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Autore

Michela Zanarella

in archivio dal 26 mar 2008

01 luglio 1980, Cittadella (PD) - Italia

06 novembre 2008

L'uomo dei boschi

Intro: La tenerezza: il sentimento saliente di questo breve racconto che riconduce a una riflessione. Troviamo stralci di quegli insegnamenti indelebili che si ripresentano ogni volta che ci si sofferma a considerarli quali siano: un dono che ha contribuito alla propria crescita.

Il racconto

Era magico il momento in cui mi lasciavo la pianura alle spalle per raggiungere la montagna, dov'era nata mia madre e avevo trascorso gli anni più belli d'infanzia.
Quella terra, da bambina, mi ricordava tanto i posti incantati che leggevo nei libri di scuola.
Adoravo le strade deserte e infinite, la casa dei nonni, che profumava di legna e antico, il bosco dai mille pini.
La nonna stava sempre seduta sulla stessa sedia alle spalle della credenza, indossava il suo grembiule da cucina colorato e aspettava, aspettava che il giorno finisse in solitudine.
La domenica preparava il risotto di funghi, quelli che raccoglieva nonno nei sentieri, ed io non aspettavo altro che il piatto venisse servito per gustarmi con calma tutto il sapore.
Mi guardava con aria da cuoca soddisfatta, quando le chiedevo di riempirmi il piatto ancora una volta.
Nonno restava ben poco dentro le mura di casa.
Lui era l'uomo dei boschi, lo chiamavo così, perché si era costruito un capanno vicino ai pascoli delle mucche e passava il tempo a falciare il fieno e a camminare senza sosta.
Mi faceva ridere spesso con la sua aria buffa, assomigliava a Stanlio, la mimica facciale era pressoché identica.
A volte andavo con lui a raccogliere l'erba per i conigli e la verdura negli orti.
Mi piaceva curiosare tra le piante, però avevo una paura tremenda delle serpi.
Ce n'erano di molti tipi ed io non le sapevo distinguere bene, al contrario di nonno, che le conosceva a menadito.
Una volta ne prese una tra le mani ed io avrei voluto urlare con tutto il fiato che avevo nei polmoni.
Per me lui era una persona coraggiosa e lo ammiravo tanto per la sua forza.
Gli uscivano le vene dalle braccia quando alzava i sacchi con i quintali di fieno!
Certe sere, uscivo in cortile a fissare le vallate illuminate. Mi immaginavo la gente che correva di fretta per rientrare in famiglia e la montagna muta ad osservare ogni istante di vita.
Anche il nonno veniva ad osservare la macchia di luci accanto a me.
Accendeva una sigaretta e mi guardava contare le nuvole sotto il cielo scuro.
Lui capiva ogni mio sguardo e sapeva quanto lo amavo.
Spesso mi dava qualche soldo dal suo portafoglio che poi rimaneva vuoto.
Avrebbe dato anche l'anima pur di sapermi felice.
Con le sue cinquemila lire io scendevo in paese a comprare le caramelle o qualche gioco da maschiaccio. Mi sentivo in colpa sapendo che lui rinunciava a qualcosa per se stesso per accontentarmi.
Non giocavo con le bambole come tutte le bambine del mondo, no.
Io preferivo i modellini delle auto, i trattori, le ruspe.
Nonno sapeva che sarei tornata ogni volta con qualche cosa di strano.
Non mi rimproverava mai se spendevo i soldi in giocattoli, anzi si fermava a guardare come costruivo le strade con la sabbia e la terra umida.
Ero cresciuta così, coccolata ed in piena libertà nella natura, con la figura di un uomo che mi insegnava ad ascoltare le voci degli alberi, della polvere, degli animali.
Fianco a fianco con le rocce ed il silenzio.

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