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Autore

Narcisa Trapani

in archivio dal 02 mar 2007

04 agosto 1961, Barcellona

mi descrivo così:
Libera da condizionamenti ma prigioniera dei tempi, dipingo con le parole e i colori sulla tela ciò che dà emozione.

14 marzo 2007

Viaggio andata e ritorno

Intro: Un terribile viaggio colmo di speranze si trasforma in un incubo. La sconfitte che ne deriva è difficile da mangiar giù, specie per uno spirito coraggioso e altruista.

Il racconto

Mare, solo mare, mi circondava, lo vedevo invadere i piccoli oblò della fetida stiva occupata da corpi sconosciuti, spiata da occhi impauriti, resa crudele da bambini immobili con lo sguardo allucinato.

 


Nessuno che conoscessi; la notte che misi piede su quella carretta sentivo uno strano presentimento, le mie enormi speranze sembravano essersi smorzate.


- Non andare - Aveva detto mia madre piangendo, in braccio due dei miei fratelli, in tutto ne avevo cinque, il più grande ero io, avevo diciannove anni, mio padre lo avevano portato via qualche mese prima… sapevo che non sarebbe tornato…


- Devi avere fiducia, così non si vive, la miseria e la guerra ci stanno spazzando via, io riuscirò a mandarvi quanto basta per vivere con dignità perché spetta a me mantenere la famiglia, ma qui non si può, devo andare, credimi ce la farò, in Europa c’è democrazia, ricchezza, lavoro, pace…


Così dicendo mi facevo forza poiché avevo speso tutto per quel viaggio, mi guidava la disperazione, la visione della miseria più nera, il niente del futuro.


Quel gruppo di umanità dimenticata da ogni altro uomo o da qualsiasi Dio, non volevo pensarlo ma provavo risentimento per ciò che non mi permetteva di rimanere con i piedi sulla mia terra; avevo racimolato quei duemila dollari con la fatica più cattiva  per realizzare il mio grande sogno, il sogno di un ragazzo dall’animo vivo e forte pronto a qualsiasi orizzonte mi si fosse presentato, tutto sarebbe stato migliore della povertà profonda in cui la mia famiglia versava.


Quando partii li avevo tutti davanti, non sorridevano, parlavano con occhi assenti, forse volevano dirmi che ero la loro ultima speranza.


La carretta andava lenta, non era quello che avevo immaginato prima di partire, non capivo dove ci trovassimo, avevo addosso settimane di stordimento nella stiva, forse stavamo per arrivare da qualche parte, si udivano suoni e voci confuse, qualcuno era morto durante il viaggio, il sogno cominciava ad essere un incubo.


Il mare era grosso e scuro, non si scorgeva nulla, udii un rumore agghiacciante, forse uno scoglio, la carretta  si era squarciata, afferrai qualcosa che sembrava galleggiare e con tutte le mie forze cercai di resistere, le onde mi carpivano, rivedevo i volti di mia madre e dei miei fratelli, dovevo farcela ad ogni costo, più della morte, ma persi i sensi e mi arresi davanti ad una sorte nemica e mi lasciai trascinare…


Una piccola spiaggia mi afferrò tramortito, socchiusi gli occhi e muovendo piano le braccia, capii che ero vivo, più in là qualche corpo immobile.


Uomini in divisa mi si avvicinarono urlando


- Questo è vivo!


Parlavano e non capivo:


- Hanno sputato sangue, non sappiamo quanti uomini fossero sulla carretta, forse duecento, stipati come animali…


Il lettino dell’ospedale mi sembrava fosse quello di un principe, avevo mangiato e bevuto, ero salvo, mi tornarono le speranze ma avevo nella mente l’inferno di quella notte; avrei cercato di dimenticare perché in ogni caso potevo compiere la mia missione.


- Come ti chiami, da dove vieni…


L’uomo in divisa non sembrava avesse cattive intenzioni, aveva il viso segnato da qualche ruga dovuta all’età e non all’espressione.


Dissi il mio nome e il mio paese di provenienza, non capivo che qualche parola.


- Hai documenti? Perché sei venuto in Italia?


Così ero in Italia, avevo raggiunto la meta ma i documenti erano finiti in mare, dunque avevo solo me stesso.


- No documenti… lavoro - dissi piano.


L’uomo fece una smorfia di pietà e continuò:


- Senza documenti, senza lavoro, niente Italia… niente di niente


- Io trovo lavoro… - affermai con forza


-Niente lavoro, dovevi cercarlo prima di partire - così dicendo l’uomo girò lo sguardo quasi per vergogna, come per dire che non dipendeva da lui.


- Io… ora lavoro… - e la mia voce si fece fioca, sommessa.


- Niente documenti, niente lavoro, torni al tuo paese… - si alzò e andò via farfugliando qualcosa di incomprensibile.


Allora capii ogni cosa, le mie speranze erano morte per sempre, tutti i miei soldi finiti per quel maledetto viaggio, era finita, finita. Piansi di dolore e di rabbia, mi dimenai, mi colpii la testa con i pugni, poi mi addormentai.


La nave che mi riportava alla miseria non era fetida, il mare era meno minaccioso, il mio cuore svuotato, gli occhi affamati dei miei fratelli grandi come il cielo… il volto di mia madre aveva preso le sembianze di tutte le vite aggrappate al vento del mondo.

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