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in archivio dal 10 apr 2011

Michele Prenna

19 ottobre 1946, Venegono (Varese) - Italia
Mi descrivo così: Estroverso e comunicativo sono da sempre onnivoro lettore con grosse curiosità intellettuali. Sposato con due figli grandi, terminata la carriera d'insegnante di lettere, ho scoperto la scrittura poetica e la fotografia: hobbies che sinergicamente abbino.

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  • 24 dicembre 2016 alle ore 20:41
    Notte Santa

    Quanti cari gà in cielo
    in questa notte di Natale!

    E' un pensiero nel cuore
    un lampo sul sereno
    portato dal divino nascere.

    Oh, loro non hanno bisogno
    di attendere accanto al presepe!

    Sono lassù nell'Amore
    nella Luce con gli Angeli vanno
    gioiosi senza il Dolore.

     
  • 24 settembre 2016 alle ore 10:55
    Si torna

    Si torna dal luogo più lontano
    ti calamitano le terre note
    con voce udita chiara dal cuore
    e a riportarti scatta l'elastico
    con forti mani tirato dai ricordi
    che là sbocciano come fiori
    a ritrovare cari col profumo.

    Ce l'ha insegnato Ulisse
    eroe dal lungo viaggio
    dell'isola sua non dimentico
    pur lasciandosi tentare
    tornando infine dal mare.
     

     
  • 16 settembre 2016 alle ore 14:37
    Enea a Didone

    Ci sorprese la pioggia, ricordi?

    Avevo negli occhi l'incendio
    della mia patria distrutta
    ed il tuo cuore piangeva
    il talamo con i suoi geli.

    Ci spinse per questo la grotta
    al dolce rapitoci da tanto dolore
    e il cuore riprese forza da amore.

    Dopo volevi tenermi per sempre
    accanto a te amato sposo
    e non compresi che a morte
    l'abbandono mio t'avrebbe portato.

    All'alba sciolsi le vele
    a settentrione puntando
    così Pallade volle
    forzandomi a seguire la Sorte.
     

     
  • 14 settembre 2016 alle ore 13:08
    Ringhiere

    Sta il cielo
    entro le ringhiere
    lo tengono stretto
    per piacere.

    Se lo dividono
    le vecchie case
    per un affaccio
    giù nel cortile.

    Di qui tanti occhi
    di lisce pietre
    mostrano l'iridi
    d'azzurro chiare.

     
  • 13 settembre 2016 alle ore 20:40
    Vecchi e bambini

    Ci tiene legati una vita
    che più di mille ci vale
    rodendoci il tempo
    odiosamato del vecchio.

    Così rimproveriamo i bambini
    che litigano lanciandosi insulti
    di quei verdi anni rimpiangendo
    la forza grande che han dentro.

     

     
  • 13 settembre 2016 alle ore 13:25
    I giorni

    Scivolano i giorni sul mondo
    più o meno grati ai viventi
    fino all'ultima meta dei destini
    ed occhi impenetrabili hanno.

    E' il tempo signore delle creature
    ciclica rinascita di mille stagioni
    solito a ricalcare i suoi passi
    i nuovi arrivi ad accompagnare.

    E' lieve ai nati il primo peso
    l'amore giunge a sostenerli
    con il vigore di salute e animo.

    Allora il cuore ha azzurri i giorni
    sfumanti ahimè davanti al grigio
    col viola cupo dopo i tramonti.
     

     
  • 07 settembre 2016 alle ore 20:01
    Settembre

    Illudono caldi i giorni
    dell'estate settembrina
    ma il sole tramonta prima
    va la nottata a allungarsi.

    Ti culli nel tepore dolce
    fuggi i pensieri di pioggia
    compagna di malinconia
    mirando le uve mature.

    Sarà tempo di boschi
    coi funghi da ricercare
    andando per i sentieri.

    Sarà tempo di libri
    che bussano per le letture
    a regalarti avventure.

     

     
  • 03 settembre 2016 alle ore 21:12
    Zanzare

    E' al vespro
    nel giorno afoso
    che vengono.

    Pungono
    a tradimento
    vaccinate al veleno
    sparso in giro
    irridendo lo schiaffo.

    Resta odioso
    fastidioso il prurito
    dell'arrivo sgradito.

     
  • 31 agosto 2016 alle ore 20:22
    Piace

    Usa la poesia libera
    con i jeans tagliati
    la pelle istoriata
    amante del fumo.

    Finta stracciona
    d'intemperanze contenta
    tira fuori la lingua
    ridendo in faccia
    allo sbalordimento.

    Nel buonismo di maniera
    i pugni allo stomaco
    vanno benissimo
    e la birbante s'adegua.

     
  • 25 agosto 2016 alle ore 13:31
    Esortazione

    Trasformate le parole in mani!

    che scavano
    che salvano
    che consolano

    Non parlate invano!

    ancora trema la terra
    ancora vive la speranza
    ancora c'è chi respira

    E basta promesse bugiarde!

    si provveda ai superstiti
    si prevenga per il domani
    si rassicuri coi fatti

     

     
  • 20 agosto 2016 alle ore 14:19
    Invisibile

    Ho sognato da invisibile
    la visita agli amici
    e pure ai nemici.

    Ho visto invisibile
    amici ostili
    e amabili nemici.

    Tornato visibile
    ho deciso di non ripetere il sogno.

    Saluto amici e nemici.

    Non mi faccio illusioni.

     
  • 19 agosto 2016 alle ore 16:03
    Pensavo a Orfeo

    Pensavo a Orfeo
    al suo volgersi indietro
    Euridice perdendo per il Fato
    negatore all'Amore del perdono.

    Mito terribile
    sul canto irresistibile
    l'Ade a pietà movente
    che concede un evadere.

    E' il desiderio a uccidere
    impaziente d'attendere
    l'uscita dell'amata dalle ombre
    bella di forme nella rosea carne.

    A Orfeo pensavo
    all'amoroso canto
    che ottiene il bene amato
    per venir poi beffato.

     
  • 16 agosto 2016 alle ore 21:10
    Un pezzo di strada

    E' il pezzo consueto di strada
    percorso da innumeri anni
    in auto e moltissimo a piedi.

    Tagli sulla curva la via
    per portarti rapido all'altra
    tra i veicoli in corsa svelti.

    Nei pomeriggi grevi di afa
    l'ombra chiara ne cerchi
    scartando altri passaggi.

    Talvolta una vicina aspetti
    per una chiacchiera distesa
    se da un po' non l'hai vista.

    Così a passeggio ti senti
    scambiando qualche parola
    fino a casa con la signora.

     

     
  • 15 agosto 2016 alle ore 11:46
    Non chiedermi baci

    Con questo caldo che appiccica
    non chiedermi baci
    sconvenienti al sudore che gronda
    sul corpo a rivoli.

    Facciamoci un bagno o una doccia
    e poi...
    vediamo se torna la voglia!

     
  • 11 agosto 2016 alle ore 20:54
    La bella del sogno

    Veniva il sogno
    in forma di donna
    sulla battigia
    ove il flutto
    al largo in tumulto
    si quietava
    lambendole i piedi
    con onda carezzevole
    a bagnarsi invitante.

     La luna spiava
    vestita d'argento
    luminosa sul mare.

    E a notte fonda
    punteggiata di stelle
    si tuffava la bella:
    nuotante desiderio
    che con l'alba svaniva.

     

     
  • 05 agosto 2016 alle ore 16:45
    Sulla scala

    Osservi il settantesimo gradino
    poi indietro riguardi gli altri
    quelli che intanto hai salito
    della scala degli anni
    dal discendere negato
    se non coi ricordi
    e tiri un respiro profondo.

    Non rispondono a chiamarli
    tutti nel medesimo modo
    e se ne presentano muti
    fantasmi in grigio silenzio.

    Assomigliano pensandoci
    ai prossimi invisibili in alto
    pochi confrontati ai saliti
    e i tuoi passi su aspettano.
     

     
  • 01 agosto 2016 alle ore 13:24
    Quando viene a trovarti un amico

    Quando viene a trovarti un amico
    che non vedi da grande tempo
    dagli aria sicché respiri
    non costringerlo a bersi i tuoi motti!

    E' il torrente delle troppe parole
    a annegare gioioso il piacere
    del trovarsi discreti a osservarsi
    sorprendendosi uguali e cambiati.

    Quando viene a trovarti un amico
    fagli spazio che si senta ad agio!
    E vedrai che nei prossimi anni
    tornerà senza fallo a cercarti.
     

     
  • 08 maggio 2016 alle ore 18:38
    Madre e figlio

    Cosa sei, nato, alla mamma?

    Il sole, la luna, le stelle
    la luce cara del cuore.

    Cos'è la madre a te, figlio?

    La sicurezza costante
    che tutto fa per tuo bene.

    Mai si spezza il legame
    tra chi lo genera e il figlio
    che sia spietato assassino
    o santo votato al martirio.

    È per sempre dal nascere
    certezza assoluta d'amore.

     
  • 25 aprile 2016 alle ore 18:51
    Liberazione - 25 aprile 1945

    Ci sono nubi al risveglio
    brillìo di rugiada sui prati
    ed un silenzio sereno
    rotto da strida d'uccelli
    con i raggi in progresso
    piano ad aprire le nubi.

    Così era anche allora
    con l'infame guerra
    e la patria occupata.

    E scesero dai monti
    coi mitra spianati i patrioti
    davanti scappavano i crucchi.

    Nelle città liberate
    era la Resistenza vincente
    e il Sole rideva splendente.

     

     
  • 19 marzo 2016 alle ore 20:44
    Realpolitik

    Nel quotidiano l'amore
    tanto auspicato a parole
    resta nei fatti illusione
    con la violenza al cuore
    in pasto a profusione.

    E' la strumentalizzazione
    cavalcata a gran voce
    mentre la pietà muore
    passata la commozione.

     
  • 16 marzo 2016 alle ore 16:46
    Libertà

    "Non farmi ombra, Alessandro,
    ché stai togliendomi il sole!"

    Ed era Diogene a dirlo
    potendoselo permettere
    al potentissimo giovane
    che obbedì al filosofo.

    Oggi mancano entrambi
    il mondo ha piccoli uomini
    intenti a spacciarsi per grandi
    poco convinti per primi.

    E' patrimonio dei liberi
    incomprimibile dai tiranni
    l'orgoglio del confermarsi
    e incute rispetto ai potenti.

     

     
  • 07 febbraio 2016 alle ore 20:12
    L'inverno della vita

    Aumentano le parole
    man mano che invecchi
    s'espandono come le acque
    al fiume verso la foce.

    Vorresti più attenzione
    egoismo dei vecchi
    sorgente dal filo fragile
    che si va a spezzare.

    E si sublima amore
    sorridendo dai fiori
    a intenerire il cuore.

    E' d'inverno stagione
    il tempo ultimo d'anni
    e a gran sonno muove.

     

     
  • 05 febbraio 2016 alle ore 17:53
    Zika

    Una onomatopea breve
    per la zanzara brasiliana
    che il carnevale teme
    perdendo la battaglia.

    Per via di aria e mare
    non ci sarà frontiera
    che non potrà varcare
    a far danni malefica.

    E' d'oggi il contrappasso
    del maltrattato ambiente
    al supponente umano.

    Infetta Zika il sangue
    e senza un buon vaccino
    il rischio va alle stelle.

     

     
  • 02 febbraio 2016 alle ore 19:05
    Candelora

    Alla festa della Candelora in febbraio
    s'è appena lasciato gennaio alle spalle
    col sole freddo dei giorni d'inverno
    e pioggia tanta spesso mista a neve.

    Le bancarelle coi dolci hanno messo
    attorno alla chiesina piena di gente
    per le candele benedette del tempo
    perché riporti alla campagna tepore.

    Dalla collina si scorge il lago grigio
    copre il cielo ancora un velo di nubi
    alabastro sottile soffuso di chiaro.

    E zucchero filato chiedono i bimbi
    mentre i grandi si affannano
    ma infine danno ai golosi i soldini.

     

     
  • 16 novembre 2015 alle ore 13:37
    Per il compleanno dell'amica fiorentina

    Ho cercato la rosa
    a darmi l'ispirazione
    per il progresso d'età
    dell'anno che si aggiunge
    ai tuoi splendidi, amica,
    e non è stato facile
    trovarla graziosa
    da poterla donare:
    calice di felicità
    che ti voglio augurare.

     
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  • 11 agosto 2016 alle ore 14:19
    A funghi

    Come comincia: Si sorprendeva di come il corpo seguisse pesante i comandi rapidi del sentimento. Michele aveva lasciato il sentiero e s'imboscava nel fitto di castagni inframmezzati da pinastri, faggi, robinie. Erano passate due ore dal cippo con la croce lasciato in basso con fissa l'idea dei funghi ad attenderlo, ne era convinto, vicino alla sorgente nel posto segreto protetti dalle felci. Ricordava perfettamente la gioia della scoperta dieci anni prima e, strano, in quel momento appoggiandosi ansante al tronco di una quercia, gli balenò la visione di Ulisse nella selva verso la casa di Circe. Letteratura, si disse, avventure oziose da libri! Cerca a naso una traccia intanto spingendosi nel folto. Ed arriva, inconfondibile, il profumo dei porcini! Riporta i passi su un percorso antico, infine ritrovato. I funghi naturalmente c'erano e abbondanti, ma il racconto per ora è finito.

     
  • 08 agosto 2016 alle ore 21:12
    Del drago senza fuoco

    Come comincia: C'era una volta un drago. Babbo dragone e mamma draghetta stravedevano per il figlioletto: frutto insperato dopo tanti anni di vani fiammanti amplessi. Cresceva bene il piccino, ma per quanto soffiasse mai gli riusciva d'accendere una pur minima fiammella. Ciò che era il cruccio segreto dei genitori. Era ormai grandicello. Alla scuola draghesca aveva imparato tutto sulla storia, gli usi e costumi dei suoi simili e di come gli uomini ne temessero le fiamme. Comprese che, per avere un futuro tranquillo, doveva assolutamente riuscire a farsi rispettare. Coi risparmi delle paghette si regalò la visita del miglior luminare specializzato in "fisiologia e tecnica pirozoica". Il prof. Von Dragon de Giorgis lo esaminò a lungo accuratamente e alla fine sentenziò. Sarebbe guarito quando avesse incontrato la sua anima gemella. Non capiva, ignaro dell'amore draghesco, il giovane ingenuo. Von Dragon, in cambio di un supplemento d'onorario, gli fornì allora un corso completo di educazione sessuale in videocassette che il drago Fumino studiò con crescente interesse.Poi accadde. Alla festa dei 18 anni, regalo di mamma e papà, incontrò la draghetta Fiammetta molto carina e con lo stesso problema. E fu subito incendio.

     
  • 16 marzo 2014 alle ore 11:52
    La erre

    Come comincia: P..op..io non la conosceva la .., così c'e..a come un sospi..o b..eve in ogni pa..ola al suo posto. Chi sapeva capiva lo stesso ed anzi si dive..tiva a colmare il vuoto in un giuoco est..ove..so. Andò da famosi dotto..i pe.. t..ova..e un ..imedio, maga..i piegando la voce alla elle. E finì pe.. piace..gli questo pa..la..e liquido. Suonava bene l'Amole, meno paulosa veniva la Molte. E ola si filmava Plenna senza essel pleso pel P..enna.

     
  • 05 marzo 2014 alle ore 18:34
    I vasi della vita

    Come comincia: Ne erano passati di anni: tanti che statisticamente segnalavano col medesimo numero le sempre più frequenti scomparse di conoscenti, amici e perfetti sconosciuti rintracciati nei necrologi e nella cronaca giornalistica. Occoreva urgentemente una tecnica distraente dal pensiero che magari era il prossimo. Così escogitò il trucco dei vasi. S'immaginava uno di questi contenitori volta per volta da modellare con la fantasia: rotondo, quadrato, a stella, con forme umane, animali o vegetali. L'esercizio gli assorbiva tutto l'ingegno nel passatempo che complicava di materiali unici come marmi, cristalli, bronzi, mille metalli preziosi e svariate rarissime pietre. Come la mente aveva perfetto un vaso, si trattava di riempirlo, ma prima c'era da dargli un tema: amore, odio, pace, guerra, mare, terra, cielo. L'etichetta era stimolo a comprendere i suoi sottoinsiemi ed era un gioco, ad esempio, attaccare all'amore uomini e donne insieme a milioni di animali di tutte le specie. L'amore certo, per dirne una, non si colmava con gli elenchi, ma richiedeva storie con finali commoventi nel bene e nel male. Ci mise vent'anni a dirsi soddisfatto di quel vaso. Avete compreso? Con la confezione dei vasi incuriosiva la Morte che si guardava bene dal portarselo via. Credo che sia ancora da qualche parte lo scrittore ed è solo al secondo vaso.

     
  • 01 novembre 2013 alle ore 17:44
    Meglio cane

    Come comincia: Una giornata come tante per Corso, il levriero di villa Bel Colle: le coccole della signora, la passeggiata per lo shopping mattutino, il pranzo dietetico seguito dal riposino, l'oretta libero di scorazzare nel parco, la carezza e il boccone del padrone rientrato dagli affari. Una vita dorata la sua controllata dal veterinario e con l'addestratore-allenatore per le competizioni di sport e bellezza in cui primeggiare. Piatti, coppe, targhe e diplomi in giro per la casa attestavano la sua eccellenza. E aveva tanti figli, futuri campioni, dalle spose volta a volta coperte. Eppure non si sentiva contento...Da qualche tempo, fosse stata la noia o forse l'osservazione del bel mondo dei signori, nello sguardo era entrata un'ombra cupa e sempre più spesso faticava a prendere sonno. Non gli piaceva più quel suo corpo canino, invidiava le forme dell'uomo! Così sognò....Si chiamava Mario, sposato con tre figli piccoli e una moglie assillante, pendolare per lavoro. Si svegliava alle sei e dopo un'ora di treno era in banca allo sportello a affrontare i clienti. Nelle pause un panino, lo spuntino coi colleghi, poi di nuovo scartoffie e l'uscita al tramonto, altra ora di viaggio e la cena alle 20. Niente bestie per casa, i bimbetti a strillare e la madre col muso a dir scarsi i guadagni. Era ormai come un incubo e tremava il levriero, abbaiò spaventato, si svegliò per davvero. "Meglio cane, che uomo!" e poi visse sereno.

     
  • 25 novembre 2012 alle ore 20:39
    Cara Penelope

    Come comincia: Se mai l'uccello delle tempeste arriverà a te, sposa mia d'Itaca, sappi che mai ho smesso di pensarti insieme al figlio diletto e che presto, Athena me l'ha detto, tornerò alla patria riva sassosa ove fedele attendi. "Sono passati venti anni, rimproveri giustamente, perché tanto tempo?". Mi pare di sentirti, dolce voce amata venata di pianto. Dieci ne occorsero giri del Sole per vincere Ilio superba che tanti portò all'Ade ed io credevo che poco mancasse alla nave con vento a favore perché ti potessi abbracciare. Invano, me misero! Peccai contro Posidone accecandogli Polifemo ciclope sicché il mare nemico più volte mi sospinse lontano a perigliose avventure. Fui irretito da Calipso divina, in prigione dorata sette anni. Non sai qual fatica staccarmi! Bastava? Ma no...provò Circe, la maga, a incantarmi e a scamparne soccorse a me Ermes. Finalmente naufrago, quando già mi sentivo perduto, m'aiutò fanciulla mortale che la Dea ispirò favorevole.
    Ora dalla nave in rotta per Itaca il messaggio annunciante l'arrivo mando a te confidando nel volo del gabbiano primo che avvistai segnalante la terra.
    Sorridi allo sposo diletto!
    Il tuo Ulisse

    ps Per fortuna questo scritto mai giunse a destinazione... 

     
  • 20 luglio 2012 alle ore 17:12
    Bang

    Come comincia: Era confortevole la stanza: la finestra del balcone aperta alla brezza di mare con la tapparella un poco abbassata per una giusta luce. Ecco, mancava chiarezza nella sua vita! All'inizio sembrava tutto semplice nel nitore di un percorso da seguire con determinata tenacia. E fino ad un certo punto nessun dubbio ad oscurare il cammino aveva appesantito il suo animo. Roberto era un nome fra gli scrittori richiesti: libri venduti come panini, comparsate profumatamente onorate di complimenti e di soldi. Poi, e aiutava la fama, l'immagine di bel tenebroso che nessuna donna era riuscita a sedurre e che troppe aveva adoranti a un suo cenno. Viaggiava...Gli serviva a controllare scenari e a scoprire tipi umani diversi così da rendere verosimili le storie. Fotografava....Gli scatti erano il suo tesoro da cui attingere un quid leggendo e interpretando un'immagine. Ora stava scrivendo un soggetto per un famoso regista. Carta bianca sul plot, ma che trattasse di un amour fou, che ci fosse suspense, con un finale a sorpresa. Era la prima volta che si cimentava in codesto tipo d'impresa e non sapeva nemmeno lui perché avesse accettato. O era fin troppo evidente. Vanità: il nome a scorrere nei titoli con gli attori famosi e poi una piccola parte. Da comparsa certo, ma tutti l'avrebbero visto mentre ballava con la bionda protagonista. Sì, doveva essere bionda! Non voleva confessare a se stesso che aveva una chioma d'oro l'attrice, notata negli studios. Era andato là per leggere al regista le prime pagine del lavoro e lei stava uscendo. Soprappensiero l'aveva urtata, scusandosi alle sue rimostranze: Allora l'aveva vista e chissà come quel viso gli era rimasto impresso con un non so che di dolcezza. Era amore? Non si era posto il problema. Sarebbe stata una facile preda, se solo avesse voluto. Come le mille altre belle! E invece no...Ricordando il corteggiamento a quella fortezza inespugnabile si sentiva depresso. Ci voleva una scossa, una scarica di adrenalina, qualcosa che andasse bene per il finale del film. La camera era in penombra, dalla serranda rialzata la luce morbida del tramonto carezzava le pareti pastello. Perché non provare la roulette russa?! Trasse dal cassetto della scrivania il revolver, fece ruotare il tamburo con dentro un unico colpo e la puntò alla tempia...Bang!!!

     
  • 14 luglio 2012 alle ore 22:24
    Maledetto parcheggio

    Come comincia: Il morto era partito dalla chiesa per il cimitero, ma il Nostro aveva lasciato l'auto nel parcheggio multipiano in centro ed era poco pratico della città. "Non ti preoccupare" era l'amico" ti accompagno, conosco la strada" Respirò di sollievo "Ce la farò alla fine per l'ultimo saluto, da vivo certo l'avvocato l'avrebbe voluto. Almeno prima della tumulazione, senza l'esposizione in basilica coi 4 discorsi ufficiali dei notabili, un piccolo ricordo dell'impegno sociale!" Affrettava i passi nel parcheggio, rammentava 2 rampe di scale, pagava il ticket, cercava la sua Picasso grigia, l'amico seguiva. "Non trovo l'auto, accidenti!" "Dai, cerca di farti venire in mente la posizione!" "Su un lato, già pronta all'uscita!" Il tempo passava..."Forse al piano di sotto? Proviamo" , ma niente! Eppure doveva esserci, mica poteva sparire così alle quattro del pomeriggio. Alle casse! E già il defunto sotto terra scendeva. "Guardi, al piano -2 del supermercato, scenda una rampa e giri a destra!" Consultato il tagliando, così suggerì la cassiera. Ed era là, la vettura. Tranquilla aspettava, sarebbe passata dal camposanto per accertarsi che tutto era finito. Lui nel pensiero si sarebbe scusato con Giovanni, magari l'avrebbe perdonato. Da vivo, rabbrividì un attimo, gli sarebbe servito un avvocato. A difesa!

     
  • 19 giugno 2012 alle ore 11:06
    L'interpretazione

    Come comincia: Il messaggio nella bottiglia, convinto di non trovare un lettore, desiderò che uno scoglio frantumasse il vetro per cancellarsi, invece finì in secca su un'isola ai confini del mondo e, liberato da una noce di cocco, fu portato dal vento fino al capanno di un selvaggio analfabeta che ci vide i segni di un dio. 

     
  • 07 marzo 2012 alle ore 13:15
    Bottiglie

    Come comincia: La bottiglia d'acqua incontrò un'amica piena di vino e, guardando il suo colorito d'un bel rosso acceso, giurò a se stessa che non sarebbe stata più pallida. Riuscì ad esaudire il suo desiderio, ma quasi subito, denudata della veste porporina da un ubriacone, finì malinconicamente nel bidone dei rifiuti. Forse era meglio rimanere astemia... 

     
  • 02 marzo 2012 alle ore 20:51
    I Santi

    Come comincia: Raccontano che una volta il Padreterno in uno dei periodici incontri di aggiornamento con gli Angeli propose un esperimento. Molto semplicemente chiedeva alcuni volontari disponibili a prendere
    fattezze umane in un corpo mortale per verificare se un puro spirito sarebbe stato immune dal peccato o se proprio l'imperfezione della forma terrena fosse la causa prima di ogni errore.
    Gli Angeli Custodi, mi è stato riferito, convinsero il Creatore a lasciar perdere argomentando che, per esperienza lunghissima e diretta di rapporto con gli Uomini, creature nate dal fango mai raggiungerebbero la perfezione se non staccando le loro anime dal peso corporale. Però credo che in segreto qualche angelo di tanto in tanto prenda sembianze umane, se no non ci sarebbero santi.

     
  • 16 novembre 2011 alle ore 20:32
    La chiave delle parole

    Come comincia: AMORE. E' il passepartout della vita ed ha una freschezza che il tempo non logora. Conosce molte declinazioni, ma la più ambita coincide con la reciproca attrazione e il desiderio di condivisione. L'amore si può trasmettere su un altro essere, così come il Sole irradia calore, senza averne in ricambio neppure un debole riflesso. Vice-versa si può esserne oggetto e negarlo. Non vado oltre per questa parola evocatrice d'emozioni, perché molto ancora, volendo, potrà aggiungere ogni amico lettore.

    BORSA. Sempre più complicato riempire la borsa della spesa. Chi non conosce l'intimazione da rapina "La borsa o la vita!" così attuale di nuovo nella crisi globale che sta bruciando risparmi e capitali nella borsa degli affari? Governi in affanno, in bilico il prestigio USA di maggiore potenza mondiale e l'Italia che imbarca sempre più acqua. Nelle notti insonni per chi ci pensa vengono le borse sotto gli occhi. E anche in questo caso non è un bel vedere.

    CAMICIA. Indumento d'uso comune storicamente utilizzato come segno d'appartenenza ideologica: le camicie rosse garibaldine, le nere fasciste, le brune naziste fino alle verdi camicie leghiste. Interessante notare come, per indicare un individuo baciato dalla buona sorte, si dica anche oggi "nato con la camicia" (il riferimento originale è alla placenta materna). Va forte anche il "rimboccarsi le maniche" (naturalmente della camicia) alludendo alla necessità di fare finalmente qualcosa con maschia energia (non mi risulta che l'espressione sia mai stata riferita alla costola d'Adamo forse perché le donne da sempre difficilmente possono permettersi di oziare). La camicia botton down era (è?) considerata un must da certi politici quando erano sulla cresta dell'onda. La perfetta stiratura del capo richiede abilità e pazienza sempre più rare, ciò ha aperto la strada alle camicie "non stiro" chiaramente preferite dalle donne cui spesso tocca la noiosa incombenza. Chi va in televisione ha cura d'indossare una camicia che non "spari" in trasmissione.

    DONO. Più bello farlo che riceverlo perché, anche se non ha secondi fini, lega comunque il beneficiario, tant'è che fra i cosiddetti primitivi (vedi il classico"Il dono" di Mauss) chi ne era oggetto sentiva l'imperativo categorico di ricambiare. Per questo l'insistenza sulla vita come dono rappresenta, sotto certi aspetti, un invito nemmeno troppo subliminale a ricambiare di tanta bontà l'autore (che sia un dio o i genitori). Da sempre i poveri e gli indigenti sono educati a pregare e ad attendersi doni in cambio della loro devozione celeste e terrena:terreno fertile per ogni tipo di clientela. La cosa va gestita con accortezza da chi la cavalca, in caso contrario la negazione di "panem et circenses", con la pretesa di convincere la gente della bontà di provvedimenti impopolari, può portare alla rovina di lor signori. Il dono era ed è indicativo della grandezza di un potente: chi vuol essere o sembrare tale non può farne a meno. Da ricordare infine il "timeo Danaos et dona ferentes" (=temo i Danai anche quando portano doni. cit. dall'Eneide di Virgilio) ancora attuale ammonizione a non ricevere doni alla leggera.

    ESEMPIO. Ai figli bisognava "dare l'esempio" di una vita onesta capace di sacrifici per assicurare un'esistenza dignitosa alla famiglia ed, a cascata, i figli maggiori dovevano essere modelli per tutti gli altri, tanto che non era affatto raro che il "grande" le buscasse per qualche marachella dei più piccoli alla cui educazione collaborava con una bella quota di responsabilità. L'esempio del buon padre di famiglia era qualità richiesta e che si attribuiva ogni politico e dirigente avveduto. Oggi gli esempi si sono ridotti a "flatus voci" , visto che nei fatti, conta il successo vero e presunto non importa come raggiunto. Il "dare l'esempio" ridotto a slogan per campagne pubblicitarie in cui si chiede ai limoni spremuti, da parte di chi usa bere sontuose limonate, di continuare a dar sugo perché la limonaia, da loro mezzo distrutta, continui a fruttificare accennando di nuovo a fiorire. Il problema è che, a livello inconscio, la cosa funziona al contrario; non è l'esempio richiesto che convince, ma quello che si dà e se il "buon padre" in realtà si comporta (con apparente successo) da furfante, difficilmente i figli non ne seguiranno l'esempio.

    FESTA. Giorno da dedicare al ringraziamento religioso, passato poi anche alle onoranze civili. Da piccoli la festa è legata alla vacanza da scuola, da adulti è tempo liberato dal lavoro, anche se, nello spirito mercatistico dei tempi, oggi "per qualche dollaro in più" il lavoro festivo è diffuso soprattutto nei servizi turistici e commerciali. E' bene porre attenzione a chi, come è uso ricorrente da parte di chi ha un qualche potere, vuole "farci la festa" perché l'espressione sottintende che sta per giocarci qualche brutto tiro, diversamente dal micio e dal cagnolino che ci fanno festa esclusivamente per darci e ricevere piacere.

    GOCCIA. Riluce come una perla quella di rugiada sulla foglia. Trasparente e chiara, dono del cielo, la trovo simbolo di perfezione, piccolo mondo che nulla nasconde. "Gutta cavat lapidem" = la goccia scava la pietra: dice l'adagio latino ed io l'intendo provenire dall'osservare che questa di solito non viene sola e ama talvolta ripetersi avendo di mira sempre lo stesso bersaglio finché non cede. La goccia può anche assurgere a metafora di quell'interrogarsi continuo, delle domande ultime che scavano il cuore più duro fino a cavarne il sugo della felicità o della disperazione secondo si apra all'amore o s'affacci all'abisso del nulla. Nella parabola del ricco Epulone, per contrappasso, il povero non concede neppure una goccia dal paradiso all'inferno a colui che sulla terra banchettava incurante della sua mano tesa. Chiudo in leggerezza ricordando che il goccio ne è il fratello pazzerello perché amante del succo spiritoso dell'uva, infatti è il classico goccio di vino che rallegra le tavole e aiuta o dà l'illusione di aiutare chi vi annega qualche dispiacere e miseria del corpo e dell'anima.

    H. E' l'acca muta che cambia il significato, secondo posizione, di alcune paroline (ha-ah ho-oh quelle che mi vengono in mente). Quella che rende dure nella pronuncia la "c" e la "g" precedendo le vocali dolci (ce diverso da che, e analogamente ci non ha niente a che fare con chi). Cenerentola fra le consonanti, s'è presa la sua rivincita come simbolo chimico dell'idrogeno (2atomi di H legati a 1di O ssigeno ed abbiamo la molecola dell'acqua fonte di vita). La fissione dell'idrogeno, da che l'uomo è capace di produrla, scatena energia, ma è stata ricercata e applicata per la prima volta con fini militari (chi non ricorda la bomba H con i morti di Hiroshima e Nagasaki?). L'uso pacifico dell'idrogeno nei reattori per la produzione di energia elettrica accanto a benefici comporta problemi notevoli:stoccaggio delle scorie radioattive-rischio di incidenti con fughe radioattive (Cernobyl e Fukushima le più note perché è stato impossibile nasconderle). Da ultimo un cenno a un insulto "non capisci un'acca" in cui l'ignoranza abissale attribuita al "nemico" si lega al convincimento stupido della semplicità e facilità di comprensione di questa letterina (e non pensate alla tv!)

    INFERNO. Il buon vecchio Ade pagano ove regna Plutone che vi portò Proserpina rapita alla madre Cerere costretta ad accettare che la figlia vi restasse parte dell'anno perché la fanciulla aveva accettato qualche chicco di melagrana dal dio. E il mito ctonio così spiega l'inverno come stagione di materno dolore. E' il luogo oscuro da cui non strappa Orfeo la sua Euridice perché si volta, dimentico dell'avviso, prima che sia tutta alla luce uscita. Col cristianesimo prende connotazioni paurose e diventa il luogo dell'eterna dannazione contrapposto al paradiso gioioso di sempiterna luce (il purgatorio non c'è all'inizio). Noi, che "non possiamo non dirci cristiani" per quanto almeno riguarda le radici e la cultura da cui siamo permeati, assumiamo la parola inferno in senso figurato per indicare qualcosa di terribile, il peggio del peggio che possa capitare. Ed ecco il "mandare all'inferno" dell'imprecazione, "l'inferno della nebbia in autostrada", "la crisi infernale". Dante nell'aldilà dei canti della Divina Commedia raggiunge il massimo di capacità descrittiva nei gironi infernali, piuttosto che nelle cornici purgatorie o nei cerchi paradisiaci. Finisco con Boccaccio dove "il diavolo che va messo in inferno" in una novella del Decamerone è metafora del copulare con uno sberleffo irridente al peccato di fornicazione.

    LAGO. E' il mare d'acqua dolce, intrappolato fra le terre, ricordo di ghiacciai disciolti o di remoti crateri passati dal fuoco al liquido fresco. Come il mare può avere tempeste e naufragi, su scala ridotta naturalmente, ed è abitato da pesci ed uccelli. Nel vangelo gli apostoli sono pescatori del lago di Tiberiade sulle cui acque Gesù ha camminato. Il lago è molto caro ai popoli nordici per il microclima che favorisce l'insediamento di una flora rigogliosa e fiorente (ortensie, camelie, ma anche oleandri, ulivi e palme) a poca distanza da vette innevate. Vedute lacustri sono un must per la pittura en plein air e certe località sono rinomate a livello internazionale. Stresa e le Isole Borromee, i giardini di Villa Taranto, Santa Caterina del Sasso,le isole di Brissago, Ascona e Locarno sono per dire solo un riassunto parziale delle bellezze del Verbano che si anima per l'intero anno ogni mercoledì col grande mercato di Luino frequentatissimo dagli Svizzeri. Passando al lago di Como, come dimenticare Bellagio, amatissima dal turismo internazionale e meta di tanti viaggi di nozze. Del Garda (il "mare" dei tedeschi) cito Sirmione con le grotte di Catullo. Poi ci sono tanti piccoli laghi e fra questi quello di Varese, città giardino al centro della regione dei laghi. A un tiro di schioppo il Ceresio o lago di Lugano condiviso con gli Svizzeri. Avevo tralasciato di citare il balletto (per me il più romantico) del LAGO DEI CIGNI e di ricordare che a suo tempo i laghi, come i mari e gli oceani importanti vie d'acque, avevano i loro pirati (vedi i famigerati Mazzarditi del Lago Maggiore basati sugli isolotti di Cannero in posizione strategica per intercettare i ricchi e frequenti traffici tra Italia e Svizzera). Le sponde dei laghi hanno inoltre ospitato le palafitte di molti nostri antenati (civiltà delle terramare). Purtroppo non mi vengono in mente modi di dire legati alla parola, ma per chiudere rammento che il lago fa da sfondo allo struggente PICCOLO MONDO ANTICO di Antonio Fogazzaro che in Val Solda (parte settentrionale del Ceresio vicina a Porlezza) aveva una villa, bella ancor oggi da visitare. Il lago infine era carissimo a un poeta come Vittorio Sereni e molte storie di lago sono state narrate da Piero Chiara e oggi stimolano la vena affabulatoria di Andrea Vitali.

    MAMMA. Probabilmente la prima parola di ogni creatura vivente e, in molti casi, l'estrema invocazione. Si dice anche madre, ma è più formale rispetto a quel "mamma" facile e dolce da articolare. Nessun amore potrà mai eguagliare il suo, tant'è che una delle immagini più strazianti del Cristianesimo è quella di Maria ai piedi della Croce e della Madre, senza più lacrime, col Figlio morto sulle ginocchia. Infinite le opere letterarie e artistiche ispirate e dedicate a chi è fonte di vita. Spiace che si trovi anche nel modo di dire "La madre degli sciocchi è sempre incinta".

    NOME. Importantissima parola perché nulla esiste nè può essere comunicato se non nominandolo. Nei sei giorni della Creazione, ricordati nella Genesi, Dio nomina e divide Luce da Tenebre finchè non crea l'uomo "facciamo l'Uomo a nostra immagine e somiglianza". Nei tribunali si giudica "in nome del popolo", si supplica "in nome di Dio" e s'invoca il suo Santo Nome. Il nome è davvero l'essenza anche della persona: l'appello nominale, chiamare per nome. A scuola i bimbi cominciano a imparare a leggere e scrivere attraverso i nomi (C di casa L di luna per es.). E' l'utilizzo sapiente dei nomi quello che distingue uno scrittore di talento, capace di evocare scene, avventure ed emozioni, da un noioso imbrattacarte. Da ricordare che il personaggio terribile dei Promessi Sposi non si può nominare: l'Innominato appunto e, a ritroso, Ulisse beffa il Ciclope chiamandosi Nessuno, Vie, piazze e monumenti, perfino città (Alessandria d'Egitto in onore di Alessandro Magno, Stalingrado nella vecchia U.R.S.S. solo per ricordarne alcune) rendono onore al nome dei grandi che, se mai cadono in disgrazia, sono ex abrupto cancellati e sostituiti. Romantica pur se infestante l'usanza degli innamorati di scrivere/incidere i nomi perché a tutti sia noto il loro amore. Ne seppe qualcosa Orlando impazzito davanti alla prova del nome di Angelica con accanto un nome, ahimè, diverso dal suo. Mi fermo qui certo di aver detto solo una minima parte su ciò che può essere collegato a questo vocabolo.

    OCA. Pennuto ingiustamente utilizzato per dare dello sciocco (è nome femminile che al maschile trova lo stesso uso improprio nel paziente asino) in realtà animale intelligente ed aggressivo tanto da fare invidia al sopravvalutato cane per la tempestività nel segnalare l'avvicinarsi di un estraneo. Dice niente, in proposito, l'episodio più o meno leggendario delle oche del Campidoglio che avvertirono i Romani dell'arrivo dei Galli (in questo caso bellicoso popolo barbarico e non i maschi delle galline)? La bestia è associata al marziale "passo dell'oca" dei tedeschi in particolare nell'ultima guerra mondiale e, nel mantovano, alla prelibata "salama d'oca". Agli amici il piacere, volendo, di allungare e insaporire il brodo.

    PORTO. Quello sicuro che accoglie dopo le tempeste. Quello "delle nebbie" con Jean Gabin (e peggio per chi non ha visto il film). Il porto dove sosta il marinaio e riparte lasciando un cuore infranto (da qui le promesse da marinaio). Nell'antichità era d'obbligo la navigazione sotto costa, di piccolo cabotaggio, perché le imbarcazioni non erano in grado di resistere troppo a lungo in alto mare sia per come erano allestite sia per la difficoltà di mantenere acqua e cibo commestibili per lungo tempo. Il porto è bella metafora insieme alla barca per indicare il posto quieto dove rifugiarsi e ritemprarsi prima di ripartire per altre avventure. C'è anche il porto, inteso come vino, ma è tutt'altra cosa.

    QUADRO. Chi non ne ha uno in casa e chi non ne ha mai ammirato uno al museo, in una mostra, in un libro d'arte? Nata come imitazione della Natura, la pittura si è dispiegata nelle opere degli artisti capaci di rendere ogni sua sfumatura nella composizione, nella luce, nel disegno di forme e nell'uso geniale del colore. La fotografia ha costretto i pittori ad andare oltre: dall'astrattismo, al surrealismo, al futurismo, all'iperrealismo, al ripping e a tant'altro illustrato in tante eccellenti storie dell'arte. Bellissimo il passaggio nei "Promessi Sposi" in cui Don Rodrigo passeggia nella quadreria di famiglia sotto i ritratti dei suoi maggiori che gli incutono una cupa soggezione. In ambito manageriale il quadro è un gradino della carriera ed indica una figura a metà strada tra l'impiegato esecutivo e il boss che dirige l'impresa. "Avere il quadro" o "farsi un quadro" della situazione fa da pendant, come modo di dire, all'immaginare "scenari" futuri per programmare una campagna di vendita, politica e/o promozionale.

    ROSA. "Rosa fresca aulentissima..." come non incantarsi davanti a questo incipit della celeberrima Scuola Siciliana alle scaturigini della poesia italiana? E' la rosa vera regina dei fiori per forme e colori squisiti non meno del soave profumo (acqua di rose - essenza di rose). Cara a ogni tipo d'artista, simbolo ineguagliato nella lirica d'amore, i petali rallegrano le infiorate e sono d'augurio agli sposi. Infiniti i modi di dire che trovano protagonista il bel fiore e tutti in senso positivo. C'è anche la "rosa dei venti", ma è tutto un altro discorso.

    SEME. Ci vuole un seme per generare ogni creatura vivente dalla spiga di grano all'uomo sempre meno in sintonia con la natura. Buon seme, secondo un vecchio adagio, dà buoni frutti, anche se per le influenze ambientali questo può non avvenire come d'altro canto si può operare sul cattivo per migliorarne la discendenza. Per molto tempo l'occupazione fondamentale dell'umanità per la sua sopravvivenza è stata l'agricoltura succeduta alla raccolta dei frutti spontanei della terra, ecco perché la metafora del seme come parola buona che fa bene a chi la riceve e rende fruttifera nel suo agire quaggiù per un raccolto nella vera Vita. La stessa metafora del seme è altrettanto valida in tutti i rapporti educativi in cui il Maestro semina se vuole avere allievi-figli di valore. A livello mondiale un'istituzione importantissima è la banca del seme che custodisce i principi germinativi di milioni di specie. Naturalmente c'è un'analoga banca del seme umano per consentire (regolata dalle leggi dei vari stati quando è permessa) la possibilità di avere figli a chi per le vie naturali ne sarebbe impedito. Concludo con una nota leggera ricordando i semi tostati e leggermente salati delle zucche: stuzzichini a buon mercato di molti nel centro e nel sud d'Italia. Crocchiavano nelle sale cinematografiche presenti anche nel paesino più sperduto, oggi sostituiti nelle multisale in città dal popcorn, onnipresente anche, ahimè, col "profumo".

    TAVOLA. Sorella del tavolo che da maschietto è più impegnativo visto che, oltre che mobile, si impegna ora per la politica, ora per le parti sociali, ora per l'economia (è tutto un aprire e proporre un tavolo di confronto per i pontieri in tempi di crisi). La tavola richiama la cucina e il buon cibo: i piaceri della tavola. Ed ecco l'allegra convivialità dell'aggiungi un posto a tavola. Non mancano i tanti consigli del galateo sul come stare a tavola, come apparecchiare, servire, disporre i posti a tavola. Perfino la forma e la grandezza hanno la loro bella importanza: quadrata, rettangolare, ovale, rotonda perchè nei primi due casi s'impone un ordine gerarchico esistendo il capotavola. Il fatto è stato risolto diplomaticamente fin dai tempi di re Artù (rammentate i Cavalieri della Tavola Rotonda?) quando in un incontro di lavoro (a tavola pare venga meglio) si vogliono mettere alla pari i tanti galli del pollaio evitando le beccate su chi sta sopra chi. Nella famiglia patriarcale e nelle consuetudini riprese dai borghesi imitatori dei costumi aristocratici (ah, come ancora oggi d'attualità seguendo maestra televisione!) accanto alla tavola dei grandi c'era quella dei bambini e, per chi poteva permettersela, la tavola della servitù. Tutt'altro discorso richiama la tavola pitagorica: fondamentale da memorizzare nei primi approcci con l'aritmetica. Nell'arte ci sono i dipinti su tavola. Ricordo anche le tavole coi 10 comandamenti e le tavole di bronzo del diritto romano. Per finire mi piace citare l'intavolare riferito al discorso, con l'auspicio sottinteso che sia buono per chi lo propone e chi lo riceve.

    URNA. "A egregie cose il forte animo accendono/ l'urne de' forti..."(vv.151-152 da "Dei sepolcri" di U. Foscolo): questo d'acchito il primo collegamento a questo bisillabo legato certo ai miei studi e all'insegnamento della letteratura italiana. L'urna dunque come raccoglitore delle ceneri del defunto per memoria e monito ai posteri. Oggi però questo significato è nettamente sovrastato da quello del contenitore di schede per le elezioni: l'urna elettorale. E le patrie gazzette da almeno un anno a questa parte gridano, sussurrano, invocano, temono il ricorso anticipato alle urne per la salvezza, addirittura, d'Italia. Che la medesima area semantica si colleghi al fatto indubitabile che nell'urna corpi e schede finiscono in cenere?

    VIOLA. Parola in comune a un colore, a uno strumento musicale e ad un fiore. Il viola s'addice alla penitenza: colore liturgico dei giorni della quaresima e compagno dei lutti. Per questo motivo, probabilmente con finalità scaramantica, lo evita la gente di spettacolo, specialmente i teatranti. Recentemente è colore adottato dagli "indignati", i nuovi contestatori, a formare il cosidetto popolo viola. Ha dolcissimo suono la viola, non a caso si parla di "viola d'amore", che fa parte degli strumenti a corda a metà strada tra il violino e il violoncello. Vengo infine al fiore che per me è il primo rimando al vocabolo. La viola al plurale rientra nella splendida endiadi di classica matrice nel verso "e reca in mano un mazzolin di rose e viole" del leopardiano e straordinario "Il sabato del villaggio". E' la viola la base di un celebrato profumo: la violetta di Parma. I petali del fiore sono ottimi dolci canditi. Ma soprattutto un mazzolino di violette è un piacere gradito per ogni fanciulla in fiore. Esiste anche, meno profumata, la viola bianca, tralasciando di proposito le infinite varietà di viole mammole o del pensiero e le violaciocche.

    ZERO. Da solo è il nulla, ma vale qualcosa o tantissimo, secondo posizione, prima e dopo la virgola (0,1-0,2 ecc. 1,01-1,001 ecc. 10-100-1000 ecc.). Entra nel linguaggio binario dell'informatica. Così si chiamavano i celebri caccia dei kamikaze nipponici del 2^ conflitto mondiale. Lo si ritrova nella pubblicità oltre che delle auto a km 0 anche in quella di prodotti agricoli locali per suggerirne la freschezza genuina. Non è elogiativo in ogni caso dire a qualcuno che è uno zero, perché nella nostra società competitiva (chi dice che l'importante è partecipare spesso è in mala fede) tutti vogliono o s'illudono di contare almeno un poco. Dimenticavo...in economia e in demografia la crescita zero o sotto lo zero è sinonimo di ristagno e di crisi.

     
  • 30 aprile 2011 alle ore 20:19
    RE CAPI D'UCCELLO

    Come comincia: L’antefatto

    C’era una volta un re che, quando ormai credeva di non avere figli, fu rallegrato dalla nascita di un erede. Immaginatevi la sua gioia! Diede una grande festa cui invitò, oltre a re, principi e nobili dei regni vicini, anche tutte le fate e i maghi del reame, ma… dimenticò la fata nera che se la
    legò al dito. Così proprio al culmine dei festeggiamenti apparve inattesa e lanciò una tremenda maledizione per vendicarsi dello sgarbo.Il principino era condannato a trasformarsi in uccello al calar del sole per riprendere le sembianze umane solo all’alba dopo essersi bagnato in una bacinella d’acqua purissima che la regina doveva preparargli ogni giorno.Se ciò non fosse avvenuto il figlio diletto sarebbe volato lontano nel regno della strega malefica e non sarebbe più tornato.

    L’aiuto degli uccelli

    Passarono gli anni…il principe diventò un bellissimo giovane e s’innamorò di una principessa che ricambiò il suo amore promettendo di diventare sua moglie Quando seppero dell’infatuazione della figliola, i suoi augusti genitori tentarono in tutti i modi di dissuaderla, ricordandole il maleficio. Infine, poiché la fanciulla persisteva nel suo proposito negarono ufficialmente il consenso alle nozze. Al rifiuto il principe non si diede per vinto e, visto che l’incantesimo gli aveva dato il comando sugli uccelli tanto da essere soprannominato dal popolino “re capi d’uccello”, si fece aiutare dai fidati sudditi alati per costringere il re a concedergli in sposa la principessina.
    Una prima volta radunò migliaia e migliaia di volatili: ognuno di loro portava nel becco una pietruzza e, ad un suo ordine, le terre del sovrano furono sepolte da uno strato di sassi.
    Non bastò questo ad ottenergli il sospirato consenso e allora…di nuovo il principe chiamò a sé i suoi fedeli uccelli.
    Erano talmente tanti da oscurare il cielo!
    Tutti riempirono il becco con un goccio d’acqua e, volati sul regno vicino, lo annegarono sotto un vero e proprio diluvio. Ma il re, ostinato, continuava a dire di no.
    Il principe allora comandò alle sue truppe di volare contro il nemico e di bombardarlo con milioni di fuscelli ardenti. E finalmente, quando nuvole di fuoco avvolsero lo sfortunato reame, i genitori della bella principessa acconsentirono al matrimonio.

    Finalmente sposi!

    Ecco che infine i due giovani sono sposi. Tocca ora alla sposina preparare tutte le notti la bacinella con l’acqua per il marito che torna dalle scorribande notturne. La regina madre glielo aveva raccomandato: per nessuna ragione doveva dimenticarsi di rinnovare l’acqua ogni giorno, altrimenti Capi d’uccello sarebbe volato via e non lo avrebbe più rivisto. Passarono anni felici, ma un brutto giorno la principessa si scordò di preparare la vasca con l’acqua. Così lo sposo, non potendo ritornare uomo, fu costretto a volare nel regno della fata malvagia.

    Capi d’uccello vola via

    Figuratevi la disperazione della moglie! Non sapeva darsi pace per la sua sbadataggine riempiendo di alte grida e pianti il palazzo, poi convocò i saggi e le fate del regno chiedendo se ci fosse mai un modo di riavere l’amato sposo. Quando stava per perdere l’ultima speranza di veder esaudito il suo desiderio, una vecchia fata, commossa da tanto amore, decise di aiutarla. Se davvero voleva ritrovare il marito, la giovane avrebbe dovuto affrontare un viaggio lungo e pieno di pericoli. Per raggiungere la terra della strega “un paese dove non canta gallo, dove non luce luna, dove non nasce nessuna creatura” le sarebbero occorsi sette anni di cammino, per cui avrebbe consumato sette suole di ferro e altrettanti bastoni e, una volta arrivata alla meta, doveva essere pronta ad affrontare rischi terribili.

    Verso il paese della strega

    La voglia di strappare il marito dalle grinfie della strega e tornare a riabbracciarlo vinsero però ogni paura e, preparato tutto il necessario, la sposa coraggiosa iniziò il viaggio. Cammina, cammina, erano già passati sette anni, iniziava a consumare la settima suola e ad appoggiarsi al settimo bastone quando la giovane penetrò nel folto di una foresta.
    Nell’ombra oscura si levavano le braccia minacciose degli alberi, la principessa avanzava a fatica rabbrividendo per la natura selvaggia del luogo.
    Ad un tratto il silenzio fu rotto da una voce profonda, cavernosa “Tagliami, ti prego, le lunghe ciglia che mi oscurano gli occhi!”. Chi aveva parlato? Trattenendo i battiti impazziti del cuore la giovane aguzza la vista e…vede! Un albero enorme dalle forme umane l’aveva invocata:nel tronco scorge un volto rugoso con gli occhi chiusi completamente ricoperti di peli.
    Ripete la preghiera il gigante e la fanciulla decide che sì lo aiuterà, ha con sé un paio di forbici, proprio quello che serve. Zac, zac, in quattro e quattr’otto il gigante ritrova la vista, ringrazia e, sentita la storia della principessa, le indica la strada, intanto le dona una noce da conservare con cura e da rompere al bisogno. La giovane sente la meta vicina e il passo ritorna spedito, incontra altri due giganti e ad entrambi apre gli occhi. Riceve in dono da uno una nocciola e dall’altro una arachide magica, inoltre  le danno indicazioni per non smarrire la strada.

    Nel regno della strega

    È mattina quando la principessa esce dalla selva ed in poche ore arriva al paese della strega. Lungo la strada incontra un donnone che trasporta una cesta piena di pane, nello sforzo i grossi seni fuoriescono dal corpetto e pendono fin quasi a sfiorare il terreno. Impietosita la giovane solleva le enormi poppe della fornaia accomodandole nel reggiseno con manifesto sollievo della donna che ringrazia e insieme chiede come ricambiare tanta gentilezza.
    Sentendo la storia di quell’infelice e il suo desiderio di salvare il marito le parla così :- La casa della strega sorge isolata nel punto più alto del paese, quando sarai là, avvicinati di nascosto e aspetta che la strega cominci a filare come fa ogni mattina stando sul balcone. Mentre lei canta sul ritmo del fuso che gira veloce a piano terra, tu dai un colpo deciso al fuso. Subito la strega chiederà chi sia stato, ma tu guardati bene dal rispondere, lascia che riprenda a filare
    e allora dai un altro strattone. Ancora chiederà e tu resta nascosta in silenzio! Finalmente alla terza interruzione la strega esclamerà “Chi mi tocca il fuso salga su! Salga su per amore di Capi d’uccello, figlio di Barbara bella!” Solo allora potrai salire in casa, la strega non potrà farti del male e potrai riabbracciare il tuo sposo.-

    Nella casa della strega

    Tutto andò proprio come aveva detto la donna: la strega filava e cantava mentre il fuso girava veloce; ecco il primo colpo e l’invito a salire, l’attesa e il secondo strattone seguito dalla richiesta di farsi avanti.
    Non è ancora tempo, bisogna aspettare che il canto insieme al filare riprenda. Un ultimo urto interrompe il ronzare del fuso e stridula suona la voce della vecchia “ Salga su! Per amore di Capi d’uccello, figlio di Barbara bella! “
    E la principessa potè entrare nella casa della strega a riabbracciare lo sposo.

    Preparativi di fuga

    Immaginatevi la rabbia della maga e la gioia dei due sposi finalmente nelle braccia l’uno dell’altra dopo tanti patimenti!
    Non ci volle molto però perché quella prigionia, per quanto dorata, cominciasse a pesare e così pensarono a come riuscire a fuggire.
    Dovete sapere, cari lettori, che gli sposini erano segregati in una stanza in cui tutti i mobili e le suppellettili erano animati, occorreva dunque farseli amici perché non spifferassero tutto alla padrona.
    Detto, fatto, la sera prima del giorno progettato per la fuga, la principessa preparò un’ enorme paiolata di polenta e cucchiaio dopo cucchiaio tutti ebbero la loro parte a patto che tenessero il segreto. Tutti, meno il pestasale!

    La fuga

    Al primo albeggiare i due giovani scavalcano la finestra della camera, sono in strada, portano con sè un po’ di cibo e d’acqua; Capi d’uccello ha preso anche, non si sa mai, la bacchetta magica della strega.
    Corrono a gambe levate lontano: verso la salvezza.
    E’ giorno fatto quando la strega comincia a chiamare gli sposi ” Capi d’uccello, principessa, alzatevi! Su! E’ tardi, pigroni.” E, per tutta risposta, dalla camera da letto veniva la voce di un mobile che diceva “Veniamo! Tra un po’. ”
    Il gioco andò avanti per qualche tempo, finchè il pestasale ( ricordate? ) non esclamò “Altro che tra un po’! I due piccioncini sono scappati.”

    L’inseguimento e la salvezza

    Passato lo stupore, una gran rabbia montò dentro il petto della terribile maga  “ Gliela farò pagare! “ diceva tra sé e sé “Oh, se me la pagheranno, appena li riacciuffo! ” e, inforcata la scopa, volò in caccia dei fuggiaschi.
    I nostri eroi nel frattempo avevano percorso alcune miglia stando sempre all’erta, così, quando si levò improvviso un gran vento, Capi d’uccello comprese che stava arrivando la strega e si preparò a riceverla. Estratta la bacchetta magica toccò con la punta la sposa e disse “ Tu carrettino con la frutta, io ortolano! “
    Non erano passati che pochi momenti e la strega si presentò chiedendo “ Buon uomo, avete visto per caso due giovani correre sul sentiero?” e il principe di rimando “ Ho bella frutta! Volete meloni, ciliegie o preferite le pesche? “ Stizzita la strega se ne tornò a casa, ma il pestasale le rivelò l’inganno “ Capi d’uccello era il fruttivendolo e se ne stava con la moglie trasformata in carro di frutta! “
    Per poco la vecchiaccia non schiattava dalla rabbia per essere stata presa in giro, poi ripartì con la fida scopa decisa a riprendersi i fuggitivi. Ma di nuovo il soffio improvviso mise in guardia Capi d’uccello.“ Tu chiesa e io sacrestano! “ disse senza perdere tempo e intanto sfiorava la sposa con la magica bacchetta.
    La strega, come con l’ortolano, domanda ora al sacrista se ha visto i giovani in fuga, ma questi “ E’ presto per la messa oggi, venga più tardi! “ E per la seconda volta la fattucchiera torna indietro scornata, ma ne riaccende subito l’ira il solito pestasale, rivelandole chi si nascondeva sotto i panni del sacrestano e nelle mura della chiesa.
    “ E’ davvero troppo! Guai a loro se li riacchiappo! “ urla e rapida torna all’inseguimento sulla magica scopa.
    “ Non c’è tempo da perdere! “ Capi d’uccello ha sentito fortissimo il vento furioso scuotere le cime degli alberi facendo rotolare nere nuvole nel cielo percorso da lampi e cupi rimbombi. Prende per l’ultima volta la bacchetta e pronuncia l’incantesimo “ Tu mare, io marinaio in barca “
    Ed è così che, remando con vigore raggiunge la riva, tocca terra ed è in salvo: fuori dal regno della strega. Dimentica però la bacchetta e con lei la sposa che resta onda marina, mentre Capi d’uccello, libero dal sortilegio malvagio, riesce a tornare nelle sue terre accolto con grandi festeggiamenti dal re e dalla regina.

    Le nuove nozze

    Sono passati diversi mesi da quando il principe è tornato libero dall’odioso incantesimo. Dimentico della moglie, si è fidanzato e tutto il regno è in festa per le nozze imminenti. Sulla spiaggia un bimbo nota una strana bacchetta, la prende e l’immerge nell’acqua del mare.
    Che portento è mai questo?! Le onde si dileguano e lasciano posto a una fanciulla bellissima: la principessa. Deve ritrovare il suo principe e riprende il cammino, finchè giunge alle mura di una grande città imbandierata a festa. A una ragazza chiede dove si trovi, che cosa si festeggi; così viene a sapere che è nel regno di Capi d’uccello e che questi di lì a tre giorni si sarebbe sposato.

    Dorme lo sposo e lei si dispera

    Nella sfortuna la principessa fu però fortunata perché, guarda caso, la giovane
    con cui parlava le disse fra l’altro di essere la valletta di camera del principe.
    Subito la principessa l’implorò di farle trascorrere una notte nella stanza del giovane, l’avrebbe pagata bene. E prima che la serva potesse opporle un rifiuto ruppe con un sasso la noce da cui scaturì un telaio tutto d’oro: la ricompensa promessa. In fondo, pensò la ragazza, non le sarebbe stato difficile accontentare quella strana richiesta e del resto la donna non sembrava avesse cattive intenzioni, mentre l’oro era davvero irresistibile. Si accordarono.
    Il principe quella notte dormì profondamente per il sonnifero versato nel vino della cena, la moglie dimenticata accanto al letto fino al canto del gallo cantava con voce triste “ Sette anni ho viaggiato per poterti riavere, sette suole di ferro ho consumate, sette verghe metalliche ho logorate per appoggiarmi nel fatale andare. Ora che sono davanti a te, Ninnello mio, tu dormi alle mie grida disperate, dormi e non ti vuoi svegliare. Con questo pugnale mi voglio
    ammazzare! ”
    Il giorno seguente di nuovo la principessa convinse la cameriera ad introdurla nella stanza del principe. Questa volta dalla nocciola spezzata uscì un arcolaio interamente d’oro e la serva non seppe dire di no. E tutta la notte echeggiò dei lamenti strazianti della giovane donna, in lacrime accanto allo sposo inconsapevole addormentato.
    Restava una sola notte prima delle nozze e solo l’arachide per poter stare un’ultima volta col principe e uccidersi accanto a lui se non si fosse destato: così aveva deciso la giovane sempre più disperata.
    L’avida servotta era stata ben contenta di guadagnarsi il fuso d’oro spuntato dall’arachide infranta, però…

    Tutto è bene quel che finisce bene

    Siete ancora lì, cari i miei lettori, curiosi di sapere come andrà a finire? Bene!
    Ora, visto che era ormai la vigilia del matrimonio, il principe chiamò il barbiere di corte perché lo acconciasse nel modo migliore e, sapete come sono chiacchieroni i parrucchieri, parlando del più e del meno l’acconciatore chiese al principe chi mai fosse che da due notti lanciava grida di dolore dalla sua camera. Il giovane lì per lì rispose in malo modo al figaro, ma poi decise di vederci chiaro, la sera stette ben attento a tavola e, notato lo strano atteggiamento della cameriera nel versargli il vino, finse di bere e poi in camera, con gli occhi chiusi sdraiato sul letto, attese.
    Mancava poco alla mezzanotte quando una bellissima giovane entrò, si pose al capezzale e, dopo aver lungamente accarezzato con lo sguardo il volto del principe che credeva addormentato, iniziò il suo lamento.
    Il principe ascoltava: non gli pareva nuova quella voce, il volto in penombra mostrava un profilo familiare. Chi? Chi era quella dolcissima figura accanto a lui che gli faceva battere il cuore?
    Era vicina l’alba e il gallo s’apprestava a cantare al tramonto della Luna.
    La principessa con voce fievole si accinse al gesto estremo “ Sette anni ho pianto viaggiando per ritrovarti, consumando sette suole e sette bastoni di ferro in cerca di te. Ora che ti ho ritrovato, tu dormi, Ninnello mio, alle mie grida disperate e non ti vuoi svegliare. Con questo pugnale mi voglio ammazzare! “
    Il primo raggio di luce penetrò nella stanza proprio mentre la giovane col pugnale brandito si apprestava all’estremo sacrificio e… il principe ricordò.
    Di colpo tutto il passato di gioie e dolori tornò vivo nella memoria. Rapido
    Capi d’uccello bloccò la mano della moglie gridando “ Ferma! Ora sei di
    nuovo con me e non ti perderò mai più, mia amata sposa. “

    Il lieto fine

    Sapete com’è, l’unica un po’ scontenta fu la promessa sposa che però si consolò ben presto con un bellissimo principe che già aveva adocchiato fra gli invitati.
    Quanto ai nostri giovani, ormai svaniti i malefici della strega, vissero tantissimi anni nella più perfetta felicità, ebbero tanti figli e furono allietati da miriadi di nipotini.
    E la strega ? Se proprio ci tenete, cercatela in altre fiabe!

    Stretta la foglia, larga la via, dite la vostra che detto ho la mia!

    FINE

      7/07/’06 Michele PRENNA 

     
  • 29 aprile 2011 alle ore 21:37
    Tabacco

    Come comincia: Presentazione

    C’era una volta un povero calzolaio soprannominato Tabacco perché aveva sempre in bocca la pipa, il sigaro o la sigaretta e, quando non fumava, fiutava
    la polvere aromatica che teneva in una scatoletta di metallo lucida per l’uso.
    Tabacco per il resto si contentava di poco per essere felice: dopo il lavoro curava l’orticello, passeggiava al fresco degli alberi nel bosco vicino a casa,
    si preparava fischiettando colazione e cena che non mancavano mai di un bicchiere di quello buono.
    Dopo la morte della madre nella vita del ciabattino non c’erano state donne che gli fossero piaciute tanto da fargli desiderare di sposarsi; aveva avuto le sue avventure da giovane e adesso che era un po’ in là con gli anni si faceva compagnia da solo godendosi le bellezze della natura, i piaceri del fumo e le delizie della tavola.

    L’ospitalità di Tabacco

    Una sera sul tardi, mentre fuori imperversava un violento temporale, Tabacco se ne stava accanto al camino  aspettando che i fagioli nel pentolino fossero ben cotti.
    Già pregustava la bella mangiata di legumi quando ad un tratto udì picchiare con violenza contro l’uscio. “Chi mai poteva essere con quel tempo da lupi? ” pensò il calzolaio, ma continuando i colpi andò a vedere.
    Sulla soglia stavano, fradici d’acqua, tre uomini: due giovani e uno anziano; il più vecchio parlò per primo chiedendo qualcosa da mangiare e ricovero per la notte.
    Bisognava essere davvero duri di cuore per rifiutare di soccorrere quei poveracci e Tabacco, anche se non era uno stinco di santo, in fondo non era cattivo, così li fece accomodare nella cucina vicino al tavolo apparecchiato
    a cui aggiunse altre tre scodelle insieme a cucchiai e bicchieri.
    “Intanto” disse “mangiate un boccone! Avrei voluto offrirvi qualcosa di meglio, ma non sono ricco e, se vi contentate, una zuppa di fagioli con un tozzo di pane e un bicchiere di vino stasera è tutto quello che ho per cenare. Poi potrete trascorrere la notte vicino al camino, al caldo.”

    I tre desideri

    I tre viandanti non si fecero certo pregare oltre, si accomodarono nella stanza
    e fecero onore al pasto frugale e al vinello dell’ospite complimentandosi per la bontà dei fagioli cotti proprio a puntino. Quello dei tre che dal portamento sembrava il capo, dopo aver chiesto a Tabacco come si chiamava e viveva, volle manifestare più concretamente la sua gratitudine e, rivolgendogli la parola, cominciò a dire ”Caro Tabacco, davvero da tempo
    non ero stato accolto così bene. Mi hai fatto sentire a casa mia dividendo con me e i miei compagni, anche se non ci conoscevi, la tua cena. Voglio perciò compensarti e lo faccio davvero volentieri. Esprimi tre desideri e io, che sono il Signore, li esaudirò.” 
    Alla rivelazione di chi si celava sotto i panni di quel pellegrino, il calzolaio quasi sveniva dall’emozione; subito disse che era contento così, poi, vista l’insistenza di Gesù, gli comunicò il primo desiderio
    “ Signore, vedi questa tovaglia? Ebbene fai che tutte le volte che dirò – tavola apparecchiata! – si riempia dei cibi e delle bevande più squisite secondo le mie necessità e i miei desideri.” Ed il Signore di rimando “ Sia! ”. Mentre il ciabattino parlava così col Cristo, il viandante vecchio cercava di attirare la sua attenzione. Era evidente che voleva suggerirgli qualcosa, ma Tabacco era troppo preso dalle sue richieste per pensare a dargli retta.
    ” Adesso ”riprese il Signore” esprimi il secondo desiderio.” E Tabacco “ Fai che quando ordino al mio tascapane di acchiappare qualcosa, questo la prenda e non la molli se non glielo dico io.” Ed il Signore di nuovo “ Sia! ”
    Pietro intanto, avrete certo capito che i due compagni del pellegrino altri non erano che i suoi discepoli prediletti: Pietro e Giovanni, soffiava sotto voce e gesticolando ”Chiedi la grazia del Paradiso! ” ma il nostro Tabacco non l’udì perché era troppo concentrato a pensare il terzo e ultimo desiderio.
    Trovato! “ Signore, vedete questo bastone? Ebbene fate sì che picchi a tutta forza se lo chiedo e smetta di bastonare solo al mio comando.” Ed il Signore esaudì Tabacco cosicché il ciabattino aveva esaurito i tre desideri che gli erano stati concessi.

    Il rimprovero

    L’indomani i tre ospiti salutarono il calzolaio e San Pietro, trattolo da parte, gli disse “ Stanotte hai avuto una grande opportunità e l’hai sprecata malamente. Potevi chiedere di andare in Paradiso e non l’hai fatto! Quando verrà il momento te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi.”

    La casa degli spiriti

    Erano passati diversi anni da quando Tabacco aveva ospitato Gesù e i due Apostoli; grazie alla tovaglia miracolosa il nostro eroe non aveva dovuto più preoccuparsi di mettere insieme pane, companatico e vino buono tanto che era riuscito a risparmiare una discreta sommetta con cui voleva togliersi la soddisfazione di poter avere una casa bella e spaziosa, proprio da signori.
    Così quando seppe che nel paese vicino veniva messa in vendita a buon prezzo una villa che nessuno voleva perché si diceva infestata dagli spiriti il nostro Tabacco, per niente impressionato, fece la sua offerta e, in mancanza di altri acquirenti, l’ebbe, come si suol dire, per un pezzo di pane.
    Armi e bagagli il nostro s’installò nella nuova dimora cui non mancava anche un bel giardino e attese a piè fermo l’assalto dei fantasmi.

    Un povero diavolo

    Per qualche tempo non accadde nulla, sembrava davvero che la fama sinistra del luogo non avesse più alcuna ragione finchè una notte…
    S’era alzato un gran vento che faceva sbattere le imposte e piegava fin quasi a spezzarle le cime degli alberi facendo volare lontano le foglie gialle d’autunno, poi era iniziata la pioggia sempre più fitta e battente accompagnata da fulmini e tuoni. Al ciabattino venne in mente che assomigliava tanto alla notte in cui aveva ospitato i santi pellegrini.
    La pendola della sala aveva appena finito di battere per la dodicesima volta quando dalla cappa del camino rimbombò potente una voce “ Tabacco! Guarda che mi butto giù! “
    Per nulla intimorito il ciabattino rispose “Va bene, buttati pure. “
    La voce risuonò minacciosa ancora una volta e, visto che Tabacco faceva spallucce e sfidava lo spirito a mostrarsi, con un alto urlo il diavolo si calò per la cappa e, avvolto da una gran nuvola di fumo, si pose di fronte a quello sfrontato di un essere umano.
    Ma il calzolaio non attendeva altro, prese il tascapane e ordinò “ Acchiappa! “ e, prima che il demonio si riavesse dallo stupore di trovarsi imprigionato, facendo cenno al bastone, il terribile vecchietto proseguì “ Picchia, bastone bello! Batti bene il sacco a tutta forza! “
    Povero diavolo! Pensava di spaventare e si ritrovava pieno di lividi e botte!
    Ebbe un  bel gridare “ Pietà! “ implorando di smetterla, le bastonate continuarono sempre più forti finchè Tabacco, sentendo la voce di quello sventurato affievolita e quasi spenta, non ritenne che la lezione poteva bastare.
    Appena il tascapane si riaprì e il bastone riposò non parve vero al demonio tutto acciaccato e in pezzi lasciare senza altri guai la stanza riguadagnando l’Inferno da dove era venuto.
    Da allora si guardò bene dal tornare in quella casa e il nostro Tabacco potè starci tranquillo e felice fino alla fine dei suoi giorni.

    Dal Paradiso all’Inferno

    Quando l’anima immortale del ciabattino decise di abbandonare quel corpo fin troppo consunto, volò rapida in cielo al Paradiso, ma il vecchio portiere,
    vedendo chi era, si ricordò dell’antica ospitalità e soprattutto del desiderio sprecato, così disse che lì non c’era posto per lui, cercasse altrove.
    Sorpreso Tabacco non replicò e di filato scese al regno del demonio picchiando forte al massiccio portone.
    Era ben deciso a non farsi mettere alla porta una seconda volta!
    A dire la verità anche il diavolo si ricordava del calzolaio. Come lo vide gli parve di sentire ancora la gragnola di colpi in tutto il corpo e cercò di evitare
    di avere quello scomodo ospite, ma Tabacco fu pronto a minacciarlo di un’altra presa col tascapane e successive legnate così che, fatto buon viso a cattiva sorte, accettò di accoglierlo all’Inferno.

    Il diavolo si dispera

    Davvero era ben strano il luogo dove era capitato, pensava il ciabattino. Chi mai avrebbe immaginato uno stanzone grande all’infinito con, lungo le pareti, innumerevoli pentole incoperchiate perennemente in bollore?!
    E cosa gli toccava fare! Il diavolo gli aveva dato un incarico preciso in cambio dell’ospitalità: curare che le pentole bollissero bene sempre; mai il fuoco doveva ardere meno intenso o peggio spegnersi. Comunque non erano affari suoi e il lavoro non era pesante, solo che alla lunga era di una noia mortale e poi chissà cosa c’era in pentola di tanto duro da cuocere. In fondo gli venivano in mente gli amati pentolini di fagioli.
    Capite bene che, una volta arrivata, la curiosità prima o poi sarebbe stata soddisfatta e infatti… in un momento in cui il diavolo se n’era andato a fare un giro sulla Terra, il nostro curiosone sollevò cautamente un primo coperchio, poi un altro, un altro, un altro ancora. Che disastro! Ogni volta un sibilo come di vapore usciva dalla pentola e dentro…niente! Tutte le anime dannate in men che non si dica facevano ricreazione, spassandosela un mondo.
    Ritornato in fretta e furia, il diavolo ebbe il suo daffare a rimettere in ordine il locale, dopodiché affrontò Tabacco a brutto muso con un diavolo per capello. Evidentemente l’Inferno non era il suo posto, aveva combinato un caos indescrivibile e quindi era meglio per tutti e due se se ne andava alla svelta e non si faceva più vedere.
    Mentre lo apostrofava in tal modo il padrone di casa accompagnava Tabacco all’uscio e glielo richiudeva con un gran botto dietro le spalle.

    Ritorno al Paradiso

    Per l’anima di Tabacco era tutto da rifare, ma il ciabattino non era tipo da perdersi d’animo facilmente, decise di risalire al Paradiso e di sistemare una volta per tutte i conti in sospeso con il suo portinaio.
    Anche stavolta il santo custode si preparava a scacciare l’indegno calzolaio, ma questi rapidissimo lanciò oltre la porta il cappello e subito iniziò a gridare perché Pietro lo lasciasse entrare a riprenderlo.

    La furbizia di Tabacco

    Era tale e tanto il baccano scatenato sulla soglia del giardino di delizie che neppure i cori angelici riuscivano a coprirlo sicchè giunse fino alle orecchie del Signore.
    Che mai succedeva? Da quando in qua il Paradiso si metteva a far concorrenza all’Inferno? Ed il Padreterno venne a vedere.
    Come fu contento nel rivedere il calzolaio che lo aveva accolto e rifocillato!
    Ma perché Pietro non lo faceva entrare?!
    Il guardiano spiegò le sue ragioni: quell’anima non meritava il Cielo poiché  aveva preferito la pancia piena alla salvezza eterna.
    Assentì gravemente il Signore, ma poi “ Consentigli almeno di recuperare il
    berretto! ” disse e, salutato il ciabattino, tornò sul trono.

    La conquista del Paradiso

    Avuto il permesso, Tabacco entra nel Paradiso, ma a sorpresa si siede sul cappello urlando e strepitando che non intende muoversi di lì e che bastonerà di santa ragione chiunque s’avvicini.
    San Pietro, sbalordito ed esasperato, alla fine si rassegna e gli permette di stare dove si trova.
    Così Tabacco si conquistò un posto in Paradiso!
    Mai  modo di dire fu più appropriato.

    FINE