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Autore

Nando Farro

in archivio dal 12 mag 2006

03 agosto 1979, Salerno

mi descrivo così:
Odio descrivermi.

28 giugno 2006

Le dimensioni parallele

Intro: Il linguaggio sembra quasi un groviglio di parole, un ibrido tra espressioni scientifiche e il modo di esprimersi dei giovani, che spesso, per la frenesia di voler narrare le proprie esperienze, diventa una confusione di vocaboli,come nel caso del nostro autore. Uno stile tutto particolare, da interpretare e assaporare.

Il racconto

A fregarci davvero sono le dimensioni parallele. Quella roba che nella fantascienza deriva dal fatto che l’energia è uguale alla massa per il quadrato della velocità della luce e che dà luogo a strane fratture spazio-tempo, crea gomitoli nell’universo e sacche di vuoto cosmico. Ma questa non è fantascienza, è solo una lunga sequenza di giornate sfilacciate e inumidite, in cui giochiamo a logorarci in maniera insistente. Come dei bambini che si buttano addosso gocce di acido per farsi i dispetti. E ogni giorno perdiamo un lembo di pelle, che poi sostituiamo con uno strano tessuto plastico a vostra scelta. Per questo la plastica è il futuro no? La scienza che trionfa in una guerra contro nessuno che si è auto creata per soddisfare il proprio delirio di onnipotenza. Una guerra alla quale la natura è totalmente estranea. Una guerra che, se la natura non fosse così pigra e lenta nell’infastidirsi di queste formiche che gli camminano sul collo, sarebbe già cessata da tempo. Ma torniamo indietro. Alle dimensioni parallele. Io ho ucciso una persona. Ma non l’ho uccisa. Io voglio bene a una persona. Ma mi diverto a infilargli gli spilli di nascosto sotto il cuscino. Io odio una persona. Ma non posso fare a meno di abbracciarla quando la vedo. Io considero una certa persona idiota e inaffidabile. Ma un’amicizia non si rifiuta a nessuno ormai. Nei limiti della correttezza e del buon gusto. Perché ormai un po’ tutti sono convinti che la vita debba per forza essere corretta. Che per i poli estremi non ci sia posto e che tutto debba viaggiare sui binari destri e sinistri che delimitano il campo del rispetto. Io penso che puoi addestrare una belva feroce. Una tigre, una lince, un puma, quello che vi pare. Puoi conviverci per anni. Poi da un momento all’altro puoi perdere un arto. Salta un braccio, una gamba, metà del viso. Può capitare, è una questione di scorrettezza. E non vuol dire che la bestiolina non vi voglia bene. Solo che ha fame. E io ora sono stanco di tenere tra le mani questo gomitolo consunto con cui nemmeno il mio gatto vuole giocare. Sono stanco di questo clima da film giallo in cui devi sempre scoprire. Scoprire. Investigare. Scoprire. Chi sei tu. Chi sono io. Chi è il colpevole. Chi è l’assassino. Chi ha fatto cosa, quando e con quali modalità. Stanco di assaggiare prima di mangiare per evitare l’intossicazione. Di essere vagliato, ispezionato, impacchettato in una dimensione. Poi un bel timbro: conforme alla norma. In tutto questo c’entra una cosa banale. La bugia. Le bugie. Che ormai vanno per fatti loro. Sono diventati atomi nell’atmosfera, si ionizzano, si attraggono, si respingono, si combinano e formano macromolecole che inaliamo e rigettiamo sul primo che capita. Si interpongono tra chiunque e noi permettiamo di buon grado tutto ciò. Perché la trasparenza fa paura un po’ a tutti credo. Perché è troppo semplice, e la gente per sopravvivere ha bisogno di gettarsi a capofitto nelle cose complicate e inestricabili. Sindromi e complessi, li chiamano gli psicologi. Ce ne sono a milioni, creati in larga parte dalle nuove macromolecole dell’aria. Di molte di queste cose complicate non ne verremo mai a capo ma il fatto di esserci dentro ci dà una sensazione di importanza. Raggirare gli altri dà un brivido piacevole spesso e volentieri, suvvia. Non siamo ipocriti almeno in questo.

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