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Poesie di Nello Vittorio Maruca

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  • 06 aprile 2012 alle ore 0:08
    LI

    Mettiamo lesto ogni cosa a suo posto
    per dar domani piglio alla fatica
    ch’esser solerti molto magnifica
    l’opera di chi fa bene e anco presto.

    Vivere nel campo, figlio, è l’opposto
    di soggiornare  nella casa antica
    tra tanti conoscenti e gent’amica
    e grida di bimbo e frignare mesto.

    Di tutto quello,qui, nulla più avremo,
    compagno solo il cinguettio d’uccello
    e lo frinire di  cical  terremo.

    Il tavolo sta meglio all’altro lato,
    distante da cucina e da lavello
    meno lo spazio che viene occupato.

  • 25 marzo 2012 alle ore 22:04
    L'Abisso

    In vetta mi restavo all’alto monte
    dalle pareti lisce,strapiombate
    e tutt’intorno v’era un fosso nero
    per quanto che potea vista mirare.
    Solo mi stavo lì,senza speranza
    tremante per lo freddo e di paura;
    membra anchilosate,solo tormento,
    il corpo mal reggevano le gambe,
    la vista si spegneva lentamente.
    Il cuore, di vita, nel petto dava
    segno per forte e veloce pulsare.
    Tremante,stordito,impaurito per tempo
    restai quando, qual fulmine,aprironsi
    le porte del cervello e dolce, soave
    di luce luminosa a braccia aperte
    avvolte dal Divino, azzurro Manto
    la Celeste Maria m’appar di fronte.
    In abbraccio mi stringe dolce e caldo
    e mi porta per lo sereno cielo,
    a braccia aperte a mò di rondinella
    oltre l’abisso periglioso e nero
    su spianato ,odoroso,erboso prato.
    Guardo, non è più .Nel nulla è dissolta.
    ed io all’alto Cielo volto lo guardo
    per scampato periglio e serenità
    che avevo, così , pregai: Veneranda
    Madre!O Divina!. Un respiro vicino:
    Era mia moglie:Tutto fu un sogno.

  • 19 marzo 2012 alle ore 21:39
    CLXXVI

    A riandare pel suo cammino presto
    ricomincia e tregua più non abbonda
    che per mesi ci ha lasciato a l’onda
    e or rivuole quanto dato a impresto.

    Mai sconta Scuola: tutto vuole e lesto
    così, com’essa di sapienza abbonda
    e mente tutta quanta ne inonda
    meramente, così, rivuole e tosto.

    Spingere mi devo in contrada tosca
    per sfruttare lo tempo che mi resta
    e sia serenità per cuore e testa.

    Voglia il buon Dio che non sia sol esca
    e possa speranza ire a lieto fine
    inversamente qual sarà mia fine?

  • 19 marzo 2012 alle ore 21:13
    CLXXV

    Io non capisco, Signore, se veglio
    o dormo poiché la mente caduta
    è in garbuglio e solamente imbevuta
    è di scompiglio e non confà al meglio

    e manco al peggio, tal è lo tafferuglio
    che prima ch’idea nasca è già sperduta
    e qualsivoglia veduta è decaduta
    ché in cervello impastato è intruglio.

    Perché si esca da cotanto imbroglio
    convien che ci fermiamo a dar di piglio
    a snocciolar  gl’ affari uno per uno.

    Dapprima è mente a liberar d’incaglio,
    cui core la costringe ad attanaglio,
    non dando d’apertura  segn’alcuno.

  • 15 marzo 2012 alle ore 22:54
    CLXXI

    E’tempo  mamma, che ritorni in cerca
    della ragazza che m’ha preso il cuore,
    ricominciar conviene dalle suore
    della pieve  sul poggio della Merca

    M’acquatto a stesso posto, accanto all’arca, 
    m’associo alle preghiere con ardore
    sperando che apra  porte mio Signore
    sapendo  braccia più non reggon barca.

    Sono allo stremo, ormai, delle mie forze
    perciò Provvidenza che parmi accosta
    cheti ora mia ansia  e mi doni sosta.

    molt’alta , capisco , è  la mia posta
    ma  tante ho avuto già di grandi sferze
    che testa sta a cuore a parte opposta.

  • 12 marzo 2012 alle ore 23:15
    CLXXX

    Se di tremore tutto quanto movo
    veloce incuneasi  palpitio in core
    e fronte è bagna di freddo sudore
    e grande fobia in alma mi ritrovo.

    Ancora più  intenso  bruciore provo
    che serpeggiando avvolge dentro e fore
    mentre le tempie scoppian di dolore
    gambe e ginocchia, pure, a stento movo.

    Tutto quanto lo corpo ora è fremente
    che d’improvviso s’ è febbricitante
    tanto che vista perdo e conoscenza.

    Nessun conforto vien dalle prestanze
    di mani  di delicate movenze
    che oprano a ridarmi persa coscienza.

  • 07 marzo 2012 alle ore 16:32
    Il Benessere

    Quando l’essere umano cullato
    è del benessere non tien nemico
    che lo sprezza o ingiuria.Tutti parenti,
    tutti cortesi amici, e ognun s’affretta
    a tessere artificioso plauso.
    Chissisia lo tratta da grande signore
    ancor più se fosse principe o duca.
    Largo si fanno insigniti e codardi
    per rimanere accosti a sua signoria.
    Se coincidenza vuole che  fortuna
    allenti stretta della sua cintura
    allora perde quell’uomo amori,
    grazie ed onori e tutti quei parenti,
    amici e serventi non uno ne rimane
    a lui vicino chè veloci si squagliano,
    volan via, e non più saluti, inchini
    e reverenze, ma maldicenza, perfidia
    e molta spregiudicata irriverenza.

  • 07 marzo 2012 alle ore 16:28
    Il Compleanno

    Questa sera un po’ depresso
    resto  al bordo del mio letto,
    sono incerto sul da fare:
    Dormire o qualcosa ideare?
    Ora il pendolo s’è desto
    e  rintocca mezzanotte.
    La mia sposa è già dormiente,
    io mi stendo  lentamente.
    Poi mi alzo, pian pianino,
    per lasciar tranquillo il nido,
    al mio tavolo m’accosto
    e comincio con far lesto
    la stesura di quest’inno
    pel vegliardo novantenne.

    Zio Gustavo uomo retto
    dal suo fare quasi perfetto
    ha saputo col suo stile
    superare il tempo ostile.
    Nel decorso di sua vita
    ha sofferto ed ha patito
    ma ha saputo degnamente
    frenare cuore e mente.
    Tempo, oggi, dell’avvento
    captato ha l’evento
    radunando al suo cospetto
    tutti  quelli ch’à nel petto.

    E con stima e con amore
    dal profondo d’ogni cuore
    noi porgiamo l’augurio
    in questo giorno di tripudio.

  • 16 febbraio 2012 alle ore 21:35
    VIII

    In questa classe siam sedici alunni 
    Nove siam maschi,sette sono donne
    quattro i compagni dei passat’anni
    un solo maschio e tre hanno le gonne.

    Elsa,Lucia e Caterina Lo Munni
    detta,per sue rime, poetessa “Erinne”
    l’uomo , caro compagno,Cucco Gianni.
    Questa la prima B del liceo Aronne.

    Uom’elegante da fattezze basse,
    sosta tra i banchi e dice sorridente:
    Sono lo professore Carlo Alasse

    insegnante  lettere in questa classe,
    al vostro fianco sarò stabilmente
    io sarò ruota e voi sarete l’asse.

  • 06 gennaio 2012 alle ore 20:01
    cxiv

    Il meglio dei mesi è l’agostano
    ch’altro tempo dell’anno non uguaglia
    che Santo Rocco nella fitta maglia
    tutti e trentuno stretti tiene in mano.

    Il primo dì comincia il gran baccano
    che gente d’ogni loco a noi convoglia
    e di persone e cose è parapiglia
    chè scampanate portan da lontano.

    Nessuno del villaggio penserebbe
    starsene lontano volutamente
    ch’anzi chi per bisogno distante sta

    a Santo Rocco mai torto farebbe
    di starsene partito, ancor costà
    ch’allor l’alma sarebbe penitente.

  • 28 dicembre 2011 alle ore 23:55
    La Gioventù

    Come il tempo che va e lesto fluisce,
    come  fiume che in mar presto finisce,
    com’erba che nasce e tosto appassisce,
    come  pianta di rosa che fiorisce
    e in vita poco resta , indi perisce,
    così è la gioventù: Presto svanisce.

  • 18 ottobre 2011 alle ore 17:00
    Natività

    Dal chiarore delle stelle , nella notte fredda e buia
    nel fetore della stalla s’è calato il Redentore.
    adagiato sul giaciglio, ricoperto fu di paglia
    chè quell’era il focolare attizzato dal respiro
    di quegl’esseri viventi che al peccato erano
    assenti. Gli era accanto, un pò tremante per
    stanchezza e di paura, quella Donna mesta e pia
    che più avanti prende il nome di Santissima Maria.
    Cereo il volto, stanchi gli arti per cammin di lunga
    via, aggravata dal gran parto, mal reggevano i suoi
    occhi ma l’evento era sì grande che le pene poco
    sentia.Ad un lato, inginocchiato, era in umile
    preghiera quel brav’uomo falegname che d’averi
    superava un qualunque alto reame. Era fredda
    quella notte, era neve a fiocchi a fiocchi, v’era
    turbinio di vento,era buio tutt’intorno.S’aspettava
    il nuovo giorno. Una stella rilucente si partì
    dall’Oriente rischiarando dal gran buio il cammino
    ai viandanti ch’erano i tre grandi re magi.Da dimora
    dei lor luoghi carchi ivano d’omaggi alla grotta
    di Betlemme onde rendere ovazione d’ogni cosa
    al Creatore che pur piccolo com’era l’universo
    gli soggiaceva. Cielo e terra, mari e laghi, acqua
    e vento, monti e piani, neve e nebbia, sole e stelle,
    luna e buio, grandine e gelo tutto quanto gl’apparteneva.
    Tutto suo era il creato ma, poi, l’uomo vile e ingrato
    Tutto quanto gli ha negato.Solo il bue e l’asinello
    Con Giuseppe e con Maria i re Magi e l’Angioletto
    Gli rimasero vicino mentre Erode già pensava
    Come farlo eliminare.
    Dai re Magi s’aspettava di sapere ove cercare
    Ma dal cielo appare un Angelo ch’altra strada
    Fa lor fare. Ampie ali, vesti bianche dalla Reggia
    Del Divino con un tuffo s’avvicina a Giuseppe
    Che dormiva Messaggero, che il Buon Dio giù spedito
    Avea al Messia e, accosto all’orecchio gli sussurra:
    Presto, presto per il ben del Pargoletto svelto, giù,salta
    Dal letto, corri via con Gesù e la Santissima Maria.
    Questo è loco non adatto, questo è loco di misfatto.
    La Santissima Maria pur se stanca non dormia ,indi,
    stretto tiene in braccio il Figliolo benedetto. Quindi
    al bue dolce e buono danno in testa una carezza
    e in fretta dalla stalla menano fuora l’asinello
    e la Donna benedetta, la Santissima Maria, stretto
    in braccio il Bambinello, si sistema sulla sella
    del docile asinello e, intraprendono il cammino
    per il loro nuovo destino.

  • 03 ottobre 2011 alle ore 15:11
    LXXVI

    Quest’ora a disposizione pel latino
    L’omaggerei a Lucrezio e Catullo,
    dell’uno la poesia e del mondo il crollo
    dell’altro Opere, i Carmi e lor declino.

    Districare non  si può in un mattino;
    tali son menti  d’altissimo livello
    perciò  gravoso è  loro  fardello
    e recepire puossi piano pianino.

    Nessuno sogni essere impreparato,
    quel che fin qui ho detto va risaputo
    e nel contesto essere migliorato.

    La strada in attesa è in agguato,
    quidi l'oggetto sia ampio e compiuto
    e senz'uscire mai dal seminato.

  • 03 ottobre 2011 alle ore 15:05
    LXXV

    In un clima  disteso quant’austero
    susseguonsi incessanti le lezioni,
    concordi dei docenti le intenzioni
    ad inculcare il massimo pensiero.

    Una voce in aula per orario intero
    induce più le menti in propulsioni
    che pure pare, a volte, costrizioni
    accentuando inverso stesso sentiero.

    Si dice di Machiavelli e Ariosto,
    di Tasso biografia , l' opere eccelse
    e inserendo  Galilei al giusto posto.

    Arcadio e Metastasio, vita e morte,
    Parini, Alfieri e quanto a lor  valse
    trovarsi a propalare in una corte.

  • 03 ottobre 2011 alle ore 15:02
    LXXIV

    Due giorni son trascorsi in congettura,
    ora comincia di  già  la  lezione;
    sarebbe dannoso darci a conversazione
    che già si è al terzo giorno d’apertura.

    Tutti i docenti son  d’alta statura
    Formati  in speciali centri di selezione,
    aperti  sono  a  ogni  spiegazione
    e danno certezza d’istillar cultura.

    Quattro, quest’oggi, le ore di lezione:
    Italiano,  storia,  greco  e  latino;
    domani avremo,invece, orario pieno.

    Ogni  lezione sarà  dissertazione
    Chè non conseguirete  un diplomino
    Ma prova d’eccellenza avrete appieno.

    A parlare è il magnifico Austino
    Professore  di greco  e di latino.

  • 19 settembre 2011 alle ore 15:24
    Le Sviate

    Iddio che pure incalcolabile
    È l’ingegno dapprima tendere volle,
    per amore e immensa Sua bontà
    l’orecchio al solitario Adamo
    e gli affiancò,perciò, donna vitale
    che buona fu dapprima ma presto
    l’istinto malvagio la sedusse.
    Mangia la mela:incoraggiò il compagno
    Che del Paradiso diverremo regnanti.
    Fu la fine, il peccato entrò nella
    Umana carne e il degrado avanzò
    Di giorno in giorno.La donna che essere
    Devota e fedele al suo loco,
    al suo uomo, al focolare doveva
    perchè di pudore pervasa e scorno
    teneva a mostrare caviglia, or tante
    hanno smarrito il filo dell’intelletto
    e dalla dritta via si son distolte
    e vivono in tormento se le natiche
    non danno in pasto all’altrui sguardo.
    Oggi tempo di scialacquio e d’abbondanza
    Perso hanno l’erubescenza e la decenza
    E di spirito vivono nell’indigenza .
    Se sagge, queste tante,divenissero
    Bene sarebbe per loro e l’umanità
    N’avrebbe frutto.Alle altre sagge,
    fedeli e rispettose dell’altrui e loro
    dignità potrebbero affiancarsi
    e divenire rispettate e rispettabili
    padrone di loro casa e focolare.

  • 19 settembre 2011 alle ore 15:10
    L'Augurio

    Per quanto la vita è dono divino
    Pur tuttavia cosparsa è di periglio,
    trova nel corso guai e scompiglio
    e spesso è trafitta da pungente spino.

    Colpa spesso del crudel destino,
    A volte anche per umano sbaglio
    che non capisce quando dare taglio
    E spesso la linea varca del confino.

    Non sia la bellezza, indi, d’affanno
    Né la sincerità mai sia d’inciampo
    E non sia di vita il percorso invano.

    Sia la sincerità immenso campo
    Ove esistenza scorra sempre a piano
    E la bellezza non ti sia d’inganno

    Quest’oggi per volere del Somm’Iddio
    Varchi la soglia degl’anni diciotto,
    l’augurio che ti fò: Varca i centotto
    in salute,pace e nel timor di Dio

    Godi l’amore e il patern’affetto
    E al bisogno sii al materno petto,
    allato l’amore dei vetusti nonni
    senza sdegnare quello dei bisnonni.

    Sii serena nei pur certi affanni
    E nei travagli che la vita dona
    Ch’essa,giammai, a nessun condona
    Pene, sospiri e puranco inganni.

  • 18 settembre 2011 alle ore 12:11
    I Capi

    Del giorno che del mio lavoro fu la dimora
    cinque di dirigenti in questa Scuola sono finora;
    di ognuno, qui, dappresso do corta descrizione:
    Comincio a dir di loro in ordine d’inversione
    onde mia mente al mentre che s’avanza
    torna a ritroso e di tutti ricorda loro usanza

    D’Angelo ha nome chi d’essa ora dirige tutto cosa.
    Dal volto a volte truce dall’espressione irosa,
    scostante si dimostra si chiude dentro al guscio,
    rabbiosa dà l’avanti a chi s’accosta all’uscio
    Questo il di fuori di Colei che dico;
    dentro è tutt’altro,morbida è come fico.

    Col malcelato trucco che mostrasi all’altrui Ella
    Se stessa inganna giacchè quel volto truce,
    ch’è simile alla rosa, accentua ancor la luce
    dell’anima che alberga e che il truce svella.
    Peccato! Il suo mandato è quasi terminato;
    chissà chi arriverà da prossimo inviato.

    Trovi Lei, che da noi si squaglia,
    gente che noi in tutto uguaglia.

    Del precedente ,ora, non fo parola
    Perché la mente mia altrove vola.

    Del loco, pure un altro, fu dirigente esperto;
    strenuo lavoratore, se stesso ha sempre offerto.
    Fu buon docente,uomo di gran valore,
    culto ebbe dell’onore, della bontà e amore.
    Di dignità fu intriso, a niuno mai fu inviso.
    Le regole latine, accompagnate a schiaffi,dava col sorriso.
    Dagli altri suoi colleghi un neo lo distingueva:
    Dalla rampa che si saliva, da essa si scendeva.

    Non meno degno del suo successore
    Fu, pria, la volta di latino e greco noto Professore;
    nobile uomo, non per feudi di sovrani
    privilegi né per illustre casato d’avi lontani
    ma per bontà d’animo che senza alcun fine
    fu dell’altrui bisogno sempre incline.
    Dei più, da tempo, ha ormai raggiunto il loco
    Intorno a sé vuoto lasciando,assai e non poco.

    Dell’ultimo di conta alla rovescia,
    Che primo fu in ordine di marcia,
    dire non posso di quando fu a cavallo
    giacchè il cervello mio non dà l’avallo.
    Anch’egli riposa all’ombra dei cipressi,
    spero ottenuto abbia i desideri espressi.

  • 28 agosto 2011 alle ore 15:22
    Il Fiore

    Mese mariano di bei fior’ornato
    che pei profumi resta invidiato
    e tutto quanto in se è generato
    e dal letargo ogn’essere è svegliato.

    Mese di amore, mese di speranza
    ch’ogn’anno rinnova vecchia usanza
    di ridonare al sole risplendenza
    a seguito d’inverno di doglianza.

    L’animo mio quest’anno ha spalancato
    chè dolce fiore un dì l’ha visitato
    e di tutto l’odor suo ha inebriato
    così lo core mio ver se ha portato.

    Candore, quel fiore, tiene di bianco giglio,
    l’odore è di viola e fior di tiglio,
    riesce, per amore, dare scompiglio
    lungi di cattiveria e di periglio .

    La bianca sua manina ho carezzato,
    un bacio sulla guancia m’ha donato,
    la sua dolcezza il cuore mi ha segnato
    e l’alma tutta quanta m’ha turbato.

  • 17 agosto 2011 alle ore 23:26
    La Stoltezza

    Sol d’amarezza abbonda l’esistenza
    giacchè ogni dì travalica in sconvenienza,
    il tuo distacco, la tua alterigia
    dogliosa rendemi l’alma e molto bigia.
    Io ti perdono per le offese avute
    E tante, tante n,ho dimenticate
    Ma l’alma in duolo tutta, tutta brucia
    E pace non si dà per la persa fiducia.
    Soltanto il tempo ch’è maestro in tutto
    Cancellare può del male il nato frutto
    All’anima donando la perduta pace
    E facendo sì che finalmente  tace.
    La mente si domanda e non risponde,
    si sforza, si contorce e non comprende
    qual è il motivo di tale noncuranza
    allo troncare della gran buon’usanza.
    Il filo che ci unisce resta sottile
    Forte ,però, dello stesso ovile
    Ove restammo cellule viventi,
    embrioni e, indi, feti palpitanti.
    Mai zuffa fu,mai paroloni furo,
    affetti ci avvolgeva vero e puro
    quando raccolti accanto al focolare
    le fiabe si restava ad ascoltare.
    Di botto,al male forte t’aggrappasti
    E dal bene con furia ti scostasti
    Donando all’infestante erba ristoro
    Preferendola al sempre verde alloro.

    L’esempio di Giuda a fondo seguitasti
    Svendendomi come fece egli di Cristo.
    Fu vile egli per pochi sporchi denari
    Tu, corrosa dal verme degl’avari.
    Se alcuno ti domanda di tale scenario
    Rispondi che regista sei di tal calvario
    E  ribadisci essere causa prima
    e degl’intrighi e della persa stima.
    Se, poi, tincalza per la stolidezza
    Rispondi:Causa ricamo è su una pezza.

  • 15 agosto 2011 alle ore 23:16
    L'Abbandono

    Nelle tristi passeggiate estive
    solo mi trovo presso quel ruscello
    laddove era tutto lustro e bello
    mentr’ora appare sterile e brullo
    per la tua assenza,mia soave stella,
    e pure le foglie che son verdi e vive

    paiono mosce, penzolanti,smorte.
    Ti dipartisti e più non ritornasti,
    provocato in cuore m’hai enormi guasti.
    Sono certo,non a male lo facesti
    se dentro tieni quei sentimenti onesti
    d’allora che amore giurasti fino a morte.

    Certo è la sorte che ti tien discosta,
    non scema ,però, la pena dell’abbandono
    giacchè sognato sempre avea in quel dono
    ch’avere la donna amata spera ognuno;
    sentirsi gratificato,essere qualcuno
    d’aver seco l’amata di carezze desta.

  • 15 agosto 2011 alle ore 23:13
    La Sincerità

    L’animo cui alberga la sincerità
    sovente quel che gli si dice crede verità
    meno spesso la cosa,invece, è lealtà
    e la sincerità diviene stolidità.
    Pertanto, l’animo carco di bontà
    compresso è d’altrui malignità
    finendo spesso in marginalità
    ma spiritualmente è solo maestosità.

    Nullo il materialismo per l’umanità;
    tanto il moralismo ch’è legalità.
    Lo sciocco di materia tiene avidità
    l’onesto di morale tiene paternità.
    Avanti pare vada la malignità
    infine, però,trionfa sempre la bontà
    pure se a volte sono anni in quantità
    a vedere affiorare la sincerità.

  • 12 agosto 2011 alle ore 15:30
    Vita

    Dei giorni dell’agosto passati di mia vita
    solo uno ne ricordo raggiante e luminoso:
    Quello che fu d’Angelo il giorno della vita.
    Già all’alba,quel mattino,splendeva luminoso.

    Intorno era profumo di rose e di viole,
    i prati tutt’interi coperti eran di fiori.
    La terra era ammantata di luminoso sole
    e noi contenti,allegri,noi s’aspettava fuori.

    Di gioia e di sorrisi tutto quel giorno
    è intriso giacchè dal Paradiso calava
    in veste bianche,in terra a far soggiorno,
    colui che tutt’intero nel cuor mi si poneva.

    In quel luogo nascosto,scaldato dal mio amore,
    fissa dimora ha posto e più non lo distacco.
    Se un giorno ne uscisse sanguinerebbe il cuore;
    verrebbe il mio cervello molto malato e stracco.

  • 11 agosto 2011 alle ore 2:11
    La Leggiadria

    Dolce immago leggiadra donzelletta
    Da tondeggiante capo da lunghi
    coperto capei castano scuro
    appena cadenti su serena fronte,
    palpebre ondeggianti, cerulei occhi,
    greco nasuccio conferente stile
    a visino liscio, modellato
    da mento ovaleggiante,
    ben formato con su boccuccia
    da carnose labbra sorridenti,
    da prosperoso curvo seno
    a snella vita
    il tutto coronato vedo.
    E’ natural bellezza in esso
    affissa, al cui cospetto
    umanità resta perplessa
    e nell’opposto sesso
    in vena il sangue trilla.

    In luogo dei capei castano scuro
    teschio deforme è;
    laddove occhio ceruleo
    era favilla trapela buco nero,
    fondo ,orrendo al par di sito
    cui pria era di spicco
    bocca da carnose rosseggianti
    labbra.
    Lungo quei ch’erano fianchi
    di crisma infusi penzolano,
    a lato,due ossei arti
    ch’orripilazione hanno
    su corpo tutto.
    Ov’erano due lunghe,
    tondeggianti gambe or sono
    due stinchi, disdegno
    dell’uman vivente.

    Questo d’ossume gli occhi
    della mente vedono allato.
    Ah! Dove finita è leggiadra immago?!
    Come divina natura oprare
    puote mutazione sì tanta?

    Alito è leggiadria che passa e va,
    non spirito che in corpo sta
    per proseguire , poscia,
    l’andar su le celesti vie.

  • 11 agosto 2011 alle ore 2:04
    Prisma

    Certo cosa non è gratificante
    disfare tutto quel che pria è fatto,
    imporre altro pensiero alla tua mente
    quando concluso avea il primo atto.
    Quarta è questa fatica che su foglio
    appresto e che la precedente rende straccio
    e della cosa assai molto mi doglio
    ch’era lavoro caldo,non di ghiaccio.
    Quella che prima era è cestinata
    e la fatica tutta andò sprecata;
    loco ha trovato nell’immondezzaio
    perché scontrata s’è col ferro e acciaio.
    Quando fu scritta curvo era il soggetto
    ch’era stordito, stracco ed avvilito;
    d’egli si parlava come d’oggetto
    e ognuno lo credea spento e sfinito.

    Perciò la mente mia che non è lesta
    confusa fu a seguir quell’altre teste;
    però l’ha fatto con la penna  mesta
    sapendo quelle d’innanzi poco vaste.
    Ora sta qui a dettar quest’altro scritto
    pensando onesto dire del rovesciato
    perciò rinnega quel che pria avea detto
    e della medaglia volta l’altro lato.
    Di perspicacia ognuno esiti porta,
    furbizia,capacità, ingegno e dote.
    Pochi,però,quelli con mente accorta
    trainatori di carro senza ruote.
    ardua appare di già detta condotta
    che impossibile par tirare all’erto.
    nemmeno il cane rimorchiator di slitta
    è quanto lui trascinatore esperto.

    Quando parea nei fondi abissi neri
    avvolto in una nuvola volante
    portossi innanzi a degli accesi ceri
    e  a muto appello sibilò:Presente.
    Confusi furono tutti quegli astanti
    all’apparir di sì tale fantasma
    che con felino sbalzo passò avanti
    sviando le lor menti,come luce prisma.
    Posto occupa, ambito, alla Provincia
    e della cosa è fatta risonanza.
    Guai se qualcun s’accosta, se lo lincia
    a scapito di pazienza e d’eleganza.
    contestatori in loco ne son tanti;
    inermi sono i più,imberbi e mosci.
    Pensonsi grandi e scarsi sono talenti,
    se sol li guardi tal li riconosci.

    Un gruppo s’affaccia qual morto redento
    A roccia somigliante assai friabile,
    disfatto si ritrova già al tramonto,
    all’’urto non resiste: E’ frangibile.
    Quanti son partoriti,tant’inghiottiti;
    uno sguardo, un sorriso, un contentino,
    un discorso, una pacca e son storditi.
    Così li attira a sé, piano pianino.
    Dei tanti mucchi ne fa un fascio solo,
    li tiene stretti come legna fune,
    li culla tutti come barca al molo.
    Delle lagnanze? Ne risolve alcune;
    le altre le copre con le poche fatte
    e tira innanzi, sulla dritta via,
    a conquistare ancora più alte vette
    mentre gli avversi con maestria fuorvia.