caravaggio.»
    Rimango attonita e perplessa e guardo quel volto giovane e bello che emana una dolcezza infinita e mi domando come si sia potuto infierire su una simile creatura che aveva solo voglia di vivere e che gli eventi glielo avevano negato. È morta due volte e di questo tutta Roma dovrebbe rammaricarsi.
    «Anche tu sei pronta a condannarmi?» s'informa studiandomi.
    Scuoto la testa e rispondo con fermezza:
    «No, assolutamente. C'è tanta gente al mondo che ha fatto cose peggiori di te e che vive liberamente.»
    «Io so solo ciò che ho fatto io e non mi pento. Tanto,» conclude con tono amaro, «se non mi avesse ucciso la mano del boia, mi avrebbe uccisa mio padre. Per me, il finale non sarebbe cambiato.»
    «Roma ti ha visto morire con dignità.»
    Alza il mento con fierezza e mi fissa a lungo, prima di mormorare:
    «Anche una giovane come me poteva mostrare come si muore. Avevo ventidue anni e per me abbandonare questa valle di lacrime ha solo significato iniziare a vivere.»
    Esito dinanzi a questo commento, ma poi comprendo e sorrido annuendo.
    La vedo farmi un inchino di complicità e le rispondo goffamente, scatenando la sua ilarità. Rimango incantata dinanzi alla sua gioia e rido anch'io con lei, fino a quando la mia attenzione è catturata da uno scoiattolo che si affaccia da un ramo imbiancato dalla neve. Lo guardo per un attimo, quindi torno a posare gli occhi su di lei, ma non la distinguo più e la neve candida torna a predominare, purificatrice e silenziosa testimone.

     

     
  • 22 maggio 2014 alle ore 12:21
    Raffaello Sanzio (Santi)

    Come comincia: (Urbino, 6 aprile 1483 - Roma, 6 aprile 1520)

    La canicola romana, per noi romani, è un incubo. Non solo il sole estivo picchia sodo, facendo la felicità delle cicale, ci si mette anche l'umidità a rendere tutto più insopportabile. L'asfalto si scioglie sotto i piedi, si lasciano le impronte lungo i marciapiedi e si gronda sudore peggio della fontana di Trevi. Nei giorni del solleone Roma è una città piena non di uomini, bensì di pesci simili a esseri umani che boccheggiano.
    E allora, ligi al buoncostume, noi cittadini dell'Urbe arroventata ci dedichiamo alla "pennichella", giusto per fuggire le ore più cocenti. Io non faccio eccezione. Dopo il pranzo cedo al cosiddetto "abbiocco" romano e svengo letteralmente sul letto, dove le lenzuola sono più bollenti dell'asfalto.
    E mentre me ne sto lì in catalessi a fissare il soffitto, attenta a non muovere un solo muscolo per cercare di sudare il meno possibile, annuso all'improvviso un odore che ha un che di familiare: i colori sulla tavolozza. Mi volto e lo vedo, in piedi, dritto accanto al mio letto, in mano un pennello e l'occhio critico che osserva il soffitto come me poco prima.
    «È interessante tutto bianco,» commenta alzando la mano ingioiellata, «tuttavia io proverei a dargli un tocco di colore.»
    Scatto seduta e lo fisso attonita, incapace di aprire bocca. Istintivamente mi sistemo i capelli, un vezzo tutto femminile dinanzi a un personaggio di cotanto spessore, che ha fatto girare la testa a tutte le donne che incontrava.
    «Mio Dio! Raffaello!» sussurro e subito dopo arrossisco imbarazzata, ripensando ai miei miseri disegni attaccati alle spoglie pareti di casa, che cercano vanamente di trasmettere un minimo di calore.
    Lui abbassa lo sguardo e mi sorride con estrema dolcezza.
    «Io, per servirti.» e s'inchina elegante.
    «Be', per servirmi…» ripeto trasecolata, indecisa -in un barlume di pudicizia- se scendere di volata dal letto e andare a staccare tutti i disegni.
    «Desideri che affreschi il tuo soffitto?» si offre con estrema amabilità.
    Accidenti! Affrescarmi il soffitto? Sbatto le palpebre come per svegliarmi da un sogno e per un secondo accarezzo l'idea, la splendida idea di avere un Raffaello in casa mia, inedito e tutto per me. Possedere un'opera simile mi darebbe letteralmente alla testa e diniego seppur controvoglia.
    «Sarebbe un onore immenso che non merito.» ammetto.
    «Sciocchezze. Lo farei ben volentieri, dopo questi secoli di oblio. A lungo andare la mano si atrofizza e per noi pittori è un evento terribile.»
    «Ti ringrazio, ma non dormirei più, intenta a osservare il tuo affresco notte dopo notte. Piuttosto,» inizio cambiando discorso, «perché non mi parli di te?»
    Lo vedo grattarsi la cute, l'aria assorta, e poco dopo posare il pennello sul mio comodino e sedersi accanto a me. Mi sorride accattivante ed io rimango incantata dinanzi alla sua celeberrima bellezza.
    «Cosa vuoi che ti dica? Sono nato per dipingere. Non ho fatto altro per tutta la mia breve vita.»
    [300px-Sanzio_01] «A parte correre dietro alle gonnelle.» sottolineo pungente.
    Ride di gusto e annuisce, un secondo prima di accarezzarmi il volto con delicatezza. Rimango esterrefatta e mi accorgo che lui mi osserva attento, prendendo nota dei miei lineamenti, con l'occhio critico del pittore.
    Non è un segreto che lui, il "divino Raffaello", abbia amato oltremodo le donne di ogni costume, ricevendo in cambio il loro amore eterno, tanto che al suo funerale tutta la Roma femminile seguiva il corteo piangendo a dirotto.
    Mi scuoto dall'oblio e torno lucida quanto basta per dire:
    «Sei di Urbino, la città dei Montefeltro.»
    «Sì, nato durante il principato di Guidobaldo, figlio del grande Federico.»
    «La corte dei duchi di Urbino era facoltosa e ridondava dei massimi esponenti in tutte le arti e le scienze. I Montefeltro erano veri e propri mecenati illuminati.»
    «Vero. Mio padre, Giovanni Santi, era un pittore e i primi anni li ho trascorsi con lui, alla corte dei Montefeltro. È stato lui a indirizzarmi verso questa sublime arte, fino a quando sono rimasto orfano, ancora bambino. Allora ho frequentato la bottega di Pietro Vannucci, detto il Perugino e ho imparato tanto presso questo pittore di grandissima fama. La mia prima commissione è stata una Pala per Città di Castello quando ero ancora adolescente.»
    «La città dei Vitelli.»
    «Esattamente.»
    «Quindi, hai lasciato Urbino in giovane età.» noto.
    «Morti i miei genitori, non avevo nulla che mi trattenesse lì, a parte la mia sorellina Elisabetta.»
    «Tu hai vissuto il periodo di maggior rilievo artistico del nostro paese, l'invidiatissimo e ineguagliabile Rinascimento italiano.»
    Rimane in silenzio per un lungo momento ed io inizio a credere che non mi abbia udita. Ma poi alza una mano e la muove dinanzi ai miei occhi, fin quando, sospesi nell'aria, mi appaiono i suoi capolavori, uno dietro l'altro, dalla Scuola di Atene alla Fornarina, dalle varie Madonna con il bambino alle Stanze Vaticane ed io per poco non ho un colpo apoplettico. L'emozione è così forte che rimango di granito, senza fiato, gli occhi sgranati dinanzi a quelle meraviglie uniche e irripetibili. Se solo il mondo intero potesse vederle!
    «Ho lavorato e assorbito le tecniche dei maggiori pittori e scultori del mio tempo e di quello precedente: Perugino, Luca Signorelli, Pinturicchio, Leonardo, Michelangelo, Bramante, i Sangallo, Piero della Francesca, Verrocchio, Donatello, Masaccio, Giotto, Beato Angelico…»
    Al solo udire quei nomi vengo colta da vertigine e impallidisco: cosa sono io in confronto a questo giovane che ha avuto la fortuna di vivere fianco a fianco con geni simili? E divenire lui stesso un "divino"? Mi gira la testa al solo pensiero e lui se ne accorge. Mi tocca un braccio ed io sussulto, tornando con i piedi per terra. Lo fisso attonita, notando la sua bellezza delicata, i suoi occhi grandi e limpidi, la sua bocca piena e piccola, i capelli che gli lambiscono le spalle e comprendo il motivo per cui tutti lo amavano.
    «Non è un caso che ti hanno soprannominato "Il divino Raffaello".» commento in un sussurro.
    «Io ho solo assorbito e riunito in me tutti questi pittori che stimo oltremodo e che ho sempre ritenuto i miei maestri, cercando di dare vita ai loro studi.»
    «Tu sei un genio della pittura. I tuoi ritratti sono praticamente perfetti.»
    «Un artista non considera mai terminata un'opera. Leonardo non considerò mai ultimata la sua Gioconda, sebbene io la considerassi perfetta già ai tempi di Roma.»
    «Oh, Roma.»
    Per un attimo rimaniamo in silenzio, ognuno perso in reconditi ricordi, mentre le sue opere continuano a scorrere dinanzi ai miei occhi, catturando il mio sguardo e il mio cuore.
    «Dopo Firenze, sei venuto a Roma.» ricordo.
    «Sì, presso papa Giulio II Della Rovere. Ero accompagnato da Bramante, che mi ha introdotto alla corte papale.»
    Be', a quanto pare, anche allora andavano di moda le raccomandazioni.
    «E qui hai affrescato le Stanze Vaticane.» sospiro rapita.
    Mi guarda di sottecchi e sorride.
    «Sì, nello stesso periodo in cui Michelangelo dipingeva la Cappella Sistina.»
    «Mio Dio! Quale spettacolo di mirabile bellezza deve essere stato! Tu in una stanza e Michelangelo in quella accanto!»
    «Non era la prima volta che accadeva un fatto simile: per l'affresco nel Palazzo Vecchio di Firenze, erano stati chiamati Leonardo e Michelangelo, i quali dovevano lavorare schiena contro schiena. E tu sai quanto quei due geni si odiassero.»
    «Cosa avrei dato per poter vivere in quegli anni di risveglio artistico e culturale!» sospiro.
    «Erano tempi duri, non dimenticare.» mi rimprovera dolcemente.
    «Oh, ma tu parli di Michelangelo e pretendi che io non rimanga incantata da un simile personaggio che ha regalato al mondo un capolavoro come la Cappella Sistina.»
    «In effetti ero anch'io un suo estimatore e, per omaggiarlo, l'ho raffigurato nei panni di Eraclito nella Scuola di Atene.»
    «Così come hai raffigurato Leonardo e Bramante.»
    «Vero. Personaggi simili, di tale levatura artistica e scientifica, non si incontrano spesso nella vita.»
    «Sacrosante parole. Sei stato il pupillo di Leone X, papa Medici.»
    «Sì, è vero. Io e lui la pensavamo uguale in fatto di gusto per l'estetica, amore per il lusso, la buona cucina e le buone cose che ci dona la vita, tranne le donne.»
    «Già. Tu le amavi da morirne, mentre lui preferiva i giovani.»
    «Non giudicarlo solo per questo. È stato un papa del suo tempo.»
    «Non lo giudico affatto. Anzi: se ritieni che possa avere dei pregiudizi, allora non mi conosci.»
    Mi fissa a lungo, quasi a sondarmi ed io rimango incatenata ai suoi occhi, un libro aperto per lui. Quando lo vedo piegare le labbra in un sorriso di accettazione, mormoro:
    «Tu hai ridato splendore a Roma e la tua luce si riflette ancor oggi.»
    Resta un attimo in silenzio ed io sbircio il suo profilo delicato, chiedendomi per quale recondito fine il Signore avesse deciso di riprendersi la vita di questo giovane che tanto avrebbe potuto dare all'umanità.
    [250px-Transfiguration_Raphael] «Ricordo che quando vidi la Gioconda, rimasi paralizzato: era di una bellezza così irreale, sensuale, sfuggente, che ho invidiato la felice mano del maestro. Non ho fatto nulla di così grandioso, ma solo quello per cui venivo pagato.»
    «Non hai fatto nulla?!» ripeto scandalizzata. «Ma se il papa stesso ti nominò direttore della Fabbrica di S. Pietro, accanto ai Sangallo!»
    Mi guarda dritto negli occhi e trattengo il gemito di soggezione di fronte a un simile pilastro dell'umanità che, oltre a essere eccelso, è gentile, dolce e modesto, sebbene ignorante nel senso originale della parola. Lo vedo piegare le labbra in un sorriso e alzare le spalle in segno di rassegnazione e con tono mesto spiegare:
    «Io non avrei saputo maneggiare una spada come Guidobaldo di Montefeltro, come il Carmagnola, come il Gattamelata o come Giovanni dalle Bande Nere; però sapevo usare il pennello e mi è parsa la cosa più naturale del mondo metterlo al servizio dei potentati.»
    «Il pennello al posto della spada. Tu sì che possiedi un animo nobile. È per questo che noi romani ti amiamo e ti abbiamo sepolto nel nostro Pantheon, degno di riposare al fianco dei nostri re.»
    In quel momento davanti ai miei occhi appare la Trasfigurazione, l'ultima sua opera e un attimo dopo lo vedo alzarsi dal letto e allungare la mano, come per riprendersi le sue meraviglie. I suoi incantevoli dipinti iniziano a sfumare lentamente, lasciandomi smarrita, gli occhi mobilissimi in cerca di quei quadri che hanno segnato un'epoca e mi rendo conto, mio malgrado, che anche lui se ne sta andando, lasciandomi di nuovo sola.
    Lo vedo inchinarsi e mi posa un bacio in fronte, prima di sussurrare:
    «Un giorno, forse, farò il tuo ritratto.»
    Deglutisco a una simile prospettiva e arrossisco come una scolaretta, mentre la canicola torna ad assalirmi con il suo pesante carico di umidità.
    E mentre sbatto le palpebre, ancora stordita, qualcosa attrae la mia attenzione, qualcosa che mi lascia con il fiato sospeso e gli occhi spalancati: il pennello che il "divin pittore" ha lasciato a suo perenne ricordo sul mio comodino.

     

     
  • 19 maggio 2014 alle ore 20:39
    Benvenuto Cellini

    Come comincia: (Firenze, 3 novembre 1500 - Firenze, 13 febbraio 1571)
     
    Credo non ci sia nulla di più piacevole che andarsene in vacanza dopo un intero anno lavorativo, dimenticando le arrabbiature, le delusioni, le battaglie verbali con l'eccentrico, con il perfettino, con l'ignorante, con il saccente e con il prototipo del cafone romano. Sì, perché noi romani, quando ci mettiamo, sappiamo essere ignoranti e sgradevoli come pochi altri al mondo. Inutile illuderci.
    Allora, dopo un intero anno a combattere con gente simile, la vacanza sembra una vera manna dal cielo, un modo per ritemprarsi e fare rifornimento di buonumore per poter sopravvivere a un altro anno di duro lavoro.
    È meraviglioso starsene su una barchetta a remi a crogiolarsi sotto il sole, sopra un lago piatto e invitante, la mente vuota e il cinguettio melodioso degli uccellini che corrobora lo spirito abbrutito dal caos cittadino. E poi, se decidi di fare un bagno rinfrescante, hai la possibilità di godere della fauna marina che pullula, vive e prolifica sotto la barchetta.
    E non solo la fauna: anche un uomo ormai in là negli anni, che se ne sta lì, sul fondale, accovacciato su uno scoglio sommerso, le braccia incrociate e l'aria bellicosa.
    «Era ora.» esordisce acido. «È da un bel po' che ti aspetto e tutta questa umidità non fa certo bene alle mie povere giunture.»
    Sgrano gli occhi incredula e porto la mano alla maschera e al boccaglio che indosso, prima di dire:
    «Benvenuto Cellini?» e mi domando come diavolo faccio a comunicare con lui sotto la superficie del lago.
    «Io, sì, in persona.» ribatte con tono burbero e cipiglio fiero.
    «Ma cosa ci fai qui?» domando sorpresa e in quell'istante mi accorgo che è il mio pensiero a parlare, non io.
    Lo sento borbottare qualcosa di incomprensibile, circondato da un branco di bellissimi pesciolini gialli e rossi, prima di bofonchiare:
    «Aspettavo te. Chi altri?»
    «Be', tutto ciò è alquanto lusinghiero e sono onorata di trovarmi al tuo cospetto.»
    «Dacci un taglio figliola e vieni al sodo: cosa vuoi sapere?»
    Santo cielo! Ma allora è proprio vero che Cellini era scontroso, irascibile, attaccabrighe e violento, al pari del suo genio. Sì, perché nel Rinascimento italiano un solo nome si ergeva al di sopra di tutti gli altri in fatto di arte orafa: Benvenuto Cellini. E non solo orafo alla corte papale e coniatore della zecca, ma anche scultore, visto e considerato che ci ha lasciato in eredità un Perseo di mirabile bellezza.
    «So che sei nato a Firenze, la città dei Medici, da un suonatore di flauto.» inizio, decidendo di ignorare la sua maleducazione.
    Fa una smorfia e con la mano scansa i pesci in malo modo, prima di controbattere:
    «Discendo da un capitano di Giulio Cesare.»
    Sorvolo su quell'affermazione inventata di sana pianta e continuo:
    «Sei stato amico di Michelangelo, che tu hai sempre considerato un idolo e un modello da seguire.»
    Gonfia il petto come un attempato pavone e subito dopo dal naso gli escono migliaia di bollicine d'aria che provocano la mia ilarità.
    «Quale amicizia, eh? Puoi vantare lo stesso?»
    «No, purtroppo no.» rispondo alzando le spalle.
    «A quel tempo, nella Signoria, si incontravano persone fuori dal comune.»
    «Non stento a crederlo. Tuttavia tu a Firenze non ci sei rimasto a lungo.» faccio presente.
    «Vero. Mi sono spostato a Roma non ancora ventenne, presso papa Leone X Medici, il quale mi ha preso a servizio come incisore della zecca e suonatore di flauto. Ma questo secondo mestiere lo facevo solo a ricordo di mio padre.» ammette con una certa riluttanza.
    «Un bel lavoro.»
    «Sì.» conviene con superficialità, osservandosi le punte delle dita. «Ero un genio: tutto ciò che toccavo trasformavo in oro. Un dono che nessun altro, nel corso dei secoli, è riuscito ad avere.»
    «La modestia non è il tuo forte, vero?» replico con evidente sarcasmo.
    Vedo le sue narici dilatarsi dall'ira e con stizza ribadisce:
    «Checché tu ne dica, il mio era un dono che tu, per certo, non hai e mai avrai.»
    «Un dono, sì, ma lo usavi male.» gli rammento, per nulla intimorita dalla sua arroganza. «Non facevi che giocare d'azzardo e andare a donne, ignorando tua moglie, e ogni volta avevi problemi con la giustizia.»
    Lo vedo sbuffare con irritazione e portare una mano al fianco, in posa prosaica, l'aria meditabonda e infine china appena la testa e ammette:
    «Era l'unico inconveniente che mi costringeva a cambiare città. Però a Roma sono sempre tornato. Il fascino dell'Urbe è irresistibile.» commenta annuendo.
    «E a Roma stavi, durante il sacco del 1527.»
    Lo vedo sogghignare strafottente e mi sistemo meglio la maschera sul naso per osservarlo più nitidamente. Quest'uomo, un genio nel far uscire dalla sua fucina monete, monili, medaglie, intarsi e via dicendo, era, tutto sommato, un mezzo delinquente, un furbacchione, un ladruncolo che si spacciava per erudito e che riusciva a farsi perdonare ogni marachella, ogni omicidio, ogni rissa grazie al tocco magico delle sue mani. Un novello re Mida.
    «Sì, ero a Roma quando giunsero i lanzichenecchi di Georg von Frundsberg. Mi sono offerto di divenire artigliere del papa, Clemente VII Medici, ed è stato un mio proiettile, sai, a uccidere il Conestabile di Borbone e a ferire il principe Filiberto d'Orange.»
    «Tu?» esclamo inarcando le sopracciglia.
    «Io, sì!» ringhia furente, convinto che non gli credessi.
    «Ottimo.» rispondo malleabile, per calmarlo. «Potevi ammazzarne altri, visto che c'eri.»
    «L'ho fatto. Ho anche provato ad accoppare quel vecchio volpone del Frundsberg, ma non ci sono riuscito. Vedere Roma devastata da quell'orda barbarica… Ah, quale atroce spettacolo!» esclama con un gesto della mano.
    «Il Frundsberg non ci è arrivato a Roma.» commento condiscendente. «Comunque, papa Clemente ti nominò mazziere a ringraziamento del tuo servigio e sei rimasto a Roma fino…»
    «Fino a quando,» conclude per me, «il papa si è accorto che facevo la cresta sull'oro destinato alla zecca e sostituivo i metalli buoni con quelli vili e falsificavo le monete e via dicendo.»
    Sgrano gli occhi dinanzi alla sua ammissione e chiedo:
    «È vero?»
    «Certo.» risponde fiero. «Per questo, dopo che il papa mi aveva condannato a morte -ingiustamente secondo me- sono fuggito a Napoli, presso una delle mie amanti. In seguito, al cambio di papa, sono rientrato nell'Urbe, per poi fuggire di nuovo a gambe levate, riparando in Francia presso re Francesco.»
    «Il munifico Francesco I?» ripeto incredula.
    «Lui, proprio lui, quel gigante in persona.» borbotta, in qualche modo contrariato al ricordo.
    «Era davvero così alto?» m'informo curiosa.
    «Altissimo. Suppongo arrivasse a due metri; non ho mai visto un uomo simile in vita mia.» risponde pensieroso, grattandosi il mento barbuto.
    «E poi?» domando, conquistata dalla sua vita avventurosa e irriverente.
    «E poi… I francesi, quei bastardi di prima categoria, non mi hanno trattato affatto bene ed io ho rifatto fagotto e sono tornato a Roma.»
    «Roma. Sempre Roma.»
    «Eh, che vuoi.» sospira malinconico. «La città eterna era la mia gallina dalle uova d'oro. Il guaio è che la stessa gallina si è arrabbiata e mi ha rinchiuso in Castel S. Angelo per una sciocchezza commessa durante il sacco del '27.»
    [Benvenuto Cellini - Perseo (Firenze, Piazza della Signoria, 1545-55)] «Una sciocchezza?» ripeto chinando appena la testa per guardarlo di sottecchi, maledicendo l'acqua che non mi fa vedere le giuste proporzioni.
    «Mi accusarono di aver rubato nelle casse. Tst! Che taccagni!»
    «Ci risiamo.»
    «Erano trascorsi tanti anni, undici per l'esattezza ed io non ci pensavo più. Ovvio, non trovi? Ma, a quanto pare, qualcun altro ci aveva pensato al posto mio, rimuginando e aspettando il momento favorevole.» commenta acido. «Quel Pier Luigi Farnese ce l'ha sempre avuta con me, bastardo pusillanime!»
    «Suppongo avrà avuto i suoi validi motivi.» borbotto.
    Mi fissa a lungo, con sguardo truce e senza accorgermene deglutisco, ammonendomi di non commettere altri errori.
    «E poi dicono a me che sono scontroso!» sibila.
    Provo, per quanto l'acqua me lo concede, a fare un gesto di scusa per non irritarlo maggiormente e incalzo con noncuranza:
    «Allora? Ti hanno rinchiuso.»
    «Sì. E lì ho bestemmiato, urlato, pregato e alla fine ho tentato la fuga. Volevo emulare il gesto di Cesare Borgia quando è riuscito a fuggire dalla rocca della Mota: a lui andò bene, a me no. Mi calai con le lenzuola annodate, ma caddi e mi ruppi una gamba.» ricorda scuotendo la testa canuta.
    «Ed è stato allora che, dopo aver scontato il fio, sei tornato in Francia.»
    «Sì, e stavolta accolto con tutti gli onori. Purtroppo il mio caratteraccio mi ha ributtato in mezzo ai problemi e sono stato costretto a far di nuovo fagotto e tornare di gran carriera a Firenze. È stato allora, presso il duca Cosimo de' Medici, che ho creato il Perseo. Oh, ma a Roma ci sono tornato un'ultima volta, ammaliato dalla sua eterna bellezza.»
    «E poi sei ritornato definitivamente a Firenze, quando, in un impeto di espiazione, hai preso gli ordini e ricevuto la tonsura.»
    China la testa e annuisce mesto.
    «Ho trascorso la vita intera nella sregolatezza, nella violenza, nell'imbrogliare il prossimo e nel maltrattare le mie mogli e le mie amanti. Avevo cinquantotto anni quando ho preso i voti e mi sono messo a scrivere la mia biografia. Non mi sono pentito della scelta fatta. Alla fine, dopo tanto vagare alla ricerca di me stesso, ho trovato la pace e il conforto nella Fede.»
    «Sei stato un rivoluzionario ante litteram.» commento.
    Alza le spalle, come se la cosa non lo interessasse e un pesce gli passa davanti agli occhi perspicaci e attenti.
    «Addio, figliola. Auguro anche a te di riuscire a trovare te stessa. E se, per caso, in questo tuo girovagare tra le anime del passato, incontrassi il Frundsberg, porgigli i miei più calorosi saluti.»
    Rimango letteralmente spiazzata e lo fisso attonita, comprendendo che il vecchio detto ha un fondo di verità: il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ed è con perplessità che mi allontano nuotando, chiedendomi se, tutto sommato, il genio immorale quanto inimitabile che risponde al nome di Cellini, non abbia ragione.

     
  • 03 febbraio 2014 alle ore 12:49
    Claudio Cesare Nerone

    Come comincia: (Anzio, 15 dicembre 37 - Roma, 6 aprile 68)
     
    È buio ed io vago per il Colosseo illuminato a giorno dai riflettori, come una qualsiasi turista, immaginando i giochi, le battaglie, le grida, il sangue che i secoli hanno cancellato, lasciando solo il ricordo di un'opera mastodontica e di sicura invidiabile bellezza. I gatti sono ora i padroni indiscussi e nei loro dolci miagolii riecheggiano i ruggiti di leoni, tigri e leopardi che un tempo vi soggiornavano e vi banchettavano.
    «Se solo avessi potuto cantare qui!»
    A quelle parole improvvise mi fermo e mi giro, fissando quel volto largo, non particolarmente bello, che risplende alla luce dei riflettori. Se ne sta lì, seduto come poteva esserlo un semplice romano dell'epoca e lo sguardo gli brilla di malinconica eccitazione.
    Esito, nonostante tutto timorosa, ben conoscendo la sua indole crudele e rimango a debita distanza.
    «Non è questo il tuo posto, Nerone.» gli faccio notare. «Gli imperatori sedevano laggiù.» e ammicco verso il palco.
    Lui scuote la bionda testa e ribatte, come se neppure avessi parlato:
    «Se solo questa meraviglia fosse esistita ai miei tempi, non me ne sarei andato in Grecia per recitare, cantare e partecipare ai ludi equestri.»
    È vero, conosco queste sue passioni e so bene pure che, se solo chicchessia avesse osato vincere una gara canora al suo posto, lo avrebbe fatto uccidere seduta stante. Quando recitava o scendeva in pista come auriga, pretendeva di vincere anche se arrivava ultimo e tutti l'avevano capito a menadito dopo i primi morti.
    Mi guardo attorno, per accertarmi che i turisti non lo vedano e muovo cauta un passo verso di lui. In mano ha la lira e di tanto in tanto pizzica una corda, creando una straziante melodia.
    «Il nipote di Caligola.» commento. «L'ultimo della stirpe Giulio-Claudia.»
    «L'ultimo folle.» sogghigna ironico.
    «Io non ci credo. Non ho mai creduto che tu abbia deliberatamente incendiato Roma nel 64.»
    Quella affermazione cattura la sua attenzione e posa i suoi occhi inquietanti su di me, incutendomi un sano terrore.
    «Non l'ho fatto, difatti. Quando l'incendio divampò io ero ad Anzio, la città che ha visto i miei natali; ma non per questo me ne sono dispiaciuto.» ammette con aria birichina.
    «Ah, no?» esclamo allibita, tenendo a freno l'ira che in un solo secondo mi ha infiammato il cuore.
    «No. Desideravo l'Urbe più bella di come era diventata e dopo l'incendio l'ho fatta riedificare in pianta diversa, aggiungendoci la mia bellissima Domus Aurea. Una delizia per gli occhi, non sei d'accordo?»
    «Un tocco di megalomania.» sottolineo. «Però, indubbiamente meravigliosa.» concedo.
    Mi guarda, studiandomi dalla testa ai piedi e sotto quello sguardo acuto mi innervosisco. Così, per evitarlo, mi siedo su uno scalino accanto a lui, mantenendo una certa distanza di sicurezza. Non so, eppure di quest'uomo rubicondo non mi fido abbastanza.
    «Tutti, però, hanno sempre pensato che la colpa fosse tua.» insinuo.
    «Se colpa ho avuto, è stata quella di dire pubblicamente che avrei voluto radere Roma al suolo per riedificarla. Non si può condannare un uomo solo per quello che proferisce.»
    Avrei molto da ribattere su quell'affermazione, tuttavia lascio perdere, ricordando chi ho di fronte e che ruolo ha ricoperto e borbotto:
    «Ma tua è stata la colpa di punire i cristiani come rei dell'incendio.»
    Alza le spalle con indifferenza e borbotta:
    «Non conoscevo questi cristiani; sapevo solo vagamente della loro esistenza e mi è parsa la giusta mossa per far sfogare il rancore del popolo dopo il rogo che ha distrutto le case. Qualcuno doveva pur pagare, no? E chi meglio dei remissivi cristiani poteva essere innalzato a capro espiatorio? A chi vuoi che importava?»
    Rimango allibita e senza parole e la mia espressione deve avere un qualcosa di buffo, perché lui si mette a ridere con spregio, lasciandomi capire come la pensassero, all'epoca, sulla religione che stava piantando solide radici per divenire mondiale. Scuoto la testa e lo vedo che torna a pizzicare le corde, intonando una canzone in voga ai suoi tempi: tutto sommato, devo riconoscere che non ha una brutta voce.
    «Tua madre era Agrippina minore, la sorella di Caligola.» inizio.
    Al solo nominare sua madre, si scurisce in volto, smette di cantare e mi fissa con astio, come se avessi appena attentato alla sua vita.
    «Già.» biascica e il suo tono mi sorprende. «È stata lei a spianarmi la strada per divenire imperatore, affiancandomi Seneca come consigliere.»
    «Per i primi anni sei stato un buon sovrano.» ricordo.
    «Sì, ma poi il rifiuto di mia madre a concedermi di divorziare dalla mia prima moglie Ottavia, mi ha irritato a tal punto che l'ho esiliata.»
    «L'hai anche fatta uccidere dai tuoi pretoriani.» aggiungo.
    Fa' un gesto di insofferenza, come se il ricordo lo infastidisse ancora dopo tanti secoli e spiega:
    «Sono salito al potere a diciassette anni e lei ha guidato le mie azioni con l'appoggio di Seneca, fino a farmi soffocare. Era invasiva all'inverosimile, tanto da giungere a offrirsi a me, suo figlio, purché non divorziassi da Ottavia.»
    [Nerone1] Sgrano gli occhi e inorridisco al solo pensiero e vedo che anche lui scuote la testa con rassegnazione.
    «Non capirò mai,» conclude meditabondo, «perché non volessi che sposassi Poppea.»
    «La Poppea che hai ucciso tirandole un calcio in grembo, dove cresceva tuo figlio?»
    Chiude gli occhi e inspira a fondo, mentre un velo di malinconia lo sfiora, rendendolo quasi umano.
    «Ho amato molto Poppea e ho sofferto per la sua perdita. In seguito, errando come un pazzo per le vie dell'Urbe invocando il suo nome, mi sono imbattuto in Sporo, un giovane che le somigliava tantissimo. L'ho sposato dopo averlo fatto castrare.»
    «L'hai sposato?» ripeto come se non avessi ben capito e il tono aspro della mia voce sorprende me stessa.
    Riapre di scatto gli occhi e mi fissa con evidente astio.
    «Sì, l'ho sposato, e allora? E dopo di lui ho sposato Statilia Messalina.»
    «"Quella" Messalina?»
    «Ma no!» esclama facendo un gesto di stizza con la mano. «Quella era la quarta moglie di Claudio. Noto che hai un po' di confusione in testa.»
    «Be', con nomi uguali… Ma tu,» riprendo cambiando discorso, «alla fine hai esiliato pure Seneca, prendendoti Tigellino come amico e consigliere.»
    Lo sento grugnire qualcosa e dalla sua lira parte un suono stridulo che mi fa serrare i denti prima che cadano a pezzi.
    «Bell'affare feci.» commenta acido. «Mi ha fatto credere di essermi amico e poi mi ha tradito. La prima congiura per uccidermi è costata la vita a Calpurnio Pisone, Lucano, Petronio e lo stesso Seneca. Via,» conclude con tono spicciativo, facendo schioccare le dita, «morti tutti per aver osato alzare la mano armata su un dio.»
    «Tu?» insinuo mordace.
    «Io, sì.» sibila minaccioso, puntandomi addosso due occhi fiammeggianti. «Non digerivo granché l'idea che a qualcuno piacesse vedermi morto. Ero giovane e non gradivo divenire cibo per far banchettare i vermi.»
    «Però li hai rimpinzati a dovere con la carne di tutti coloro che hanno provato a ribellarsi alla tua monarchia assoluta.»
    «E dunque?» mi sfida ergendosi fin dove possibile stando seduti. «Non vedo dove sia il problema.»
    [images] Rimango sconcertata, apro la bocca per replicare, quindi la richiudo di scatto e dopo un po' ripeto:
    «Già. Nessun problema.»
    Il mio tono non deve fargli molto piacere, poiché stringe gli occhi, fissandomi a lungo da sotto le ciglia bionde.
    «Tu, figliola, non hai buon animo verso di me.» commenta.
    Sorrido e mi rialzo, volgendo l'attenzione ai turisti che, ignari, ci passano accanto sfiorandoci senza vederci.
    «La tua condotta immorale e violenta non ha mai influito sull'amministrazione pubblica e questo va a tuo vantaggio.» mormoro.
    «A mio vantaggio pure il fatto che il popolo non ha voluto credere alla mia morte e che ha sempre sperato nel mio ritorno.» aggiunge alzando l'indice come un maestro che sta spiegando una lezione.
    «Vero.» concedo. «Eppure il senato e i pretoriani ti odiavano e ti hanno isolato, condannandoti a morte.»
    Si scurisce in volto, quel volto massiccio e duro e digrigna i denti sibilando furente:
    «Quel fedifrago di Tigellino! Mi ha tradito, quel bastardo!» ripete ed io mi accorgo che la cosa gli rode ancora l'anima.
    «Non mi risulta sia mai stato uno stinco di santo.» gli faccio notare con condiscendenza. «Avresti potuto essere un po' più oculato nello sceglierti gli amici.»
    Sogghigna, lo sguardo perso in un periodo lontano che io non vivrò mai e mormora:
    «Non gli ho dato la soddisfazione di uccidermi: l'ho fatto da solo.»
    «Come un vero commediante. Così come hai vissuto.»
    «Hai paura della morte?» domanda a bruciapelo, scrutandomi fin dentro l'anima.
    «Sì.» non esito a rispondere. «Come tutti, del resto.»
    «Io non ho avuto timore.» risponde gonfiando il petto.
    Inarco le sopracciglia, ricordando che la paura l'aveva trattenuto dal pugnalarsi da solo e che era stato aiutato da un liberto suo amico; ma non ribatto, lascio che si crogioli in un ricordo affievolito dal tempo, un ricordo che gli fa credere di essere stato migliore di quanto in realtà fosse stato.
    «Quindi, deduco che tu abbia avuto a cuore Roma.» commento cambiando discorso.
    Con un gesto della mano mi mostra il Colosseo e il suo volto si illumina.
    «Tu non l'hai a cuore?» rimanda. «Per Roma ho sopportato che la Storia mi bollasse come piromane, quando in realtà ho portato solo migliorie. Ma, si sa, la Storia la scrivono i vincitori ed io, purtroppo, ne sono uscito vinto.»
    Lo studio a lungo, mentre riprende a pizzicare le corde della lira e intona una canzone dolce, che non comprendo e mi rendo conto che quest'uomo, tutto sommato, è stato sì crudele nella sfera affettiva, ma nei romani ha lasciato un senso di vuoto e di rimpianto che noi, romani di oggi, stentiamo a comprendere.
    E non è un caso se la sua tomba è rimasta sempre coperta di fiori, a dispetto dei congiurati e a testimonianza dell'affetto di un intero popolo.

     

     
  • 29 settembre 2013 alle ore 16:18
    Gaio Cesare Germanico (Caligola)

    Come comincia: (Anzio, 31 agosto 12 - Roma, gennaio 41) 

    Mi lascio alle spalle la rocca del Sangallo e mi avvio sul lungomare della mia città natale, la cittadina che, insieme ad Anzio, ha visto sbarcare gli alleati per giungere a liberare Roma: Nettuno.
    L'odore della salsedine mi avviluppa e ricordo i giorni della mia infanzia, quando andavo a giocare nel cimitero americano, oppure quando mi soffermavo a fissare inquieta la salma di S. Maria Goretti. A distanza di anni mi sembra tutto molto più piccolo e rimango a guardare il mare, spingendo lo sguardo all'orizzonte, dove svolazzano i gabbiani. Le loro strida mi riportano alla mente le albe trascorse in braccio a mio padre, quando mi portava a respirare lo iodio perché, dicevano, mi faceva bene.
    Ed è in quel momento che vedo il lampo cadere sull'acqua e in mezzo ai frangiflutti apparire questa figura alta, bella, la testa circondata dalla corona di alloro che nasconde una incipiente calvizie, la toga virile che fascia la sua notevole corporatura.
    Mi irrigidisco alquanto, consapevole di trovarmi dinanzi a uno degli uomini più crudeli della Storia, o almeno così si dice, e provo ad aprire bocca, ma il terrore mi inchioda e riesco solo a deglutire. Lui se ne accorge e piega le sue labbra sottili in un sogghigno divertito.
    «Non intendo aggredirti.» inizia e il tono sottile contrasta con la sua corporatura possente.
    «Tu… Tu sei Gaio Cesare Germanico.»
    «Precisamente. Sebbene tutti mi conoscono con il nomignolo affibbiatomi dai legionari di mio padre: Caligola.»
    «E… perché?» continuo a balbettare, malgrado tutto ancora timorosa e diffidente.
    Alza le spalle con disinteresse e risponde:
    «Mia madre mi costringeva a indossare la divisa dei legionari che ai piedi calzavano le calighe. Da qui il nomignolo. Non mi è mai piaciuto, ma tale sono passato alla Storia.»
    «Non ti piaceva?»
    «A te piacerebbe essere chiamata scarponcina?» ribatte con tono sferzante.
    Sussulto spaventata, tuttavia mi accorgo che è solo indignato e posso ben capirlo.
    «Sei dura di comprendonio?» riprende sarcastico. «Ti ho già detto che non ho intenzione di aggredirti. I veri assassini sanguinari sono nati e vissuti nel ventesimo secolo, mandalo bene a mente. Non vanto i venti milioni di morti che ha seminato Stalin e neppure i sei di Hitler.»
    «È che la Storia ti ha dipinto a fosche tinte.» mi difendo.
    Porta le mani sui fianchi, esasperato, quindi esce dai frangiflutti e mi si avvicina. Fa qualche passo sul bagnasciuga e si china per prendere una manciata di sabbia che poi mi mostra.
    «Questa rena ti ha visto crescere.» inizia. «E ha visto crescere me poco più in là, ad Anzio. Ti sembro così cattivo?»
    Lo studio a lungo in quegli occhi grandi e infossati, in quel volto ovale dai lineamenti gentili e dolci e mi rassereno alquanto, rispondendo:
    «No, non mi sembri così cattivo.» ammetto.
    Mi sorride e il suo volto si illumina, rivelandolo per quello che era: un uomo sicuro di sé, gaudente, sagace ed estremamente pungente e sprezzante.
    «È vero, mi hanno dipinto come un folle, uno schizofrenico, un degenerato e un assassino e a mia discolpa posso solo dire che Svetonio, Dione e Seneca mi odiavano a sufficienza per lasciare ai posteri i loro scritti contro di me. Ma, se vai a vedere bene, non ho fatto nulla di più e nulla di meno di quello che avevano fatto i miei predecessori e che avrebbero continuato a fare i miei successori. Io ho ereditato un impero all'età di venticinque anni, un impero difficile da governare.»
    «Sbaglio, o sei stato il primo imperatore che è salito al potere non per adozione bensì per sangue patrizio?»
    «No, non sbagli. In me si fondevano per la prima volta le due grandi famiglie patrizie romane: Giulia e Claudia. Mia madre Agrippina era la pronipote di Augusto, mentre mio padre Germanico era discendente di Tiberio e Livia.»
    «Possiedi anche un altro primato poco invidiabile: quello di aver iniziato le persecuzioni dei cristiani.»
    Alza di nuovo le spalle, come se la cosa non lo interessasse e risponde:
    [200px-Caligula_bust] «Il popolo amava i giochi, allora come ora. I romani adoravano vedere gli uomini sbranati dalle belve. Io ho semplicemente ridato i ludi alla città, dopo il governo insipido, piatto e puritano di Tiberio.»
    Faccio una smorfia, disgustata, e ribatto:
    «Sarà stato anche insipido e puritano, ma di certo lui non giaceva con le sue sorelle.»
    «Io ho amato oltremodo Drusilla.» risponde con tono vibrante. «Non ci trovo nulla di male nell'amare la propria sorella.»
    «E le mogli dei tuoi amici?»
    «Tanto meno.»
    «Tu hai amato un po' troppe persone.» insinuo melliflua. «Cosa mi dici dell'attore Mnestre, o di Valerio Catullo, o anche solo di tuo cognato Marco Emilio Lepido?»
    «E dunque?» ribatte drizzando le spalle. «Lepido, quel fedifrago, ha persino congiurato contro di me. Me, che ero un dio e che potevo permettermi di esserlo. L'ho fatto giustiziare.»
    «Un dio?»
    «Certo, mia cara. Ho persino dato ordine di far costruire una mia statua dentro il tempio di Gerusalemme. Ma l'intervento di Agrippa mi ha fatto desistere. Come potevo non dar retta al mio mentore?»
    «Mentore?» rimando inarcando le sopracciglia. «Ora si dice così?»
    «Sei impertinente e maleducata!» scatta rabbioso, gli occhi imperiosi che mandano scintille. «Se mi fosse ancora concesso, ti farei mozzare la lingua.»
    «Così come avresti voluto spellare Apelle?»
    A quelle parole si irrigidisce appena, quindi scoppia a ridere di gusto e si trattiene la corona di alloro per non farla cadere.
    «Oh, sì, quello! Ancora non hai capito? Era solo un gioco di parole ed io amavo giocare con le parole.»
    «E il tuo cavallo, Incitato? Lo hai fatto senatore.»
    La sua risata cristallina mi lascia perplessa e lo studio un po' meglio, per vedere se per caso non mi è sfuggito qualcosa.
    «Sono stata divertente?» commento acida, incrociando le braccia sul petto.
    «No, ma hai avuto il potere di farmi ricordare la faccia dei senatori quando ho fatto presente il mio desiderio di nominare loro pari Incitato.»
    «Indignati?» suggerisco.
    «E offesi! Quei tronfi pavoni che sapevano solo blaterare senza mai giungere a una conclusione! Ho semplicemente voluto dargli una lezione: il mio cavallo sarebbe stato più intelligente di loro e di certo meno corrotto.»
    «Quindi, era solo uno scherzo?» domando dubbiosa.
    «Ovvio! Ogni cosa dicevo veniva sempre travisata, come quando ho appellato Livia "Ulisse in gonnella" e questo non ha fatto altro che alimentare le dicerie sulla mia follia. Io, invero, ero come mia madre e mia nonna: avevo la lingua tagliente e ne facevo largo uso, non perdendo occasione per fare battute.»
    «Peccato che coloro che ti stavano intorno non l'hanno capito.» replico.
    «Sì, un vero peccato. Non era colpa mia se ero pungente, sarcastico ed estremamente arrogante.»
    «A parte questo, io so che hai comunque amato molto Roma.»
    Allarga le braccia e sorride, apparendo bellissimo.
    «Chi non l'amerebbe? Durante il mio principato ho fatto in modo da consolidare il potere di Roma più che espanderlo. Ritenevo fosse più prudente poggiare su solide fondamenta.»
    [caligola] «So che hai anche affrontato il problema della manutenzione delle strade.»
    «Mi sembrava palese. Noi romani siamo stati famosi per le nostre strade che si snodavano per l'intero impero ed io non sopportavo che andassero in malora.»
    «È vero che hai ampliato la rete idrica a Roma?»
    «Verissimo. Feci costruire due nuovi acquedotti, l'Acqua Claudia e l'Anio Noves, entrambi portati a termine dopo la mia morte.»
    «Ti sei preoccupato anche della pulizia dell'Urbe.»
    Gonfia il petto e si liscia la tonaca virile.
    «Pur di far bella Roma, ho ricoperto di fango un addetto all'edilizia, per fargli capire cosa intendessi per pulizia. E lui lo capì talmente bene che, quando divenne imperatore con il nome di Vespasiano, si è ricordato della lezione ricevuta. Tutto merito mio, non credi?»
    Ne convengo e inizio a credere che davanti a me non ci sia un folle, bensì una persona intelligente e sarcastica, che sa cogliere il lato umoristico in ogni occasione.
    «So che ti piaceva travestirti.»
    «Sì, fin da piccolo. La mia passione, dopo la corsa dei cavalli, era il teatro. Spesso intervenivo nelle rappresentazioni, mascherandomi e recitando insieme agli attori. Il mio migliore travestimento era Alessandro Magno.»
    «Oltre alle corse dei cavalli e al teatro, si dice che amavi i combattimenti nelle arene.»
    Arriccia il naso e annusa l'aria salmastra, chiudendo un attimo gli occhi.
    «I ludi circensi erano un vero spettacolo. Hai mai assistito?» indaga.
    Rabbrividisco al pensiero e scuoto la testa.
    «Male, ragazza, male. Noi romani ne andavamo fieri e orgogliosi. I gladiatori erano un portento della natura. Un giorno mi capitò di assistere a un incontro singolare.»
    Rimango in silenzio e lo fisso a lungo, mentre il suo sguardo si vela di ricordi e le sue labbra si piegano in un dolce sorriso. Con tono pacato, riprende:
    «Mentre un certo schiavo Androclo era al centro dell'arena, il leone che avrebbe dovuto sbranarlo si mise a leccarlo e a fargli le moine come un grosso gatto. Ho poi saputo che la bestia aveva riconosciuto l'uomo che, tempo prima, gli aveva tolto una grossa spina dalla zampa che gli causava forte dolore. Quale magnifica riconoscenza!»
    «Ma… Ma è vera?» balbetto allibita. «Questa storia è vera?»
    «L'ho veduta io, con i miei occhi.»
    «Deve essere stata una scena entusiasmante.»
    «Spettacolare.» ammette. «Ho liberato sia lo schiavo sia il leone.»
    «Nobile gesto.» commento iniziando a guardarlo sotto una luce diversa.
    Lui sorride e all'improvviso allunga la mano e mi scarmiglia i capelli, facendomi impallidire.
    «Un tempo, ti avrei costretto a tagliarli rasati.» ammette.
    «Solo perché tu ne eri privo?» ribatto.
    «Una idiosincrasia che è costata cara a molti.» ammette. «Ma io ero l'imperatore e come tale mi consideravo un dio.»
    «Un dio che però è morto sotto i colpi di pugnale.»
    Sospira e scuote la testa bionda. Ancora mi chiedo come facessero gli antichi a considerarlo brutto e privo di attrattiva. E poi penso che il giudizio era stato dato da coloro che lo odiavano e volevano a ogni costo porlo sotto una luce crudele e sanguinaria. I senatori che lo hanno ucciso, non si erano aspettati che il popolo piangesse la sua dipartita.
    «Anche gli dèi tendono a morire.» commenta. «Solo il vostro Dio non muore mai. Pretenzioso, non trovi?»
    Non replico, consapevole che mi sta stuzzicando di proposito, provocatorio come sempre, e con un sorriso mi saluta, tornando tra i frangiflutti da dove era apparso. Esito un solo istante e lo richiamo:
    «Gaio!»
    Si ferma e volta appena la testa, sbirciandomi da sopra la spalla.
    «Vedi? Tu ed io saremmo andati d'accordo. Se solo anche gli altri mi avessero compreso!»
    Gli sorrido senza più timore e mi inchino, riconoscendo la sua natura divina. Lo vedo annuire adagio e prima di svanire mi lancia la sua corona d'alloro. La raccolgo e la osservo a lungo, prima di portarla sul cuore e sospirare appena.

     
  • 24 agosto 2013 alle ore 11:55
    Romolo

    Come comincia: (771 a.C.- 717 a.C.)
     
    È proprio vero: noi romani amiamo così tanto la nostra città che quasi ci dimentichiamo che esiste. Noi, esseri uniformi, stereotipati del XXI secolo, non ci rendiamo conto di dove posiamo i piedi ogni qualvolta muoviamo un passo. Dire che sotto di noi esistono tremila e più anni di Storia sembra riduttivo, ma tant'è e non è un caso se a Roma le metropolitane sono solo due e sempre affollate come carri merci: prova tu a scavare sopra tremila anni di Storia e poi ne riparliamo.
    A ogni centimetro scopri insediamenti, fossili, ossa, statue, ciotole e via dicendo che, venendo alla luce, ci guardano con un'aria come dire: ma tu che puoi saperne?
    Eh, già. È proprio così che mi sento mentre, girovagando tra i maestosi Fori Imperiali, d'improvviso il sole sparisce e un forte vento di scirocco mi costringe a chiudere gli occhi e a ripararmi in qualche modo. Ed è allora che lo vedo, con una tunica legata in vita, le gambe muscolose che s'intravedono da sotto il gonnellino e rimango incantata a fissarlo.
    Il suo sguardo fiero e deciso mi trafigge come un dardo e mi rendo conto di avere ancora gli occhi chiusi.
    «No, non aprirli, tanto mi vedi lo stesso.» mi dice con tono di comando.
    Gesù mio, non posso crederci: è lui, Romolo, il nostro fondatore, che se ne sta lì, davanti a me, fiero e altero proprio come un re o, se preferite, come un dio. Deglutisco sentendomi una nullità al suo cospetto e mormoro:
    «Salute a te, o divino Quirino.»
    Lo vedo fare un gesto stizzoso con la mano prima di ribattere:
    «Falla finita. Sono Romolo, punto e basta.»
    «Ma dopo il tuo trapasso, i romani ti hanno elevato agli onori degli altari con il nome di Quirino e ti hanno venerato per secoli con questo appellativo.»
    «Sciocchezze. Sono morto e basta, come un qualsiasi altro uomo.»
    «Ma tu sei Romolo.» insisto puerile.
    Lo vedo alzare gli occhi al cielo e rivolgere una preghiera a qualche dio pagano ed io mi metto a ridere, notando la sua espressione buffa.
    «È vero,» chiedo curiosa, «che tu e tuo fratello avete ucciso vostro zio Amulio e riportato sul trono vostro nonno Numitore?»
    [Romolo] «Tu cosa avresti fatto? Non solo quell'essere spregevole aveva ucciso mia madre e tentato di eliminare me e mio fratello, aveva altresì distrutto la mia intera famiglia pur di salire al trono. Quando io e Remo siamo venuti a saperlo, abbiamo fatto sì che le cose si riaggiustassero. Tutto qui.» conclude come se fosse la cosa più naturale del mondo.
    Per un attimo rimango sovrappensiero, cercando con la mano di trattenere i capelli che il vento mi ributta costantemente in faccia, quindi mormoro:
    «Allora, eri comunque destinato a divenire re, re di Alba, appena tuo nonno avesse reso l'anima a Dio.»
    «Dio? Quale dio?»
    Sospiro e allargo le braccia, borbottando:
    «Fa' un po' tu.»
    Lo vedo grattarsi il mento meditabondo e il suo sguardo incupirsi.
    «Sì, certo, re di Albalonga. Ma c'era anche Remo.»
    «Chiaramente un neo da estirpare.» commento mordace.
    Lui digrigna i denti e reprime uno scatto d'ira, dichiarando lapidario:
    «Se l'è cercata.»
    «La morte?» domando scettica.
    «Sapeva benissimo quali erano i patti, ne avevamo discusso a lungo. E li ha infranti.»
    Sbuffo spazientita e chiedo sarcastica:
    «E com'erano questi patti impossibili da infrangere?»
    Mi si avventa quasi contro, con sguardo furioso e sibila come una scudisciata:
    «Non usare condiscendenza nei miei riguardi, ragazzina.»
    Rimango sbigottita, il cuore che mi arriva in gola per lo spavento e mi accorgo di essere diventata di granito. Be', la grinta non gli fa difetto. Lo vedo raddrizzare le spalle e inspirare a fondo, prima di ricominciare:
    «È presto detto: poiché in due non era possibile comandare, abbiamo deciso di fondare una città sul colle Palatino. Lui insisteva per fondarla sul colle Aventino, portando a pretesto che il Palatino fosse sacro agli dèi, io proprio per quello. Per questo, per decidere chi dei due avesse ragione, ci siamo accordati per una paziente attesa.»
    Chino di lato la testa, con una muta domanda nella mia espressione e lui continua:
    «Abbiamo atteso per un intero giorno che passassero gli avvoltoi in cielo. Chi più ne avesse avvistati prima del calare del sole, avrebbe scelto il luogo della fondazione e sarebbe diventato re. Era il 21 aprile del 753, non lo dimenticherò mai. Ero giovane, all'epoca.» ricorda, lasciandosi andare per una frazione di secondo alla nostalgia. «Orbene,» riprende con tracotanza, «lui ne ha avvistati sei, io dodici, proprio sul limitare del tramonto. Pertanto, lascio a te indovinare chi abbia vinto.» conclude con sarcasmo.
    Incrocio le braccia sul petto e porto il peso del corpo su un solo piede, in segno di sfida. In quell'attimo, alle spalle di Romolo, appare un altro giovane che non stento a riconoscere come l'altro gemello, il quale interviene precisando:
    «Dodici, sì, ma dopo il tramonto.»
    «Prima del tramonto.» ribatte Romolo con decisione.
    «Dopo.»
    «Prima!»
    «Un momento!» intervengo alzando di un tono la voce, cercando di fare da paciere. «Non è questo che conta. Conta il fatto che l'episodio vi ha reso nemici e vi ha condotti al fratricidio.»
    Remo sogghigna e indicando il fratello lo accusa:
    «Ti sei sporcato le mani con il tuo stesso sangue solo perché ho oltrepassato il solco della tua città quadrata.»
    Inviperito, Romolo fronteggia il fratello e ribatte:
    «Hai osato attraversare un solco dichiarato sacro e inviolabile dall’oracolo. Ti sei fatto beffe degli dèi e sapevi benissimo a cosa saresti andato incontro. Potevi rimanertene tranquillo sull'Aventino a fondare la tua città, invece sei stato invidioso e mi hai portato a ucciderti!»
    «Ma sentitelo!» esclama Remo con sarcasmo. «Ora l'assassino accusa l'assassinato di essersi lasciato assassinare!»
    «Sparisci dalla mia vista, profano!»
    «Basta!» intervengo ponendomi tra i due e li guardo uno a uno negli occhi, quindi Remo abbozza un sorriso e svanisce così come era apparso, facendomi un cenno di saluto con la mano.
    Resto a fissare Romolo, sempre tenendo gli occhi chiusi, e domando:
    «Eravate sempre così bellicosi?»
    «Ti potrà apparire strano, ma io ho voluto bene a Remo, fino a quando ha compiuto quel miserabile gesto, in spregio agli dèi. Come re, non ho potuto chiudere un occhio solo perché si trattava di mio fratello. Se l'avessi fatto, avrei creato un precedente e chiunque si sarebbe ritenuto in diritto di scavalcare il solco inviolabile e penetrare nell'Urbe.»
    Esito un attimo, cercando di capire il suo punto di vista e borbotto:
    «La ragione di stato.»
    «Ecco, brava. I sentimenti non c'entrano nulla.»
    Scuoto la testa, ben contenta di non fare parte di quella schiera di regnanti e potentati che, per ragioni politiche, hanno dovuto sacrificare i propri sentimenti. Il cinismo non è mai stato il mio forte, eppure pare che tutti i grandi ne abbiano avuto a iosa. Buon per loro e poveri loro.
    «Tu e i tuoi uomini, però, eravate privi di donne, o, comunque, ne avevate pochissime e, per fondare e far crescere una città, occorrono le donne per procreare.»
    «Sì, è vero. Per questo motivo ho escogitato un piano, in barba alla sacralità dell'ospitalità.»
    «La ragione di stato.» commento rassegnata.
    «Proprio così. Le sabine erano un bocconcino appetitoso e con la scusa di giochi equestri ho invitato il loro re, Tito Tazio, a festeggiare la nascita di Roma. Lui è venuto, beato e contento e si è portato dietro gran parte della popolazione patrizia.»
    «Non hanno sospettato nulla?»
    «Assolutamente. Avevo dato ordine ai miei uomini di rapire le più giovani, quelle che sicuramente non erano sposate. Ciò nonostante c'è stato un errore, uno solo: Ersilia, la donna a me destinata.»
    «Era già maritata?»
    «Purtroppo sì. Ma l'ho voluta comunque. Era troppo bella per rimandarla indietro solo per quella sciocchezza. Alla fine il ratto si è risolto bene: i giovani romani si sono accasati e hanno generato molti figli.»
    «Si è risolto bene?» ripeto incredula, inarcando le sopracciglia. «Ma se Tito Tazio ha scatenato una guerra per riavere le ragazze!»
    Lo vedo fare un gesto vago con la mano, come se la cosa fosse senza importanza e commenta:
    «Ha fatto un errore: le ha prese di santa ragione, così come tutti coloro che hanno avuto l'ardire di sfidare Roma nei secoli successivi.» commenta, orgoglioso oltre ogni limite.
    «Si è arreso,» lo correggo risoluta, «solo perché le sabine rapite si sono messe in mezzo con i loro pargoli, per non dover vedere i propri mariti e i propri padri e fratelli scannarsi per loro.»
    «Quisquilie. Avremmo vinto comunque noi.» taglia corto.
    «Può essere.» concedo.
    «È sicuro.» sottolinea con fermezza. «A dispetto di traditori alla stregua di Tarpea, abbiamo vinto comunque.»
    «Già, Tarpea. Lei ha tradito perché amava il denaro e i sabini l'hanno ricompensata lapidandola con i loro gioielli e seppellendola sotto i loro scudi. Bello sfregio.»
    Fa una smorfia di disgusto e scuote la testa, commentando secco:
    «I traditori non meritano di meglio. Per questo motivo, da allora, chiunque tradisse Roma veniva gettato da una rupe nominata Tarpea, a perenne ricordo.»
    «Brutta fine.»
    «Fin troppo clementi verso chi tradisce. Oggi,» aggiunge alzando la mano per mostrare i Fori Imperiali, «nessuno più sente il proprio dovere verso la patria.»
    «I valori morali hanno registrato un netto calo, ne convengo.»
    «Ah!» esclama rassegnato. «Se solo ci fossi ancora io alla guida di questo popolo che non sente più l'orgoglio di essere romano, che gode di un'indisciplina vergognosa, che…»
    Sorrido e provo a immaginare i romani di oggi sotto le grinfie di Romolo e giungo alla conclusione che, per noi, è meglio che lui sia vissuto secoli fa.
    In quel momento il garbino si affievolisce, il sole torna a spuntare da dietro la nube ed io riapro gli occhi, fissando Romolo che svanisce lentamente, lo sguardo sconsolato su ciò che è rimasto della sua città. Poco più in là, in una nicchia, alcuni mazzi di fiori portati da mani gentili fanno ombra a una tomba, la sua tomba e lui, prima di sparire, sussurra con dolcezza:
    «Fa piacere sapere che a qualcuno sono rimasto nel cuore.»
    Gli sorrido e gli mando un bacio, ringraziandolo per tutto ciò che ha fatto per Roma.

     

     
  • 27 marzo 2013 alle ore 20:28
    Rea Silvia

    Come comincia: (VIII secolo a.C.)

    Osservo il Tevere, il nostro biondo Tevere che scorre placido verso il mare, tagliando in due la nostra amata Roma e mi domando per quale motivo viene appellato biondo. A guardarlo ora, sembra solo un ammasso di acqua marrone dove, ahimè, sguazzano pantegane da dieci chili l'una, galleggiano immondizia e rifiuti vari; dove si affacciano i gatti per afferrare con le loro zampette i pesci che affiorano e dove, bontà divina, qualche pescatore si porta seduto lungo la riva per pescare. Ci vuole coraggio. Non per pescare, bensì per mangiare il risultato della pesca.
    Sospiro scuotendo la testa e in quell'istante odo sussurrare il mio nome. Mi giro, ma non vedo nessuno, tranne la fila di macchine incolonnate sul lungotevere.
    Con un'alzata di spalle torno a volgere lo sguardo al fiume e in quell'istante sgrano gli occhi: il Tevere, il biondo Tevere, è tornato a essere biondo e cristallino. Tutto intorno a me è solo campagna, strida di gabbiani e pesci che guizzano veloci tra le due sponde che ora si trovano al livello della terra. Al posto delle macchine, delle orribili macchine caotiche, vedo lei, bellissima, con una tunica bianca indosso, stretta in vita da una cintura di cuoio e deglutisco prima di riuscire a fare un passo verso la sua figura.
    «Come vedi,» esordisce con voce carezzevole, «il fiume all'epoca era biondo per davvero.»
    «Già. Ma tu… Mio Dio, ma tu sei Rea Silvia.» balbetto attonita.
    Sorride e annuisce con regalità, indicando il tempio di Vesta lungo la riva sinistra del fiume.
    «Io ero una vestale, una sacerdotessa della dea Vesta, pertanto una vergine che sarebbe dovuta rimanere tale fino alla morte. Invece gli dèi avevano deciso diversamente, a dispetto della volontà di mio zio Amulio.»
    «Un momento.» l'interrompo alzando una mano. «Tu sei la madre di Romolo e Remo.»
    «Sì, è così.»
    «E allora, come facevi a essere una vestale?»
    Piega le labbra in un sorriso condiscendente e si volta verso il fiume, mostrandomelo. In lontananza, in una giornata plumbea dove la pioggia viene giù a catinelle, vedo un'imbarcazione con degli uomini a bordo e uno di questi che cade nel fiume, chiamando aiuto. Sussulto spaventata e vedo gli uomini che provano a governare la barca in tutte le maniere contro la furia degli elementi, mentre uno si sporge e tende la mano per agguantare il braccio che si protende dall'acqua.
    «Non riusciranno a salvare il loro re.» mormora Rea Silvia. «Quell'uomo si chiamava Tiberino e il fiume se l'è preso perché era un re buono e saggio. Per questo il corso d'acqua è stato battezzato Tevere, a perenne ricordo del re morto annegato. Tiberino è un mio antenato, discendente di Enea, il fuggiasco di Troia.»
    Mi giro a guardarla con la bocca aperta e lei continua:
    «Il figlio di Enea si chiamava Ascanio Julo, colui che diede vita alla Gens Julia, di cui noi siamo i discendenti. È evidente che da Enea a noi siano passati alcuni secoli e Tiberino è uno dei tanti re assurti al trono prima dell'avvento di Proca. Proca era mio nonno, il quale, morendo, lasciò il suo regno di Alba ai due figli maschi: Numitore, mio padre e Amulio, mio zio.»
    «Una diarchia.» commento.
    «Non proprio. Mio padre, essendo il maggiore, sarebbe dovuto diventare re, ma aveva deciso di lasciare il trono a mio fratello, preferendo rimanere un comune cittadino. Purtroppo, non aveva fatto i conti con mio zio Amulio, il quale ha brigato per salire al trono, uccidendo prima mio fratello, poi, con raggiri di parole e belle prospettive, costringendo mio padre a farmi divenire una vestale, in modo tale che non potessi avere figli maschi a cui lasciare il trono.»
    «Questa cosa è orrenda.»
    «Trovi? Da che mondo è mondo, il potere ha sempre fatto gola a tutti e mio zio non ha fatto nient'altro di diverso da quello che hanno fatto gli uomini in avvenire. Per caso, puoi farmi il nome di un solo uomo che sia riuscito a salire al potere senza giungere a compromessi, senza macchiarsi le mani di sangue, senza rinnegare il passato?»
    Abbasso lo sguardo e mi mordo le labbra, ben sapendo che ha ragione ma che, comunque, continuo a ritenere raccapricciante ciò che gli uomini giungono a fare pur di spianarsi la strada e divenire qualcuno.
    «A quanti anni sei entrata nel tempio di Vesta?»
    «Dieci anni. Le vestali erano sempre tre, di natali nobili e venivano allevate fin dalla più tenera età per accudire i sacri cimeli e il fuoco perenne. Per ovvi motivi, diventavi simile a una dea, la gente per strada si prostrava al tuo passaggio e vivevi il resto della tua vita nel tempio. A turno dovevamo mantenere il fuoco sempre acceso, pena la morte.»
    «Perché?»
    «Perché il fuoco era considerato un dono divino e se per caso si fosse spento, carestie, siccità e disgrazie infinite si sarebbero abbattute sull'umanità. Quindi, a noi il compito di tenerlo sempre acceso, allegro e scoppiettante.»
    La vedo osservare il tempio e il suo sguardo si offusca, memore del suo tragico destino e dei capricci degli dèi.
    «Eri felice?» domando.
    [Rea Silvia] «Felice come può esserlo una giovane e bella donna che sogna l'amore.» risponde con un velo di sarcasmo.
    «Amore che a te era negato.»
    Sospira mesta e si tira indietro una ciocca di capelli. È così bella e dolce che mi chiedo come abbia potuto, suo zio, avere un cuore così duro da strapparla alla vita.
    «Un giorno, al tempio,» mi racconta, «venne a trovarmi mia cugina Anto, la figlia di Amulio. Mi raccontò di essersi innamorata di un uomo bello e ricco e che presto si sarebbero sposati per avere figli da destinare al trono. Era il coronamento dei disegni di mio zio. Io e mia cugina ci eravamo sempre volute bene, eppure lei non poteva capire, in quel momento, quanto potevano ferirmi le sue parole. Anch'io desideravo sposarmi e avere figli, ma non l'avrei mai potuto fare, a differenza di lei.»
    «Frustrante.»
    «Fintanto che ero stata adolescente, la cosa non mi toccava, però con gli anni… Poi…»
    La vedo illuminarsi in volto e per un attimo rimane in silenzio, rapita da un fugace ricordo che la porta lontano da me. Io rimango in attesa e scruto di nuovo il Tevere, dove alcuni gabbiani si tuffano per catturare il pesce e dove un gruppo di contadini si è riunito lungo la sponda per pescare. Sorrido ripensando ai pescatori moderni e mi domando che sapore aveva il pesce all'epoca.
    «Poi, un giorno,» riprende a raccontare, «mentre ero al fiume per attingere l'acqua, un guerriero bellissimo mi ha avvicinato, mi ha aiutato con la brocca e siamo rimasti insieme per tutta la notte. Io non potevo saperlo, ma quel guerriero era il dio Marte che aveva preso le sembianze di un uomo per potermi amare.»
    «Allora Romolo e Remo…»
    «Eh, già, sono i figli di Marte.»
    Sorrido, trovando la cosa alquanto sciocca, scettica come qualsiasi persona priva di Fede, ma lei mi fulmina con i suoi occhi ed io smetto subito di sogghignare.
    «È un problema tuo.» mi getta in faccia. «Noi abbiamo creduto per secoli ai nostri dèi e loro ci hanno guardato con fare paterno, indicandoci la via giusta da seguire e punendoci quando eravamo indisciplinati.»
    «Come è capitato a te.»
    La vedo irrigidirsi per una frazione di secondo, quindi ammette:
    «Sì, come è capitato a me. Sono svenuta mentre ero di turno davanti al braciere sacro e il fuoco si è spento. Inutili i tentativi di farlo riprendere: per colpa mia, la sciagura si sarebbe abbattuta sull'umanità.»
    «Sei svenuta perché eri incinta.»
    «Malaugurio su malaugurio. La morte era l'unico modo per espiare la colpa e neppure essere principessa mi poteva salvare.»
    «Però hai comunque partorito.» faccio notare.
    «Sì, certo, ma prima sono stata murata viva.»
    Sgrano gli occhi inorridendo e lei mi posa una mano sulla spalla, quasi a volermi confortare.
    «Fortuna per me che avevo Anto. Lei ha corrotto le guardie, le quali hanno abbattuto il muro e mi hanno portato nelle stanze di mia cugina, al sicuro. È ovvio che mio zio è venuto a saperlo; a quel punto, tuttavia, non poteva più fare nulla: ha lasciato che portassi a termine la gravidanza e quando i gemelli sono nati, me li ha strappati e li ha fatti uccidere dalle sue guardie.»
    «Ma non è vero!» esclamo.
    Lei sorride e risponde:
    «Questo lo so. Ma all'epoca era questa la voce che correva. In realtà, come tutti sanno, le guardie non hanno ucciso i miei figli: li hanno lasciati in una cesta, sul fiume, un po' come Mosè.»
    Sorrido ed esclamo come una scolaretta:
    «Una lupa si è presa cura di loro. La lupa capitolina, il simbolo di Roma.»
    La vedo ridere di gusto e mi fa notare:
    «Ma come! Sei scettica sugli dèi eppure credi alla favola della lupa?»
    Il sorriso svanisce dalle mie labbra e rimango a guardarla con aria interrogativa. Lei allunga la mano e mi scompiglia affettuosamente i capelli, come una madre che vuole riprendere una figlia.
    «Certo,» conviene, «una lupa li vide, ne avvertì l'odore e si avvicinò alla cesta, senza divorarli. Fu lo strano comportamento della bestia che attrasse l'attenzione di Acca Larenzia, la donna che si è presa cura dei miei figli. Tutto qui.»
    «In questo modo fai crollare un mito.» borbotto querula.
    Lei sorride e ribatte:
    «E tu perché non vuoi accettare il fatto che Romolo e Remo fossero figli di Marte e discendenti di Venere? Gli dèi per noi erano tutto, così come Dio lo è stato per i cristiani.»
    «Quindi, asserisci che Enea era figlio di Venere, che i suoi discendenti hanno fondato la città di Alba della quale erano i legittimi re e che tu, ultima in linea diretta, hai avuto una storia con Marte che ha generato il primo re di Roma.»
    «Sì, è così. Semplice, no?»
    La guardo a lungo, comprendendo che non doveva essere stato facile per lei rinunciare ai figli per ordine dello zio, credendoli addirittura morti e domando:
    «Dopo aver partorito, cos'hai fatto?»
    «Tu cosa pensi che abbia fatto? Ero stata condannata a morte, se ben ricordi.»
    «Già. Sapere che hai dato alla luce il fondatore di Roma, come ti fa sentire?»
    «Ora ne sono orgogliosa; ciò nondimeno non dimentico che per fondare questa città, divenuta un impero, è stato sparso il sangue dell'altro mio figlio.»
    «Brutta storia.»
    «Anche se poi Roma è diventata quello che è, non potrei mai perdonare Romolo. È stato un grande, ne convengo e nessuna madre potrebbe essere più orgogliosa di me, ma ha seguito le gesta di mio zio e questo, ai miei occhi, inficia tutto ciò che ha fatto.»
    «Non essere così severa con lui. Se noi ora stiamo qui a parlare, lo dobbiamo alla sua audacia, alla sua fermezza e alla sua risolutezza. Ha lasciato nelle mani di Numa Pompilio una città bene avviata, con solide fondamenta dalle quali avrebbe preso il volo.»
    «Già, l'aquila imperiale.» commenta volgendo lo sguardo al Tevere. «Chi l'avrebbe detto che dalla fine di Troia sarebbe sorta una nuova e più potente città? Neppure Omero avrebbe potuto immaginarlo.»
    «Tu hai veramente sacrificato la tua vita per Roma, prima ancora che Roma sorgesse.»
    Sorride e la sua immagine inizia a divenire diafana; alle sue spalle torna a materializzarsi il traffico caotico di Roma, riportandomi bruscamente alla realtà. Allungo una mano per evitare che la bella Rea Silvia svanisca all'ombra del tempio di Vesta, ma all'improvviso non la vedo più e il biondo Tevere è tornato a essere melmoso e marrone.

     
  • 22 gennaio 2013 alle ore 10:37
    Federico II

    Come comincia: (Jesi, 26 dicembre 1194 - Castel Fiorentino di Puglia, 13 dicembre 1250)

    Odo un bisbiglio lieve, un sussurro gentile che fluttua tra il sonno e il torpore e le mie orecchie registrano uno sbattere d'ali prima di svegliarmi in piena notte, certa di aver sognato. Mi porto seduta sul letto, sbadigliando. Eppure il sogno non se ne va, rimane lì, davanti al mio sguardo ancora preda dell'oblio di Morfeo, con un dolce sorriso sulle labbra e l'aria divertita. Sull'avambraccio porta uno splendido falco pellegrino, dagli occhi mobilissimi e attenti e dallo sguardo inquietante.
    Rimango incantata dalla visione avvolta nella penombra della stanza, investita da un minuscolo fascio di luce proveniente da una fessura della serranda che le dona un tocco irreale. Mi stropiccio gli occhi per svegliarmi del tutto e lui, con un accenno di inchino, mi tranquillizza:
    «Non temere, non voglio farti del male.»
    Deglutisco non per lo spavento e rispondo fiduciosa:
    «Lo so. Ti conosco bene, stupor mundi.»
    A quelle parole le sue labbra si piegano in un sorriso compiaciuto, i suoi chiari occhi si illuminano e a quel punto l'inchino si accentua, rivelando il suo animo cavalleresco. Sento il rossore colorirmi le gote e accenno una spontanea riverenza. 
    «Federico II di Hohenstaufen del ducato di Svevia, figlio di Enrico VI e di Costanza d'Altavilla.» mormoro rapita.
    «Sì, sono io, qui per rispondere a tutte le domande che vorrai farmi.»
    Quasi stento a crederci che il grande Federico II di Svevia, nipote del Barbarossa, sia davanti a me, come un qualsiasi comune mortale. Ma lui non è un comune mortale. In lui si fondono per la prima volta due corone: quella del Sacro Romano Impero e quella del Regno di Sicilia.
    Mio Dio, penso annichilita, mi trovo al cospetto di uno dei più grandi uomini della Storia prima dell'avvento di Napoleone! Il solo uomo nel quale scorra un miscuglio esplosivo di sangue: teutonico, normanno e italico.
    Sento il mio cuore galoppare come un indemoniato e inspiro a fondo per mantenere la dovuta lucidità.
    «Tu,» inizio timorosa e ossequiosa, «sei rimasto orfano all'età di quattro anni.»
    «Sì, è vero. Mio padre morì quando ne avevo tre e mia madre l'anno dopo. Prima di dipartire, però, mi ha affidato a papa Innocenzo III dei Conti di Segni, il quale mi ha riconosciuto come re di Sicilia senza battere ciglio, infeudandomi dell'eredità materna. Per quanto concerneva l'altra corona, ha fatto di tutto pur di non riconoscermi come imperatore del Sacro Romano Impero.»
    «All'età di quattro anni, sulla tua testa pendevano queste due grosse responsabilità. Ma perché negarti l'eredità paterna?»
    Lo vedo accarezzare con dolcezza il piumaggio del bellissimo falco e risponde:
    «È solo una questione geografica. Il papato, all'epoca, e per i secoli successivi, possedeva tutta l'Italia centrale. I Normanni, di cui mia madre era l'ultima discendente, possedevano dal napoletano in giù, il cosiddetto Regno di Sicilia. La Germania era al nord, il grande Sacro Romano Impero. Puoi benissimo immaginare che, se il papa mi avesse riconosciuto anche come imperatore, si sarebbe venuto a trovare in una morsa stritolatrice: il Regno al sud e l'Impero al nord. Era, praticamente, accerchiato.»
    «Tuttavia alla fine l'hai spuntata tu.»
    «Sì, a costo di enormi sacrifici e di continue lotte diplomatiche e non, contro il papato.»
    «E contro il Carroccio.» aggiungo.
    Lo vedo corrucciarsi e un'ombra gli sfiora il volto non bello bensì affascinante.
    «Già, contro i lombardi che, come al tempo di mio nonno, hanno temuto, e non a torto, che volessi impossessarmi anche del nord Italia. Ma per unire il mio impero, non potevo fare altrimenti.»
    «Il terribile Ezzelino III da Romano ti ha sostenuto in Lombardia, dov'era il suo feudo.»
    «Era mio genero, avendo impalmato una delle mie figlie: non avrebbe potuto fare altrimenti.»
    «So che ti sei sposato tre volte.»
    «La mia prima moglie è stata Costanza d'Aragona ed è l'unica che mi sia rimasta nel cuore.»
    Lo guardo per un lungo attimo, scettica e lui sorride, continuando:
    [federico] «È vero, ho avuto anche molte concubine, la più amata delle quali è stata la contessa Bianca Lancia. È suo il mio figlio prediletto, Manfredi, l'unico che ho legittimato e che è divenuto re di Sicilia.»
    «Hai avuto anche altri figli.»
    «Una schiera, a dire il vero.» risponde ridendo. «Enrico, che avevo eletto a re di Germania, sono stato costretto ad accecarlo e imprigionarlo quando mi si è rivoltato contro. Enzo, che ho elevato a re di Sardegna, quello che più di tutti mi somigliava fisicamente. Corrado, divenuto re di Germania e poi imperatore alla mia morte e tanti altri che ho sparso per l'Italia.»
    «Tu l'Italia l'hai amata molto.»
    Un sorriso dolce gli sfiora le labbra e sbircia il profilo del falco appollaiato sul suo braccio, mentre il raggio di luce gli illumina il viso, rilucendo sulla corona ferrea che porta sulla testa.
    «Moltissimo e, come tutti coloro che l'hanno amata, ne sono stato mal ricompensato. L'ho sempre preferita alla fredda Germania ed è per questo che, per tutta la vita, mi sono adoperato per portare il centro del potere in Sicilia e non nel gelido nord.»
    «Nel frattempo, il papato, con i vari papi succedutisi, ti ha combattuto aspramente, giungendo ad accusarti di essere l'Anticristo.»
    Si mette a ridere e con gesto stanco si porta seduto sul letto accanto a me. I suoi occhi chiari mi scrutano a lungo ed io mi sento come una formica dinanzi a un gigante. In realtà non è alto, ha una corporatura piuttosto tozza, però è gigantesco ciò che ha provato a fare per amore dell'Italia, lui, un teutonico e non un italiano.
    «Ti parrà strano, ma io sono sempre stato un fedele cristiano, checché se ne dica. Ho perseguitato gli eretici e ho sempre avuto rispetto per Roma e ciò che di più sacro rappresentava.»
    «Questo non ti ha evitato la scomunica.» gli ricordo.
    Annuisce e da una sacca legata in vita tira fuori un pezzo di carne che porge al falco. Questi lo prende e lo inghiotte, con aria soddisfatta.
    [200px-Frederick_II_and_eagle] «Non solo una, ahimè. A parte le parentesi in cui la Chiesa è stata costretta a riprendermi in seno, ho in sostanza trascorso la vita da scomunicato. E ci sarei pure morto, se non fosse stato per il mio carissimo amico Berardo da Palermo, il quale mi ha sciolto dalla scomunica in punto di morte, andando contro la Chiesa.»
    Sorrido con l'eccitazione di una bambina ed esclamo:
    «Sempre scomunicato, come quando hai conquistato Gerusalemme!»
    Lì scoppia a ridere al ricordo e si batte una mano sulla coscia, catturando l'attenzione del rapace.
    «Sì, proprio così. Era da un po' che il papa mi spingeva alla crociata, cercando di farmi emulare mio nonno il Barbarossa e Riccardo Cuor di Leone. Io ho sempre nicchiato, rinviando sine die. Non avevo alcun interesse ad andare a impelagarmi in Terrasanta, poiché avevo già i miei grossi problemi a gestire un così vasto impero con italiani piuttosto indisciplinati. Ma alla fine ho chinato la testa ubbidiente e sono partito. E, senza colpo ferire, senza che nessuno ci rimettesse la vita, ho conquistato Gerusalemme solo con la mia benevolenza verso l'Islam. Lo stesso sultano Al Kamil mi ha donato le chiavi e mi sono incoronato re di quella bellissima città. Ovviamente il papa, Gregorio IX dei Conti di Segni, ha schiumato bile, perché tutto questo,» aggiunge con aria birichina, «l'ho fatto da scomunicato. Riesci a immaginare cosa significava? Al mio rientro in Italia, il papa si è dovuto mangiare il fegato e ingoiare il rospo e sciogliere la scomunica perché gli portavo le chiavi di Gerusalemme.»
    «Sei riuscito in un'impresa dove nessuno è mai riuscito, addirittura senza neppure combattere.»
    «La diplomazia.» commenta alzando l'indice. «Tutto ciò che ho fatto, l'ho fatto usando la diplomazia e non la spada, ovviamente dove era possibile.»
    «Hai sempre avuto un animo gentile.» sospiro.
    Lui mi fissa corrugando le sopracciglia e scuote la rossa testa.
    «Amavo scrivere poesie e questo dono ho trasmesso ai miei figli. Ma, mentre gli altri usavano anche l'acciaio, Manfredi era il solo a somigliarmi nella preferenza della penna. Sai, è stato lui a suggerirmi di scrivere un trattato sulla caccia con il falcone, divenuto famoso in tutto il mondo e preso a modello nei secoli successivi.»
    «Hai amato molto Manfredi.» commento.
    «Come si poteva non amarlo? Era il figlio che la mia adorata Bianca mi aveva dato, era l'unico a essere gentile e cortese, l'unico a cui avrei affidato la mia vita e l'unico che, a dispetto del ruolo che ricopriva, si fidava degli uomini.»
    «Una fiducia mal riposta.»
    «Purtroppo. Ma questa è un'altra storia.» risponde ponendo termine alla parentesi.
    «Grazie a questa tua sensibilità, hai fondato la scuola poetica siciliana, ponendo le basi alla futura lingua italiana.»
    «La mia corte errabonda ridondava di uomini colti.»
    «Ma anche di odalische e saraceni.» aggiungo.
    «E allora? Amavo i fasti orientali, erano così diversi dal grigiore impostoci dalla Chiesa! E poi, i saraceni erano gli uomini più leali che abbia mai avuto.»
    «Sei stato scomunicato anche per questo.»
    Sorride e fa un gesto vago con la mano, dicendo:
    «Non importa. L'oriente era un pozzo si sapienza in confronto a noi ed io preferivo interloquire con uomini colti anziché con stolti e bigotti.»
    «Puoi spiegarmi questa lotta tra l'impero e il papato?»
    «In due parole?» domanda sorpreso, inarcando le sopracciglia.
    Comprendo la difficoltà e rispondo:
    «Fai tu.»
    Rimane a lungo pensieroso, quindi si gratta il mento con la mano libera e, con un sospiro, inizia:
    «Noi originari di Weiblingen eravamo in contrapposizione ai duchi di Welfen. In Italia venivano chiamati ghibellini, da Weiblingen, i sostenitori dell'impero, e guelfi, da Welfen, i sostenitori del papato. Pertanto, quando ti capita di vedere un castello con i merli piatti, sappi che erano guelfi, mentre i merli a coda di rondine erano ghibellini.»
    «Quindi, queste due parole che tanto fanno ammattire i nostri studenti, non sono altro che la trasposizione in italiano dei due ducati svevi di Weiblingen e Welfen?»
    «Svevi eravamo solo noi, i Welfen erano originari della Baviera. Buffo, non trovi?»
    «Eccome! Ma cos'è accaduto al tuo amico nonché segretario Pier delle Vigne per essere imprigionato?» chiedo cambiando discorso.
    Lo vedo scurirsi in volto e i suoi occhi diventano due fessure sottili. A quanto pare, il ricordo gli fa ancora male e questo lo rende infinitamente umano.
    «Tradimento. Io ho sempre spinto per l'onestà innanzitutto e ho cercato io in primis di essere sempre onesto. Piero, come ho mio malgrado scoperto, aveva rubato nelle casse del Regno e questo non l'ho potuto perdonare.»
    «Ha preferito suicidarsi.»
    «Sai, una volta le prigioni non erano come quelle di oggi. Oggi hai tutti gli agi, hai la possibilità di uscire, addirittura di diventare famoso se sei furbo. All'epoca, le prigioni erano terribili. Buchi nelle segrete, privi di luce, senza giaciglio, senza sedie: solo nuda roccia. E in un buco di due metri quadrati ci dovevi convivere con altri carcerati. Ovviamente non c'erano i servizi igienici, però i topi erano in abbondanza. Ti lascio immaginare per quale motivo il mio amico abbia optato per il suicidio.»
    Rabbrividisco all'orrore e provo a immaginare un carcerato moderno tradotto in un simile posto. Sogghigno e penso che un piccolo assaggio non farebbe poi tanto male.
    «La tua politica è sempre stata avversata dai papi, nonostante tu abbia cercato il bene dell'Italia.»
    «Il mio potere non era ben visto, incuteva paura. Sai, è più facile comandare su un re bigotto che su uno aperto di mentalità. Sono giunto persino a circondare l'Urbe, minacciando il saccheggio, anche se non l'avrei mai fatto, perché Roma era il mio sogno. Ho sempre sperato di unire il Regno all'Impero e porvi come capitale la bellissima Roma.»
    «A Roma sei stato incoronato re di Sicilia e in seguito imperatore.»
    «Oh, sì. Roma, all'epoca, era ancora così bella, così spirituale e così unica nel suo genere che l'ho sempre portata nel cuore, benché i papi mi abbiano sempre tenuto distante.»
    «Ti trovavi in Puglia quando sei morto.»
    «Sì, le Puglie che ho tanto amato. Manfredi, il mio caro e dolce Manfredi, era con me e anche i miei vecchi amici.»
    «Hai rimpianti?»
    Ci pensa un po' e, chinando appena la testa coronata, risponde:
    «Quello di non essere riuscito a far capire il mio amore per l'Italia. In questo, purtroppo, devo dire che Roma si è data la mazzata sui piedi.»
    «Purtroppo. Un sovrano illuminato come te non lo avremmo avuto per altri secoli.» commento con tono amaro.
    «Chissà, se le cose fossero andate diversamente…»
    Esito un attimo, mio malgrado intimorita dinanzi a un uomo simile e mi accorgo che sta per svanire, per ricongiungersi a tutti coloro che sono vissuti prima di noi e d'istinto gli domando:
    «Prima che te ne vada, posso darti un bacio?»
    Sorride divertito ed è lui stesso, ormai evanescente, che si avvicina e mi posa un bacio sulla fronte. Chiudo gli occhi incantata, sapendo già che nessuno crederà mai che il grande Federico II di Svevia mi ha baciato e quando li riapro lui non c'è più.
    Accanto al mio letto, però, è rimasta una bellissima piuma del colore delle castagne.

     
  • 31 ottobre 2012 alle ore 15:20
    Bonifacio VIII

    Come comincia: (Anagni, 1235 - Roma, 11 ottobre 1303)

    Quale maestosità ci offre San Pietro, con il suo cupolone e il suo interno sfarzoso! Quale ricettacolo per dipinti e affreschi, sculture e mausolei! Una gioia per gli occhi e per lo spirito! E se il visitatore sa osservare bene, si accorge che qui dentro sopravvivono incontaminati duemila anni di Storia.
    Come riuscire a rimanere indifferenti dinanzi alla Pietà del maestro Michelangelo? O alla Trasfigurazione del divino Raffaello? I turisti di tutto il mondo ci invidiano questa meraviglia e noi romani, che ce l'abbiamo dentro casa, praticamente l'ignoriamo.
    Entrare in Vaticano è un po' come entrare nella Storia dell'umanità, con i suoi pittori, i suoi scultori e i suoi architetti che nei secoli si sono alternati, dando vita a qualcosa di unico e inestimabile, dove la spiritualità ti entra nelle ossa e rimani letteralmente schiacciato dalla sua ineffabilità; ed è lì, mentre osservo la bellissima cappella Caetani che, seduto su un sepolcro, lo vedo, con quella sua aria altera e sprezzante, più degna di un dio che di un suo umile servo.
    «Ma tu sei papa Bonifacio VIII!» esclamo.
    «Proprio io, al secolo Benedetto Caetani.» si presenta con manifesta alterigia.
    «Una tra le più potenti famiglie romane.»
    «Esattamente. Ti piace San Pietro?» domanda facendo un gesto con la mano guantata, dove spiccano anelli con gemme preziose grosse come noci.
    Mi guardo attorno e mi soffermo a esaminare i passanti, che neppure mi notano.
    «A chi non piacerebbe?» rispondo elusiva, allungando una mano per toccare un turista.
    Con sorpresa, mi accorgo che la mia mano lo attraversa, come se avessi solo tagliato l'aria e sussulto spaventata. Sono, infine, morta anch'io?
    «Non temere.» mi previene con noncuranza, toccandosi il triregno e sistemandoselo meglio sulla testa. «Sei ancora viva.»
    «Tu sei il papa che ha indetto il primo giubileo della Storia, nel 1300.» mormoro, ancora perplessa.
    «Sì, è così.» ammette con straripante orgoglio. «Un esodo come mai si era visto prima. Migliaia di pellegrini si sono riversati a Roma per pregare e ottenere le indulgenze.»
    Esito un attimo, dinanzi a quest'uomo che non ho mai amato, che è stato un papa terribile, blasfemo e simoniaco e correggo sprezzante:
    «Vorrai dire che venivano sì a pregare, ma le indulgenze le pagavano a caro prezzo.»
    Alza le spalle, come se la cosa lo toccasse in modo trascurabile e replica:
    «La gente ha bisogno di sicurezze.»
    «Diciamo pure che erano le tue casse ad aver fame di soldi, visto che Filippo il Bello di Francia aveva tassativamente proibito ai prelati francesi di versare le decime nelle casse papali!»
    Arrossisce suo malgrado, impreparato al mio attacco e si inalbera, illividendo subito dopo di rabbia.
    «Come osi insultare così un uomo di Chiesa?»
    Avvampo indignata e, con sguardo furente, porto le mani sui fianchi e ribatto:
    «Tu un uomo di Chiesa? Mai udita bestemmia più colossale. Non hai mai creduto in Dio, giungendo a dire che, se Cristo non era riuscito a salvare se stesso dalla morte, neppure noi mortali avremmo potuto salvarci: te escluso, ovviamente, giacché ti consideravi un dio e ti credevi imperatore oltre che papa! Ti sei sempre circondato di amuleti, portavi al dito un anello strappato al cadavere di re Manfredi, giocavi ai dadi e bestemmiavi se qualcuno osava vincere; non ti sei mai fatto scrupoli nel perpetrare tutti i peccati capitali, anzi, li eseguivi alla lettera e per certo non avevi esitazioni nel portarti a letto fanciulle e paggi!»
    Mi lascia sfogare alzando di tanto in tanto gli occhi al cielo e, quando intravede una possibilità di controbattere, non esita a sibilare minaccioso:
    «Tu, misero essere senza valore, hai l'ardire di giudicare un papa che tanto ha fatto per Roma? Cosa sai tu di cosa ho fatto io?»
    Indispettita e furiosa, faccio un passo verso di lui e l'accuso con tono che pare una scudisciata:
    «Mi è sufficiente sapere che hai brigato e ucciso il tuo predecessore, Celestino V!»
    [Bonifacio-VIII] «Ah!» esclama alzando una mano, irritato per essere stato costretto a rimembrare un simile episodio. «Io non ho mai ucciso nessuno!»
    Suppongo che, se mi fosse concesso, lo afferrerei per il collo e lo strozzerei senza tante cerimonie; purtroppo per me è già morto e non godrei questa soddisfazione.
    «Tu sei un uomo che non ha mai avuto una coscienza. Il povero Pietro da Morrone era un semplice e pio eremita che si è visto eleggere papa perché a te occorreva un uomo cuscinetto da porre sul trono di Pietro, quel tanto che bastava per riuscire a corrompere i cardinali per la tua elezione. Una volta certo che avresti ottenuto i voti necessari, hai condotto il mite Celestino al rifiuto e ti sei insediato sul trono con fasto e pompa magna.»
    Sogghigna divertito e incrocia le braccia sul petto, fissandomi con condiscendenza.
    «Era così che si faceva.» commenta lapidario.
    «No, non era così che si faceva.» replico indignata. «La bramosia di potere ti ha indotto a far rinchiudere Celestino nel tuo castello a Fumone, per timore che il popolo e i baroni, scoperta la pasta di cui eri fatto, reclamassero il ritorno del sant'uomo. Tu dici di non aver ucciso nessuno, ma lasciare che il frate morisse di stenti in prigione a me sembra un omicidio studiato nei minimi particolari.»
    «È morto e basta. Che colpa ne ho io?»
    Stizzita per la sua totale indifferenza, continuo:
    «Eri un giurista eccellente, tra i migliori del tuo tempo e hai stilato un rifiuto magistrale che hai portato a far firmare a Celestino: ammetto la tua bravura ed è proprio questa tua destrezza che mi porta a credere che hai fatto sì che la colpa della sua morte non ricadesse su di te. Ne eri all'altezza.» gli riconosco.
    Un gruppo di turisti si avvicina a noi, interrompendoci momentaneamente e quando ci passa davanti, mi rendo conto che continuo a vedere il mio interlocutore anche attraverso i loro corpi. E mi rendo conto altresì che ha piegato le labbra in un ghigno beffardo, come a volermi turlupinare.
    «Vedi, mia cara virago,» mormora accarezzandosi distrattamente il pallio, «il mondo si divide in due categorie, che tu lo voglia accettare o meno: coloro che contano e coloro che non contano nulla. Purtroppo per te, io ho fatto parte della prima categoria e sono passato alla Storia. Tu ci passerai alla Storia?» insinua mellifluo.
    Stringo i pugni e serro i denti per trattenermi dall'avventarmi contro di lui e rispondo glaciale:
    «Meglio non passare alla Storia e rimanere un perfetto signor nessuno, che leggere le tue infamie sui libri.»
    «Sei impertinente e indisciplinata! Se potessi ti farei abbassare le piume!»
    «Con i tuoi metodi poco ortodossi che hanno contribuito ad allontanare il papato da Roma? Oh, conosco la storia di quell'ambasciatore al quale hai rifilato un calcio rompendogli il setto nasale solo perché ti girava storto.»
    «Servono anche questi metodi.»
    Rimango un attimo in silenzio, fissando quel papa eretico e bestemmiatore ma che aveva, nonostante tutto, coraggio da vendere. Come quando il messo di Francia -Guglielmo di Nogaret- insieme al capo della potente famiglia Colonna, Sciarra, imbeccati dal re di Francia, assalirono il palazzo pontificio di Anagni, dove si era rifugiato Bonifacio. E qui lo trovarono, abbandonato persino dai suoi servitori, lasciato in balia degli eventi. Gli intimarono di consegnarsi prigioniero se voleva salva la vita e lui, fiero e indomito, rivestito con tutti i paludamenti sacri, aveva alzato il mento gridando con spavalderia:
    "Ecco la mia nuca, ecco la mia testa!".
    «Hai avuto fortuna quando il Nogaret ha bloccato la mano omicida di Sciarra Colonna.» gli rammento.
    Lo vedo aggrottare le sopracciglia e risponde con freddezza:
    «I Colonna non hanno avuto mai buon animo verso i Caetani.»
    «Eravate sempre in guerra per il predominio su Roma. Ma la rivalità ha toccato l'apice proprio contro di te, inviso anche dalle altre potenti famiglie. Persino la tua ti si è in sostanza rivoltata contro, evitando di correre in tuo aiuto quando Sciarra è entrato in Anagni. Gli stessi tuoi concittadini non hanno alzato un dito per salvarti.»
    «Poi lo hanno fatto.»
    «Certo, ma solo perché temevano la scomunica. Neppure Dante è stato clemente con te.» gli ricordo.
    «Dante era solo uno sciocco, che non capiva che il papato era superiore a tutto e a tutti. Tu,» accusa avvicinandosi con sguardo omicida, «cosa puoi sapere della grandezza della Chiesa? Hai forse vissuto in quei tempi oscuri, dove l'eresia rischiava di prendere il sopravvento, dove potere temporale e potere spirituale si scagliavano l'uno contro l'altro per la supremazia e dove ogni papa avrebbe dovuto fare come me per ridonare il primato alla Chiesa di Cristo? Come osi tu, venire ad accusare me, che sono stato papa, mentre tu sei una nullità e che tale rimarrai?»
    Indugio un attimo in silenzio, fissando quel volto iracondo, quel corpo rivestito con paludamenti sacri riccamente ricamati in oro e argento e tempestati di pietre preziose -alla faccia del voto di povertà e di umiltà- e mi rendo conto che il suo è un deliberato tentativo di turbarmi.
    Con tono pacato rispondo:
    «Hai vissuto fuori del tempo. Il medioevo era agli sgoccioli, eppure tu non hai saputo guardare oltre, non hai saputo adeguarti. Hai solo fatto quanto era nelle tue possibilità per mantenere la Chiesa in uno stato di supremazia che ormai non le competeva più. Non hai saputo vedere la nascita delle nazioni e non hai capito quanto effimero era diventato il potere spirituale. Le scomuniche avevano fatto il loro tempo: gli uomini erano più eruditi e non credevano più ciecamente.»
    «Male!» urla rabbioso, gli occhi che mandano scintille. «Gli uomini hanno sempre avuto bisogno di qualcuno che li guidasse con polso fermo.»
    «E tu ti ritenevi la persona in grado di farlo.» commento mordace.
    Mi fissa con malcelato rancore e posso solo intravedere l'uomo battagliero e gaudente che ha condotto la Chiesa al tracollo, facendo sì che, dopo soli due anni dalla sua morte, il suo successore riparasse in Francia, dando inizio alla cattività avignonese.
    «Tu non hai idea.» sibila scuotendo la testa.
    Sì, probabilmente ha ragione, bisogna esserci stati per valutare; tuttavia io non voglio giudicare, voglio solo sfogare la mia rabbia contro l'uomo che ha lasciato Roma allo sbando, incurante del male che le avrebbe causato nei secoli a venire.
    «Per quanto mi concerne, hai avuto un solo pregio: quello di indire il giubileo. Indipendentemente dalle cause, è stata l'unica tua mossa che ancora oggi sopravvive e che rende a Roma la sua supremazia spirituale. Per il resto, auspico che il Cristo in cui tu non hai mai creduto, ti abbia fatto marcire all'inferno, facendoti espiare le tante e innumerevoli colpe, in primis la morte di Celestino.»
    Sogghigna divertito e si volta, avvicinandosi di nuovo al sepolcro.
    «Tu, per me,» sentenzia sprezzante, «sei nulla di più della semplice polvere che i miei piedi calpestano.»
    Non ribatto, evito la sfida e rimango in silenzio a fissarlo, mentre la sua immagine svanisce lentamente, confondendosi con il sepolcro ed io torno di carne e ossa, di nuovo viva in mezzo alla folla silente dei turisti.

     
  • 05 giugno 2012 alle ore 15:42
    Attila

    Come comincia: (morto nel 453)

    A quanti di voi è mai capitato di risfogliare i vecchi libri di testo dove, da adolescenti, abbiamo studiato per riportare un buon voto o per recuperarne uno brutto?
    Be', non so voi, ma io, chiusa in una soffitta illuminata fiocamente da una lampadina che ha già fatto il suo tempo, tutta intenta nel risistemare e buttare cose inutili, mi ritrovo tra le mani i miei vecchi libri delle superiori, oserei dire quasi intonsi, visto che non amavo molto studiare.
    Un sorriso mi spunta sulle labbra e con le dita sfioro il ricordo di remoti giorni di scuola, quando preferivo di gran lunga interagire con le mie amiche anziché con le pagine imbrattate di scritte e immagini che, all'epoca, poco mi dicevano.
    Ed è mentre sfoglio questo libro impolverato, sottolineato a matita, che lo sguardo mi cade su quel viso appuntito, su quegli occhi sottili, su quei baffi spioventi e sussulto quando lo vedo mutare espressione e fissarmi in cagnesco.
    Dopo il primo momento di sorpresa, sorrido divertita e lo ammonisco:
    «Non mi fai paura, Flagello di Dio.»
    Lui incrocia le braccia sul petto e grugnisce qualcosa di incomprensibile, prima di inspirare e dire:
    «Sì, lo so. Ora non faccio più paura, ma ai miei tempi tutti tremavano al mio passaggio.»
    «In effetti, si diceva che dove passava Attila non ricresceva più l'erba.»
    «Sacrosanta verità.» commenta inorgoglito.
    «Io non ne andrei così fiera.» ribatto.
    La sua immagine tracagnotta, dove affiora la sua efferata spietatezza, sembra voler uscire a tutti i costi dalla prigionia del libro ed io posso solo immaginare il suo scalpitare furioso.
    «Da dove vieni?» domando incuriosita.
    «Ma da Aetzelburg, ovviamente, la nostra capitale.» risponde sorpreso, come se si aspettasse che lo sapessi.
    «Che sarebbe?» domando.
    «Uhm… Vicino all'odierna Budapest. Io e mio fratello siamo cresciuti lì, con nostro nonno che era il re, re Rua. Alla sua morte, io e Bleda siamo assurti al trono, insieme. Noi Unni facevamo così.»
    «Una diarchia?»
    «Sì, certo. Anche se,» borbotta con un pizzico di rabbia, «Bleda amava solo divertirsi con il suo ripugnante nano negro e non voleva interessarsi d'altro. Diceva che lo faceva ridere. Era il suo giocattolo, che un giorno ha avuto l'ardire di ribellarsi e quello stolto di Bleda ha mobilitato l'intero esercito per inseguirlo e riacciuffarlo.»
    Provo a immaginare un popolo alla ricerca spasmodica di un nano e il solo pensiero mi fa ridere, prima di domandare:
    «È per questo che la guida sei diventato tu?»
    «Per forza di cose. Quello stolto di Bleda morì giovane e rimasi solo io. Io e il mio popolo.»
    «Unni facinorosi.» commento.
    Lui grugnisce indispettito e ribatte:
    «Sì, Mongoli tozzi, dai capelli neri e dagli occhi a mandorla, mescolati a tedeschi alti, biondi e con gli occhi cerulei. Ciò che rimaneva di tutte le tribù barbare da me assoggettate.»
    «Una bella accozzaglia.»
    «Già, di guerrieri fieri e indomiti.» aggiunge con orgoglio, battendosi un pugno sul petto.
    Con il dito lo sfioro e lui si irrigidisce, infastidito dalla sua posizione che gli impedisce di trattarmi da pari a pari ed io ne sono lieta. Non è da tutti avere il terribile re Attila nelle proprie mani e la cosa mi diverte alquanto.
    «Si dice che la morte di Bleda debba essere imputata a te.»
    Ghigna sotto i baffi e con quegli occhietti sottili e temibili mi fissa incutendomi un certo timore.
    «Si dice.» ripete svenevole, lasciando volutamente la frase in sospeso.
    «Sei stato tu?» insisto.
    «Avrei potuto farlo benissimo. Ma avrei anche potuto non farlo.» aggiunge enigmatico.
    Indispettita dalla sua reticenza, cambio argomento e domando:
    «È vero che non ti sei mai lasciato abbindolare dal lusso di cui amavano circondarsi i romani?»
    Alza con fierezza il mento, negli occhi un barlume di disprezzo e vuota superbia e risponde:
    «A che pro? Per rammollirsi e divenire femminucce come lo erano diventati i generali romani?»
    «Uno di loro ti ha battuto.» gli rammento con dolcezza.
    Lui sogghigna e rimarca con altrettanta falsa dolcezza:
    «Ezio era un barbaro, non un romano.»
    «Touché.» rispondo alzando le mani.
    «E, comunque,» riprende lui con indifferenza, «preferivo la mia bicocca alle case signorili e piene di agi di quei damerini romani. E preferivo mangiare la carne cruda anziché cotta. Hai mai provato ad assaggiare un pezzo di carne frollato tra la tua coscia e il corpo del cavallo?»
    «Mio Dio no!» inorridisco.
    Lui arriccia il naso divertito e alza l'indice, spiegando:
    «Sono cose che temprano l'animo del guerriero.»
    «Eppure i tuoi stessi uomini, a contatto con la civiltà romana, hanno preferito di gran lunga adottare i nostri usi anziché…»
    «Femminucce!» sentenzia categorico, senza farmi finire di parlare.
    Lo fisso in tralice, così fiero e sprezzante, i baffi sottili che scendono ai lati del mento e borbotto:
    «Tutto ciò mi sa di tirchieria.»
    Impallidisce, colpito nel vivo e ribatte secco:
    «Il denaro all'epoca era importante e non amavo sprecarlo.»
    «Ok, eri taccagno.» taglio corto.
    [The_Huns_at_the_Battle_of_Chalons] Lo vedo digrignare i denti, ma non controbatte e ne approfitto per portare il libro un po’ più sotto la luce, per vederlo meglio.
    «Che c'è?» commenta mordace. «Non hai mai visto un Unno in vita tua?»
    «Francamente no. E ne sono anche contenta. Di tutti i barbari, eravate i peggiori.»
    Scuote la testa e allarga le braccia, giustificandosi:
    «Eravamo potenti. Per questo motivo Roma ci ha pagato tributi per anni: per tenerci lontani. E fintanto che i soldi giungevano con regolarità, non avevamo motivo di marciare contro la nostra gallina dalle uova d'oro.»
    «Ma poi è successo.» rammento.
    «Già.» risponde scurendosi in volto. «Alla morte di Galla Placidia e di Teodosio, il tributo che i due nuovi imperatori dovevano continuare a mandare è venuto meno. E da Costantinopoli giunsero ambasciatori a mani vuote. A mani vuote, capisci?» ripete indignato, come se l'affronto gli bruciasse ancora.
    «Sì, certo, capisco che l'impero d'oriente aveva alzato la testa con l'avvento del nuovo imperatore.»
    «Per gli dèi, è proprio così! È stato per questo che ho volto i miei occhi a quello d'occidente: era più malleabile. Sai,» aggiunge con aria complice, «Onoria, la figlia di Galla Placidia, aveva avuto la bella idea di mandarmi un anello d'oro come pegno di fidanzamento ed io non mi sono certo fatto pregare.»
    «Ma tu avevi già altre mogli!» esclamo allibita.
    «E allora? Non era la moglie romana che mi serviva, bensì il pretesto per giungere a Roma. Chi avrebbe osato fermare un ardente fidanzato che veniva a prendersi la bella fidanzatina per impalmarla?»
    «Perché mai una principessa come Onoria ti si è offerta su un piatto d'argento?» indago.
    Lui si accarezza un baffo e chiude un attimo gli occhi, come se con la mente vagasse a un tempo trascorso che non sarebbe più potuto tornare e suppongo sia nostalgia l'espressione che vedo dipinta sul suo volto duro.
    «Onoria era una svampita, del tutto diversa da sua madre. Quasi certamente pensava di ricreare la bella avventura di sua madre con Ataulfo. Ma Ataulfo e Placidia erano due persone assennate e innamorate, che speravano di unificare i due regni, completamente l'antitesi di me e Onoria.»
    Rimango un attimo a bocca aperta, quindi scuoto la testa e mormoro:
    «E poi vi chiamano barbari.»
    Lo vedo sogghignare di nuovo e annuire con lentezza. Quindi mi fa un cenno con la mano ed io mi avvicino per sentire meglio.
    «Prova a immaginare il mio intero popolo, formato da Mongoli, Visigoti, Burgundi, Ostrogoti, Gepidi, Franchi, Turingi, Alani e tanti altri, prepararsi alla guerra. Un intero popolo, stile orda. Immagina le nostre donne guerriere, i nostri bambini, gli anziani, tutti in marcia per raggiungere e conquistare Roma.»
    Provo a immaginare una simile apocalisse e un brivido mi fa rizzare i peli.
    «Ma Ezio ti ha bloccato.»
    «Sì, è vero, nei pressi di Mauriac, i cosiddetti Campi Catalaunici.»
    «Tu Ezio lo conoscevi.» commento.
    «Sicuro. Era stato ostaggio di mio nonno Rua e abbiamo giocato insieme. Da noi ha imparato tanto. Tanto da limitarsi a sconfiggermi, non ad annientarmi. E questo è stato un errore ben calcolato.»
    «Ben calcolato?» ripeto attonita.
    «Non hai idea, vero? Orbene, prova a immaginare il grande generale Ezio che sconfigge definitivamente i barbari: al suo rientro in patria si sarebbe trovato senza lavoro. Io gli servivo. Gli ero indispensabile per mantenere su Roma la spada di Damocle dei barbari da combattere.»
    Annuisco e convengo con lui, pensando al medesimo comportamento, anni prima, di Flavio Stilicone contro Alarico. Ezio e Stilicone, i due generali romani che, scontratisi con i barbari, li hanno sconfitti ma non messi in rotta. Il tarlo del dubbio mi si insinua nella mente e fisso il volto di quell'Unno fiero e selvaggio.
    «È per questo che sei sceso fino alle porte di Roma?»
    «Errore. Non ci sono mai arrivato a Roma.» ricorda con amarezza. «Mi sono fermato a Milano e lì è giunta l'ambasceria dall'Urbe.»
    «Già, niente po po di meno che il papa, Leone I Magno.»
    Corruga la fronte e commenta:
    «Magno? Quell'uomo l'avete appellato Magno?»
    «Non avremmo dovuto?»
    «E cosa avrebbe fatto per meritarsi simile titolo?»
    «Ti ha fermato mostrandoti la croce.»
    Scoppia a ridere di gusto ed io rimango perplessa, incredula dinanzi al suo comportamento a dir poco blasfemo.
    «E solo per questo l'avete chiamato così?» balbetta continuando a ridere. «Io a Roma non ci sono voluto arrivare, perché si diceva che Alarico, una volta giunto nell'Urbe, sia morto. Non volevo fare la stessa fine. Per questo motivo, quando ho visto arrivare il papa, l'ho incontrato sulle sponde del Mincio.»
    «Cosa vi siete detti?» domando curiosa.
    Lui sorride e scuote la testa.
    «Ero già malato, quel male che di lì a poco mi avrebbe condotto alla tomba e ho capito che il suolo italico era letale per la mia salute. È stato questo a farmi desistere, non la croce nella quale non ho mai creduto.»
    Sgrano gli occhi incredula e mormoro:
    «Quindi, tu sostieni che non fu papa Leone a convincerti a non violare Roma, bensì solo la tua superstizione.»
    «Con l'aggiunta di un lauto tributo che mi sono guardato bene dal rifiutare.»
    «Ma allora…»
    «E allora se ne raccontavano di frottole.» ribatte scherzoso. «E tutti a crederci.»
    «Ma tu, se non fossi stato malato, a Roma ci saresti venuto?»
    «Chiaro. C'ero stato da giovane, come ostaggio e la sua bellezza mi è rimasta nel cuore. Sì, ci sarei tornato molto volentieri.»
    «Ti è mancata l'occasione. Meno male.»
    Lo vedo annuire e ghignare e mi fa un cenno con la mano, salutando:
    «Se sei qui, lo devi solo a me, a nessun altro.»
    Percepisco la frecciata indirizzata a papa Leone e provo a ribattere, quando mi rendo conto che l'immagine è tornata a essere piatta, fredda e rimango, a dispetto di tutto, a bocca aperta, muta testimone di un evento che, probabilmente, ha cambiato il corso della Storia.

     
  • 12 aprile 2012 alle ore 12:26
    Galla Placidia

    Come comincia: (Roma, 389/392 - Roma, 27 novembre 450)

    Avete mai percorso la via Appia antica, quella che da Roma si snoda verso il sud d'Italia, passando per Napoli e proseguire oltre, per giungere a Brindisi? Ah, quale sublime spettacolo! Uno dei tanti esempi di come fosse ingegnosa la mente dei nostri avi; il primo modello di rete stradale mai costruito al mondo.
    Be', noi romani ce l'abbiamo praticamente sotto casa: bella da mozzare il fiato, unica e irripetibile, con i suoi lastroni di pietra, con i pini che svettano lungo il ciglio e le opere in pietra innalzate ai bordi, che accompagnano il viandante per dare gioia e sollievo agli occhi abituati al grigio cemento e al puzzolente smog.
    È quanto mai rilassante passeggiare lungo questa via consolare e rigenerarsi all'ombra di costruzioni millenarie, magari evitando di pensare che qui, lungo il margine della strada, i romani avevano l'abitudine di crocifiggere i condannati. Ma si sa, ogni civiltà ha i suoi scheletri nell'armadio e, mentre mi inebrio di un tramonto rosso fuoco, uno di questi mi appare all'improvviso, dietro un monumento funerario di mirabile bellezza.
    Ed esemplare è la sua bellezza. Mi sorride invitante ed io mi avvicino, distraendomi dal tramonto.
    «Galla Placidia,» esordisco senza timore, «principessa romana, sorella dell'imperatore Onorio, figlia di Teodosio I e di Galla.»
    «Proprio io. Ti meravigli?»
    «No, non più.»
    Mi fa un cenno ed io lascio la strada per avvicinarmi al monumento funerario con figure in rilievo. Le sfioro con le dita e avverto come una scossa elettrica, come se quei duemila anni di storia mi fulminassero e per un secondo rivedo la via Appia al suo massimo splendore, quando era percorsa da soldati con le calighe e da aurighi con i loro carri.
    «È meraviglioso.» sussurro estasiata.
    «Qui ci sono nata, anche se la mia vita l'ho trascorsa a Ravenna, quando la capitale dell'impero non era più l'Urbe. Fu lì che Onorio stabilì la corte dopo il sacco di Roma del 410, quando fui fatta prigioniera da Alarico, re dei Visigoti. Fu un evento drammatico.» ricorda con le lacrime agli occhi.
    Il mio primo istinto, alla vista di quelle piccole stille, è di abbracciarla e confortarla, ma mi trattengo in tempo, ben ricordando il carattere coriaceo della donna che ho davanti agli occhi. E lei, alzando il mento, inspira con regalità e prosegue:
    «La nostra città, messa a ferro e fuoco dai barbari venuti dal nord, a dispetto dei nostri buoni propositi. Non so se ricordi, ma il generale Ezio, allora adolescente, fu dato in mano ad Alarico come ostaggio.»
    «Sì, ricordo.» rispondo guardando il suo viso bello e un pensiero fugace mi transita nella mente. «Immagino per quale motivo re Alarico ti abbia fatto prigioniera.»
    Lei sorride evanescente e scuote risoluta la testa, a sottolineare che la sua bellezza correva di pari passo con il suo carattere forte e risoluto.
    «Oh, no, credimi. Non tanto per la mia avvenenza, quanto per motivi prettamente politici: essendo principessa, potevo aprire molte porte a un conquistatore, soprattutto quella del potere.»
    «La prigionia è stata dura?» domando affabile.
    Lei china di lato la testa per guardarmi di sottecchi e risponde con dolcezza:
    «Nessuna prigionia è bella e neppure la mia, sebbene trattata con tutti gli onori. Non posso lamentarmi, quantunque la mancanza di libertà va ben oltre le pene che si possono patire.»
    Annuisco e provo a immaginare una giovane e avvenente nobildonna romana nelle mani di barbari sanguinari, ignari delle regole del vivere civile.
    «Ti hanno costretto a sposare un barbaro.» le rammento.
    Lei inspira a fondo, come a voler catturare un improbabile profumo d'erica nella brughiera, forse ricordo di giorni trascorsi all'aperto e risponde con un sorriso solare e occhi adamantini:
    «Sì, Ataulfo, fratello di Alarico. Però non mi hanno costretto: io ho amato profondamente Ataulfo e ne sono stata appieno ricambiata.»
    «Ma era un barbaro.» noto con un evidente accenno di sorpresa.
    Lei stringe appena i suoi occhi attenti, quasi avesse voluto fulminarmi e ribatte:
    «Tu non hai la più pallida idea. Tu non puoi capire il periodo tumultuoso trascorso dalla nostra amata Roma in quei secoli. Esistevano barbari e barbari e Ataulfo era un barbaro, sì, ma talmente bello e gentile che... Posso asserire che la mia prigionia durò ben poco, perché mai donna prigioniera fu più contenta di essere stata catturata. Lui era tutto ciò che più di diverso si poteva trovare a Roma: non un damerino effeminato, non un signore ingioiellato, non un eunuco, bensì un principe soldato che popola i sogni di ogni fanciulla.»
    La vedo risplendere di gioia mentre parla di lui e mi azzardo a chiedere:
    «Tuo fratello accettò con lietezza l'evento delle tue nozze?»
    «Oh, no! Ataulfo fu costretto a dimostrargli tutto l'amore che nutriva nei miei confronti uccidendo un nemico di mio fratello e facendogli recapitare la testa su un vassoio d'argento.»
    Rimango un secondo perplessa udendo quelle parole, eppure capisco che all'epoca simili comportamenti erano la regola.
    «Un bel dono, suppongo.»
    «Ovviamente Onorio lo accettò e consentì alle nozze, rendendomi la donna più felice del mondo. È così che sono diventata regina dei Goti. Essendo morto Alarico, suo fratello era assurto al trono e impalmandomi ha fatto di me una regina. Puoi immaginare la felicità completa quando nasce un figlio maschio che sarebbe potuto diventare l'imperatore di Roma? Sai,» aggiunge con un sorriso malinconico, «Onorio non aveva figli e il mio poteva essere il suo successore.»
    «Poteva?»
    La vedo chinare la testa con una regalità da fare invidia e sussurra a fior di labbra:
    «Ataulfo perì l'anno successivo alle nozze, subito dopo nostro figlio. Fu lui a volere, prima di spirare, che tornassi da mio fratello.»
    «Gentile davvero.» commento sorpresa.
    «Non tutti i barbari erano barbari nel senso dispregiativo che diamo a questo aggettivo.» ribatte risoluta. «Io e Ataulfo, che tu voglia crederlo o no, eravamo innamorati e ho odiato l'uomo che me lo ha ammazzato. Comunque,» riprende con tranquillità, «alla fine ho riconquistato la libertà.»
    «Non vi è cosa più preziosa.»
    «Puoi dirlo forte. Purtroppo, per me non aveva quel dolce sapore che ricordavo nei primi momenti della prigionia. Ero sì tornata tra la mia gente, ma mi sono sentita più in trappola alla corte di mio fratello che non con i miei Visigoti.»
    Osservo il suo comportamento altero e dignitoso, degno di una principessa, la sua acconciatura in perfetto stile bizantino e comprendo come molti uomini avessero potuto perdere la testa per lei.
    «E poi ti sei risposata.»
    «Sì, con Costanzo, un generale di mio fratello Onorio. Un matrimonio combinato prima ancora che venissi presa da Alarico.»
    Notando il cambio di tono, mi azzardo a chiedere:
    «Non era di tuo gradimento?»
    Lei mi rivolge uno sguardo a dir poco esterrefatto e scoppia a ridere, una risata cristallina, proveniente dal cuore, che la rende ancora più bella ed io mi sento insignificante dinanzi a lei.
    «Di mio gradimento?» ripete divertita. «Come avrebbe potuto incontrare il mio assenso un uomo grasso, sciatto, vecchio, poco affabile, quando al mio fianco avevo avuto un Visigoto giovane, alto, bello, biondo, forte e che mi ha amato totalmente? Tu avresti accettato? Ho provato, credimi, a rimandare le nozze e per tre anni sono rimasta arroccata in me stessa. Alla fine, per ragioni politiche, ho capitolato.»
    «Però gli hai dato Valentiniano, il futuro imperatore romano d'occidente.»
    [Galla_Placidia_(rechts)_und_ihre_Kinder] «Già. Valentiniano, il debole e indolente Valentiniano e Onoria, la causa della discesa di Attila in Italia. E li ho dovuti tirare su da sola, dopo essere rimasta di nuovo vedova. Sai, una volta gli uomini morivano con una certa facilità. Era meglio nascere donna.» aggiunge arricciando maliziosamente il nasino. «Comunque, allevare i figli da soli è un compito piuttosto arduo, soprattutto all'epoca. Essere madre dell'imperatore, oltretutto, comportava molte responsabilità e tanti sacrifici.»
    «Non stento a crederlo. Ma, se non ricordo male, una volta vedova, un nuovo pretendente si era fatto avanti.»
    Lei sgrana i suoi bellissimi occhi e sorride subito dopo.
    «Sì, certo, mio fratello Onorio, che in vita sua aveva amato solo le galline e i polli! Non l'ho mai potuto sopportare e scoprire di essere oggetto dei suoi desideri mi fece ridere all'epoca come mi fa ridere ora. Fortuna per me che è morto poco dopo.»
    Con le dita affusolate tocca un lembo della veste che indossa e liscia una piega a me invisibile.
    «Eppure tu sei tornata a Roma da Ravenna.» insisto.
    Lo sguardo le si illumina, prende vita e con la mano mostra la città che si stende maestosa sotto i nostri occhi.
    «Ravenna, all'epoca, era la capitale dell'impero d'occidente dopo che mio padre lo aveva scisso in due e lì risiedeva l'imperatore romano. Ma come si può abbandonare questa meraviglia? Oh, se solo tu avessi potuto mirarla ai tempi del suo massimo splendore, avresti sacrificato la vita per farla rimanere così in eterno.»
    Giro lo sguardo sulla via Appia e il mio pensiero corre alle macchine incolonnate nell'eterno traffico, alla gente che imbocca l'entrata della metropolitana in un eterno tramestio, odo le urla e le grida di chi non riesce a prendere il bus perché eternamente affollato e sospiro: decisamente Roma è la città eterna.
    «Sì, hai ragione.» ammetto. «All'epoca si poteva pensare benissimo di donare la vita per Roma. Ma ora…»
    «Ora la capitale del mondo riesce a farsi odiare.» conclude lei con rammarico. «Ero tornata a Roma per far proclamare Valentiniano imperatore; in realtà, conoscendo il suo carattere debole, ho fatto io da imperatrice fino alla mia morte. Ho provato con tutte le mie forze a giostrare tra politica e religione pur di mantenere intatta la parte di regno lasciata da mio padre, quel regno che Alarico e Ataulfo speravano incamerasse i Goti, per vivere insieme in pace. Una politica saggia la loro, ma che lo stolto di mio fratello non ha voluto, o non ha saputo, capire. Strano, vero,» commenta con un sorriso ironico, «che la grandezza di un impero stesse a cuore a dei barbari più che al suo imperatore.»
    «Sì, strano davvero. Ma tu,» domando timidamente, «non ti sei mai più risposata?»
    «A che pro? Ho vissuto un'intera vita nel dolce ricordo di Ataulfo, tanto da sapere che nessuno mai avrebbe potuto prendere il suo posto nel mio cuore. Ho preferito rimanere sola, con i miei figli capricciosi che mi hanno dato tanti grattacapi. Chiamami pure romantica, però così ero e così sono.»
    Annuisco appena, comprendendo quanto fosse stato difficile per lei recitare un ruolo che avrebbe dovuto essere di competenza del fratello prima e del figlio dopo.
    «È per il tuo romanticismo che sei voluta venire a morire a Roma?»
    «Sì. Quando mi sono resa conto che stavo per raggiungere il mio Ataulfo, ho lasciato Ravenna e sono tornata nell'Urbe, per rivedere un'ultima volta la città eterna.»
    «Devi essere fiera di aver donato a Roma uno degli imperatori.» commento.
    Lei sorride dolcemente e annuisce.
    «Ne sono fiera e me ne compiaccio. Non sono tante le donne che possono vantarsi di aver fatto altrettanto.»
    Chino la testa trovandomi d'accordo con lei e un secondo dopo la vedo svanire, sorridendo compiaciuta del nostro fortuito incontro. D’istinto allungo la mano per trattenerla, inconsciamente riluttante a separarmi da quella creatura eccezionale.
    Ma intorno a me rimane solo la via Appia, la via consolare che noi romani abbiamo sempre sotto gli occhi e che neppure scorgiamo, troppo intenti a eternare una vita frenetica.

     
  • 30 marzo 2012 alle ore 21:04
    Ezio Flavio

    Come comincia: (Durostoro, Mesia, 390 ca. - Roma, 454)

    [Ezio] È incredibile quanto sia vivo il sottobosco di notte. Si odono creature notturne che comunicano tra loro cinguettando, sibilando, ululando ed io quasi impallidisco dinanzi a queste spettrali presenze di cui odo solo il rumore. L'oscurità domina e tutti noi sappiamo quanto il buio faccia paura, quanto faccia credere che un semplice strisciare sopra le foglie possa essere qualcosa di diverso e mostruoso dal semplice e quanto mai naturale strisciare di un serpente.
    Mi muovo con cautela, allungando le braccia in avanti come un cieco e quando inciampo su una radice nodosa, una mano forte, dura e callosa, mi sorregge per evitare di farmi fare un ruzzolone. Sto per gridare di paura, lasciando sfogare la tensione accumulata, quando odo una voce sentenziare:
    «Stai attenta, figliola. Il sottobosco nasconde sempre minacce.»
    Mi giro e lo vedo, con indosso una tunica romana, una candela nella mano libera e il tenue chiarore che illumina il suo volto duro, gli occhi perspicaci e attenti.
    «Ma tu sei…» balbetto incredula, mentre lui mi lascia il braccio e si osserva intorno.
    «Sì, sono proprio io, Ezio, uno dei grandi della corte di Ravenna.»
    «Ezio! Il generale Ezio che ha sconfitto Attila?»
    «Quello e altro.» inizia facendo un mezzo inchino di presentazione.
    Rimango piacevolmente sorpresa dalle buone maniere di quel rude soldato romano, che di romano, poi, non ha nulla. Ma suo padre, un barbaro Goto, era diventato generale dell'impero romano e lui, da bravo figliolo, ne aveva seguito le orme.
    «Devo riconoscere,» ammette con tono mesto, «che essere stato ostaggio per tre anni del Visigoto Alarico e poi degli Unni di re Rua, mi ha fatto crescere in fretta. All'epoca era la prassi normale quando si stipulava un patto.» aggiunge con noncuranza.
    «Quanti anni avevi?» domando incuriosita, mentre mi risistemo la manica della maglia che lui aveva involontariamente tirato per non farmi cadere.
    Ci pensa un po' grattandosi il mento, rendendosi conto che era arduo tornare indietro con la mente a tanti secoli prima, quindi risponde:
    «Circa quindici. Ma se consideri che di origini sono barbaro anch'io…»
    «Deve essere stata un'esperienza difficile.»
    «Difficile?» sogghigna con tono insinuante. «Tu non ne puoi avere idea. Io giungevo da un paese civilizzato, da un luogo che aveva fatto la Storia e mi sono ritrovato in un mondo dove un australopiteco avrebbe storto il naso.»
    Sorrido condividendo il suo estremo paragone e suggerisco:
    «Quell'esperienza ti ha però aiutato in seguito.»
    «Eh, sì.» confessa. «Quando mi sono scontrato con i Visigoti in Gallia, conoscevo fin troppo bene i modi di fare di quei barbari, tanto da sopraffarli.»
    «Soprattutto gli Unni.»
    Si guarda intorno, sempre all'erta, girando la candela per vedere meglio, quindi mi si avvicina e mi sussurra all'orecchio:
    «Qui lo dico e qui lo nego: i romani erano ottimi soldati, eppure i barbari erano una vera forza della natura. Loro la battaglia ce l'avevano nel sangue. Erano un popolo di guerrieri, uomini e donne, vecchi e bambini. Nulla a che vedere con la nostra civiltà.» aggiunge con un gesto secco della mano.
    Annuisco, concordando con lui e un sorriso gli piega le labbra, compiacendosi che riuscissi a comprendere la sua posizione.
    «Tu, però, hai fatto sì che l'altro tuo alter ego, il generale Bonifacio, risultasse un traditore di Roma agli occhi di Galla Placidia.»
    Si scurisce in volto e mi fissa a lungo, prima di annuire.
    «Sì. Ma all'epoca non ci si scandalizzava di simili comportamenti. La moralità era opinabile.»
    «Però dichiarando Bonifacio nemico di Roma, questi è stato costretto a rivolgersi ai barbari.»
    Annuisce e all'evanescente fuoco della candela vedo il suo volto incupire al ricordo.
    «Si è unito a re Genserico e i Vandali da lui comandati non si sono di certo fatti pregare nell'invadere la penisola: in Italia sono giunti e non se ne sono più andati.»
    Esito un attimo, quindi gli faccio notare:
    «Le rivalità e i rancori che correvano tra te e Bonifacio, hanno praticamente scisso in due l'ultimo esercito romano, te ne sei mai reso conto? Tu da una parte, con le tue gelosie, lui dall'altra, fedele servitore ferito nell'orgoglio per un tuo raggiro.»
    Mi fissa quasi con astio e mi trafigge con il suo sguardo feroce, incutendomi un rispettoso terrore.
    «Tu parli di morale, tuttavia te l'ho già detto: all'epoca era opinabile. Ma, in fondo, se davvero vuoi capire, basterebbe solo che tu volgessi lo sguardo verso gli alti vertici e ti accorgeresti che la morale non esiste neppure ora.»
    Sbatto le palpebre più volte e infine convengo con lui, commentando mesta:
    «Allora i tempi non sono poi tanto mutati.»
    «Brava! Lo vedi che, se ti ci metti, riesci a comprendere?» esclama dandomi una pacca sulla spalla.
    Quel semplice gesto per poco mi manda gambe all'aria e la scapola mi rimane un po’ dolorante, eppure non gliene faccio una colpa: cosa possediamo noi del XXI secolo di forza muscolare rispetto ai nostri antenati? Nulla, solo un vago ricordo.
    «In quell'occasione Bonifacio ti ha battuto, anche se il vincitore sei risultato tu.» riprendo.
    «Be', che vuoi. Lui aveva vinto sul campo di battaglia, invero, però io l'ho sfidato a singolar tenzone e lì lui è caduto: ho vinto io.» si inorgoglisce.
    «Così facendo, hai anticipato il medioevo e i suoi cavalieri.»
    Lo vedo sorridere e un attimo dopo, con velocità fulminea, estrae il pugnale legato in vita per conficcarlo nel corpo di una grossa migale che si arrampica su un albero. Inorridisco e un brivido mi corre lungo la schiena, facendomi drizzare tutti i peli: cosa posso farci se sono aracnofobica? Deglutisco e chiudo un attimo gli occhi, quindi mi concentro di nuovo su Ezio.
    «Tu e Bonifacio eravate i soli due grandi generali di Roma che avrebbero potuto salvare l'impero.»
    Aggrotta le sopracciglia e annuisce pensieroso.
    «Sì, è vero. Ma che vuoi farci?»
    «I Campi Catalaunici, dunque, devono essere un bel ricordo.» commento.
    Lo vedo illuminarsi in volto, quel volto duro da soldato tutto d'un pezzo e gli occhi vispi si accendono come due stelle.
    «Ci puoi giurare, figliola!» esclama gonfiando il petto. «Ah, che battaglia! Ricordo la sicurezza di Attila, lui, così fiero e altero dei suoi Unni selvaggi e crudeli, e noi, soldati disciplinati pronti a bloccare la barbara avanzata come un muro. Teodorico, re dei Visigoti, che mi affiancava con il suo esercito, è caduto eroicamente. Ma tu,» mi accusa con cipiglio, «hai mai partecipato a una battaglia?»
    Sgrano gli occhi scuotendo la testa orripilata e rispondo:
    «Non mi è stato dato il piacere.»
    Lui fa un gesto vago con la mano, come a voler scacciare una mosca fastidiosa e riprende:
    «Attila era sicuro di vincere, di sopraffare i miei uomini, eppure alla fine Roma ha vinto.» conclude senza celare l'orgoglio.
    Mi metto a ridere di cuore, cosicché lui si adombra di nuovo in volto, e gli faccio notare con eccessiva superficialità:
    «Non dirlo troppo forte o i nostri tifosi penseranno che abbiamo vinto una partita di calcio contro una squadra chiamata "Attila"!»
    Lo sento grugnire qualcosa di inintelligibile e la sua espressione furiosa mi fa tornare immediatamente seria.
    «Rispetto,» sentenzia con tono e sguardo algido, «rispetto prima di tutto per chi ha donato la propria vita sui campi di battaglia. E su quel campo ne sono morti più di centomila.»
    Chino mesta la testa, intimorita dalla sua autorità e bisbiglio:
    [Ezio unni] «Perdonami, non era mia intenzione offendere.»
    «Voi giovani moderni non siete sorretti da nessun ideale.» sibila con disprezzo.
    «Forse no o forse sì.» insinuo. «Dipende dai punti di vista. Le cose, in questi ultimi secoli, sono notevolmente cambiate.»
    «In peggio.» grugnisce da buon generale.
    Scuoto la testa e gli faccio notare:
    «La vittoria su Attila, oltre a consolidare la tua fama, ha attirato l'invidia di Valentiniano, l'imperatore d'occidente.»
    Fa un gesto di stizza e digrigna i denti, mostrando tutto il rancore che porta.
    «Quell'essere spregevole, quell'infante ed effeminato mezzo uomo, era geloso e invidioso della mia fama e della mia potenza!»
    «Spregevole forse per te.» correggo.
    «Certo! Mi ha ammazzato, con le sue mani, quel fedifrago! Se sua madre Galla Placidia fosse stata ancora viva, non sarebbe accaduto. È giunto dalla lontana Ravenna fino a Roma con la scusa delle nozze di mio figlio con sua figlia, ma in realtà con il solo scopo di eliminarmi! Se questo non lo giudichi spregevole…»
    «Non spetta a me dare giudizi: io non sono Dio.»
    Gonfia un'altra volta il petto, porta la candela davanti al mio viso e mi fissa a lungo, dall'alto verso il basso; quindi mi fa un cenno con la mano ed io osservo la quercia alle sue spalle, mentre lo sento insinuare con dolcezza:
    «In un certo qual senso, per un periodo di tempo, io lo sono stato.»
    Sulla quercia, all'improvviso, appare lui, ai tempi del suo massimo splendore, circondato da servi e schiavi, mentre se ne sta disteso su un triclinio, in compagnia di commensali goliardici che mangiano e bevono ascoltando i versi di un poeta. Quell'attimo di vita mi lascia a bocca aperta per la bellezza e la solarità e mi chiedo dove sia finito lo splendore della Roma imperiale.
    Poi, all'improvviso, il buio torna ad avvolgermi e mi accorgo che Ezio sta per spegnere la candela e sparire per sempre dalla mia visuale. Vorrei trattenerlo, ma non so come e provo a chiedere:
    «Hai fatto tanto per Roma: se ti fosse concesso, lo rifaresti?»
    Mi fissa come se fossi impazzita, come se per lui la domanda non sussistesse e risponde:
    «Aho, bella mia, siamo romani, no? E con questo ho detto tutto.»
    E detto da lui, un barbaro, mi lascia ben sperare.

     
  • 16 febbraio 2012 alle ore 14:07
    Cola di Rienzo

    Come comincia: (Roma, 1313/14 - Roma, 8 ottobre 1354)

    Cosa c'è di più incredibile, buffo e irriverente nella vita di un uomo, che andare una sera a dormire e ritrovarsi in una spelonca scura, umida, fuori dal mondo e, all'improvviso, volgendo lo sguardo intorno, intravedere un fuoco fatuo che, inesplicabilmente, ti richiama alla stessa maniera di come un orso è attratto dal miele? Nulla, a parte la curiosità, la legittima curiosità. Non saremmo uomini altrimenti, non credete?
    Ed io mi ritrovo invischiata in qualcosa di meraviglioso, unico, singolare: un incontro quanto mai irreale con il passato che cambierà totalmente la mia esistenza.
    Lo vedo stagliarsi nitido contro la roccia ricoperta di humus, che mi fissa con i suoi occhi perspicaci che perforano l'animo, le braccia conserte, il peso del corpo sostenuto da una sola gamba, a testimonianza che era da un po' che stava lì in attesa di incontrarmi.
    Inghiottisco di colpo l'urlo che mi nasce spontaneo e, tremando appena, chino la testa come a sincerarmi di ciò che sto osservando: sono viva o sono trapassata nella parte dei più? È lui, non possono esserci errori: Nicola di Rienzo Cabrini, più comunemente chiamato Cola di Rienzo, conosciuto dai giovani romani più per la strada a lui intitolata che per ciò che ha fatto.
    Mio Dio! penso allibita. Se è veramente lui, lui… Dio mio, qui stiamo parlando del periodo storico che si snoda tra la prima metà del XIV secolo e la sua fine! Quando la sede papale si trovava ad Avignone, in pieno marasma della Guerra dei Cento Anni, quando Roma era solo uno sbiadito ricordo dell'epoca d'oro, quando Dante componeva i suoi immortali versi e Petrarca imperava!
    «Sei proprio tu?» domando titubante, sbattendo più volte le palpebre per essere certa di vedere bene.
    Indispettito gonfia il petto, tronfio come un pavone, scioglie le braccia e posa le mani sui fianchi prima di borbottare:
    «Chi diavolo pensi possa essere?»
    «Un fantasma?» azzardo provando ad avvicinarmi.
    «Un fantasma! Tst! Che tu lo voglia credere o no, sono proprio io, in carne e ossa. Forse,» ammette ammiccando, «un po' più in ossa che carne, dati i trascorsi secoli. Ma non mi lamento. Prova.» e mi invita allungando un braccio.
    Esitante mi accosto a lui e poggio la mano sull'avambraccio, ritraendola subito dopo, come se mi fossi scottata: era vivo! Cola di Rienzo era vivo e vegeto dinanzi a me! In quale malia ero finita?
    L'istinto mi porta a toccarmi il volto, per sincerarmi di essere anch'io viva e quel semplice gesto lo fa sogghignare.
    Alza l'indice a mo' di maestro ed esordisce:
    «Io sono romano, trasteverino, tu non so se puoi vantare altrettanto. Sono nato non so bene se nel '13 o nel '14, all'epoca non esisteva l'anagrafe, da genitori contadini. E contadino sono stato anch'io per i miei primi vent'anni, ma -ascoltami bene ragazza di oggi- con le idee già chiare in testa: studiare i classici. Capisci cosa intendo?»
    Annuisco quasi impercettibilmente, ancora attonita e lui inspira a fondo, prima di continuare:
    «L'ho fatto, figliola. Ho studiato i classici e sono diventato notaio in Roma.»
    [Cola di Rienzo_ritratto] Percepisco l'orgoglio nelle sue parole e ne ha ben donde. Io, dal canto mio, all'improvviso mi sento piccina dinanzi a un uomo di tale stampo e sussulto quando lo vedo farmi un gesto con la mano.
    Mi avvicino e lui mi indica la parete alle sue spalle, umida e scura. Sto per aprire bocca, quando, all'improvviso, la roccia muta aspetto e vedo Roma. O meglio: percepisco che è Roma poiché riconosco i Fori Imperiali, eppure non è la mia Roma. Non c'è neanche il cupolone. Sembra un paese in abbandono, dove per le strade girano postulanti, pellegrini e ladri, e dove solo il ricco signore e il principe della Chiesa si possono permettere il cavallo.
    «Lo vedi anche tu lo squallore in cui era precipitata l'Urbe?» domanda Cola con aria assorta. «Io ho dato letteralmente la vita per cercare di ridonare alla nostra capitale la magnificenza che le era dovuta. Non era un'impresa facile, ne convengo.» commenta con il volto corrucciato. «Io ho amato moltissimo la mia città e vederla ridotta così, com'era nel 1300, rispetto alla maestosità dell'epoca d'oro dei Cesari, mi dava un colpo al cuore. Pure il papa era fuggito.»
    «Per questo motivo sei partito per Avignone?» domando studiando il suo volto largo, dal naso aquilino, gli occhi vigili e attenti, e le labbra serrate.
    «Sì, per intercedere presso papa Clemente VI de Beaufort, per porre fine a tutte le lotte intestine tra le varie fazioni nobiliari che dilaniavano l'Urbe. Ma tu,» aggiunge con aria inquisitoria, «hai una vaga idea di come si viveva all'epoca?» domanda indicando la città apparsa alle sue spalle.
    «Be'… Vaga, sicuramente vaga.» ammetto.
    Con uno scatto nervoso si passa una mano tra i capelli corti e borbotta:
    «Voi giovani d'oggi cosa ne potete sapere? Oggi girate con le macchine, con i motorini, infestando la città con il vostro smog. Avete la televisione, i videogiochi, i cellulari. Cosa ne potete sapere?»
    «In effetti, siamo più fortunati.» convengo con un sorriso di scusa.
    Lui mi fissa con sguardo accigliato e ribatte aspro:
    «Fortunati? Tu non hai capito nulla: siamo stati noi i veri fortunati! Noi non ci spaventavamo a metterci in marcia a piedi, pronti a intraprendere un viaggio lungo e massacrante per giungere all'altro capo del mondo conosciuto; non temevamo di perdere un gioco perché andava via la corrente; non ci scannavamo per una partita di calcio andata male. Qui,» conclude ammiccante, con aria di superiorità, «se c'è qualcuno fortunato, sono io, non tu.»
    Rimango un attimo in silenzio, poco convinta del suo modo di interpretare la fortuna e chiedo:
    «Il linciaggio lo vedi come una morte fortunata?»
    Lo scorgo sgranare gli occhi e illividire, camuffare il ricordo doloroso con un gesto vago della mano e ringhiare:
    «Aho! Noi romani siamo fatti così. Che ci vuoi fare?»
    «Ma tu, all'inizio, desideravi solo il loro bene.»
    «Si capisce! E dopo che il papa mi aveva investito dei pieni poteri, ho governato con giustizia, proclamandomi Vicario pontificio e liberatore della sacra repubblica romana.»
    «Il che significa?» chiedo con un pizzico di impertinenza.
    Indispettito, torna a incrociare le braccia sul petto e risponde piccato:
    «Ho cercato di riportare Roma al suo giusto ruolo: capitale dell'intero mondo cristiano.»
    Gli brillano gli occhi e gonfia il petto ed io posso solo immaginare l'orgoglio che gli fluisce nel sangue.
    «Tuttavia i baroni romani non la pensavano come te.» gli rammento.
    Mi guarda e scuote la testa, sconsolato.
    «Non solo loro: pure il pontefice, che prima mi ha teso la mano e poi l'ha ritirata. Pensa un po': mi ha fatto processare. Io! Io che ho fatto tanto per la mia amata città, per elevarla a titolo di capitale del mondo e renderle il giusto posto!»
    «Forse hai esagerato un tantino?» insinuo inarcando le sopracciglia. «Sei stato costretto a fuggire per evitare il linciaggio.»
    Lui sorride e si mette in testa la corona di alloro, come i vecchi Cesari.
    «Per Roma ho sopportato la reclusione prima presso l'imperatore, poi ad Avignone. Ho persino fatto amicizia con i topi che dividevano la mia misera sorte. Un'intera famiglia di ratti, con baffi alquanto lunghi e denti aguzzi.»
    «Compagnia piacevole.»
    «Più che altro silenziosa.»
    «Ma poi sei tornato a Roma.»
    «Eh!» sospira. «All'elezione di Innocenzo VI Aubert, mi sono visto cavare di prigione per accompagnare il battagliero cardinale Albornoz in Italia, per spianare il ritorno della sede pontificia a Roma. Chi meglio di me poteva influire sui romani?»
    Osservo lo scorcio di città alle sue spalle e, a dispetto di tutto, rimango incantata dinanzi a quel pezzetto di esistenza così remoto che mi si snocciola dinanzi agli occhi. Non è da tutti vedere la vita quotidiana che si faceva nel XIV secolo e mi ritengo eletta.
    «Tu, però, i romani li hai vessati con tasse altissime, con gabelle sul sale che il popolino era impossibilitato a pagare.» gli faccio notare.
    Lui alza le spalle e risponde:
    «Roma era un letamaio. La gente viveva di elemosina e solo pochi potentati potevano permettersi certi lussi. Se dovevamo riportare il papa a Roma occorreva rinnovare la città.»
    «Tu i romani non li conosci poi tanto bene.» commento trattenendo un sorriso divertito.
    [Cola di Rienzo] Abbassa gli occhi e sospira mesto.
    «Quale riconoscenza, vero? Essere linciato e dato alle fiamme dal popolo che volevo innalzare agli onori della Storia.»
    «Siamo romani.»
    «E che vuoi farci? Correva l'anno 1354 ed io ero ancora piuttosto giovane. Ma così va il mondo.»
    «Più che il mondo, sono stati i baroni romani a sobillare il popolo, scontenti del tuo rientro.»
    «Certo, loro erano il vero argano e il popolino- bastardo come una meretrice- pronto a coalizzarsi con chi alza di più la voce. E loro l'hanno alzata abbastanza.» ammette con un sorriso.
    «Però tu hai comunque perso la testa. Il potere ti ha dato al cervello e, permettimi di dirlo, non ti sei regolato. Lo stesso popolo, che all'inizio ti ha aperto le braccia, fomentato dai tuoi discorsi, dalle tue arringhe, dalla tua retorica, alla fine si è reso conto che eri uscito fuori dei binari e ben volentieri ha prestato orecchio ai baroni. Sai, con le belle parole ma con la pancia vuota…»
    Vedo i suoi occhi brillare di una luce vivida e alza il mento, fissandomi dall'alto in basso.
    «Per lo meno, io ero spinto da un alto ideale. I baroni erano spinti solo dal loro tornaconto.»
    «A vederti ora,» commento stringendo gli occhi come a pesarlo, «non sembrerebbe che tu fossi divenuto piuttosto pingue.»
    «Be', sì.» ammette chinando appena la testa, come colto in flagrante. «In effetti,» mi sussurra nell'orecchio, come se avesse avuto timore che qualcuno lo udisse, «la cucina non mi faceva difetto. Soprattutto la buona cucina romana.»
    Sorrido divertita e torno a guardare la Roma del 1300 che lentamente svanisce, per lasciar riaffiorare la nuda roccia. Vedo Cola che mi sorride a sua volta, quasi felice di avermi fatto partecipe della sua vita e mi fa un cenno di saluto con la mano.
    Prima che svanisca anche lui, mi precipito a chiedere:
    «Saresti pronto a rifarlo?»
    «Chiaro! È Roma, la mia città, la capitale del mondo!»