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Autore

Nando Farro

in archivio dal 12 mag 2006

03 agosto 1979, Salerno

mi descrivo così:
Odio descrivermi.

29 maggio 2006

Home sweet home

Intro: Una storia surreale, condita di cinismo e ironia tagliente. La beata incoscienza del protagonista ha il sapore di una vendetta consumata contro tutti. O contro se stesso?

Il racconto

Questa è la mia casa, forse potrebbe piacervi, o forse anche farvi inorridire. Dipende dal grado di lettura al quale arrivate, dipende dalla circonferenza media delle vostre narici, dalla sensibilità del vostro udito e del vostro olfatto. Questa casa non è tutta uguale. Ci sono stanze dove ogni cosa è al suo posto, perfettamente in ordine, lucidate e spazzate quasi una volta al giorno. Ci sono stanze dove gli orologi sono fermi su un’ora passata da diversi anni e la polvere si è depositata in silenzio e i pupazzi hanno gli sguardi spenti di chi sa di aver fallito la propria missione, ma non ne ha mai avuto la piena percezione. Qui mangio, dormo, cago, piscio, suono, scrivo, prendo appuntamenti, e faccio molte altre cose. Ma, e voglio che questo sia chiaro, nessuna di queste cose è sostanziale. Cosa intendete voi per sostanziale? Ve lo chiedo. Pensateci su e magari potrete rispondermi inviandomi un’email o una cartolina. Il mio indirizzo presto sarà su tutti i giornali. Promesso.

 

Ho aperto gli occhi ed era tutto bianco. Il soffitto bianco, bianche le pareti, bianchi i tubicini che mi entravano nelle vene, bianco il liquido contenuto nei tubicini. Mi sembrava di essere sotto una gigantesca cappa di sperma solidificato. Magari qualcuno di nascosto aveva raccolto il mio ogni volta che mi ero fatto una sega. Oh, la mia solita mania delle congiure improbabili e dei complotti di stato e del potere che ci controlla. Ne sfornavo milioni ogni giorno, di queste teorie fantapolitiche. Il mondo era popolato di gente che ti controllava quando pisciavi, facevi sesso, mangiavi un panino o andavi dal dentista. La domanda ora era: cosa ci faccio qui? Cosa sono questi tubicini che entrano nel mio corpo? E chi gli ha dato il permesso? E perché sento prurito dappertutto? Lo chiedevo alla volta di sperma bianco. Il bianco è il colore degli angeli, ma loro non rispondono mai. Poi entrò mia madre. Poi mio padre. Piangevano. Gli dissi che non ero stato io a dimenticare di chiudere la macchina in garage, che non era del tutto colpa mia se ero un fallito, che se da piccolo avevo telefonato a una chat line erotica era stato solo perché ero troppo intelligente e sapevo consultare il televideo. Poveretto. Poveretto. Delira. Delira. E’ fuori pericolo vero? E’ fuori pericolo vero? Una voce fuori campo rispondeva a queste domande ma non riuscivo a capire cosa dicesse. Ma la domanda ‘è fuori pericolo?’ era quantomeno idiota. Siamo sempre in pericolo se siamo in alto mare su una zattera circondati da un branco di squali. Mi dissero che mi ero dato fuoco. E che ora la mia pelle non esisteva più. Ero un fascio di nervi e muscoli bruciacchiati. Una bistecca al sangue. Avevo sempre adorato le bistecche al sangue. Chi di voi nella vita non ha mai tentato di essere ciò che adora? Non alzate le mani tanto non serve, dalla posizione in cui sono vedo solo la cappa di sperma bianco. A tutte le infermiere chiedevo: ti piacciono le bistecche al sangue? E se loro annuivano gli dicevo: ok, scopiamo? Ma non capivano, e sulla cartella clinica continuavano ad annotare tra i sintomi della degenza la parola ‘delirio’. Capii che dovevo smetterla o non sarei più uscito di lì. Uscire. Ma per fare cosa? Il testimonial di una nota ditta di bistecche surgelate magari, era un’idea. Mi sentivo quasi rincuorato ora. Finalmente avevo un futuro concreto davanti. Concreto anche se bizzarro. Concreto e bizzarro. Si può chiedere di più dalla vita? Le bende venivano a cambiarmele almeno due volte al giorno e con la coda dell’occhio riuscivo a vedere i miei arti rossastri coperti di ematomi e sentivo il puzzo di carne bruciata. Se ero davvero riuscito a combinare tutto quel casino da solo ero davvero un eroe e il governo avrebbe dovuto darmi una medaglia al valore. Anzi al plusvalore. Non relativo ma assoluto. I miei continuavano ad entrare ed uscire dall’ospedale e io continuavo a pensare: teste di cazzo, quando uscirò serviranno bende, medicine, un letto speciale per le piaghe da decubito, magari persino una persona che mi stia accanto 24h su 24. Al posto di venire a perdere tempo qua, andate a lavorare cazzo. Altrimenti tutte queste spese come le pagate eh? Li avevo messi in un pasticcio più grande di loro e mi sentivo davvero felice e in pace con il mondo.

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