username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 02 lug 2009

Nemo Rascati

14 luglio 1979, Oristano
Segni particolari: Nemo profeta in patria
Mi trovi anche su:

elementi per pagina
  • 11 maggio 2011 alle ore 23:01
    La memoria delle formiche - parte prima

    1.
    Siamo tutti destinati ad un lento logoramento:
    la mano zingara e le monete di bronzo,
    la scorciatoia verso il mare e i sonagli sulla polvere
    il morso della vipera e gli antidoti di inchiostro
    siamo tutti quanti il nuovo ed il vecchio sotto il sole:
    sciolti sui pedali, in vista del Gran Premio
    immersi nella trama,
    e verrà la metamorfosi del riciclaggio
    temi di politica contro gli insetti;
    e le cose che ho tralasciato, mi seguiranno
    le equazioni assurde o gli errori di calcolo:
    è così per tutti.
    L’arte di tenere a bada sé stessi,
    la cura contro l’incuria, sui binari
    mentre l’inchiesta sulle mie tanto attese rinunce
    subisce l’urto dei riti,
    di passaggio scorgo la signora dei miei desideri
    che furono.
    Ecco a voi la volata salvezza:
    perdo le pastiglie dei freni
    vinco pastiglie per treni ad alta velocità,
    lascio oboli all’ingresso - consigliatemi la quota minima
    voglio giocare,
    anche tu ed io possiamo fare la differenza,
    ma dobbiamo agire con convinzione.
    Si può lasciare tutto all’oste,
    si può mangiare quanto si vuole senza pagare il conto.
    Prova a rovesciare il bicchiere
    Esci dal bunker, i tuoi carcerieri dormono come tutti
    Gli uomini del futuro si passano la palla
    Ora il nemico può parlarti,
    se ci fai attenzione.
    È una serie di eventi che ti ha convinto a parlarne
    Non si può soprassedere a tutto ciò che scorre,
    la tua voce a volte è troppo presente
    e il grande assente è l’opinionista del quotidiano,
    non ti puoi fidare degli affetti prepagati, per
    una stagione intera ad aspettare che ti spuntino le ali.
    Si logora il campo di fragole, occorre che si riposi
    Si logora la lente degli occhiali, sotto il vento sabbioso
    Avevano tempo da perdere a guardare il pittore,
    scritturare attrici di china, prova a dire:
    in casa comando io.
    Aveva ragione il merlo:
    devi avere il certificato medico per arrogarti il diritto
    di stare a guardare.

    2. 
    La vettura ha preso in pieno la grande magnolia,
    la piazza ha protestato contro l’indecenza
    esponeva la tappezzeria di casa, i denti dei defunti
    conservati dall’usura delle ingiustizie
    in un luogo del cuore che non conosce compromessi.
    La vettura ha preso in pieno la verdeggiante magnolia,
    il campanile ha vibrato e la sinagoga
    ha risuonato come un solo uomo,
    le banche e i magazzini delle armi presi d’assalto
    nelle periferie industriali le iene vanno ghiotte di polli,
    gli esuli rivendicano un posto operativo
    i martirii procedono in pompa magna,
    ed al banco il pesce fresco:
    non manca mai.
    Qualcuno si chiede ancora che senso abbia,
    ma poi arriva la corriera e se lo porta via.
    Qualcuno risponde a quella dannata segreteria
    Ma poi il giudice fa orecchie da mercante.
    Quella vettura ha piegato la sacra magnolia,
    il vescovo ha soccorso i feriti
    l’avvocato ha rilasciato delle controverse dichiarazioni
    per via della coda del rospo indigesta.
    I vigili improvvisano esercizi di giocoleria,
    i piccioni alternano pirotecniche danze sulle edicole del Duomo
    noi mangiamo un gelato, passeggiando per il museo.
    Ti dicevo che so:
    quando il tempo si fermerà cadremo sui cuscini;
    Re Donald sarà là, con due bicchieri di Cola in mano,
    daremo il benservito ai nostri creditori,
    viaggeremo per pochi minuti insieme a Yuri e Laika
    innervosendo gli scettici,
    facendo impallidire il Bianconiglio.
    Avrà il buon Dio, di chi ci crede, l’autorità per farli star zitti,
    almeno per novanta minuti di spettacolo garantito? 

    3.
    Le brigate hanno l’arma, quattromila megatoni
    Conservano la ricevuta in una teca,
    stretta nella mano del Santo.
    La terra sussulta mentre i cingolati circondano la città,
    le rastrelliere, le pozze di ruggine e carbone
    l’odore di zolfo. Senza la pace non c’è ragione d’esistere,
    e senza la guerra non c’è ragione di pace.
    Affitta una camera in prima serata, guardati un po’ di tv,
    ti tirerà un po’ su. O se preferisci, leggiti un libro.
    La cricca inamida le piume, il sarto puntella l’orlo;
    d’ora in avanti cammina rasentando i muri dell’indifferenza,
    fai un cenno di saluto al Capo, il solito
    e poi chiudi la bocca, frena la lingua che batte sul dente:
    bacia la mano per il pane quotidiano,
    rinnega i soliti sospetti,
    rinvia a giudizio la tua ingenuità corrotta,
    e goditi la vacanza.

    4.
    I due spettatori alla convention,
    sono lì per il buffet.
    - Come sta oggi il Capo?
    - È in forma smagliante: una bomba! Il potere fa miracoli!
    - Tieni a mira le tartine, mira le forchette d’argento.
    - Come fanno a splendere così queste finestre?
    Avanzano le truppe in toga,
    i cartelli del narcotraffico,
    l’onda anomala di clandestini
    le estetiste, le anestesiste, e le ardenti conquiste
    sensuali ed esotiche, sull’orizzonte degli eventi
    cavalcando pantere giganti.
    A debita distanza la brava gente:
    - gli antennisti complottano alle nostre spalle
    controlla sotto i tavoli, schiaccia le cimici e
    brucia le tarme. 
    - Hanno avvelenato persino l’acqua
    tessendo attraverso le loro terapie il verbo,
    chiedi alle maschere del cinema
    chiedi al guardiano del faro.
    Nella zona a rischio abbiamo consumato i nostri corpi.
    Perché non ci siamo raccontati barzellette?
    Potevamo fare di meglio,
    potevamo spremerci di risate,
    e cancellare le nostre occhiaie con il laser:
    come ha fatto il Capo.
    E il divino e lo spirito non gli volteranno certo le spalle.

     
elementi per pagina
  • 01 maggio 2012 alle ore 14:48
    L'epoca post lauream

    Come comincia: Oh quale ebbrezza! Qual periodo fulgido e rigoglioso fu l’epoca post lauream!

    Sono bastate poche parole per aggiudicarsi quel posto alla Fondazione di Ricerca. E forse quelle parole erano anche eccessive, ridondanti. Quel posto era mio prima ancora che esistesse. Non c’era bisogno di un colloquio.

    Il mio spirito tonico e cristallino si irradiava nei corridoi, surfando sulle patinate superfici delle scrivanie, saltellando tra i tasti snelli dei notebook e le poderose cassettiere delle fotocopiatrici. Il lucido parquet accoglieva i miei mocassini neri varati il giorno della discussione della tesi, con uno strepitio di scricchiolii entusiasti; il mio abito blu elettrico sagomato, svolazzava e conquistava le mie colleghe e le loro boccucce arricciate e imburrate al cacao, per me s’improvvisavano sensuali balletti sincronici di languide ciglia.

    Ed io? Rispondevo a quelle avances?

    Ero immortale nell’epoca post lauream. Ero dotato di tutto, anche di una virilità sensibile e levigata e fanciullesca, una virilità fresca e al passo coi tempi: discreta e astratta durante il giorno, feroce e persecutoria la notte. Ero tutto questo, e tutto si poteva leggere nei mie occhi, non c’era bisogno di tante parole.

    Non ci misi molto a conquistare anche i miei capi, e il loro seguito di sciatti e timorati tirocinanti, assieme a tutti i nostri clienti. Mica casalinghe, disoccupati, clandestini, zingari. No, pezzi da novanta, la crema pasticcera del sistema produttivo della penisola. Mica Cazzi!

    “Buon giorno sono il Dottor X, ricercatore della Fondazione Y. Attualmente mi sto occupando di una ricerca di prim’ordine. Noi siamo l’avanguardia della ricerca in campo organizzativo e sistemistico, noi siamo capaci di ideare ami in titanio a prova di consumatori critici e ideologi, abbiamo un novero di esche succulente per i vostri banchieri, creatività impavida al servizio del capitale con l’appeal di una soubrette minorenne procace quanto una Dea Madre, ma non un reperto archeologico, Nossignori!, La nostra Dea è brutalmente moderna, erotomane e popolare, introspettivamente corrotta dal mercato ma esteriormente vergine e intatta grazie a delle incisive plastiche e applicazioni al silicone osteointegrante”.

    Erano giornate pregne di avvenimenti. Battendo ogni record di vendite riuscimmo ad inanellare una serie incredibile di vincite di appalti, concorsi, consulenze.

    Quanto a me, la sera tornavo a casa esausto ma soddisfatto.

    Un giorno senza alcun preavviso arrivò l’inverno. La temperatura cadde di venti gradi in poco più di trequarti d’ora, con il tramonto. Tornai a casa con le mani gonfie, tremavo. Mi lanciai sui termosifoni, ricordandomi solo dopo che vivevo in una casa senza termosifoni. C’erano delle stufette elettriche. C’erano, una volta, ma il ragazzo che ci viveva prima se l’era portate via. Potevo andare in cucina, accendere i fornelli. Potevo, e così ho fatto. Ma quei fornelli mi hanno deluso. Dopo alcuni singhiozzi di scintille hanno esalato l’ultimo spiro di gas.

    Ma potevo lasciarmi andare? Io, eroe della nuova rivoluzione, Io e il mio spirito strepitoso potevamo abdicare così di fronte a delle difficoltà? Non mi sarei lagnato, come quei giornalisti, o avvilito come i politici abbassando le brache alla crisi energetica in diretta nazionale. Era un bene che in quella casa non ci fosse una televisione. È facile abdicare, seduti in prima fila di fronte alla propria birra. Ma noi siamo nella fulgidezza, noi siamo le saette scoccate da Zeus, e possiamo sopravvivere a gelate polari, tsunami, esperimenti elettromagnetici, gassificatori postnazisti e squadracce postfasciste. La crisi? La crisi mi fa un baffo, la crisi è il bidet della mia paura, la lavatrice…

    In cucina c’era acqua alta. Non me n’ero accorto. Forse si era rotto qualcosa, anzi forse era il caso di togliere quel “forse”, perché si era rotto il tubo dello scarico. La cucina era un lago. Cristo!
    Dovevo chiamare assolutamente il padrone di casa. Uscii da quella piscina con piano cottura e tornai in camera, alla ricerca del telefono. Lo trovai, composi il numero, e aspettai invano che squillasse.

    Nell’attesa intervenne la signorina con la voce metallica a ricordarmi (ed era il mio caso) che il credito non era sufficiente, ma che dire sufficiente, era un credito ridicolo. Quasi si fece una risata. Io, mi trovavo addosso delle sensazioni contradditorie. Poi il telefono squillò, era lui: il padrone mi mandava un messaggio. Mi chiedeva se avevo intenzione di pagare l’affitto. Di già? Era già passato un mese? Quelle che mi trovavo addosso non erano più sensazioni contradditorie ma presagi.

    Potevo lasciarmi andare? Io, spirito ebbro e devastante, Io: formula alchemica per il dominio del Tempo. Io, solo. Solo. La mia faccia sullo specchio all’ingresso mi ha spaventato. Non mi ero accorto che avevo le labbra livide e le pupille a bagno in una sclera radioattiva. Non erano semplici occhi arrossati, erano occhi malati. E la malattia come la crisi mi avrebbe fatto un baffo, sarebbe stata anche lei il bidet della mia paura, il bancomat…

    Andai al bancomat per ricaricare il telefono, e dare un’occhiata al conto. Una volta inserito il mio codice segreto iniziò l’attesa. L’angoscia si insinuava e neanche me ne rendevo conto. Faceva un freddo cane. E poi quell’angoscia si schiarì la voce meccanica e declamò, concisa ed efficace:

    “Caro Dottor X, nel mentre Lei assecondava il suo solipsismo interiore quale evoluzione matura di una fantastica masturbazione adolescenziale, la Sua banca ha colto l’occasione di investire i suoi 550 euro netti in busta paga mensili in tecnologie militari e viaggi esotici per i topmanager. Il tutto è stato fatto in buonafede, consapevoli del suo spirito tonico e cristallino, e della grande tenacia e grinta che la contraddistingue. Siamo fiduciosi che saprà trasformare questa mancanza in ricchezza, e qualora ciò non accadesse le auguriamo che il decorso della sua malattia ed il lento scivolare verso la povertà assoluta e l’indegenza più vergognosa, si concluda senza atroci dolori, magari con un colpo apoplettico la sera dell’orgia più godereccia a cui abbia mai preso parte”.    

     
  • 11 maggio 2011 alle ore 23:03
    Unghie rosse

    Come comincia: Sulla scrivania c’era un quaderno aperto con una matita nel mezzo. Una fresca aria di primavera passeggiava sopra un tappeto di luce. Nel suo allegro incedere animava ogni cosa nella stanza: dalle ombre angolose alle tende ondulate; tutto si animava, dallo smalto delle piastrelle fino ai riflessi sulla carta lucida delle fotografie appese alle pareti. Tutto prendeva nuova vita, tranne Pietro. Esausto da quel vuoto e brulicante lavoro scolastico, appesantito dalle lasagne della nonna e dalle petulanti reprimende del nonno, le palpebre capricciose a tradimento cedevano proprio sul più bello: in quello spicchio di giornata infinitamente prezioso tra il pranzo e l’allenamento di calcio.
    Quasi per inerzia aveva recuperato un compito di Storia appallottolato nello zaino. Aveva della frenesia in corpo, non riusciva a stare fermo. Doveva finire quel compito, ma non voleva. L’unica certezza che aveva era quella di non avere alcuna voglia di regalare tempo a niente e nessuno. Che pena che avrebbe fatto alla madre vederlo così, buttato sul letto, a tamburellarsi il petto con le dita, con un crescendo di ritmo. «Che c’è cucciolo, cosa ti prende?» - «ma niente Ma’» avrebbe borbottato. Non c’era assolutamente niente da spiegare, anzi avrebbe voluto essere meno visibile ad occhio umano, almeno quanto quei pulviscoli che danzano per la stanza. Stava lì, a contemplare le loro traiettorie.
    Una moto spernacchia sul viale che costeggia il suo palazzo. Il fastidioso calabrone meccanico infrange l’attimo infinito della contemplazione di Pietro, ed anche la polvere inizia a saettare ansiosa. Una serie di sensazioni, di echi profondi, riverberano negli abissi dei timpani, e le sue gambe iniziano ad aprirsi e chiudersi. La schiena scatta come una molla, e Pietro inizia a circolare per la camera. Su e giù, destra e sinistra. Mima qualche dribbling, e lancia la palla invisibile contro l’armadio. Sopra la porta della camera i baffi del clown imprigionato nell’orologio segnano le tre e venticinque. “Oddio, mancano cinque minuti!”, pensa Pietro mentre il cuore sussulta come un gong.
    Sul quaderno aperto sulla scrivania c’è una riga profonda, segnata a matita; agli estremi e nel mezzo una serie di piccoli tagli indicano: la nascita, la morte di una zia, il primo giorno di scuola, la prima comunione. Ovviamente la vita di Pietro non è tutta qui, e forse è per questo che ripudia tanto quel compito, anche più degli inutili esercizi di matematica: «che cosa potrà mai cambiare se arrotondo una cifra all’eccesso o in difetto?» aveva chiesto alla professoressa quella mattina, e lei, con un sarcasmo da zimbella: «dipendesse dal tuo umore Pietro, il mondo sarebbe puro caos». Ma lui quella risposta non l’aveva neanche sentita, solo perché quella occhialuta dalla faccia acuminata e dalla lingua avvelenata indisponeva quanto l’odore dei broccoli bolliti della nonna. Per lui esisteva Beatrice, la rossa. Andava pazzo per le sue lentiggini, che ogni giorno disegnavano su quel faccino tondo come la luna piena nuove geometrie e indistricabili labirinti.
    Erano le tre e mezza, e Pietro sentiva il suo quotidiano bisogno. Era un desiderio inspiegabile solo per la sua puntualità, ma fra i suoi puntuali impegni era l’unico desiderio spiegabile. Dal corridoio spiò i suoi tutori: il nonno aveva smontato una vecchia radio malfunzionante e da settimane, forse mesi, cercava di ricomporla così come era stata un tempo; la nonna, rigida e solenne come un giudice, era stata risucchiata da quei soliti programmi pomeridiani civettuoli e patetici. Tutto era al solito posto. Con un baffo di sorriso stampato in faccia, Pietro chiuse la porta della sua stanza, e si lanciò sul letto. Ascoltando voci lontane di bambini che giocavano nel cortile del condominio, inframmezzate dal frullare delle ali di piccioni, Pietro immaginò il fondo nero del cinema e ci proiettò sopra le mani affusolate di Beatrice. Questa mattina le sue unghie erano dipinte di rosso, e i suoi occhi di blu elettrico: per qualche secondo gli era passato per la testa che Beatrice lo fissasse proprio lì, in mezzo alle gambe.

     
  • 02 luglio 2009
    Un gelato a settembre

    Come comincia: Siamo in una gelateria, in un paese di frontiera. All’esterno imprendibili autoveicoli sfrecciano veloci sull’asfalto coperto da una pellicola di acqua piovana. Il cielo è cupo, coerente con la sensazione che lascia sempre settembre, la fine dell’estate, l’autunno che ci sorprende e rannuvola i pensieri.
    Lei assaggia il gelato che pare non ne abbia voglia. Rimane assorta e immobile. Tiene per qualche secondo di troppo il cucchiaio in bocca, e poi lo riaffonda nella crema. Al contrario Lui, lo si può sentire tintinnare il suo cucchiaio contro le pareti del bicchiere, è già quasi arrivato al fondo, ed ingobbito sulla coppa mostra il grugno. A lui il gelato è piaciuto, ha fatto la felicità dell’estroverso gelataio, che con le braccia a compasso da dietro il bancone fa cenni di approvazione. Ama i clienti golosi.
    Ti fai vedere mangiare così dalla tua fidanzata?
    Ghigna da dietro il bancone, e nello stesso istante lei e lui correggono che No, sono solo amici.
    Il barista coglie imbarazzo e passa lo straccio sul bancone, e fischietta. E lei più intimidita di lui si dondola nel suo rossore e abbozza una risposta
    Siamo colleghi, niente di più...
    Anche lui è di certo in imbarazzo, si è accorto del muso di cioccolato, e se lo pulisce svelto altroché, e si ricompone, distendendo la schiena (operazione inutile casomai volesse sciogliere la tensione provocata da quel commento: “niente di più”).
    Ecco che lei dalla borsa che tiene in grembo tira fuori degli orecchini, e nel frattempo le guance digeriscono l’imbarazzo di poco prima – ecco che li indossa.
    Un signore entra pochi attimi dopo, scuotendo il suo impermeabile grigio, né più né meno del cespuglio scombinato e bagnato dei suoi capelli.
    Dottore che le faccio?
    Il dottore esamina ogni vaschetta, con le braccia dietro la schiena, si molleggia scimmiescamente.
    Pistacchio e stracciatella buon gelataio – urla! - Godiamoci questo momento di malinconia...
    … E quanto piace all'omino in camice oltre il bancone scorrazzare da destra a sinistra e affondare la paletta. La voce del dottore scacciò la noia dipinta nei volti dei nostri protagonisti.
    … Un momento di malinconia gelataio, il gelato di settembre se lo fa chi rimesta l’estate!
    Commentò il dottore. Nel frattempo, in secondo piano, il gelataio tendeva di fronte a sé soddisfatto il cono colmo. Non disse una parola. Mossa savia, perché avrebbe avuto tante cose da raccontare a proposito dei clienti “settembrini”, ma amava osservarli e non intimidirne i soliti (ai suoi occhi) comportamenti; pareva volesse lasciare la scena al dottore, accompagnandolo con il suo sorriso disponibile verso il centro del palcoscenico mentre costui non levava gl'occhi di dosso dal ragazzo, e continuava a guardarlo insistentemente.
    Che guardi? Ragazzo non ti riconosci più?
    E prese a ridere, agitando pericolosamente il cono.
    Il ragazzo non parve stupirsi, si girò verso lei che, risvegliata da un’algida sensazione, mimava curiosità spalancando gli occhi. Lui si piegò sul tavolo in modo da poterle dire sottovoce che quel dottore era una sua vecchia conoscenza.
    Il mio vecchio professore di filosofia, è almeno dieci anni che non lo vedo, nutriva una morbosa passione intellettuale per Erich Fromm, lo chiamava Frommè, francesizzava tutti i filosofi.
    E il dottore infastidito forse dai commenti che non arrivavano alle sue orecchie, alzò ancor di più la voce.
    Teoricamente è facile identificare un limite fra avere ed essere, è come lanciare un dado, ma “nel tempo”, nel qui ed ora, hic et nunc, c’è sempre bisogno di arrivare a trovarlo da sé il limite, perciò la teoria è inutile.
    Nessuno in quella gelateria avrebbe saputo rispondere, a dir la verità nessuno capì che si trattava di una domanda. Il professore riprese a ridere, e senza salutare uscì. Una volta varcata la porta un passante si spaventò nel vedere cambiare l’espressione del suo viso, ingiallì di paura e cambiò strada.
    Il professore si perse nell'orizzonte, fra i palazzi. Quello era il suo habitat. Quei giganti, solidi e perenni. Si sentiva in buona compagnia fra di loro. A lui piaceva passeggiare ai loro piedi, e quando vedeva una crepa su un muro o su una colonna, sorrideva e l'accarezzava.
    Cosa ha detto prima d’uscire?
    Ha detto che perdi tempo a guardarti alle spalle.
    In che senso?
    Nel senso che quel pazzo là, spuntato dal nulla, ti voleva dire che ti sei fossilizzato, che senti il tempo scorrere, e ciò ti pietrifica, sennò non ti avrebbe chiesto se hai problemi a riconoscerti, no? la trovi lineare la mia spiegazione?
    Una specie di nostalgia? Succede a settembre, no? è sempre la fine dell'estate.
    Lei prese un altro cucchiaio di gelato, ormai ammorbidito, contemplando il vuoto, cercandovi le tracce visive di scene quotidiane, susseguirsi di abitudini e gesticolamenti. Scandagliava il suo passato recente, cercava il tempo che passava, eppure niente, non sembrava essere cambiato niente nella sua vita. Sembrava una lunga serie di diapositive proiettate su di un manifesto, una spiaggia caraibica al tramonto, esoticamente e malinconicamente: eterna stagione.
    No, non ti capisco proprio.
    Anche lui era pensieroso. Ragionava se era il caso di fare un bis di amarena.
    Forse ti ha visto confuso, titubante, forse ti ha riconosciuto, gli hai dato l’impressione di essere talmente cambiato da essere irriconoscibile ai suoi occhi. Ha pensato ad una persona che non sa cosa vuole e cosa essere, ecco, io la penso così probabilmente ti ha riconosciuto benissimo, e sei tu a pensare di essere cambiato. è un po’ una tua illusione.
    Il professore spuntò fuori di nuovo, proprio attraverso la vetrata di fianco ai due ragazzi, disse qualcosa, ma di non udibile e leggibile; la ripeté un paio di volte e poi scattò di corsa con una mossa da burattino.
    Nient'altro che un manifesto esotico di una agenzia di viaggi. Quando gli altri s’accorgono di noi mentre stiamo cambiando ci pervade un desiderio di occultamento, di rifiuto preventivo. L’equivocante realtà di se stessi diventa un libro aperto agli altri, e questa apertura pubblica rattrappisce i movimenti, affila gli sguardi, pietrifica. Ci si guarda male, e ci si chiede sempre il motivo dei nostri comportamenti. Certo un palazzo non corre, non sfreccia veloce come a volte fa il tempo. Forse che i treni cambiano vagoni in corsa? Così paiono gli uomini visti dall’esterno, dei treni; così si vedono gli uomini dall’interno, dei palazzi in perenne ristrutturazione.
    Lei è presa da parossismo, perché lo ama, anche se questo sentimento somiglia più al dolore, a un’agonia. È così immobile, così distante, da avere la sensazione che nulla, assolutamente nulla possa toccarla. Le prime parole che le passano per la testa, quando pensa di trovarsi fra le braccia di lui sono: assassinio, schiavitù, lotta, soffocamento, stordimento, veleno, e passione.
    Ho già amato, e non si può amare di nuovo, pensa.
    Ma quanto sei nervosa!
    Dice lui, rompendo quell’attimo di sospensione. Lei spaurita, prende a balbettare con le palpebre.
    Io credo sia inutile affogare nei ricordi, perciò – continuò lui - basta con questi vacui momenti, ammorbanti momenti. Ti sfido ad un gioco più appagante, e distensivo: l’attività sessuale. Un cambio di rotta rispetto all’alienante guardarsi indietro e sospirare. Che a quanto pare vale più per te che per me. E poi tranquilla, avremmo anche modo di odiarci, per tutto quello che è capitato, che ne dici?, insomma, smuoviamo questa cappa di noia e fatalismo.
    Anche il gelataio era assorto, guardava attraverso i vetri. Si girò guardando la fila di torte fotografate ed appese sulle pareti, gustandole, suggestionato dalla loro perfezione eterna. In quel momento sentì lo schiaffo che proveniva dal tavolino dei suoi due unici clienti.
    Lui si massaggiava la mascella, e lei si sfregava le mani mordendosi un labbro, quindi sbuffò, rilasciando la tensione dall’addome, riconciliandosi con la sua dignità.
    Sei crudo e spietato, ma so anche che sei dolce e curioso. Mi vedi titubante lo so, forse aspra. Noi ci dobbiamo solo...
    Mi sento fuori luogo.
    Sei tu che hai avuto l'idea di prenderci un gelato, a settembre, e senza neanche un raggio di sole in cielo.