username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

Poesie di Nello Vittorio Maruca

Visita la scheda completa e tutti gli altri testi di Nello Vittorio Maruca

  • 03 agosto 2011 alle ore 16:32
    Riconoscenza

    Negl’ingenui giochi fanciulleschi
    fummo inseparabili compagni.Erano
    I tempi in cui gl’atti furbeschi
    furon tanti e gli animi formavano.
    Puberi,insieme,ancora fummo
    a scorrazzare quando la sarmentosa liana,
    a mò di sigaretta,mandavamo in fumo
    stando sdraiati accanto alla fontana

    Giovinetti, ci trovammo ancor legati
    dai vincoli d’affetto primitivi
    che s’erano, nel tempo, rafforzati
    per i nostri giuochi semplici e furtivi.
    Ci perdemmo,però,nell’età verde
    che da necessità fu fatta avulsa
    e sballottati come legion che perde
    e dalla sua amata Terra viene espulsa.

    Poi,di nuovo, nella vita adulta,
    in loco di lavoro e di consulta,
    ci ritrovammo come ai vecchi
    tempi, d’esperienza e conoscenza ricchi:
    così crescemmo assieme per vent’anni,
    colleghi di lavoro e non di giuochi
    e, l’uno dell’altrui vide gl’ affanni
    che furono tanti,quanto poco i giochi.

    Or che l’adulto cede al vecchio il posto,
    un po’ ammosciato come morent’arbusto,
    non più la grinta del destriero di corsa
    in ansia,stretto dagl’anni,in dura morsa,
    col nero trasformato in bianca chioma
    dal  lavoro ti togli, ahimè! La dolce soma.

    Pria che ti diparti dal tenuto per tempo
    Degno posto, dire ti voglio qual’importanza
    per noi tutti avesti. Fosti di vecchio stampo:
    Laborioso,intemerato e con pazienza
    sopportasti del lavoro i turbamenti,
    senza darti né a pene né a lamenti.

    Costanza avesti di formica infaticabile
    ch’onde stipare il formicaio schianta se stessa
    E, dopo aver del grano pulito ogni cortile
    Soltanto allora,la faticosa spola cessa.

    All’operosa ape , che la real sua casa
    d’abbondante polline e miele tiene pervasa,
    in tutto,somiglianza nel lavoro avesti
    che con la dolcezza del far lo raddolcisti.

    Per le doti che ho appena qui cantato,
    scarsa è di nobile metallo ogni medaglia
    perciò, altra d’altro metallo t’ho forgiato
    onde nessuna mai a essa sia d’uguaglio:
    RICONOSCENZA è quel che in cuore io veggo:
    per te,migliore altro metallo non posseggo.

  • 03 agosto 2011 alle ore 16:27
    Redentore

    Fredda era la notte ed innevata
    e la Pia Donna di bontà infinita
    di stanchezza e doglianza già stremata
    Al Redentore del mondo dava vita.
    Bussò Giuseppe a tutti i casolari
    Onde dare a Maria caldo giaciglio
    ma tutti gli occupanti furo avari
    Disdicendo Chi portava Divin Figlio.
    Aveva posto solo in una stalla,
    per letto il fieno d’una mangiatoia,
    al respiro del bue e l’asinella
    tenea  Maria della maternità la gioia.
    Lui di tutto il creato possidente
    luogo migliore per nascere non ebbe,
    per l’ingordigia dell’umana gente
    nacque in miseria ed in miseria crebbe.
    Quel sembiante Umano,ch’era Divino,
    da Castissima Donna concepito
    al Dio Grande e Beato era l’affine
    ma da bieca umanità non fu capito.
    A Betlemme di Giudea resta la Grotta
    Che il Vagito Divino prima intese;
    luogo diviene di retta condotta
    cui grazia rende il cristiano e rese.
    Regnava ,allora, nella Giudea Erode,
    uomo protervo,essere triviale
    d’ognuno paventava tranello e frode,
    poiché l’istinto suo era carnale.
    Seppe, dai Magi,di Gesù la nascita
    che di Giudea predicavano Re,
    decretò, quindi, togliere la vita
    agl’innocenti sotto gli anni trè.

    Al Puro putativo Padre Giuseppe
    un Angelo veloce venne in sogno:
    corri in Egitto,non badare a steppe
    ch’Erode al Piccoletto porta sdegno.
    Dell’Angelo a Maria dato l’avviso
    lasciavano quel luogo benedetto,
    in braccio Gesù dal casto bel sorriso
    in cerca d’altro tetto e d’altro letto.
    Quando l’Onnipotente al sonno eterno
    gli occhi chiudeva al bruto re regnante
    fu la Divina Famiglia di ritorno
    alle mura paterne,alla sua gente.
    A Nazareth di Galilea con i parenti
    rimaneva Gesù fino ai trent’anni,
    per essere battezzato tra le genti
    incontravasi al Giordano con Giovanni.
    Sconfiggeva Satana tra i monti;
    poscia,in testa a moltitudine gaudente
    cominciava gl’insegnamenti itineranti.
    Or visitando questa or quella gente.
    Seguito da Gerusalemme e da Giudea
    sanava storpi,ciechi ed ammalati;
    da riva al mar di Cafarnao in Galilea
    tutti erano accolti,toccati,graziati.
    Dai guarimenti dati al Suo passaggio
    la Siria tutta  n’ebbe conoscenza;
    Ovunque dava del Padre il buon messaggio
    mostrando la grandezza e la Sua scienza.

    Moltiplicava i pesci e pure
    il pane,le acque quietava,comandava
    i venti,ai tormentati dava le Sue cure,
    sui mari e sopra i laghi camminava.
    Nemici farisei,scribi e sinedrio
    da Giuda, Suo discepolo, tradito
    ebbe Pilato giudice avversario
    capo di crudel popolo inferocito.
    Al posto di Barabba condannato
    fu crocefisso in mezzo due ladroni;
    Spirò,il cielo fu squarciato,fu boato,
    tremò la terra,tremaro i sommi troni.
    L’esanime Divin Corpo torturato,
    avvolto nel lenzuolo di bianco lino
    al suolo della tomba fu adagiato
    d’uomo devoto,avverso di Caino.
    Restava il Corpo esanime tre giorni,
    indi in cielo accanto al Padreterno,
    in terra, poscia,dai lochi Sempiterni
    a recare agli Apostoli governo.
    l’incredulo dei dodici Tommaso
    le dita nelle piaghe mettere volle,
    restò,ciò fatto, sgomento ma persuaso,
    cadde in ginocchio nelle carni imbelle.
    Ai Discepoli, Gesù, lascia la pace
    indi s’invola al Divin  Palagio
    e, dal cospetto di Dio,dall’amor verace,
    guida gli Apostoli al Divin Messaggio.

  • 03 agosto 2011 alle ore 16:10
    Lussuria

    Dapprima all’uomo Iddio donò la vita,
    del costato di lui donna formò ardita,
    d’ella ad Adamo regalò il sorriso
    assieme a regale casa in Paradiso.

    Nasce, così ,il connubio umano
    ch’essendo buono diventa tosto strano
    tanto che pur di cristianità esser dottrina
    stringi una mano e presto sei in berlina.

    Finchè il giorno arrivò del matrimonio
    giammai fu Adamo d’abominio a Dio.
    Sempre fedele fu agl’insegnamenti,
    mai il proibito toccò degl’alimenti.

    Ma quando ch’ebbe con egli la compagna
    lasciossi  intenerire da sua lagna;
    a viso bello, in personaggio abietto,
    resistere non seppe, poveretto!

    Onde non essere ad ella in dispiacere
    fece quel ch’era d’ella il suo volere:
    Avido ingurgitò il frutto proibito
    che penzolava dall’albero lì sito.

    Subito preso fu da gran terrore
    e d’incontrare Iddio ebbe timore;
    paura aveva d’essere trovato
    ma fu scovato e lesto fu scacciato.

    Errabondo va l’uomo da quel dì
    per la scomunica ch’addosso gli finì,
    per colpa della donna maledetta
    l’umanità ridotta è alla distretta.

    Beato chi da sol vita conduce
    chè,d’essa a fine, finisce nella Luce.
    Il Maligno da sè ha distanziato
    giacchè donna in vita  ha mai amato.

    Per quel che sopra è detto, o uomo saggio,
    deserta  il tristo  tuo retaggio
    e da cattiva lonza stai in lontananza
    poichè lupo la veste perde, non l’usanza.

  • 02 agosto 2011 alle ore 15:27
    L'Onest'uomo

    Nel corso di sua vita un sentimento
    unico l’ha sempre accompagnato
    mai, in nessun tempo,nemmeno  per un momento
    tal’alto sentimento l’havea abbandonato
    finchè avvenne un dì scompiglio in mente
    sua che quale gran macigno schiacciavagli
    la coscienza e lo rendeva niente.
    Da energici  e  vitali  flemmi

    i pensieri furo, tutto abbagliato
    vide e il male quale tarlo rodeva
    i buoni intenti e lo sbagliato
    al giusto s’imponeva e vile lo rendeva.
    Più pace mai s’avrà chè il sentimento
    se pur per poco lasso s’è dipartito
    altrove rendendolo sgomento
    talchè triste morire non è ma desiato.

    Purità! Per tanti lunghi anni stata
    gli sei vicino, l’hai per man portato,
    l’hai sempre ben guidato: Eri appagata:
    Perchè o purità lo hai abbandonato?
    Vero che in abituale tua dimora
    sei tornata ma il segno dell’assenza
    chi lo cancella mai?Quel ch’era allora
    più non sarà da ora. Più non è l’essenza.

    L’incerta fede che porta poco sollievo
    gli offre e chi, allora, più l’allieterà?
    Mai cercò onori,sempre ne fu schivo,
    e alla sua follia chi ora crederà?
    Fu la pazzia a travolgerlo, a fargli
    tanto male, soltanto in sette giorni
    sconvolsegli la vita come guerrieri in armi
    sconvolgono palazzi,rovesciano governi.

    Maligno maledetto! tutto gli togliesti:
    La sposa stanca e buona, i figli,
    i nipotini: Quanto cattivo fosti!
    Eri in agguato, colpisti con gli artigli.
    Dell’orto distrutto hai albero e frutto
    perciò desiderio della fine avverte
    così, Maligno,sei contento in tutto
    mentr’egli riposo avrà perchè inerte.

    Vergogna nel guardare i figli porta,
    indegno d’abbracciare la sposa amata,
    non ha argomento no, nulla gl’importa,
    non ha coraggio a dire: O mia adorata.
    Il cuore t’ha trafitto o dolce donna
    per futile motivo e sciocco orgoglio;
    per lui sei stata portante colonna
    non piangere più di tanto la sua spoglia.

    Per lungo tempo di te pur degno fu,
    fu la pazzia a sviarlo da sentier verace
    e tu, soltanto tu, puoi sol saperlo tu
    che solo per te vorrebbe riaver pace.
    Al Creatore credeva ed al creato,
    mai prima aveva in sè alcun reato,
    dell’onestà teneva culto assai
    ma cadde in  burrone profondo,ormai.

    La mente  er’intontita e lui vagava,
    svaniva il sogno di restar coi suoi
    giacchè il male per strada lo ghermiva
    e lo gettava infra immensi guai.
    Non fece, no,per nulla alcuna  ruberia
    od offesa  a qualunque esser vivente;
    giammai la mente sfiorò tal cattiveria
    ma di tal’azioni è meno che niente.

    Commise illecito che vergogna mena
    per quell’essere ch’è certo cristiano
    poichè irregolarità comporta pena
    di profonda ferita dentro l’animo.
    L’illegalità non fu contro persona
    e nemmanco ad essere vivente
    in generale, può parere strano
    ma il danno verso altri è inesistente.

    Il cruccio ch’à è d’essersi discosto
    da quant’imposto da Dio Salvatore
    perchè,inopportunamente, con furbizia
    ha ricevuto ciò che lecito era
    in altro corretto modo,comunque,avere

    Da retta via dal diavolo distorto
    agli uomini non voleva esser di torto
    e preso da enorme orgoglio sciocco
    resta stordito in immenso fosso.
    Sol Dio può dare ristoro all’alma sua,
    ridare la serenità che prima aveva,
    chetar la pena che gli arde in petto
    giacchè non volea mancargli di rispetto.

  • 02 agosto 2011 alle ore 15:21
    L'Insatanassato

    Di Preziosissime pietre adorni, due gioielli
    di platino con arte di divin mano forgiati,
    che mai ad umano concesso fu far sì belli
    ad altro,di men preziosità,furo affiancati.
    Alfin che in scrigno,come in corpo anima,
    li custodisse al par di reliquie di beati
    essi,cui alto valore dato non è far stima,
    ad orafo in cura furono affidati.

    Fu l’orafo, ahimè, turbato dal Maligno
    che con fare suasivo quanto loquace dire
    a distruggere i preziosi del pregiato scrigno
    lo spinge e la ricchezza nel fango fa finire.
    Come voce umana sotto palazzi sgretolati
    miste a pianto e suppliche infinite
    due voci s’alzano a lamenti tormentati,
    per l’azione ricevuta, inorridite.

    Sono le voci di due rondinini ch’assistono
    dolenti al frantumarsi del lor caldo nido
    di Dio, la sua pietà, piangendo implorano:
    Non trasportarci, no! in altro estraneo lido.
    All’esile filo della speranza appesi
    col cuore in gola,con la voce spenta,sconfitti,
    feriti, stressati, offesi e vilipesi
    pietà, oh Dio, pietà! Perchè ci vuoi trafitti?

    In un angolo remoto sono due stanche latte
    che il satanasso a calci e appulsi precipita
    in un fosso i cuori infranti, le costole rotte;
    mortificata ognuna,sì, ma non stizzita
    a sera lo guardo triste volgono al Ciel beato
    col pianto in cuore, col perdono in mente
    pregano alfin che l’orafo nel baratro calato
    al nido piagnucolante torni, serenamente.

  • 02 agosto 2011 alle ore 15:16
    L'Ingannevole.

    Al nefasto giudicio che destommi tema
    desolato mi dipartii e senza speme.
    Fu il dispero, tutto mi fu nero
    spiraglio alcuno non vedea, invero.
    Conobbi l’impotente debolezza,
    nullo e nessuno davami certezza.
    Nel Tempio mi trovai degl’Alemanni
    come deporre i tanti,molti affanni.
    Andò per tempo,non ricordo quanto,

    dalla Croce, la vista, all’Azzurro Manto.
    D’automa movenza fu all’ accender cero,
    col cuore lo feci palpitante e nero.
    Quella fiammella tremula,pencolante
    poscia per l’alma mia fu illuminante.
    Parea un varco mi si fosse aperto
    in mezzo quel che grande era sconcerto.

    E,poi, di nuovo cupa desolazione
    e immensa ancora fu disperazione.
    Col cuore infranto,stanco,sconfortato
    in casa mi trovai, da trasportato.
    Mentre mi riportavo al luogo mesto  **
    fu il pensiero mio determinato e desto
    a ripassar in quel ch’è Sacro Luogo
    onde scrollarmi del pesante giogo.

    Lì, rimasi infreddolito e stanco
    con quella spina che pungeami il fianco;
    Lo guardo riandò su l’Effige Santa
    e poi portossi alla Donna Santa,
    e mentre la guardavo la pregavo
    e nella prece tutto mi donavo
    e mi pareva d’essere ascoltato
    e mi pareva d’essere consolato.

    E più guardavo quell’Effige Santa:
    Abbi fiducia,abbine sì tanta
    e più parea che cenno mi facesse
    quasi che dir qualcosa mi volesse.
    L’Effige ch’è in Croce mi rispose,
    sulla testa Maria la Mano santa pose
    e quel ch’accadde, poi, non parmi vero:
    Schiarito fu,quel ch’era tutto nero.

    Ed il sorriso ritornommi in viso,
    lievi sentii le spalle, senza peso;
    leggero dentro, senz’alcun tormento
    un guardo, un grazie volsi al Firmamento.
    Schiacciato fu il diagnosticato prima
    poichè riposto avea tutta mia stima
    al Creator di tutto, al Redentore
    che sa donare gioia ad ogni cuore.

    Quanto l'Onnipotente è umile e verace
    tanto sei , uomo, tronfio e fallace.

  • 25 luglio 2011 alle ore 15:22
    Al mio maestro Peppino

    Cinquanta d’anni ne son già trascorsi
    e sentieri impervi tanti ne ho percorsi
    così  come puranco, assai di rado,
    varcato,serenamente,ho qualche guado.

    Ma sia che tempesta o bonaccia fosse
    giammai lo pensier mio da te si mosse
    e, per i ricordi del tuo grande affetto
    t’hò, piacevolmente, tenuto nel mio petto.

    Rivedo il lungo, dolce viso sorridente
    in quell’amabile fare accattivante;
    ricordo quel primo assai felice incontro
    che ai timori miei non fu riscontro.

    Avvenne il quinto giorno di lezione
    che perdemmo con “Turuzzo” la ragione;
    ci accapigliammo come due leoni
    per la macchia d’inchiostro sui calzoni.

    Mettesti me sulla coscia destra
    “Turuzzo” lo ponesti sulla sinistra
    e facesti che morisse quel rancore
    donandoci il sorriso del tuo amore.

    Stretti ci trovammo in un abbraccio
    mentre le lacrime solcavano le facce.
    Una carezza ancora,un bacio in fronte
    e fummo alla lavagna a far la conta.

    Questo il primo insegnamento che mi desti,
    tant’altri mano a mano ne seguisti
    e lo facesti con la nobile arte
    che dello spirito tuo faceva parte.

    Il senso di Dio nascere mi facesti.
    di Colui che dal nulla creò i Corpi celesti;
    di Chi tutto sa ,tutto conosce e vede
    e dona vita eterna a chi Gli crede.

    Nacque,così,nell’alma mia la volontà
    di pregarlo e venerarlo in umiltà.
    Questo il buon seme che mi regalasti
    dacchè con pazienza e amore mi seguisti.

    Presto il seme maturò buon frutto
    tanto che ad esso da allora devo tutto.
    Infondendo con la bontà l’amore in petto
    dell’essere mio facesti un uomo retto.

    Oprare potevi solo tu questo prodigio
    col dire e il fare nel contegno ligio.
    Grazie,caro maestro mio, Grande maestro;
    per tutto questo, grazie mio caro Maestro.

  • 24 luglio 2011 alle ore 18:01
    La Framboesia

    In scarso amore,affetto e fratellanza
    crescemmo in otto e mai vi fu alleanza,
    in otto fummo ma or non siamo tanti
    chè ognun  l’altro sospinge e va avanti.
    Di vile Caino la strada percorriamo;
    sempre più a Remo in modi somigliamo,
    di atti turpi e di pensieri vili
    riempito abbiano i pover nostr’ovili.

    D’esempi di virtude e temperanza
    pare abbiam perso tutte le speranze,
    educator non siamo di nostra prole,
    tirare sappiamo fuori solo parole.
    A me, invero, in cuore vero non pare
    doverci in tal maniera arrovellare;
    malgrado ciò, pur’io porto supporto
    all’infestazione del nostr’orto.

    Per riguardo dei Fu a ricordanza
    mettiam disdegno a parte e intolleranza,
    cingiamoci in abbraccio distensivo,
    rendiamo il sentimento sveglio e vivo.
    A quei viventi che dover ci muove
    facciamo intravedere speranze nuove,
    indietro rimandiamo l’intolleranza,
    amore istilliamo ed uguaglianza.

    Tra noi che sulla terra triboliamo
    l’un  l’altro amore d’amor non disdegniamo:
    Pria ancora che l’unzione dia il Messia
    opriamoci acchè la pace giunta sia.
    Riflettere cerchiamo su ch’è stato,
    scendere far l’oblio su quel  passato
    ridiamo a noi, per primo, vigoria
    che allontani da noi la framboesia.

  • 24 luglio 2011 alle ore 17:56
    Intemperanza Politica

    Mi trovavo, di mattino, al Municipio
    giacchè sbrigar dovevo un’incombenza;
    di botto fui d’ergumeni in corto spazio
    che perso aveano il senso della decenza.
    L’un volgarmente all’altro si scagliava
    mentre quell’altro,in urla, bestemmiava;
    l’uno del ladro dava al suo collega
    l’altro parea avere gusto a brutta bega.

    L’uno la Benemerita invocava
    l’altro, la strozza,d’un balzo afferrava;
    quello di stazza grossa ed imponente
    rendea quell’altro nullo ed impotente.
    Fortuna l’ali stese,in quel frangente,
    giacchè trovavansi vigorosa gente
    che, il piccolo sollevava con veemenza
    e al bisonte entrava in colluttanza.

    Ed or,ciò detto, pure il mio pensiero,
    mi si consenta esponga: Degrado
    peggiore esser non potrebbe se al guado
    d’aspettar il collega l’altro n’è altero:
    Miserabili,di cordata, furon compagni
    per conquistare un umile sgabello
    e non disdegnaro neppur loschi convegni
    amando coda di leone a capo d’agnello.

    Di bega e lascivia la gente non ha usanza,
    nel rispetto di legge vuole governanza;
    necessita ,d’amministratori, vera presenza
    che alla comunità dia rispondenza.
    Uomini, quindi, di governo degni
    di rispetto intrisi, non di sdegni,
    ch’abbiano per sol fine bene comune
    e interessenze mai,  giammai niune.

    Chi della cosa pubblica ha la reggenza
    non stia un letargo e misera temperanza;
    s’adoperi a togliere crosta e indecenza,
    dimostri ancor fermezza e sua prestanza
    pur senza dare sfogo all’impazienza.
    Ridoni al popolo suo persa speranza,
    fà che ripudio non tocchi comunanza
    e designi il consigliere per competenza.

  • 24 luglio 2011 alle ore 14:46
    Il Patimento

    In quel quarantatrè, dai suoi albori
    di quante tristi cose furon’ orrori,
    quante anormali cose ebber processo
    tutto in memoria bene m’è impresso.
    Per quanto m’opri e sproni l’intelletto
    su carta, certo, non può esser detto
    quel ch’ho vissuto e con mio occhio visto
    in quel periodo nero, infame e tristo.

    Aleggiava miseria tutt’intorno
    e pane non era più in nessun forno;
    grano non era nè farina o pasta
    e pochi i viveri distribuiti a testa.
    La tessera  donava misero diritto
    ad accedere a poco, grame vitto;
    la fame in ogni dove era perenne,
    da sofferenza vecchio era trentenne.

    Prodotto non donava più la terra;
    era periodo tristo, era la guerra!
    Manco erba era agli argini di via
    ch’er’estirpata che nascesse pria.
    Di medicina, poi, non era traccia
    e il patimento  si leggeva in faccia.
    V’era ,soltanto, del poco chinino
    che scarso lo teneva il tabacchino.

    Nessuno al piede più avea calzare,
    nessuno panni aveva da indossare.
    Occhio scavato, zigomo sporgente,
    testa cadente, sguardo triste e assente.
    Scalza la donna, macilenta e stanca
    di cenci avea coperto spalla e anca;
    gobba teneva e non avea vent’anni,
    curve le spalle per i molti affanni.

    Ovunque era sporcizia, era lordura,
    di scarafaggi piena ogni fessura;
    di cimice e di mosche era marea,
    pulci e pidocchi ahimè! ognuno avea.
    Necessità del corpo fisiologica
    soddisfava in vaso di ceramica
    la donna, il maschio, con corruccio
    di cesso ne faceva ogni cantuccio.

    Mesta sonava  la campana a lutto
    per annunciare della guerra il frutto;
    quel tocco come freccia il cuor passava,
    piangea la donna, ahimè, chi non tornava.
    Per quella guerra dal passo stanco e lento
    altro Virgulto risultava  spento
    e la speme che nutria la giovinetta
    era infilzata dalla baionetta.

    Di fame sofferente e di stanchezza
    gente che perso avea casa e ricchezza
    giungeva con scarsi panni addosso
    ch’al sol vederla umano era commosso.
    Siamo sfollati, venivano dicendo,
    veniamo da lontano, veniamo da Trento.
    Avevamo mestiere professione e arte
    delle vostre miserie deh! Fateci parte.

    Dacchè la guerra su nostra Terra regna
    destino cattivo i nostri animi segna;
    dacchè l’odio è calato come lampo
    manco nella preghiera avemmo scampo.
    E noi, che poveri eravamo non meno d’essi
    in un abbraccio a loro stemmo commossi,
    le nostre alle loro lacrime mischiammo
    e l’un con l’altro un solo corpo fummo.

    Di militi a cavallo e giacca a vento
    era un esteso, grand’accampamento.
    Militi stavano a guardia per cancello
    e avevano disloco in area Polpicello,
    Portavano divise lacere a stellette
    e a pranzo sgranavano gallette
    con poco vitto ch’era in scatolame,
    per appagare  i morsi della fame.

    In questo quadro triste e desolante
    v’era qualcosa, però, di sublimante.
    Era quel canto che s’innalzava al cielo
    da dentro le baracche a verde telo.
    Gl’inni di Patria che i militi intonavano
    con orgoglio pel cielo veleggiavano
    e nell’udirli: Grandezza del Divino!
    Non era fame , nemmen tristo destino.

  • 24 luglio 2011 alle ore 14:38
    Il Mare

    Distesa immensa d’azzurr’acque
    che l’uman’occhio non discerne fine
    chè al ciel che sovrasta non trova confine
    mai duoma d’uomo,ch’anzi sempre soggiacque
    a tua possanza, mano divin ti mena
    ch’innalza l’onde e infrange sulla rena,
    con fragor le riporta nel tuo seno
    e, come se grembo fosse troppo pieno

    le confonde, le avvolge, le sparpaglia,
    le compatta, le invola come vento paglia,
    con vigor le rigetta sulla spiaggia
    e tutt’intorno è nugolo di pioggia.
    Di superficie pianeggiante e liscia
    come prat’erboso dove capra pasce
    ricca nel fondo di mollusco e pesce
    custode, pure, di crostaceo e bisce.

    Abitatori, nel ventre, mostri marini
    culli come in seno mamma bambini.
    Li trasporti dall’uno all’altro lido
    pari rondine verme al proprio nido.
    Prodiga nel dare  gioia e contento
    rallegri umanità piccola e grande;
    l’onde sen vanno al ritmo del vento
    ponendo a spiaggia altalenanti fronde

    divelte d’intemperia alle madri piante.
    Al pari delle gioie che son tante
    di dispiaceri l’umanitade inondi
    e quelle ch’eran pria carezzevol’onde
    brute divengono in un sol’istante,
    nè suppliche odon, mai, nè lamenti,
    nè grida le scuotono e nemmeno pianti,
    seminano lutti senz’alcun compianto.

    Nessuno su di esse ebbe mai vanto.
    Mare! del Globo in ogni terra vivi,
    i fiumi tutti raccogli e in grembo
    porti e sempre stesse emozion rivivi
    sia che balena carezzi o pesce rombo.
    Mare possente! Che le fort’onde,sulla
    spiaggia, schiumeggianti abbatti;
    mai cosa al mondo, niuno e nulla

    osato pensare han mai che ti combatti.
    Spengi perfino gl’incendiari razzi
    che repentinamente annienti e abissi.
    Mai tema avesti d’uomini e di mezzi
    contro ogni cosa e ognuno segni successi.
    Or burrascoso sei ed ora quieto,
    ora nervoso appari ed or disteso
    e i pesci pasci senz’alcun divieto,

    natanti porti di gran mole e peso.
    L’orca gestisci dal vorace istinto
    com’anco l’alice a cattiveria non usa.
    Alla Sirena dal divino canto
    tua porta,da sempre, lasci schiusa.
    Bellezza tant’è in te, mare divino!
    Somiglia il tuo splendore a bel giardino.
    N. Maruca

  • 24 luglio 2011 alle ore 14:34
    Il Fico.

    Ogn’anno al giungere dell’estate afosa
    a noi che al fresco tuo ci si riposa
    fico,che vecchio ti ricordo d’anni assai,
    di frutto dolce non fosti avaro mai.

    Delle cure avute, quasi a dispetto,
    quest’anno di pregiati fichi fai difetto,
    giacchè confronto non è coi passat’anni
    di pene mi riempi e tant’affanni.

    Ma ora che ci penso, mi ricordo,
    tutto mi torna in mente or che ti guardo:
    Tu pure l’anno scorso fosti fermo
    e prim’ancora ti mostrasti infermo.

    Qui ti lasciò mio nonno al dipartirsi
    e ancor prima il bisnonno vide aprirsi
    la bella chioma che tale fu per anni
    che, poi, curò mio padre per trent’anni.

    A loro mai donasti alcun cordoglio
    ma a me, che t’accarezzo come figlio,
    dal dispiacere m’hai levato il sonno
    come non mai a padre, nonno e bisnonno.

    Io non ho forza più di tolleranza,
    da me s’è dipartita la pazienza;
    ora m’appari  come fossi morto
    perciò toglierti voglio dal mio orto.

    Con quest’arnese ch’è d’acciaio puro
    ti tolgo il fiato con un colpo duro,
    levoti, così, dal mio cospetto
    onde non far mai più alcun dispetto.

    Molto frutto,per te,questo fusto tira
    e nulla feci per muovere la tua ira;
    bene mi comportai sempre finora
    e riconoscoti mio padrone ognora.

    Per te produco, nobile signore,
    nella giornata, fresco, a tutte l’ore,
    dei tuoi bimbi soggiaccio a frusta e grida
    ferma la mano, non renderla omicida.

    La frutta la produco in abbondanza.
    son sempre pronto, in ogni circostanza,
    son sempre quì che sono ad aspettarti
    qual è lo sbaglio, forse il troppo amarti?

    Osi essere sdegnoso ed arrogante?
    Dimentichi che sono alto e importante?
    Tosto ti sfratto dall’orto e dal cospetto
    perchè osi mancarmi di rispetto.

    Con questa scura ch’è tagliente
    più di quanto il tuo mordente dente
    ti stendo lesto sulla nuda terra
    giacchè osasti dichiararmi guerra.

    No! non toccarmi con quel ferro rozzo;
    se morir debbo fa che sia in un pozzo:
    Mi pare a questa fine esser più degno
    che se pur vecchio,tenero è il mio legno.

    Per l’affanno di padre, nonno e bisnonno
    rimanda la mia fine al prossim’anno;
    fallo pel fresco che ti stai godendo
    e per il frutto ch’ivi oggi gustando.

    Taci! Scampo per te alcun non è,
    schiavo sei ,io sono podestà e pure re
    e fermare non posso l’omicida impulso
    finchè non t’ho da mia vista espulso.

    Il dolore lasciommi senza fiato
    giacchè pugno violento avea sferrato
    alla base del fico, della cui ombra
    affidato avea in sonno le mie membra.

    N. Maruca

  • 24 luglio 2011 alle ore 14:21
    Il Diavolo

    Spirito cattivo, spirito maligno
    ovunque volgi lo guardo il male alligna
    angelo da mente al bene inversa
    facitore d’ogni azion perversa.

    Resti alla posta qual cacciatore a lepre
    alletti col sorriso che il mal copre
    nascosto dietro siepe della calle
    colpisci a tradimento dietro le spalle.

    Cacciato sei dal Luogo dolce e beato
    perchè nel Paradiso malcostumato
    avverso a divina legge, avverso a Dio
    all’inferno buttato per pagare il fio.

    Un filo di paglia usi per legaccio,
    nessuno riesce a scioglierlo dal braccio 
    ch’è più forte esso di grossa catena,
    chi, ahime! l’incappa paga grossa pena.

    Sempre ten stai attento:Resti in agguato,
    nessuna pietà per il malcapitato:
    Riesci a penetrare nell’uman cervello
    e imponi, poi, ad esso grosso fardello.

    Quel povero disperato, malcapitato
    all’ultima stazione è arrivato
    che quantunque prosegue nel cammino
    mai più pace ha ma nero destino.

    Trappola tendi ad uomo onesto
    rendendolo depresso,schiavo e mesto.
    Alla potenza di Dio fa egli  appello
    alfin che mai più invadi il suo cervello.

    Spera con timore e con fervore
    che Dio invocato venga in suo favore;
    spera che dal cuor toglie il macigno
    che grosso hai deposto, perverso maligno.

    La grazia invoca all’Onnipossente
    che in vita gli è sempre presente.
    ma si discosta un poco da Dio beato
    perchè, da te, Maligno è ingannato.

    Il Dio ch’è amore, potenza e bene
    sollievo offre già alle sue pene.
    Gli dice che per Lui non sei nessuno
    e che soccorso porta a lui ed ognuno.

    Questa la speme che lo regge in vita
    perchè la pena che parea infinita
    dileguasi man mano che Egli invoca
    nella disgrazia sua che non è poca.

  • 24 luglio 2011 alle ore 12:56
    Il Cipresso

    E fu Giuseppe per quarant’anni ed oltre
    a far’inchini e salutar dappresso
    finchè  trovossi un dì su stessa coltre *
    accanto colui che prima era cipresso.
    Parve, indi, con stupore immenso
    d’avere inchino da sì alto fusto;
    anchilosato fu, disse: Che penso?
    No! cervello mio: Sei vecchio e guasto.

    E chiusi gli occhi,ch’era stanco assai,
    la destra penzoloni  giù dal  letto
    s’assopì pian pianino pensando ai guai
    ed alla vision ch’oggi fu oggetto.
    Così restossi: Tempo quanto nol seppe
    ma parvegli poi da tocco essere scosso
    mentre affettuosamente: Che fai o Peppe?
    Sentì stanco quel dire, quanto commosso.

    Per i suoi vitrei, da peso oppressi occhi
    forza non ebbe di guardar chi fosse,
    chi a voce lo chiamava e piccoli tocchi
    e debolmente pensava chi esser potesse.
    Fu il dì di poi, a mattino andato
    che disteso a letto a lui di presso
    scorge vetust’uomo, volto emaciato
    che credere stenta ch’esser sia lo stesso

    che per tant’anni ebbe ad inchinarsi.
    Quello lo guarda e stancamente dice:
    Ho, quì, nel petto di dolor dei morsi,
    stanco mi sento e d’essere infelice.
    Io non pensavo mai, Vossignoria,
    un giorno di trovarmi accanto a Voi,
    quest’oggi il cuore mio è in allegria
    ch’ha la fortuna d’essere con Voi.

    Prim’io voglianza avevo di morire
    che sempre fui più stanco e tribolato
    sper’ora, invece, manco di guarire
    ch’accanto Vossignoria sono appagato.
    Certo! Tu allato sempre sei vissuto
    e ancorchè steso resti consolato.
    Non me, però, da nobil stirpe nato
    sempre diverso fui, e non reietto.

    Vossignoria restate tale e quale
    con l’arroganza nelle vostre vene
    ma l’altezzosità più a nulla vale
    perchè acuisce solo le vostre pene.
    Da parte mia vi dico:Io vi perdono
    e mi prosterno a voi per quella gioia
    che il cuore mio ha ricevuto in dono
    d’avere accanto a sè vossignoria.

    * Intendi:sotto stesso tetto.

  • 24 luglio 2011 alle ore 11:35
    Fallo

    La vita mai grandi cose m’ha donato,
    anzi, tolto m’ha gl’affetti desiderati
    fors’anco  perch’io l’ho mal cercati
    o  che in altri è sentimento andato.

    Sotto quel tetto tanti ne crescemmo,
    mai in diverbio o discrepanza fummo;
    sol quando spiccammo volo in altrui
    loco lo bene scordammo nostro per l’altrui.

    A te son grato d’avere alla mia mente
    ridonato il senso che credevo andato,
    certo che face sia eternamente
    ricredomi  di  quanto avea pensato.

    Allor ch’attenta fosti al mio dolore
    le guance mi pervase grande calore:
    Il sangue pulsò forte nelle vene
    quando mi mostrasti il tuo gran bene.

    Tal sentimento avverte sol chi ama,
    chi di benevolenza ha sete e cura
    e, mai, in cuor suo ordito ha trama
    di rendere a alcun la vita dura.

    Qual dono fosse bello più che mai
    il comparir dinnanzi a Chi non è
    ed in ginocchio dire: Mamma,ormai,
    il bene che ci hai dato tutto c’è.

    Se non te, che d’opera riparatrice
    sei la più saggia, nessuno puote
    risanar sì grande fallo chè,noi, si dice
    ma dall’accostare il ben siam teste vuote.

    A te, l’arduo compito è affidato
    che ancora giovinetta ci hai vegliato;
    per noi hai rinunciato  parte di tua vita
    ma l’opera tua non è ancor finita.

  • 24 luglio 2011 alle ore 11:16
    PAPA'

    Sentivo dir di te, Padre, che c’eri
    a mamma che a Maria ardeva ceri,
    sentivo dir che stavi in lontan loco
    quando raccolti s’era accanto al fuoco.
    Parlar sentivo d’Africa Orientale:
    Speriamo, si pregava, ritorni per Natale.
    Mamma in ginocchio: A Dio, tua volontà,
    fa che torni a questi bimbi il lor papà.

    Fa che ritorni a noi il gran tesoro:
    Così, faceanci cantare tutti in coro,
    fa che ritorni a noi il dolce amore
    che qui l’aspetta il pezzo del suo cuore.
    Io non sapevo l’Africa che fosse
    nè capivo papà che dir volesse,
    ma un giorno don Arlia* nell’Omelia
    disse esser figlio alla Vergine Maria.

    Indi la mamma che m’avea per mano
    spiegommi che un papà l’ha ogni umano.
    Il tuo, mi disse, sta in altra Terra
    dove chiamato è a far la guerra.
    Ma tosto tornerà: Vedrai che bello!
    La casa allieterà come fringuello
    e mi descrisse, poi, la sua bellezza
    e il cuore mio fu colmo d’allegrezza.

    Fu nell’estate del quarantacinque
    che nelle braccia forti sue mi cinse,
    sul volto dipinto avea  l’amore,
    forte batteva il piccolo mio cuore.
    Seguirono,ricordo,giorni felici,
    Non tornarono più: Furon fugaci.
    Furono quando la mano sua possente
    davami il senso d’essere saliente.

    Erano tempi duri, era la fame;
    necessitava ricercare il pane.
    Lo facesti, Papà, coi bidoni in mano
    andando dalla casa ancor lontano.
    A cavalcioni stavi ai respingenti
    di quei vagoni merce traballanti
    chè posto non era su miglior convoglio
    per chi non possedeva portafoglio.

    Fosti amico duro ma sincero,
    ti dimostrasti uomo, un uomo vero,
    burbero padre fosti m’affettuoso
    e pur nell’austerità giammai odioso.
    Sotto finzione della noncuranza
    d’amor profondo segno era presenza.
    Lo sguardo torvo, l’animo benevolo
    piccolo sorriso tradiva finto nuvolo.

    Mi torna alla memoria il tuo dispero
    allorquando finir potevo in cimitero.
    Er’avvilito, confuso e desolato:
    Ah! Povero figlio mio, che sfortunato.
    Ma tutto è solo nella mia memoria;
    l’Anima tua s’è alzata in aria
    e il ricordo ch’è nel mio pensiero
    è che di Te, Padre, fui e sono fiero.

    *Parroco del Paese.

    In memorita di Papà

  • 21 luglio 2011 alle ore 18:29
    La Serenità

    La serenità non è roba palpabile
    tanto che cosa non è manco visibile,
    nemmanco è qualcosa d'acquistabile
    possederla, però, è anche possibile.

    Di quel che si ha bast'essere contento;
    ti basti il dieci, non cercare il cento,
    non t'irritar se forte soffia il vento
    mentre la pioggia speravi qual'evento.

    Non pensare quel che potea ma che non fu
    pensa, invece, piuttosto  quel che hai tu,
    non desiar di scala andar sempre più su
    fermati! guarda quant'altri a te son giù.

    Indi, restando immoto di serenità
    l'animo t'è pervaso chè sazietà
    ha per quel che il Ciel  gli ha dato
    e l'essere n'è tutto inebriato.

  • 10 luglio 2011 alle ore 23:04
    Ninnananna

    Galoppando il bianco giglio
    vien portandomi mio figlio.
    Mamma è quì, aspetto te,
    mamma è qui tutta per te.
    Sogno sempre il tuo visino,
    vedo te, o mio bambino.
    Qui, accanto al focolare
    mamma resta, sto a sognare.
    Resto e sogno il mio bel Re,
    resto qui, aspetto te.
    Nel mio sogno c'è la culla
    che ti dondola e trastulla.
    Nella culla fai la nanna
    amor grande della mamma.
    M'hai rapito già il cuore
    o mio grande, dolce amore.
    Fai la ninna, fai la nanna
    dolce bimbo della mamma
    ch'io ti veglio, ti sorveglio
    fino a quando resti sveglio.

  • 07 luglio 2011 alle ore 16:10
    CLXXIX

    Man delicata e ferma la tremante
    mia dolcemente trattiene e carezza
    e lisciare all'alma fonda dolcezza
    e lo core triste è men'ansimante.

    Cranio di pensieri tuttora è esente
    e l'alma lungi da qualsiasi ebbrezza
    che petto da tempo ha perso certezza
    e lo timore è ognora pressante.

    Lesta, però, la voce calda e dolce
    avverso lo tremor così m'appella:
    Madre Badessa oggi vuolti in cappella;

    tu sii leale che bugia a lei non molce
    poichè di sua bontà tutt'ella addolce,
    ma non sopporta mai alcuna falla.

  • 03 luglio 2011 alle ore 12:54
    Nonna e il Tugurio

    Vivevi siola con le tue galline
    in un locale buio e fatiscente
    indegno posto a ospitar la gente
    ma miglior loco sol per gente fine. * *Privilegiata

    Eri scarsa di soldi e d'ogni bene,
    non possedevi il becco d'un quattrino,
    di tanto in tanto due uova nel cestino
    ma non per te, per lenire le tue pene

    ma per meglio nutrire i nipotini
    ch'eran tanti  e, tutti piccolini.
    Ti sei involata in Ciel da quarant'anni
    e tristi ripensiamo ai tuoi malanni.

    Ora rivediamo la faccia tua patita
    e la mente ci riporta a quel tugurio:
    Se potessimo, nonna, ridonarti vita
    ti doteremmo di  reggia qual tugurio.

  • 26 giugno 2011 alle ore 21:43
    L'Avaro

    In loco del ver'Iddio, l'Onnipotente
    altro ne tiene i cuore il gran furfante:
    Lui disconosce il Padre, l'Onniveggente
    ma dei possedimenti è grand'amante.

    Sol la materia tiene a conoscenza,
    della spiritualità nulla curanza,
    vive contanto i beni di giorno in giorno
    e solo la roba, null'altro vede intorno.

    Produce vino ma lo vende a botte
    e delle mandrie vende latte e ricotte;
    olio! un cucchiaio per l'intero giorno,
    un tozzo di pane e cacio a mezzogiorno.

    Ha men la vista, quasi divien cieco,
    valersi dell'oculista è uno spreco.
    Schiavo della ricchezza ,n'ha arsura
    mentre il denaro lo presta a usura.

  • 25 giugno 2011 alle ore 13:15
    CII

    Una voce conosciuta e amica
    giungeci gradita al pian di sopra;
    è il postino d'imponente tempra,
    facciona gradevole e simpatica.

    Postino il padre di casata antica
    giacchè nonno e bisnonno l'opra
    dal dì primo che la posta è in opra
    casato sin da allor la pratica.

    Tre lettere porto stamattina,
    vengono da lontano, d'oltremare,
    e recano lo timbro di Terr' argentina.

    Una ha data di due mesi prima
     e di lor dice non volere, lì, oltre restare;
     e l'una e l'altreattestano lor stima.

  • 25 giugno 2011 alle ore 13:05
    CI

    Da tre notti, ormai, scivola il sonno
    dagl'occhi stanchi e lacrim'assenti
    mentre in teschio ruotano gl'eventi
    ch'anno ricolmo l'animo d'affanno.

    Lo rimescolare, però, genera senno
    e tutti quegl'eventi sconfinanti
    in demarcazione sono stagnanti
    e, mai, la linea, più, supereranno.

    Ogni colpevolezza s'è dissolta
    perchè non veritate nè certezza,
    sol fantasia della mia mente volta.

    Così, da ora, pur nel turbamento
    scarse notizie zii cui cas'avvezza
    serenerò quanto convien rimpianto.

  • 25 giugno 2011 alle ore 12:56
    XCIX

    Cattivi pensieri inducono danno,
    avverso d'essi il cervello è inerme,
    li seguita, asseconda, n'è conforme
    e cede solo quando essi sen vanno.

    L'onde, donna, s'inffrangono e rivanno,
    in seno tornano a volto difforme,
    mutate vesti sono d'altre forme
    finchè a spiaggia, ancor, infrangeranno

    Esse è natura che disfa e conforma
    perciò l'umano non capisce manco
    come montano nè come rintanano.

    L'umana mente tiene ben alta forma * * Intelligenza.
    e di pensieri che lo corpo è stanco
    se lo comanda quale nebbia sfumano.

  • 25 giugno 2011 alle ore 12:46
    C

    Se già cervello turbina tempesta,
    e se roveto dentro 'l petto pasce
    e pel malsana idea l'alma patisce
    ancor maggiore danno serpe in testa.

    Se vuolsi, indi, tenere riconquista
    necessitate vuole oltre non nasce
    spina, in core, che l'animo ferisce;
    così perduta pace senno riacquista.

    Non seminare ancora altro roveto
    e, fermi, volontà, macchina ingrata
    pria ancor che catapulti nel fossato.

    Scrolla di dosso lo triste passato,
    e più a serenità non porre veto
    lacrimando vita che sarebbe stata.