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in archivio dal 24 gen 2007

Monica Ariotti

27 gennaio 1973, Mantova

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  • 18 maggio 2007
    Mosche

    Carta moschicida gialla_strisce_
    ali fremiti impronte e zampe
    residui o miniature di morte
    in trappole e trabocchetti di scotch.

    Siediti qui Siediti qui Ecco così

    Bella

    Bambina

    Bionda

    Siediti qui Brava Così

    nel capanno un’unica sedia è buona
    briciole sulla tovaglia di plastica azzurra
    segnata dal coltello per affettare i meloni

    non so che

    _se smetto di piangere_

    oltre la finestra in plexiglass
    vedo tutto il mondo fuori
    fuori e oltre la coscia imprigionata

    io

    vedo

    fuori

    _solo dentro le mosche muoiono sui fiori secchi del vestito_

     
  • 31 gennaio 2007
    Post-it ( 1 ) - risveglio.

    Credimi che piove appena
    su questa pianura scioccata e spaccata
    [ spaccata - lo vedi ? - nel bel mezzo profondo
    di noi ]
    non posso parlarti senza sorridere al freddo
    delle spalle scoperte di notte
    mentre fuori, mentre fuori anche ieri pioveva

    pioveva lentissimo.

     
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  • 13 giugno 2007
    Corpi

    Come comincia: L’aveva colpito sullo sterno con un pugno dato bene, e il vecchio era andato lungo disteso a terra, sbattendo l’anca contro lo spigolo del tavolino basso che reggeva il telefono e le cornici in silver plated.
    Paolo ora era di spalle, affacciato alla finestra, intento a ignorare la voce di suo padre resa rauca dal dolore. La strada non sembrava cambiata, dall’ultima volta che era stato lì. Certo, le palazzine erano aumentate, le biciclette e le cassette della posta anche, ma a parte questo nient’altro: stessi lampioni, stessi tombini intasati d’estate, stesse aiuole mal curate.
    Si accorse del silenzio sceso nella stanza, così si girò verso il corpo supino a gambe larghe sulle piastrelle: il vecchio dormiva, la bocca mezza storta, la canottiera macchiata sotto le ascelle diafane. L’odore d’alcool riempiva la stanza, Paolo vagò con lo sguardo fino alle tre bottiglie in fila sul lavandino: in una c’era ancora un dito di vino scuro. Il vecchio rantolò, poi fece un rutto marcio girandosi sul fianco.
    Si avvicinò riluttante, prese suo padre sotto le ascelle, lo alzò a peso morto e lo lasciò cadere in malo modo sul divano.
    Mancava da quella casa da mesi, e mentre girava la chiave nella toppa, due ore prima, sperava che qualcosa fosse cambiato. Ed era così in effetti: la faccia che lo aveva accolto era morta, non conservava nulla dei lineamenti che aveva amato, solo carne rinsecchita a fare da contorno agli occhi. Eppure non era stato quello di suo padre, il funerale celebrato sotto il sole di luglio dell’estate precedente. Non era stato lui, a morire.

     

    I fiori che aveva scelto erano appassiti subito, appena li aveva posati ai piedi della bara in noce. C’era il ronzio fastidioso del frigorifero, appoggiato con cura sopra al corpo, a rendere diversa l’aria nella camera mortuaria numero 9. Il rumore metteva a disagio tutti quelli che entravano per fare le condoglianze. Non era guardare il corpo di sua madre e rendergli omaggio attraverso il vetro. Era il rumore, il rumore da frigorifero di casa, l’assurdità di quel lutto.
    Paolo all’inizio si era opposto a quell’accorgimento, ma il primario d’oncologia era stato chiaro. Il tumore che l’aveva uccisa progrediva ancora e per i due giorni di veglia prevista era necessario mantenere bassa la temperatura. Così i parenti, gli amici, i semplici conoscenti, entravano nella stanza con il collo sudato e i vestiti leggeri, avvicinandosi al registro delle firme ad occhi bassi sulle piastrelle grigie e asettiche, con quel rumore continuo e imbarazzante che li accompagnava poi fino al feretro per l’ultimo saluto.
    Andò verso l’armadio della camera da letto. Era pieno di polvere, con le maniglie in ottone ossidate. Aprì le ante una alla volta, fino a quando non trovò una coperta in lana grossa che puzzava di naftalina; poi coprì il corpo del vecchio, che nemmeno si mosse.
    Nell’appartamento faceva freddo. Appena entrato in casa aveva appoggiato una mano sul termosifone scoprendolo gelido.
    “Perché non c’è il riscaldamento acceso?”aveva chiesto al padre alla porta, in canottiera e a piedi nudi.
    La sua risposta era stata un borbottio incomprensibile, le uniche parole chiare”soldi"e”scaduta".
    “Ti ho mandato un assegno un mese fa. Non l’hai incassato?"
    Il vecchio aveva fatto un gesto vago con la mano, prima di disinteressarsi della cosa e fissare tutta la sua attenzione in un punto oltre il televisore acceso.
    Paolo si era tolto il cappotto imprecando tra sé. In cucina si accorse subito dei sigilli al contatore del gas. Sentì la rabbia fischiare nelle orecchie, poi richiuse lo sportello.
    “Allora mi rispondi? Che ne hai fatto dei soldi? Come fai senza gas?”
    Il vecchio aveva cominciato a piagnucolare, con un mugolio finto e nessuna lacrima.
    “Cristo Santo. Cristo, Cristo Santo, smettila subito con questa lagna. Piantala cazzo !"
    Quando Paolo era piccolo il padre svettava sopra di lui con un sorriso sempre pronto e la cravatta allentata. Rientrava dal lavoro all’ora di cena e il suo primo gesto in assoluto, prima ancora di togliersi il cappotto o di posare la piccola valigia di pelle, era baciare sulle labbra la moglie che lo aspettava. Paolo ricordava bene la gioia che gli procurava quell’intimità.
    Ora invece sentiva solo una gran rabbia per il vecchio che fingeva di piangere e sputtanava chissà dove i suoi soldi. Sarebbe dovuto toccare a lui, morire.
    “Sono andato al cimitero”
    Quella voce lo sorprese, gli fece venire la pelle d’oca, da quanto gracchiava.
    “Sono andato al cimitero a trovare tua madre"
    “E questo cosa c’entra con la bolletta del gas e il mio assegno?”
    “Sono andato al cimitero a trovarla”
    Il mal di testa di Paolo, a quel punto, era esploso in una bolla pesante.
    “Papà perché ti hanno chiuso il gas? Quando è successo? Come hai fatto a farti da mangiare? E lavarti? Rispondimi per favore. Che cosa hai fatto con i soldi?”
    “Ho fatto delle cose, ho comprato da mangiare”
    “Che cazzo stai dicendo? Li hai spesi tutti al supermercato? Devi avere il frigo strapieno allora, adesso vediamo subito, eh? Che ne dici?"
    Aveva aperto il frigorifero facendo sbattere lo sportello sul muro. Tutti e tre i ripiani erano vuoti, a parte una confezione di grana grattugiato e una bottiglia d’acqua.
    “Oh, ma quante buone cose che hai comprato, papà"
    Il timbro di voce non era quello che avrebbe voluto e l’effetto fu di una frase avvilita. Moscia.
    “A chi hai dato i soldi? A chi hai dato i mille euro che ti ho passato?”
    Paolo in fondo lo sapeva, dove erano finiti i soldi, sia i suoi che quelli della pensione. Lo sapeva prima ancora di scoprire del gas.
    “Devi piantarla, mi hai capito? Non serve a un cazzo, ti stanno solo fregando. Ma non lo capisci? Non c’è niente che puoi fare, non c’è più niente ormai. E’ morta, morta, morta !"
    Il vecchio si era alzato dal divano barcollando fino al tavolino basso, poi aveva preso la foto del matrimonio pulendosi il naso con il dorso della mano. Stava di nuovo piangendo, ma questa volta sul serio.
    “Smettila con questa sceneggiata, smettila, smettila subito! Che cosa credi, di intenerirmi? Sei patetico, stai andando fuori di cervello, sputtani tutti i soldi per quelle due maghe del cazzo. Che cosa credi di fare? Di metterti a parlare con lei da morta perché ti sei dimenticato di farlo quand’era viva? E’ questo papà? Vuoi rimediare ai tuoi errori? Be,’ ti do una notizia: è tardi. E’ tardi ormai, cazzo”
    “Tu non l’hai mai amata come l’amavo io”
    Fu la lucida cattiveria di quella frase a far scattare Paolo, così aveva tirato il cazzotto con tutta la forza che poteva. Suo padre aveva emesso un rantolo, prima di cadere scomposto picchiando l’anca sul tavolino. Per un secondo la speranza era stata quella di averlo ucciso.

    E invece il vecchio non era morto, e ora dormiva pesantemente sul divano in salotto.
    Paolo infilò la mano nella tasca dei jeans e trovò il pacchetto di Marlboro morbide quasi finito.
    Fumava come un pazzo, dall’estate precedente. In fondo pensava che fosse un modo come un altro per obbligarsi a respirare.
    Sua madre si era ammalata alcuni mesi prima di morire. Il tumore aveva avuto un decorso veloce, talmente rapido da spiazzare perfino i medici. Paolo l’aveva vista prosciugarsi da un giorno all’altro, ritorcendosi in sé stessa.
    Non era stata forte. No. Nemmeno un po’. Molto lontana dalle combattenti che si rifiutano di soccombere, sua madre era morta dentro appena le avevano diagnosticato il male, accasciandosi sulla sedia di fronte al primario. Lasciando penzolare verso il pavimento braccia e mani.
    Successe tutto rapidamente. Il ritorno a casa, gli antidolorifici, l’infermiera assunta per cambiarle la flebo, le notti passate al bar o a puttane per non sentirla urlare nel letto.
    Nemmeno una volta aveva cercato di convincerla a farsi operare. Non aveva nemmeno parlato con lei per più di dieci minuti, dal giorno del responso medico fino alla morte.
    Suo padre aveva fatto quasi lo stesso. Ciondolava per casa in preda alla disperazione, bevendo e imprecando, tenendosi alla larga dal letto, dall’infermiera severa e attenta, che li compativa entrambi.
    Eppure l’amavano, tutti e due. L’amavano tantissimo.
    Morì una mattina di luglio, prima di pranzo, dopo una notte in uno stato di semi incoscienza silenziosa, che aveva permesso a lui e a suo padre di dormire. Era chiaro che non avrebbe superato il giorno, ma era una certezza talmente enorme che nessuno ne parlava. Paolo avrebbe voluto tenerle la mano, seduto al suo capezzale, ma gli scivolava in continuazione, inerte e sottile. Morì con un respiro rumoroso e rauco, spalancando gli occhi verso il soffitto, scuotendo la stanza con un risucchio da annegato. Non guardò nessuno. Fissò il lampadario polveroso, e basta.
    L’infermiera le chiuse gli occhi e uscì dalla stanza, lasciandoli lì soli, di fronte al corpo.
    Paolo dopo il funerale se n’era andato da casa, prendendosi una stanza in affitto vicino all’ufficio. Ogni due mesi passava un assegno da mille euro al padre, per mettersi a posto la coscienza e per non sentirsi completamente inutile.
    Di notte sognava il rantolo disumano e la mano secca incapace di trattenere, così quasi sempre si svegliava, fumava e aspettava il giorno per andare a lavorare.
    Suo padre al telefono diventò ogni giorno più strano, più fuori di testa, fino a quando non se ne uscì con la cazzata delle medium. Era convinto che prima o poi sarebbe riuscito a parlare con la moglie, per chiederle scusa.
    Paolo schiacciò il mozzicone nel portacenere in latta.
    Chiederle scusa. E di cosa? Di non essere stato capace di farla morire da essere umano? Di non averla baciata sulle labbra livide nell’ultimo respiro? Era questo l’errore? Non essere stato all’altezza della morte?
    Si passò una mano sulla fronte.
    Il vecchio si riscosse. Spostò la coperta di lana e a fatica si rialzò dal divano. Guardò il figlio negli occhi, poi andò in cucina.
    Prese la bottiglia dal lavello e versò il vino rimasto in un bicchiere sporco lì vicino. Lo bevve in fretta e poi armeggiò nel mobile in cerca di una bottiglia nuova.
    “Tua madre era molto bella il giorno del matrimonio”
    Paolo guardò la foto nella cornice in silver plate. Era bella sul serio, lo era perché quel giorno ancora non stava morendo.
    “Lo so papà. Lo so"
    Il vecchio tolse il tappo in sughero versandosi di nuovo da bere. Preparò due bicchieri, ma ne prese uno solo prima di tornare a sedersi sul divano.
    “Sono andato al cimitero a trovarla", mentì.
    Paolo guardò il bicchiere pieno lasciato sul lavandino. La mano con cui l’aveva colpito era tornata normale e le nocche non bruciavano più. Ora era la gola a dargli fastidio.
    Deglutì ed era secca, piena di sabbia.

     
  • 06 febbraio 2007
    Emidio

    Come comincia: Emidio arrivò a toccare la scarpa con la punta delle dita.

     


    Era accucciato a terra, con il braccio destro infilato a fondo sotto il letto e le ginocchia schiacciate sul pavimento in cotto. La spalla distesa tirava talmente da provocargli una fitta dolorosa e appuntita proprio sotto alla scapola.


    “E dai, dai" le dita incerte sfiorarono di nuovo il cuoio del mocassino, ma niente di più.


    “E dai porca miseria, vieni qua, dai" il mocassino scivolò qualche centimetro più in fondo, spinto dal tremare cronico della mano destra.


    Emidio si distese a terra, con la camicia di cotone bianca e i pantaloni in fresco di lana stirati alla perfezione dalla signora Ebe, quinto piano. Vedova.


    Strizzò gli occhi alla penombra, individuò la scarpa, si allungò ancora di più sotto al letto e non ci arrivò nemmeno vicino. Allentò la tensione alla spalla, riavvicinando la mano al corpo ma rimase lì disteso a guardare il pavimento coperto di polvere.


    “Accidenti che schifo, è proprio sporco qui sotto.”


    La donna che due volte alla settimana puliva tutta casa era una filippina di nome Pilar, ma lui la chiamava Maria perché Pilar proprio non gli sembrava un nome da donna. Lei era silenziosa e minuta, diceva di aver lasciato marito e due figli all’altro capo del mondo, e ogni tanto faceva brevi telefonate commosse, al mattino presto.


    Maria gli piaceva perché parlava poco. Entrava in casa con il suo mazzo di chiavi mentre lui era ancora a letto, e quando la sentiva chiudere la porta e aprire le finestre della cucina prima di preparare il caffè, lui si alzava, si infilava la vestaglia, gli occhiali e le pantofole, poi entrava in cucina che lei era di spalle, intenta ad armeggiare con tazzina e zuccheriera.


    Due volte alla settimana Emidio si concedeva il lusso di aspettare seduto e insonnolito, che gli servisse il caffè. Con il tempo era diventata perfino brava nel farlo.


    Qualche giorno prima l’aveva trovata ferma di fronte alla televisione stranamente accesa, con le mani intrecciate premute sulla bocca. Lui si era fermato sulla porta, inebetito e sorpreso. Il telegiornale delle sette mandava in onda immagini di uomini scuri e piccoli in lacrime, di acqua, fango. Case distrutte.


    Maria aveva occhi sgranati e tondi, mentre il caffè gorgogliava nella moka. Emidio aveva spento il gas e preso una tazzina dallo scolapiatti sopra al lavello.


    “E’ il tuo paese ?" le chiese senza voltarsi. Le mani gli tremavano un po’, ma era normale a quell’ora del giorno.


    “Sì" rispose lei con la sua voce sottile “è la stagione dei monsoni".


    Lui sorseggiò il caffè e la guardò attento. Maria si riscosse e voltò le spalle alla televisione.


    “Il caffè non è bruciato, vero?” gli chiese


    “No, va bene. Hai chiamato a casa? Hai notizie, stanno bene ?”


    “Non c’è linea per telefono, ancora non sappiamo niente"


    Si era ritrovato senza nulla da dire. Lei aveva spento la televisione, prima di sparire in camera da letto con lo straccio per spolverare.


    La volta dopo aveva una faccia tirata e magra. Emidio nel frattempo aveva saputo dalla signora del quinto piano che la madre di Maria era morta nel fango, così le aveva fatto trovare un biglietto di condoglianze scritto a mano, listato a lutto sull’angolo destro della busta. Lei lo aveva letto lentamente, scandendo le parole con le labbra mute, prima di infilarlo nella tasca del grembiule.


    Emidio guardò tutta quella polvere sotto al letto e si chiese se risalisse ancora al giorno dell’inondazione, al giorno del lutto di Maria. Pensò al modo giusto per fargli notare quella mancanza, ma non trovò niente che non sembrasse un ordine e lasciò perdere.


    Di recuperare il mocassino in quel modo non c’era proprio verso. Per cui fece forza con le braccia magre tentando di risollevarsi. Fu più difficile del previsto, ma alla fine si ritrovò ansante e in ginocchio, con una mano sul bordo del letto e strisce di polvere sulla manica stropicciata.


    “Sono vecchio" pensò “così vecchio da rischiare l’infarto per una scarpa”.

     
  • 24 gennaio 2007
    Origami

    Come comincia: Il giardino sabbioso era ornato da linee lunghe e sinuose; da sassi calcarei bianchi.
    L’uomo indossava un completo grigio scuro con gli orli svolazzanti dei pantaloni e della giacca.
    La donna era seduta poco distante, sulla panchina in marmo rosa, vicino allo stagno con i giochi d’acqua e le pagode. Teneva le mani in grembo, appoggiate stanche alla gonna in cotone azzurro, lisciata bene sulle ginocchia magre.
    Le linee disegnavano onde e ritorni, in una risacca asciutta.
    “E’ un bel giardino” mormorò tra sé.
    “Sì” rispose l’uomo a un sasso bianco.
    “Mi manchi”
    “E’ normale, credo”
    Si voltò, un bambino in bicicletta lo schivò per un pelo e abbozzò un piccolo inchino tra il collo e le spalle. Lui non ci fece caso.
    “Andiamo?” le disse da lì, dal bordo del giardino.
    “Come preferisci, se vuoi rimanere per me va bene” ma tanto si era già alzata.
    Sul parabrezza della macchina, sotto allo spazzolino, trovarono la pubblicità di un ristorante take away. La donna lo prese e lo lesse con attenzione, mentre lui si accese l’ennesima sigaretta senza filtro della mattina.
    “Fanno anche cucina vegetariana, sembra aperto da poco. È qui vicino, prima della superstrada” gli disse.
    “Hai fame ?”
    “Non molta. Vuoi andare?”
    “Magari un’altra volta, anche io non ho fame adesso”
    “Non torneremo più qui”
    “Tu tienilo, non si sa mai”
    In macchina faceva caldo. Aprirono i finestrini e si persero nel silenzio.
    Lei aveva piegato il volantino prima di metterlo in borsa. Pensava che sarebbe stato bello anche non mangiare, in quel take away. Tutto, pur di non tornare a casa.
    L’uomo fumava distratto e aveva un bel profilo. Lei pescò il foglio dalla borsa e lo distese sulle ginocchia. Lo piegò in due in un triangolo, poi strappò un lembo lungo e ricavò un quadrato perfetto. Lui non disse niente, ma accese la radio.
    La donna con movimenti precisi piegò ancora su sé stesso quello che rimaneva del foglio. Alla fine tirò piano due piccole punte e le schiacciò con i polpastrelli.
    L’airone era venuto bene, nonostante la carta lucida e un po’ spessa.
    “E’ carino” disse lui.
    “E’ inutile” rispose la donna.
    Appoggiò l’origami sul cruscotto, poi si passò una mano sulla fronte.
    “Sono stanca”
    “Perché non dormi un po’? Manca ancora molto prima di arrivare”
    “Sì credo che lo farò. Chiamami se vuoi il cambio”
    “Non ti preoccupare. Potrei guidare per sempre, lo sai”
    “Lo so. Ma poi non lo fai mai”
    “Che cosa ?”
    “Niente, sono stanca.”
    Si appoggiò scomposta alla portiera. Lui prese l’airone. Lo strinse nella mano destra e lo tenne lì per un po’, nel palmo sudato.
    “Mi dispiace” sussurrò.
    “Lo so” rispose lei, il capo reclinato, lo sguardo perso sui campi. L’uomo deglutì male. Sentì in bocca il sapore marcio delle sigarette.
    Lei pianse qualche minuto, poi si addormentò. L’uomo lasciò cadere l’airone fuori dal finestrino.
    Dallo specchietto lo vide, accartocciato sull’asfalto, tornare ad essere solo un pezzo di carta.