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in archivio dal 05 apr 2006

Niva Ragazzi

20 dicembre 1952, Poggio Rusco (MN)
Segni particolari: Nel Comitato dei Lettori dal 2011

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  • 16 luglio 2009
    La casa

    Le volte che ricordo
    e ti assicuro
    ricordo bene,
    sono momenti di gioia.


    Noi abitavamo allora
    una casa di sogni
    blu
    e forse anche rossi
    ma comunque, in arcobaleno:
    ecco,
    una casa di speranze
    e le speranze, tu sai,
    sono colore d'acqua chiara.


    Io ricordo:
    noi, ricordo:
    sì, siamo stati immensamente felici.

     
  • 26 giugno 2007
    Ascolta

    Vorrai ascoltarmi?
    Che la ragione è sempre priva di sentimento
    e poi non ci sono parole verdi
    oppure azzurre
    come l'anima sa pensare
    quando vola
    quando vibra
    quando sogna:


    che squarci di cielo
    che lampi di seta
    che nubi diamante.


    Io voglio volare.
    E naufragare
    lungo rive molli di sabbia bollente
    e distesa al sole
    asciugare
    tutte
    ma proprio tutte
    le cocenti lacrime dei rimpianti.

     
  • 07 aprile 2006
    Occhi di cielo

    Occhi di cielo:

    forse non lo sai che i gattini

    appena nati

    hanno tutti gli occhi azzurri.

     

    Che cosa posso chiedere di più

    che cosa

    davanti

    a questo azzurro

    che mi promette

    l'anima

    davanti

    davanti a tutto questo cielo

    che cosa.

     

    E nel tempo che passa

    anche i gattini crescono

    ed i loro splendidi occhi di cielo

    si fanno smeraldi

    preziose gemme

    lucenti nel buio.

     

    Lucenti si

    ma nel buio.

     
  • 07 aprile 2006
    Padrone del silenzio

    A te il silenzio

    padrone del tuo tempo

    signore dai mille destini

    che lungamenti rimiri

    ad occhi aperti

    spalancati

    immemori

    sul misterioso abisso

    traslucente gioiello

    di sfolgoranti universi:

    ma distanti

    che solo un tuo passo

    non potrà raggiungerli

    che solo una tua vita

    non potrà percorrerli.

     

    Ma vivili:

    addosso a te accosto stanno

    lucide ombre

    di tutte le possibili aurore.

     
  • 07 aprile 2006
    AMORE DI RAGAZZE

    Ahi, amor mio,

    se tu sapessi quel che so io,

    non ne saresti poi così fiero

    di questo cielo senza pensiero

    di questa luna

    senza fortuna

    di questo ago senza la cruna:

    e questo amore di sole parole

    non potrà vivere un giorno di sole

    non potrà crescere

    nemmeno per gioco,

    non dovrà esistere,

    neppure un poco.

     

    Ma a questa notte

    di cielo stellato

    non so negare un sorriso fatato

    non so vietare

    speranze fasulle

    tiepide e tenere come fanciulle.

     

    Che vogliono credono amano ancora:

    il sole al mattino lo chiamano aurora

    il mare al tramonto è ancora un incanto

    ed io che le ascolto

    ascolto e rimango

    a pensare ai mattini di allora.

     

    Ed io che rinasco

    rinasco ancora.

     
  • 05 aprile 2006
    Il vaso

    Quando il vaso è pieno

    goccia a goccia trabocca.

     

    Trabocca inquietudine risentimento noia

    speranze assurde e soli sfavillanti

    piccoli gioielli perfetti inimitabili

    ed il disagio ed il rancore uniti

    avvinti alla delusione al disinganno

    e dietro di loro fluide veloci

    la follia e l'amore.

     

    Quando il vaso sarà meno colmo

    è probabile che possa ancora piovere:

    dal cielo nuvole molli e nere

    possono passare veloci come caravelle

    alla riscoperta di un nuovo mondo:

    ed io Colombo Cristoforo

    e c'è sempre qualcuno che sta in vedetta

    e terra non vede

    e la ciurma che rumoreggia:

    ma terra non si vede,

    e terra non si vede.

     
  • 05 aprile 2006
    Oasi

    Per quanta pace tu desideri

    un mare non ne esiste

    un deserto non ne esiste,

    ma oasi

    isole chiare e lontane

    e tu in oceani di tempeste

    chiami e chiami per nome

    le cento speranze dei tuoi sogni.

     

    Arriveranno a salvarti

    agili e snelli

    i lunghi vascelli dei pirati.

     
  • 05 aprile 2006
    Pioggia in città

    Momenti di angoscia:

    la sento addosso

    e la vivo dentro

    e non so spiegare se è un tormento

    un'impresa ardita da architettare

    una caccia al tesoro da abbandonare

    o forse un'oasi da dimenticare.

     

    Un'angoscia appena un accenno

    di acuta pena

    nell'anima persa

    in quest'aria tersa

    d'azzurra estate che estate ancora

    è da venire

    ma il vento addosso

    a folate brusche

    tenacemente

    mi porta in mente

    e le speranze appena osate

    e le follie irriverenti amorali risate

    e poi la pioggia che di sicuro

    tutto sistema tamburellando

    tutto riaggiusta poi che lavanto

    tutto cancella e poi aspetta:

    che il sole torni che il vento passi

    che torni il giorno dei primi amori

    che passi il tempo dei vecchi errori.

     

    A quelli nuovi voglio pensare

    per quelli nuovi voglio volare

    e con che mani saprò giocare

    con che carezze mi farò amare.

     
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  • 04 ottobre 2011 alle ore 10:29
    Il coraggio: rischi e controindicazioni

    Come comincia: Conosco una ragazza che ogni mattina sale sul treno delle 8.15 che parte da Saronno ed arriva a Milano Cadorna alle 8.55. Il tragitto da casa alla stazione lo fa con un'amica, una signora anziana ben tenuta, bionda, con tremendi gelidi occhi scuri.
    Anche lei è sempre ben vestita, classica, certo, ma con una punta di estrosità nel tocco della sciarpetta al collo, nel rossetto nuovo, nello smalto delle unghie: ma lo stile rimane, tuttavia, molto sobrio.
    Camminano, queste due donne, senza neppure sfiorarsi, in un ticchettare frettoloso e ritmato di stivali di pelle firmati, aggrappate alle loro borsette Gucci o Trussardi, i capelli perfettamente in piega, il trucco appena accennato, sapiente: di classe.
    E nell'estate torrida o nell'inverno crudo, quando tutte le ragazzine portano sciarponi sul naso e giacconi imbottiti, lei, invariabilmente rigida e dritta, nella schiena dritta, nella testa dritta, secca addosso come un bastone - di comando o di punizione, chissà - se ne sta appoggiata appena contro la parete della carrozza del treno.
    E parla misuratamente con l'amica, si danno del lei, forse sono solo colleghe di ufficio, a volte parlano di persone di comune conoscenza.
    E già lei rivolge alle persone attorno lo stesso sguardo gelido e scostante, dell'altra, l'anziana, già la pelle del viso attorno agli occhi è segnata, attorno alla bocca troppo tesa un fitto, fitto sottile delicato arabesco si disegna: e tuttavia, lei trucca le labbra di rosso.
    E il rossetto sbava appena nelle prime rughe accennate.
    Quando il treno arriva in stazione, lei scende e saluta l'amica:
    -Ci vediamo stasera, io prendo il 6 e 36, l'aspetto!
    -Ci sarò sicuramente- risponde l'anziana.
    E si separano.
    Lei cammina veloce, con quel passo serrato, mai aprire troppo le gambe, mai saltellare, attenzione - oh, fa attenzione, via...- e quasi senza guardarsi attorno, la gente, si sa, a volte è così brutta, vero?, arriva al palazzo in cui si trova il suo posto di lavoro.
    E' un lavoro d'ufficio, si, certo: ma di responsabilità, anche.
    E nel lavoro d'ufficio, piccolo topo grigio, lei si immerge lietamente, a passi serrati, gomiti contro il corpo, la sua camicetta bianca, la sua sciarpetta, le sue gonne lunghe.
    Ed i suoi colleghi, quando si rivolgono a lei, la chiamano per nome, certo, ma non le danno del tu, come ormai si usa dappertutto: oh no, lei rimane sempre la signorina xyxyxy.
    Salirà e scenderà mille volte la scaletta alla ricerca dei documenti negli archivi polverosi, ma comunque sia, nella classe che la contraddistingue, a lei ci si rivolte con i debiti modi.
    Mai, neppure lontanamente mai, si immaginerà che cosa esattamente dicono di lei, povera ragazza, quando appena appena le voltano le spalle, mai saprà fino a che punto la gente è capace di usarla, tanto, basta fingere deferenza, con lei, rispetto, e non dire mai "c.....".
    Ah no, la signorina ha orrore delle parolacce, non potrebbe mai sopportarle, è una cosa più forte di lei, le si rizzano i peli sulle braccia.
    E qualcun altro soggiunge, a bassa voce: "...e non solo quelli....".
    E nella sua giornata quieta e relativamente protetta dalla routine del suo lavoro, ormai quindici anni nello stesso posto, chi mai la manderà via di là - e poi, ma si, è fidata, di sicuro impegno, puoi stare tranquillo che se dire che lo fa, lo farà senz'altro - eccola senza grandi pensieri veleggiare verso una solitaria serata.
    Gli altri si incontrano, gli altri fanno progetti, vanno al cinema, hanno ragazzi, ragazze, feste, balli, hanno una vita fuori; lei ha la famiglia, la mamma, il papà, la sorella più giovane, va ancora a scuola, al primo anno di università.
    Ma in famiglia l'aria non è poi cambiata, perchè la sorella più giovane va a scuola, si, ma perchè non sa che cosa fare: fa pedagogia, ma a lei proprio i bambini non piacciono.
    Anche a questa ragazza che io conosco, i bambini non piacciono: sporcano, gridano, e poi, così piccoli, che impressione.
    "Certo, sono belli, però io non credo che sia assolutamente necessario averli, i figli."
    "Si può essere realizzati anche senza, i figli".
    Oh certo, naturalmente.
    E lei continua a spulciare i vecchi libri cercando codici e codicilli, felice in anima, rilassata e remota dal grande vortice impazzito della vita.
    Non le sono mancate le occasioni, a questa ragazza, no: le è mancato il coraggio.
    E quando a sera si ritrova sulla strada per la stazione, a volte davanti a lei si abbracciano due ragazzi in jeans e giubbotti, e parlano fitto fitto e dicono tutto il loro universo di stelle, le labbra vicine e le mani - ah, queste mani ribelli impudiche invadenti: ma non si può, davanti a tutti, che schifo!-
    Oppure vede a volte quei gruppi compatti di gente affiatata che si chiama da un capo all'altro della strada, perchè stanno andando a mangiare una pizza, perchè dopo vanno al cinema, perché "dobbiamo organizzare per domenica, per sabato, per domani...".
    E lei abbassa gli occhi, stringe le labbra, stringe le gambe, e passa oltre, oltre il muro d'incanto dei loro sentimenti intessuti in briciole di vanità, di civetteria, di follia d'essere vivi oggi, oggi e forse domani.
    Lei è una persona posata, si sa, non è più una ragazzina, certe cose sono finite.
    Ogni cosa alla propria età, ama dirsi spesso, quello che si poteva fare allora, adesso non si può più.
    Ma nel camminare sola, e sempre e sempre sola, contro le vetrine illuminate dei negozi, nell'attraversare la strada, quel serpente lampeggiante e crudele di automobli, e la gente dentro, la gente felice, che va e viene, e fa progetti e si diverte e vive e piange e grida, bene, mille volte mille, l'anima le si strugge di accorata nostalgia.
    Perchè poteva, perchè doveva essere diverso.
    Non le sono mancate le occasioni, lei le ricorda ancora, anche se con distacco, con il dovuto e necessario distacco, con la lucidità della saggezza, ricorda quella ragazzina acerba, tutta gambe e capelli.
    Ricorda i pensieri: ancora adesso, a fatica se ne accosta, li aggira, li spia, ma ancora non li riprende, perchè la sconvolgono l'asprezza e la sregolatezza dei sentimenti, la violenza dei desideri più sconci, più depravati, la fa rabbrividire, ma tuttavia lei sa che questi erano i suoi pensieri.
    Lei sa che cosa esattamente pensava il suo corpo, quando il primo ragazzo le ha fatto battere il cuore, ed allora, davvero allora, oh no, non aveva questo passo pudico, e davvero, ma davvero, non aveva questa bocca serrata ed asciutta e dura.
    E quando poi gli amici le si stringevano addosso, quando appena cominciava ad aprire gli occhi, gli occhi dell'anima, sulla realtà di sangue e di nettare di questo mondo da vivere, quando cominciava a cercare di placare l'ansia di esistere fuori di casa, si, al momento preciso in cui doveva rispondere al primo invito, alla prima mano tesa verso la sua, perchè anche lei facesse parte della catena, ecco, lei, no.
    Lei non ce l'ha fatta, lei ha chiuso la porta, ha chiuso gli occhi, ha detto non posso, io, no, mia mamma non vuole, e poi, cosa penserà mio padre: perchè la sua era una famiglia tradizionale, una vera famiglia, il padre lavorava duro, faceva i soldi, ma le figlie, femmine, dovevano renderglieli, in un modo o nell'altro.
    C'era un decoro, da mantenere, un'aura di rispettablità, di buoni sentimenti.
    "Puoi andare all'oratorio, si."
    "Puoi andare con le suore in gita, si."
    "Puoi andare a messa con le amiche, si."
    Purchè tutto sia in regola. Purchè tu non pensi, non senta, non frema in corpo al primo soffio di vento di primavera.
    Non sai gli uomini, cosa sono, le diceva la madre. Bestie, sono.
    E davanti a quel viso irrigidito, nel sospetto del rituale segreto e misterioso, lei inorridiva al pensiero: al pensiero che sua madre potesse leggerle dentro, dentro in anima: e vedere.
    E sempre più chiudeva gli occhi.
    Bestie, sono, con i loro desideri bestiali.
    Lei non era certo un'ingenua, sapeva come si svolgono le cose: ma ne rifuggiva al pensiero di esserne insozzata.
    Quando a volte si arrivava a toccare questi argomenti, si scopriva che lei era per una convivenza di persone mature, sagge, educate, senza il problema dei rapporti fisici: questo, poi, davvero, non poteva accettarlo.
    Faticava quasi ad accettare la convivenza sotto il medesimo tetto: passi per i fratelli, si sa, sono della stessa famiglia, ma due estranei, due perfetti sconosciuti, che si mettono insieme per...
    Ah no, che schifo.
    Il coraggio, le è mancato.
    Di accettarela parte di bestia che dentro di lei rumoreggiava, risacca di mare, di un mare di corallo, corallo rosso sangue, rosso sangue d'amore e di vita.
    Questa vita da vivere, lei ancora la guardava da lontano, per paura di bagnarsi i piedi con il suo lungo penoso irrisolto schiumare di gioie e dolori, dolori, cocenti dolori e misericordiose oasi di felicità perfetta.
    Ed ogni sera, dopo la lotta contro la possiblità di vivere, lei accoglieva felice e trafelata l'amica anziana, e parlando delle quiete cose di sempre, di casa, di cena, di tempo, di vacanze, salivano insieme sul treno.
    Sul treno che l'avrebbe portata a casa: senza scosse, senza traumi, piccola chiocciola paurosa, pronta a morire senza  aver mai messo la testa fuori dal guscio.
    E tuttavia, innegabilmente, si, pavida, si: ma con classe.

     
  • 09 novembre 2009
    Per sempre

    Come comincia: Adesso a raccontarla è facile.
    Ma allora, non ci credevo; credevo che sarebbe durata per sempre, mai finita, si dice così, vero, a diciotto anni?
    Dovevano essere le 7 appena suonate, sette di mattina in un giorno di primavera.
    Sai com'è la primavera in città: ti scoppia in anima, ti brucia gli occhi e non ti si stacca più di dosso.
    Così con questa primavera in testa me ne andavo in fabbrica senza sbadigliare e restavo affacciato al finestrino aperto del tram.
    L'ho vista allora, camminava sul marciapiede, e l'ho guardata bene.
    Non perché avesse qualcosa di particolare, non era neanche tanto bella: vestiva come tutte le altre ragazze, portava i capelli lunghi come tutte le altre ragazze, ma aveva qualcosa in più.
    Che le altre non avevano.
    Due occhi puliti, una faccetta chiara ed un'aria di serenità che mi faceva invidia.
    Ho incrociato i suoi occhi: libertà ho visto e mi sono lasciato avvolgere dalla meravigliosa sensazione.
    Forse perché era primavera, forse perché avevo diciotto anni e lei era piccola e giovane, ho sorriso, mi ha sorriso di rimando, un sorriso aperto, libero e mi ha salutato con la mano.
    Dove andava, cosa faceva, non so.
    Sono sceso di corsa dal tram e le sono andato dietro, lei mi aspettava:
    - Mi chiamo Luigi, e tu? - le ho detto.
    - Mi chiamo Silvana.
    Così ho incontrato Silvana, io credevo fosse per sempre, quando si è giovani è facile dire grandi parole.
    Adesso che ci penso bene, ricordo le nostre giornate insieme, per quelle strade d'asfalto senza verde e per quei prati molli dolci caldi come le labbra di Silvana ed il suo sorriso, la sua voce.
    Parlava di grandi cose, io dicevo grandi parole: meccanico in fabbrica, lei dattilografa in agenzia.
    Grandi sogni, a diciotto anni.
    Per sempre.
    Non mi ha tradito Silvana, né io l'ho tradita.
    Ma la speranza, ci è mancata: speranza per andare avanti, per continuare a camminare nelle nostre strade di gente, speranza per accettare di avere problemi e difficoltà come tutte le altre persone.
    Ci è mancata la speranza di volerci bene per sempre, anche dopo la prima volta, anche dopo la prima stanchezza e le incertezze e le incomprensioni.
    Perché è facile dire "ti amo" ad una ragazza coi capelli lisci e lunghi che ti si sdraia calda addosso.
    Ma è difficile pensare "ti voglio bene" quando la novità è finita, quando il quotidiano ti assilla, quando l'abitudine serpeggia, insieme ai problemi banali: non ho i soldi per l'affitto,  non mi capisci,  i tuoi problemi non mi toccano...
    E' difficile voler bene.
    Ci è mancata la speranza di volerci bene, a me e Silvana.
    Questo, ormai, è un ricordo vecchio.
    Ma ancora mi gira in anima, non si lascia inquadrare, non si lascia catalogare, come farò, mi chiedo.
    Nel tempo che è passato, ho fatto carriera, guadagno bene, ho famiglia, due figli.
    La gente che mi conosce dice di me che sono un uomo "arrivato".
    Ma dove?
    Ho mancato il colpo dei miei vent’anni e sono condannato a portarmi in anima questo ricordo ribelle ed il rimorso di non aver saputo voler bene.
    E questo rimorso, adesso ne sono sicuro, è per sempre.

     
  • 09 settembre 2009
    Il generale

    Come comincia: Senti, vieni più vicino, non avere paura.
    Ascolta.
    Ti voglio dire la mia stanchezza.
    Sono inquadrato in un reggimento di cui conosco solo le spalle davanti a me ed i calci dietro di me.
    Ho pensato: un giorno il generale passerà in rivista.
    Un giorno, anche da lontano, lo vedrò.
    Ho visto giorni passare, settimane e mesi e anni passare.
    Io aspetto: ma sono sempre più stanco.
    Non posso riposare, non posso perdere mai di vista le spalle davanti a me e dietro sempre devo avere un occhio attento ai calci.
    Ho cercato alla mia destra.
    Ho cercato alla mia sinistra.
    Mezze facce, ho visto.
    Ho cercato di parlare, durante la marcia.
    Solo una risposta, ho avuto: taci.
    Così continuo ad andare avanti.
    E sono vecchio, ormai, sono stanco.
    A volte penso, forse ho sbagliato a scegliere questa strada. Ma io mi chiedo: l'ho scelta veramente?
    Cosa ho scelto, io, se mi sono subito trovato preso fra queste due righe di spalle davanti, di calci dietro e marciare.
    E marciare.
    Io non so.
    Ma stasera vorrei tanto uscire da questa fila eterna e sedermi in un angolo e non pensare.
    Ti chiederai perché non ho ancora fatto niente, perché ho tirato avanti fino adesso, perché non mi sono mosso prima, perché non ho preso una decisione, una qualunque...
    Sai, io speravo.
    Speravo sempre che un giorno o l'altro avrei visto il mio generale.
    Anche da lontano, sai, non ho pretese, ma un giorno o l'altro, io speravo.
    Adesso?
    Ma non so, non so più; ho tanta amarezza dentro che stasera mi sentirei di piangere come un bambino.
    Perché ti racconto queste cose?
    Non saprei, forse perché non ti conosco, perché ti ho visto in disparte, perché ti ho visto di fronte e tu mi hai guardato in faccia.
    Aspettavi me?
    Sì, mio generale, in capo al mondo, dietro di te.

     
  • 06 febbraio 2009
    Ragazzina

    Come comincia: Mi hai detto di parlarti seriamente, non sei più una bambina.
    Ed io ho sorriso e ti ho carezzata.
    Amore, tu sai solo di favole e non vedi che le regine non hanno più lacrime e sorrisi per questo nostro giorno.
    Tu cammini lungo questa vita eterna e ti credi eterna anche tu, per un miracolo di primavera.
    Il dolore è solo una parola brutta e tu sei così giovane e tenera che non sai guardare la sofferenza.
    Perché non ci credi, ancora, e puoi solo soffrire di un gattino o di un fiore, ma senza molta convinzione.
    Eppure, in fondo alla tua anima fresca di gioventù, senti sconvolgimenti strani, senti maree improvvise che tu non sai, che non ammetti.
    Allora parli di malinconia e vieni di corsa a cercarmi per chiedermi con gli occhi grandi e tristi di aiutarti.
    Amore, senti, vorrei dirti allora, lascia questo tuo rivestimento di incoscienza e cerca di capirmi bene.
    Se io ti parlo di morte, non pensare solo alle candele; se ti parlo di guerra, non pensare solo ai film; se ti parlo d'amore, non pensare solo ai Baci Perugina.
    Vorrei farti capire che oltre le stelle in cielo non c'è una Terra Sconosciuta e finalmente vedere nei tuoi occhi grandi la paura.
    Amore mio, come posso aiutarti se tu non mi ascolti, se mi guardi solo e sorridi arrotolandoti un ricciolo bruno attorno alle dita?
    Come posso farti capire che tu sei viva come io sono vivo, perciò un giorno morirai, amore, soffrirai di questo schiantamento dell'anima dal corpo e non sarai più su questa terra, ma solo carne putrefatta e polvere.
    Ma tu ridi, mi metti le braccia al collo e ridi.
    Ho voglia di farti male, ma sei troppo giovane.
    Allora chiudo gli occhi e ti bacio.

     
  • 05 luglio 2007
    Un uomo felice

    Come comincia: C'è un uomo di fronte dove lavoro io che tutti i giorni alle 5 del pomeriggio ha finito la sua giornata di lavoro.
    Va a lavarsi fischiettando al rubinetto di un terrazzo poco lontano: forse fa il muratore, non so, lo vedo solo in canottiera.
    Fischietta; a volte lo sento cantare, canta sempre che è morta la mamma, tarin tarà, che è morta la zia, tarin tarà, che è morta la moglie, tarin tarà.
    Sono tutte donne, quelle che muoiono.
    Deve essere un uomo felice e soddisfatto.
    Alle ore 5 e 1 minuto del pomeriggio lo sento arrivare. Smetto qualunque occupazione e mi metto alla finestra a guardare.
    Si insapona religiosamente le braccia, frega sotto le ascelle, sul collo, nelle orecchie e finisce laboriosamente sulla faccia.
    E poi si tuffa cantando sotto il rubinetto, sollevando prima un braccio, poi l'altro.
    Intanto, è già morta la cognata, tarin tarà.
    Alle 5 e 10 ha finito di lavarsi e tutto gocciolante va in cerca di un asciugamano: di solito, usa la sua camicia.
    C'è un sole gagliardo che gli batte sui muscoli e lo fa scaldare in corpo.
    Alza la testa e si mette a fischiettare.
    E' decisamente un uomo felice: ha finito il suo lavoro, adesso se ne andrà a casa, per via forse si fermerà a bere un bicchiere con gli amici e litigherà ferocemente per una squadra di calcio.
    Arriverà a casa ancora allegro, e sarà già morta la gatta, tarin tarà.
    A casa ci sarà la moglie, un po' grassa un po' vecchia, un po' mamma e un po' megera. Sarà facile strillare un poco per un buco nelle calze, che se vai avanti così, tutti in calze ce li spendiamo quei quattro soldi che porti a casa, e per mangiare, che ci mangiamo, i buchi nelle tue calze?
    Ma poi si toglierà i pantaloni, fa così caldo, si metterà i calzoncini e manderà uno dei suoi figli che giocano sotto casa a comprargli un giornale.
    Sistemato sul terrazzino, al fresco, inforcherà gli occhiali per mettersi in politica: i ragazzini sotto casa fanno la guerra, la moglie fa la minestra e i vicini di casa fanno la solita discussione sullo stipendio, che siamo al 10 del mese e non me l'hanno ancora dato, ma io, cosa credi, io glielo dico, non sono mica fesso, io!!
    Si fa sera.
    E' estate e si sta bene, siamo ancora giovani, si può sperare. Soldi, cominciano ad essercene da parte, i ragazzini si fanno grandi, si può cominciare a pensare al mutuo per una casa di proprietà, si avvicina il momento del benessere.
    Se tiene 'sto porco euro e 'sto governo del cavolo....
    Ci penseremo.
    Ed è già ora di mettersi a tavola. Dopo si guarderà la tivù, e tutti zitti che canta Albano che io proprio me lo sento un fratello.
    A letto i ragazzini e a letto pure lui, il mio amico, con la moglie grassa al fianco.
    Ripenserà un attimo alle pagine delle riviste esposte dal giornalaio ed alle splendide vallettine e veline e prezzemoline della tivu, ma solo un poco, tanto per compensazione.
    E poi si accontenterà e farà finta di niente, che quello che conta è tante altre cose, e poi con 'sta vecchia qua ormai, ne abbiamo viste di cose insieme.
    Un uomo felice, ti ho detto: che domani alle 5 del pomeriggio sarà ancora al suo posto, tarin tarà

     

     
  • 29 marzo 2007
    Il carnevale di Divina

    Come comincia: Sai come sono i ragazzi, no?

     


    Ti viene voglia ogni volta di ammazzarli di botte per quel loro modo assurdo di comportarsi e poi coprirli di baci perchè hanno gli occhi chiari e ti guardano in faccia da sotto le coperte a chiederti:


    -Domani mi fai la torta?-


    Come posso dirti cos'è successo al mio ragazzo.


    Ha 15 anni, mio figlio.


    Ama tante cose, mio figlio: l'amore esiste in lui e si distende intorno linfa vitale.


    Mio figlio a 15 anni ama i libri di James Bond e corre ogni sera al campetto dell'oratorio a far giocare i più piccoli a calcetto, per far piacere al Don, che gliel'ha chiesto come favore.


    Mio figlio, a 15 anni, ama leggere ad alta voce le poesie di Pavese e restare ore a strimpellare la chitarra. Io gli grido di piantarla che non ne posso più, e lui mi corre davanti sul pavimento bagnato di cera e dice:


    -E' Mozart, mamma! -


    Mio figlio, a 15 anni, ama i pantaloni stirati ma corre sui pattini tutto in pomeriggio.


    Mio figlio ama guardare le belle ragazze alla TV e poi si chiude in camera e si mette alla finestra con la faccia scura.


    Mio figlio, a 15 anni, ama una gatta brutta e grigia che si chiama Divina.


    E' successo che, per l'amore che sente, mio figlio ha voluto che anche Divina partecipasse alla gioia del carnevale.


    Ed è uscito di casa correndo - Mamma, vengo subito! - ed è andato a comprare un pollo arrosto dal macellaio.


    Io gli dico:


    -Ma cosa te ne fai? -


    Mio figlio risponde:


    - E' per Divina, è festa anche per lei! -


    Ed è andato nella sua camera.


    Io gli ho detto:


    -Allora, noi andiamo, fai il bravo....-


    Non ero presente: ma nella sala scura del multisala, ne ho sentito come la trafittura in mezzo al cervello.


    So com'è stato.


    Mio figlio ha chiamato Divina allegro per darle il pollo arrosto e si è chinato sul piattino e con un coltello ha cominciato a tagliarlo.


    E per la disperazione d'amore, per la nausea di vedere come le cose vive sono, e la gatta grassa ad ingozzarsi, le stelle filanti, i coriandoli, la casa vuota, gli amici lontani (si sono dimenticati? No, sono ragazzi, non ci hanno pensato....), bene, per questa disperazione di sapere di colpo cosa sei e quanto puoi valere, ed il mondo fuori ed i problemi troppo grandi, enormi, mostruosi, mio figlio allegro non ha avuto più gioia.


    La gatta mangiava e mio figlio disperato si è tagliato le vene ai polsi con il coltello imbrattato di pollo arrosto.


    E' morto mio figlio perchè il film durava tre ore; e lui ha fatto in tempo a perdere conoscenza, a dissanguarsi.


    Non ho parole che non siano le sue e per ricordarlo vivo a 15 anni.


    Ma per quanto disperata io sia ( mio figlio voleva vivere, se io non fossi andata al cinema, se fossimo tornati a casa, voleva gli scarponi da sci, gli piaceva studiare....), ne ho come un'assurda tranquillità.


    Mi piace pensare - sono egoista o sono pazza - che mio figlio a 15 anni è morto d'amore.

     
  • 10 aprile 2006
    Passi perduti d'agosto

    Come comincia: Conosco un uomo che per disperazione una mattina di domenica d'agosto è andato alla Stazione Centrale, ha comprato un biglietto per Como ed è andato al lago.

    Durante il viaggio il treno lo aveva scosso gentilmente avanti e indietro e le persone vicino a lui parlavano gentilmente andando avanti e indietro e dal finestrino gli alberi andavano avanti e indietro.


    L'uomo aveva caldo ed era sudato: avvertiva il solito senso di malessere profondo e tenace.


    Avanti e indietro.


    Arrivato a Como, il cielo era ancora blu scuro e l'aria sapeva di sole.


    Era sceso insieme alle altre persone ed aveva camminato diligentemente fuori dalla stazione.


    Lungo il lago, era entrato in un bar a bere un caffè: 90 centesimi, non è una grande spesa.


    Non aveva questi problemi.


    Anzi, guarda, dopo il caffè, anche un bicchiere di vino, rosso.


    Bevuto anche quello, pagato senza un sorriso, l'uomo aveva salutato il barista con un gesto della mano nodosa di vecchio, un gesto stanco con la mano raggrinzita.


    Va bene, è un'altra giornata, ma per me è completamente uguale a ieri, uguale a domani, è sempre così, sempre oggi, aveva detto con quel gesto.


    Ed il barista non ha avuto tempo di accorgersene. Ne vedeva tanti, di saluti strani, di SOS senza voce.


    E l'uomo è uscito dal bar, ha camminato verso il lago.


    Si vedeva gente che faceva il bagno, lungo l'unica spiaggetta, i soliti turisti, certo, i giovani, fortunati loro, bella fatica.


    Anche lui era capace d'essere felice, da giovane.


    Da giovane, certo, tutto è possibile, uno può sempre credere che diventerà un grande uomo, farà qualcosa di valido.


    Uno, da giovane, può sempre dire: oggi no, ma domani mi ci metto, domani, si.


    Perchè da giovane, uno crede che vivrà in eterno; ma soprattutto, da giovane, uno crede che varrà la pena di vivere in eterno.


    Ma l'uomo non era più giovane; era vecchio, aveva male alle gambe, ed una fitta continua e noiosa al fegato, proprio sotto l'osso, a destra, lì, proprio lì, si.


    Camminava; un bambino gli ruzzolò fra le gambe ridendo, una bambina gli corse incontro a braccia aperte chiamandolo nonno.


    Sciocchezze.


    E mentre così camminava, ricordava la moglie, povera donna, bel funerale, otto anni fa. Ricordava il figlio, bel matrimonio, quando, cinque, no, sei anni. In vacanza con la famiglia.


    Si sa, sono giovani. A loro tutto è possibile. Non pretendeva che lo portassero con loro. Ma già, agosto a Milano, da soli, be', ecco, è lungo.


    E' lungo.


    In una casa vuota, due stanze piccole, odore di fritto - è stato il pesce, l'ultima volta, quando poi si è sentito male - non ne mangerà mai più, parola.


    E per la disperazione di vedere il cielo così azzurro senza pietà per questa carne d'uomo che si trascina fra dolore e miseria, gli venne in anima un urto di nausea così forte da spaventarlo.


    Corse veloce lungo il molo e di colpo, senza pensarci, si tuffò, così, tutto vestito.


    Fece qualche bracciata a nuoto, tanto per allontanrsi un po', e mentre sentiva lontano il crescere del vociare della gente, andò sotto.


    L'hanno ripescato due giorni dopo: aveva in tasca una biro, nel portafoglio il biglietto di sola andata a Como e dieci euro.


    Neanche un documento.


    E così nessuno sa chi è, pover'uomo, commenta il figlio, mentre legge il giornale.


    Ma si sa, dice la nuora, col caldo, c'è sempre qualcuno che dà fuori di matto, cosa vuoi farci.


    Ma al vecchio in città, neanche un pensiero.


    Il vecchio, cosa vuoi, ha la pensione, ha gli amici, un giro al bar, un giro alle bocce, ormai la sua vita è istradata, cosa vuoi portarlo via, si troverebbe male, poveretto.


    Lascialo là dov'è.


    Che magari sta meglio.

     
elementi per pagina
  • Questa raccolta di poesie di Nunzia Valenti è una piccola piacevole scoperta: troviamo un'autrice che con voce fresca ed accenti appassionati sa toccare delicatamente le corde della nostra anima fino a farla vibrare all'unisono con la sua.
    È l'amore il grande motivo ispiratore delle sue liriche: amore ricercato, amore condiviso, amore ferito, rifiutato e tuttavia, sempre atteso in un'altalena di rimorsi, rimpianti, estasi e speranze.
    L'autrice è capace di immagini fortemente evocative, che immediatamente trovano eco dentro di noi, come nella bella lirica intitolata "Assenza d'amore", quando ci si presenta in riva al mare, "mentre traccia sulla sabbia cuori senza iniziali", oppure ne "I sogni cancellati", in cui esprime tutto il desiderio e la speranza "con la mia anima e il mio pensiero/scrivevo i miei sogni su quel cielo"; e nella bellissima chiusa di "Dormire sul tuo petto", l'autrice esulta nell'amore condiviso: "E si spianano strade verso la nostra storia infinita".
    Ma ci sono anche dolorosi momenti di rifiuto e di abbandono: nella deliziosa poesia "Scomodo condomino": "Non mi hai consegnato la chiave del cuore/e entri ed esci quando ti pare/fai solo caos e tanto rumore"; oppure quando si chiede perché soffrire tanto per un amore finito: "Perché vivere all'inferno/solo per la colpa di averti amato".
    Particolarmente toccante la lirica "Sarò per te", vero inno di passione e di amore, quando l'autrice si fa "grano" e poi "acqua" e poi "notte" e poi "giorno" e "fiamma", indicando via via l'esultanza delle scoperte d'amore.
    Eppure deve amaramente arrendersi alle sconfitte, alle perdite e alle delusioni: "Eri il mio sogno a colori, ma in una realtà in bianco e nero./Avrei voluto vestirmi delle tue braccia/ma sei stato un abito appeso che non ho mai indossato".
    Ricorda con desolazione "Desideri irrealizzati/progetti andati in fumo così in fretta/come si consuma una sigaretta"; sintetizza poi il tutto con il verso spettacolare: "passaggi di vita non vissuta/nel modo in cui l'avrei voluta".
    E si chiede come sarebbe bello se il tempo perso si potesse recuperare: e poi immagina tutto quello che avrebbe potuto fare, dire, esprimere, concludendo con assoluta eleganza: "Accoglierei ogni occasione perduta/perché la vita va goduta".
    Eppure tenace rinasce dalle ceneri dei dolori e continua con una splendida invocazione al cielo: "Mandami neve di petali di fiori soffici e profumati/mi distenderò per sonni lieti/per riprendermi l'allegria degli anni passati"; ed ancora "mi chiama sempre il mio passato/dove i miei sogni ho seppellito".
    L'autrice ci lascia poi con la capacità straordinaria di guardare ancora avanti, nel futuro, malgrado il percorso a volte possa essere stato aspro e solitario: "Un bagno caldo per lavarmi dai cattivi pensieri.../...mi spruzzo addosso gocce di speranza.../mi vesto d'ottimismo/oggi è un nuovo giorno/e sono pronta a ricominciare".
    Chiudiamo il libro con dolcezza perché è con dolcezza che l'autrice ci ha permesso di entrare nei giardini del suo animo, per incontrarla nei suoi pensieri e nei suoi desideri e sentirla un poco vicino a noi.

    [... continua]

  • Un thriller coinvolgente e serrato, una scrittura delicata e profondamente sincera che ci invoglia alla lettura fino all'ultima pagina, senza annoiarci mai.
    Seguiamo con interesse il protagonista, Febo, e in lui ritroviamo i caratteri tipici di tanti nostri giovani, impulsivi, appassionati e caparbi.
    Lo vediamo affacciarsi alla vita dopo un'infanzia tenera e un'adolescenza protetta dalla famiglia, seguito con attenzione e rispetto dal padre. E con questo animo così leale, lo vediamo intrecciare i primi amori, lo vediamo scontrarsi con le prime ribellioni, i primi rifiuti.
    Incontrerà finalmente Marina, la donna che ha scelto per la vita: ma la vita ha deciso altrimenti.
    Ecco allungarsi sulla sua vicenda umana l'ombra gelida del terrorismo con il suo corollario di attentati e rapimenti: con il suo carico pesante di morti.
    Febo reagisce all'orribile insulto alla sua felicità con un rancoroso desiderio di vendetta e perseguirà questo scopo quasi ad occhi chiusi, perché è il suo cuore che ormai è chiuso al futuro.
    Sarà tuttavia una donna che lo salverà dal profondo baratro dell'insensibilità e gli ridarà la capacità di soffrire ancora, perché solo con il cuore aperto è possibile vivere da vero uomo: anche a costo di un estremo sacrificio, quasi questo possa idealmente ricambiare l'amore che le due donne della sua vita gli hanno donato.
    Un autore di rara sensibilità, da seguire con vero interesse.

    [... continua]

  • Quattro amici con la passione per la musica, coltivata nel tempo libero, dopo il lavoro e gli impegni famigliari, quattro amici che si trovano insieme per suonare nella cantina di Walter, il protagonista, senza troppe ambizioni e senza grandi speranze.
    Ma sarà proprio Walter che, acquistando su internet una chitarra speciale, con una forma strana ed insolita, darà l'avvio a questa incredibile storia.
    La chitarra saprà far suonare Walter come non ha mai fatto, ed insieme alla sua band, lo farà diventare un vero fenomeno musicale, passando dall'oscurità del loro fare musica da dilettanti, al palcoscenico dei concerti nazionali ed internazionali.
    Ma non è solo grazie alla musica che il successo li corteggerà, o per lo meno, non solo grazie alla musica: avvenimenti sospetti, incidenti macabri che hanno luogo durante i loro concerti, catalizzeranno l'attenzione e la morbosità dei media, facendo lievitare il loro successo e la loro popolarità.
    Eppure c'è sempre l'altra faccia della medaglia da considerare in tutte le cose e con questo lato oscuro e disperato, Walter dovrà confrontarsi, prendere coscienza e poi, coerentemente, decidere.
    La storia è accattivante, chiaramente delineata e pervasa - come un sottofondo costante - dal rumoroso irrompere della musica prediletta, così disperatamente amata, così a lungo inseguita: musica sotto le parole e musica dentro l'anima.
    Riconosciamo all'autore la capacità di incuriosire e far avvicinare a questo genere di musica anche quanti ne hanno solo sentito parlare.
    Sicuramente un libro dedicato a chi non ha paura di vivere con entusiasmo.

    [... continua]

  • Capita raramente di leggere poesie sorridendo: ma non ci si può impedire di farlo, leggendo la raccolta di Giuseppe Terracciano.
    Brevi, folgoranti intuizioni, anche dolorose, amare riflessioni; tra queste, ci soffermiamo su "Stanno passando": è sufficiente il titolo di questa poesia sobria e raccolta, con a fianco la foto di una solitaria strada imbiancata di neve, a darci la sensazione immediata di una desolazione senza ritorno.
    Delusione e sì, sorridente, ecco quanto ci offre la tenera lirica intitolata "Che 'tte devo dì": in pochi versi viene tratteggiato elegantemente un amore finito, ma con una straordinaria capacità di mettersi in causa in prima persona.
    Bellissimo, veramente da leggere e rileggere, il testo di "Fratello dormi tranquillo", versi stretti e acuti e quella chiusa formidabile "Non lascerò che morda i tuoi sogni", accompagnato dal disegno così evidente e così parlante.
    Da non mancare poi, in "Profondità", l'immagine dei due mari che si incontrano, simbolo chiaro dell'incontro fra due persone: e quanto di sommerso e quanto di non detto, con la chiusa illuminante che ci riporta con tanta umana umiltà alla nostra incapacità di rispettare gli altri.
    Si legge con piacere il "Quaderno delle citazioni"; da apprezzare  in particolare l'Epitaffio: brevissimo, folgorante, un lampo di genio divertito.
    Un testo agile, che si presta a parecchi livelli di lettura, e che lascia supporre una capacità introspettiva unita ad una eleganza di stile davvero notevole.

    [... continua]

  • L'autore presenta il suo libro come una "Raccolta di schegge di vita": ed è proprio così che si apre davanti ai nostri occhi questo testo, con una serie di abbaglianti sensazioni, riflessioni in forma di commento ai fatti legati al gruppo musicale che dà il titolo al libro, i Beatles, accompagnate da immagini che devono sicuramente essergli molto care.
    Primerano è un entusiasta: dall'infanzia e dall'adolescenza, con tutti i loro bagagli di scontri e speranze disattese e corteggiate, rinasce alla vita adulta proiettato nel futuro, senza nulla rinnegare degli errori, ma sicuramente con un'inesausta capacità di godere dell'esistenza.
    Amicizia, amore: la musica accompagna questi sentimenti lungo un percorso su di una terra natale appassionatamente incisa nell'anima come un gioiello che non si può mai dimenticare.
    Ci sono pagine affascinanti dedicate a Roma, altrettante ne troviamo a raccontarci l'infinito amore che Primerano sente per la natura e su tutte, costantemente, vibrano le parole con le quali l'autore insiste, nonostante tutto, a dichiarare il suo straordinario interesse per la gente e per la vita.
    Il futuro, per l'autore, non è un'incognita, ma è un territorio incontaminato da scoprire, perché leggendo i suoi aforismi, i suoi brevi testi, ci rendiamo conto che per lui la vita è davvero un'avventura infinita.
    Gli auguriamo sinceramente di continuare ad albergare nel suo cuore questo slancio, affinché anche noi si possa continuare a dire: Francesco, ti voglio bene.

    [... continua]

    • Mosaico
    • 13 marzo 2013 alle ore 8:22

    Ritroviamo in questo libro il “guerriero” che avevamo intravisto nei precedenti, l’instancabile camminatore del mondo, l’uomo che ha occhi non solo per vedere, che ha parole non solo per ferire.
    Questo libro si presenta come una raccolta di pensieri, di considerazioni, racconti brevi inframmezzati dalle bellissime fotografie dell’autore che vogliono rendere visibili le parole: e noi partecipiamo delle sue luminose intuizioni, seguendolo nei miraggi dei suoi sogni.
    Nel capitolo intitolato "Spazio musicale", emergono immagini folgoranti, domande accorate (Come possono le vipere serpeggiare dubbi) e l’appello ad una chiarità illuminante (dove sei sorgente di neve), dove l’ultima realtà è la considerazione che “così accadono le magie”.
    L’autore torna spesso ad un’età incantata, quell’età felice dell’infanzia che ripercorre comunque con occhi soffusi di magia, come nel capitolo "La lanterna magica", in cui delinea la sua protagonista con tocchi delicatissimi (cuor di zucchero, occhi di bimba) e nella dolce “Figlia di una fiaba”, la cui protagonista, Serenella, è davvero un segnale d’amore che incarna la speranza, la bellezza, la serenità, la dolcezza di un sogno.
    L’immaginazione rutilante dell’autore lo porta nel capitolo Meteora a proiettarsi nell’universo e così “veleggiare volteggiare rotolare danzare”, mentre invita ad unirsi a lui, “stelle tra le stelle, velieri dello spazio”.
    Carapax è la metafora della morte e della rinascita, perché il “brivido d’amore è una voce più forte del tempo” e dalla tomba scavata nel profondo, si può tornare ad essere “al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore”.
    L’autore ha poi aggiunto alcune poesie che si leggono velocemente e sulle quali bisognerebbe ritornare con delicatezza: da non perdere la sua splendida notazione: “Il silenzio del vento scrive arazzi nel cielo”, ma folgorante davvero sono i tre versi che accompagnano la fotografia di un cespuglio di sterlizia:

    “Si, sterliziami/ Desidero fiorire/ nelle tue labbra”
     
    Crediamo che Paolo Goglio sia un autore i cui libri dovrebbero tenersi sul comodino: aprire uno dei suoi testi, a caso, e leggervi poche parole, e poi magari riprenderlo dopo alcuni giorni e leggere qualche verso, e poi lasciarlo riposare, ma non dimenticarlo, perché, come dice giustamente, “non siamo soli a dipingere note nel cielo”, e questa che viviamo è comunque una “maledetta sfida contro il dolore, la paura e l’ignoto”.

    [... continua]

  • Questo agile libretto di Beatrice Bausi Busi riserva una vera sorpresa: sei racconti, veloci, intriganti, a volte addirittura inquietanti, ma tutti valgono il tempo di una nostra lettura.
    Partono da un'idea luminosa, uno spunto brillante, si dipanano in una prosa piacevole e diretta, con un approccio immediato che si fa vicino a noi, proprio sotto le nostre mani ed i nostri occhi, e poi si concludono con un'ironica chiusa che svela la profonda disincantata e sorridente umanità dell'autrice.
    Brava, la nostra Beatrice, brava veramente a risolvere in poche pagine idee solide come roccia, brava a comunicarci l'ansito dell'inconoscibile, appena dietro le nostre spalle, nel vento.
    La prefazione di Lia Bronzi ci fa intravedere oltre la superficie delle parole, un'altra possibile verità molto pesante, più nascosta, forse, e sicuramente più ardua a comprendersi.
    Quello però che riconosciamo immediatamente all'autrice è la capacità di scrivere con empatia: sa incuriosire subito, sa interessare, è spontanea nelle espressioni, non stanca e comunica il piacere che lei sicuramente prova a scrivere.
    E noi, sicuramente, a leggerla.

    [... continua]

  • "Non ho conclusioni, meno che mai certezze": così dice Paolo Goglio nel suo lungo monologo, un vero flusso di coscienza, intitolato "Il Tropico della Vergine", in cui racconta il suo solitario vagabondaggio in montagna che dura per tutto un intero mese di agosto, alla ricerca spasmodica di una faticosa rinascita dalle macerie di un'ulteriore esperienza personale negativa.
    Un monologo, direi, un lungo discorso che pare a volte rivolgersi direttamente a noi, quando esprime le sue considerazioni sulle tante teorie e sulle varie "ricette" di vita; e si rivolge direttamente e compiutamente a se stesso, quando invoca una presenza amica, vicina, tangibile, perchè quello che lo distrugge è "la solitudine interiore".
    Con che delicata ritrosia l'autore ci avvicina ad alcune sue esperienze personali, con che lievità ci fa intuire, sotto l'apparenza delle parole, l'esatta realtà di un'anima dolente, che freme al vento del biasimo e del giudizio altrui, e che desidera, disperatamente desidera "una mano per camminare insieme".
    C'è chi si lascia vivere e chi vuole reggere le redini della propria vita: Paolo Goglio lo dice chiaramente quando si dichiara "quello che porta la bandiera del gladiatore", e ci racconta - potremmo dire "si" racconta - dei suoi progetti, quelli passati, quelli futuri, una chiacchierata fra amici sulle sponde di un ruscello di montagna, in una mattina di sole, magari anche nel tentativo di chiarire a se stesso le proprie idee, le proprie sensazini.
    Un testo colloquiale che ci chiama sempre in causa, ci innervosisce per alcune considerazioni, ci provoca, ci invita empaticamente a rispondere ed a riflettere, in un linguaggio piano ed accattivante, vicino alle nostre orecchie ed al nostro cuore.
    E' davvero un libro che scivola sulla pelle e ci trascina al centro stesso dell'anima, perché questo "cacciatore di arcobaleni", è sempre pronto a rischiare in prima persona, anche se si chiede "chi potrà mai parlare la mia lingua?".
    Eppure, ha il coraggio di dire alla persona che lo ha tratto dal baratro "tu mi dici delle cose bellissime", perché infondo l'autore ripete in tutti i suoi libri lo stesso messaggio: "il volo è nell'anima".

    [... continua]

  • Insolita ed intrigante la commistione tra visivo e poetico, nel bel libro di Francesco Primerano, che ha il coraggio di affrontare temi profondi con leggerezza e simpatia, che è capace di accostarsi al lettore invitandolo con un sorriso a partecipare ai suoi sogni ed alle sue speranze.
    Ci sono temi che ricorrono in queste pagine, esperienze infantili che ci vengono proposte con delicatezza, disagi e profonde passioni giovanili che rivelano la straordinaria capacità dell'autore di toccare il cuore vero dell'esistenza e di farne partecipe il lettore.
    E ci sono termini speciali a cui fa riferimento Primerano, che "considera valore ogni forma di vita...." (pag.51): c'è l'anima, che per lo scrittore è il punto da cui partire e soprattutto, il punto preciso a cui tornare, perchè al fondo dell'anima riposano tutte le immagini e le esperienze di una gioventù vissuta a piene mani.
    Imperante una leggera nostalgia per il tempo che passa, per tutto quello che è stato e che non può essere rifatto, ma la ragione la giustifica e siamo invitati a non fare "dietrologia", a non vivere nel passato, ma a restare fermi e saldi nel momento presente, perchè, come dice chiaramente a pag.63: "la vita è adesso".
    Brevi poesie istintive, giochi visivi, montaggi fotografici da cui ci osserva il volto serio di un giovane uomo che guarda la vita ad occhi aperti, perché apertamente insiste a credere che "la vita va vissuta intensamente" (pag.82).
    Molte fotografie, molti collages affascinanti che accompagnano i testi, alcuni brevi, altri più lunghi e strutturati, a volte solo alcune veloci frasi illuminanti:
    "Crederci sempre, arrendersi mai" (pag.90).
    E noi crediamo che la "forza interiore" a cui fa spesso riferimento Francesco Primerano, lo porterà sicuramente lontano.

    [... continua]

  • Dobbiamo molto a questo autore appassionato ed elegante, che dal profondo della sua personale esperienza, ha saputo distillare quello che ha definito come un "codice", prezioso strumento da lui offerto in gratuito aiuto a chi si trova a vivere un'esistenza di disagio e di sofferenza, a chi si chiede se esista un modo per cambiare radicalmente la propria prospettiva di vita.
    In piccoli brevi 16 punti, ben delineati, l'autore ripercorre la sua personale odissea, il suo peculiare sprofondare nella miseria dell'ansia e del disamore di sè stesso, e ci invita a seguirlo nei suoi faticosi passi, che dalle macerie di un'anima scorticata da errori e disagi, lo porteranno lentamente a riconciliarsi con la parte dolente, lo porteranno a prendere in mano tutti gli errori e le esperienze che lo hanno ferito, lo porteranno a saper finalmente aprire, queste mani chiuse a pugno, per lasciar scorrere - davvero come scorie - tutte le negatività, e in ultimo rinascere ad una nuova coscienza.
    Immediato, di sicuro impatto emotivo, sa risvegliare nel lettore una rispondenza come un'eco di momenti vissuti, che riconosciamo perfettamente, e soprattutto, sa indicarci un cammino possibile di risalita dal baratro di un'esistenza che a volte sembra essere priva di guida e di senso: parlandoci della sua riuscita, ci sprona a credere che esiste un altro modo di vivere.
    Paolo Goglio sintetizza in un modo potente questa rinascita: la definisce "scintilla di vita", e così la spiega:
    "Se chiudo gli occhi e mi ascolto, la posso vedere chiaramente focalizzata nel centro esatto del mio corpo, sotto al cuore..."
    Ed è al cuore grande di questo scrittore che sinceramete porgiamo il nostro grazie.

    [... continua]

  • Sarà anche "Padrone il vento", ma la poesia di Fiorella Cappelli è sicuramente incisa nel più puro diamante: immagini perfette, lancinanti come punte aguzze di frecce a raggiungere l'anima, quando parla di "una tonda luna/ che incarta d'argento/ su piccole onde/ cullati e sospesi pensieri"; quando tratteggia magistralmente una Torino assonnata e inquieta e riporta che "nell'umido parco fiorito/ riaffiorano medievali percorsi" e continua poi nell'ultimo verso con un guizzo straordinario di empatia, dicendo: "sotterranei i pensieri si perdono"; quando sintetizza veloce e splendida una Parigi piena di speranza, dichiarando: "giovani sogni in cammino/ al suono di tromba/ vestono, sulla strada/ la loro bandiera".
    Molti poeti sanno farci partecipi dei loro sentimenti, ma l'autrice ha il raro dono di comunicare immediatamente le immagini di quello che ci vuole trasmettere; tra le tante, imperante è l'immagine del mare, questo mare lungamente accarezzato: "Perle d'acqua/ si raccolgono/ nello scrigno dei sogni"; mare osservato e ammirato con occhi e cuore: "alba d'argento, distesa sul mare/ dissolvenza di nuvole rare"; un mare amato anche se un po' temuto: "Faccio scorte/ di ataviche paure/ ma sogno il mare"; un mare che è il mondo intero, quando chiede: "voglio essere/ tra l'onda e la spiaggia/ la spuma/ del mare che resta/ ancora da navigare".
    Ma altre immagini si affacciano aggressive e nititamente delineate, gli affetti e gli amori: "E tu appartieni/ ai desideri/e li mantieni/accesi e veri /nei lunghi giorni/ notti stringate/ poi tu ritorni/ tra le mie fate"; la tenerezza che riserva al sentimento d'amore: "a chi, da innamorato, ha scritto versi/ e vi ha incartato il cuore, per l'amata/ chi ne ha fatto aquiloni di giornata"; l'orgoglio che traspare nelle liriche dedicate alle donne: le sue splendide donne indomabili: "per te che non t'arrendi, e ti sollevi/ e gridi a tutto il mondo che sei donna"; oppure quando canta le donne d'altri tempi, quelle che "custodiscono/ la chiave dei ricordi", quelle che "sanno come tenere unite mura /che nessun terremoto /farà mai crollare"; quelle donne sempre integre, perché anche "mutilata nel petto e nel cuore/ ..../ una Donna, mai vissuta a metà".
    E soprattutto,  rispecchia l'ampio spazio del cielo, quando ci fa vedere in piena luce, le sue Mongolfiere: "spazi liberi nel sole/ mongolfiere, per volare/ i colori son parole".
    E nel cielo, il vento: "solitario, in mezzo al mare/ grande amico solo il vento"; e ancora: "avrà per compagno di gioco il vento/ che lo condurrà lontano"; e la splendida immagine della lirica dal titolo "Dentro il silenzio", che così recita: "volami dentro/ poi resta/ padrone del vento".
    Ma è nel suo "Sonetto di sabbia", che l'autrice si riposa e si rivela, quando dice: "spinto dal mare, un granello di sabbia/ è frammento di conchiglia leggero/ ci racconta le storie del mistero/ e dell'uomo la sua gioia/ la sua rabbia": perché questo è davvero quello che fa Fiorella Cappelli, che sa raccontarci del suo mondo dilatandolo fino a diventare anche il nostro mondo, orgogliosa poetessa appassionata, che ancora e sempre dichiara: "Non ti voglio poeta/ ti voglio soldato/ semina tu, la poesia/ io la raccolgo...".

    [... continua]

  • Chi sono questi ultimi di cui si parla nel romanzo? Sono i bambini di nessuno, quelli che vengono prelevati con violenza nei paesi dell'Europa dell'Est e portati nelle nostre ricche città, costringendo i maschi ad una vita di prostituzione, segregando le femmine al buio in appartamenti guardati a vista per incontri sessuali forzati.
    E proprio di queste vite rubate Panebarco ci vuole raccontare,  presentandoci il caso emblematico di due fratelli, Adrian e Mrna, portati via alla loro famiglia con azione violenta e condotti a Torino: ed in una Torino allucinata e sporca ci trascina il protagonista, Sirio Merisi, giornalista d'inchiesta, in compagnia del fotografo Manlio Davico, alla ricerca della verità che si cela dietro questi ragazzini costretti a prostituirsi, ciascuno con alle spalle una storia di sfruttamento e di disperazione.
    Si tratta di un traffico sordido, in cui sono coinvolti servizi deviati e poliziotti corrotti, che non si tirano indietro davanti a niente, convinti che la vita sia scandita solamente dal frusciare dei soldi: perchè con i soldi si compra tutto, anche le persone; anche le anime.
    Il racconto si svolge veloce, i capitoli di pura inchiesta sono intervallati da quelli più squisitamente legati al privato del protagonista, che intreccia con la vicina di casa, sua dirimpettaia, un gioco erotico intrigante ed emozionante.
    Mentre le ricerche continuano, a mano a mano che si intravede una esile trama in questo tentativo di fare luce su questo massiccio sfruttamento di adolescenti e bambini, facciamo conoscenza con personaggi subdoli, alcuni sinceramente perfidi, tutti, comunque, conniventi.
    Non c'è pietà, in questo romanzo: sicuramente non c'è pietà per gli organizzatori della tratta, che rimangono comunque e sempre protetti, sempre nell'ombra del sommo potere che tutto pare manovrare.
    Ma non c'è pietà neppure per chi si adopera affinché questo scandalo esca allo scoperto, sia portato a conoscenza della gente comune, possa finalmente finire: Sirio Merisi pagherà con la vita la sua coraggiosa battaglia.
    L'unico spiraglio di ottimismo lo troviamo nelle ultime pagine, quando vediamo la compagna di Sirio che gioca con il suo bambino e con Mrna: due innocenti da proteggere per dare loro la possibilità di vivere un futuro migliore.
    Agile e veloce, il romanzo si legge d'un fiato: l'argomento scabroso è trattato con delicatezza ed infinita tenerezza e grande rispetto nei riguardi di un'infanzia violata da un potere che travalica ogni sentimento.

    [... continua]

    • Sophia
    • 04 aprile 2012 alle ore 8:08

    Sicuramente - splendidamente e musicalmente - una poesia d'amore: tutte le 36 liriche sono ispirate e dedicate alla donna amata.
    Un piccolo romanzo fatto di poesie in rime per descrivere con tocchi delicati il primo momento del riconoscimento dell'insorgere d'amore, che l'autore definisce "Dolce Primavera la tua conoscenza....", e proseguire  con una corte serrata e attenta che si dipana in una sensazione di tensione quando dice: "un cruccio m'affatica/ da molti giorni ormai..." e poi lo svelarsi della bellezza squisitamente fisica della donna che lo porta a esprimere in parole esultanti il progredire della conoscenza reciproca.
    Si succedono  poesie in cui viene proclamato l'entusiasmo dell'uomo che ha finalmente raggiunto la meta tanto agognata, ha ottenuto che il suo amore sia ricambiato da quella donna che ha tanto desiderato; eppure, così infine raggiunta, ancora trova in lei motivi di incanto, quando ripete "sei tenera e incerta/ perciò ti fai amare così tanto".
    Descrive il poeta la sua donna in svariati momenti, pennellate delicate mentre il gioco dei due innamorati si fa altalenante: "diletto ti prendi al negarti/ quand'io seriamente ti ammiro....", impeto di passione e costante attenzione alla sua seducente bellezza.
    Pare quasi di salire con allegra baldanza su uno stretto sentiero di montagna, in una mattina di  sole di prossima estate, e guardandosi intorno cogliere l'infinita bellezza della natura, mentre ci prospettiamo la vetta ed il paesaggio che potremo finalmente di là ammirare: eppure la salita si interrompe bruscamente, c'è stato un passo falso, in questo amore ascendente, un blocco improvviso, una caduta.
    E per questa caduta si levano i dolenti accenti del poeta, che non si dà pace: "Non posso, non posso perdonare a me stesso/ che al tuo tenero sorriso/ pudico sul niveo viso/ io debba amaramente rinunciare/ perché altro che errori non seppi fare...", e proclama testardamente "Giammai in vita mia/ deporrò la volontà/ d'averla tutta....".
    Racconta il tentativo di riconciliazione, la sua incapacità di uomo "che non sai mai dimostrare a chi ami/ quanto potresti donare dei tuoi tesori"; e poi il ritorno, il riconoscimento, l'impegno: "guardo il presente/ dove in ogni attimo ci sei continuamente tu".
    Eppure deve amaramente concludere che "E' buffa la storia di me e te, che per anni/ siamo insiem stati, d'una decade/ come folli innamorati, per lite/ indiretta separati/ conclusa con stizza/ l'acerba lizza/ che non dovrebbe scinder gl'innamorati...".
    Che dire di questa storia d'amore che vediamo trascorrere sotto i nostri occhi? La seguiamo con interesse, partecipiamo delle sue scoperte, restiamo muti davanti ai riti d'amore e poi silenziosi ci accostiamo in rispetto al dolore della sua fine.
    Tuttavia, non possiamo ignorare che il poeta ha volato alto, molto alto, quando ha proclamato alla sua amata "Da te esigo un amor imperituro...": a cadere da tali altezze, ci si fa molto male.
    Gradevole e veloce da leggere, l'autore ci fa il regalo delle sue emozioni e dei suoi sentimenti, e noi a lui in cambio regaliamo i minuti che occorrono alla lettura del suo libro e portiamo in cuore le chiare sillabe delle sue rime eleganti.

    [... continua]

  • Il titolo è significativo: i colori, soprattutto i colori, in queste poesie immediate, di cuore e sensazioni, ricordi affastellati insieme a meravigliosi improvvisi squarci di futuro, quando si proietta nella delicata poesia intitolata "Figli", oppure nell'altra, struggente e tenera, in memoria del fratello Giuseppe.
    E sempre ricorre il motivo portante della sua ispirazione, questi colori della sua terra così amata, quando accenna ai "colori dell'arcobaleno" nella sua poesia dal titolo "Anche il mare", quando ricorda il nespolo, quando "la notte cavalca la pineta", quando ritrova odori e profumi, ma in particolare, quando ritrova il mare, perché "il profumo intenso di quel mare amico mi confondeva l'animo".
    Al mare ritorna con accenti sempre più innamorati: parla del suo colore, parla del suo profumo, racconta le onde ed afferma che "a questa terra appartiene/l'ultimo respiro del mare", lo racconta in tutte le sue variazioni, quel "mare sconfinato/che ti riempie la vista"  e ci confessa che "in un mare pieno di ricordi/annego".
    Questo suo delicato parlare che sottintende sensibilità e tenerezza ed una profonda adesione alle meraviglie della natura, Maccioni lo fa trasparire solamente con pochi tocchi, piccole tavolozze lucenti, alcune violente, alcune grondanti di stelle di notte: ma tutte sono intensamente colore.
    Colore come testamento: "lascio a te, amore/il mio grande cuore/per tutto ciò che amo"; colore come impegno: "Viver la vita/ per uscirne vincitore con l'amore/ sconfiggendo odio e paura/ e sperare ancora nell'uomo"; colore come rimpianto: "sapevo che il tempo /gli anni più belli cancella".
    Ma particolarmente accorato l'invito risuona: "...bisognava andare avanti/ e viverla intensamente/ questa vita/ con passione e ardore/ perché essendo l'ultima/ e unica non c'è possiblità/ per riviverla nuovamente".
    Perfetto il titolo, perché tutti questi colori brillano da un'anima appassionata e ricca di sentimenti degni d'un vero uomo: partecipazione, solidarietà, capacità di avere occhi e di saper vedere, e tanta autentica gioia di vivere.

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  • Che cosa si può dire ancora che non sia già stato detto di Jane Austen? Elegante, acuta, aderente ai suoi modelli, chiara nel sostenere i suoi valori e... perfida.
    Avete letto bene, sì, dal mio punto di vista questa meravigliosa scrittrice sa essere di una perfidia sarcastica, infliggendo stilettate di acuta critica all'establishment e alla rigida società patriarcale con i suoi miti e le sue leggi.
    La protagonista del libro è Fanny Price, adottata da piccola dagli zii che appartengono all'aristocrazia terriera: accolta ed allevata nella loro lussuosa dimora di Mansfield Park, sarà trattata, tuttavia, da parente povera, sottoposta al capriccio di tutti, anche delle sue splendide e viziatissime cugine, ma troverà l'unico difensore nel suo secondo cugino, che non le negherà mai il suo appoggio e la sua considerazione.
    L'intera vicenda ruota attorno a due opposti e lontanissimi modelli di vita: quello tradizionale di Fanny, fondato sul senso del dovere, sull'abnegazione, sulla virtù e quello assolutamente spregiudicato e vitale di due giovani visitatori, fratello e sorella,  che arrivano in campagna muniti di grande fascino e di atteggiamenti disinvolti . La ragazza, Mary Crawford, sarà il tipico esempio di questo mondo nuovo e disordinato, che non nasconde le sue mire e sa far sfoggio di tutte le sue attrattive per arrivare a raggiungere le mete che si prefigge, assolutamente impermeabile ai buoni sentimenti su cui si regge la morale del periodo.
    Dopo alterne vicende, coppie che si formano e poi si sciolgono, amori e seduzioni facili, illusioni e tradimenti e molte ambiguità morali, nella migliore tradizione di Jane Austen, la nostra protagonista coronerà il suo sogno d'amore, sposerà il cugino e con lui si stabilità a Mansfield Park.
    Al di là della narrazione sempre piacevole della grande autrice, desidero attirare la vostra attenzione sull'implicita e corrosiva critica della cultura dominante del primo ottocento:  la protagonista, Fanny, riuscirà a realizzare la sua ascesa sociale ma rinuncerà  alla propria libertà e spontaneità, poichè solo aderendo ai modelli comportamentali allora imperanti sarà per lei possibile raggiungere tale meta.

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  • Sontuoso e barocco, lussureggiante prosa per una storia coinvolgente che si fa leggere senza stanchezze, interessati dagli arcaismi utilizzati, affascinati dalla potenza costante del progetto che sorregge fino al termine del romanzo.
    Non ha avuto molta fortuna, De Roberto, con questo suo meraviglioso "I Viceré", romanzo storico che abbraccia un periodo ben definito compreso fra gli anni 1855 e 1882, proprio nel periodo dell'unificazione italiana: Benedetto Croce fu il suo più aspro detrattore ed il suo giudizio segnò il destino di questo libro straordinario, trattato con sufficienza e distacco.
    E' il racconto, possiamo quasi dire, la saga di una potente dinastia, l'antica famiglia catanese Uzeda di Francalanza - soprannominata i "Vicerè", a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo - nobiltà di ascendenza spagnola, principi e usurai, ignoranti e perfidi tutti i maschi, orgogliosi del loro sangue nobile che tutto scusava e tutto permetteva: ingiustizie, falsità, intrighi, ladrerie.
    Complici e vittime, le donne, alcune così somiglianti alle splendide donne bionde spagnole del ceppo originario della famiglia, altre imbastardite dagli incroci con nobili siciliani, cupe e sgradevoli, la parte meno pura del sangue antico.
    Alla morte della dispotica vecchia principessa Teresa e all'apertura del suo testamento, si riattizzano le interminabili liti dei figli e dei parenti, in special modo tra il figlio maggiore, Giacomo, ed il minore, Raimondo, che la morta ha equiparato nell'eredità dei beni di famiglia, contravvenendo a tutte le tradizioni. Sarà proprio la costante dell'eredità che reggerà l'intero romanzo e si susseguirà per tutta la trama, eredità carpite con l'inganno, falsificate, perseguite con determinazione fredda e lucida, senza alcun ripensamento.
    Straordinaria la figura di Giacomo, il principe erede e capofamiglia, avido e spregevole, che riuscirà con infiniti cavilli a spogliare dell'eredità i suoi fratelli, imbrogliando anche le sorelle pur di non concedere loro nulla di quanto indicato nel testamento.
    Questo personaggio assomma tutti i difetti della famiglia Uzeda: imbroglione, avido, spietatamente avaro, incapace di alcun sentimento, forte solamente dei suoi privilegi, emblematico rappresentante di un'aristocrazia siciliana orgogliosa e assetata di denaro e potere, chiusa su sè stessa e sulle sue passioni.
    Leggiamo anche in sottofondo l'amara certezza di De Roberto sull'impossibilità del cambiamento che doveva aver luogo in quel periodo di rinnovamento; ci viene ampiamente suggerito il sentimento del fallimento degli ideali risorgimentali di progresso e libertà, che verranno piegati dai vizi della politica e della società italiana che si stava allora formando, modellatasi tuttavia sui precedenti costumi tuttora imperanti.
    Un romanzo superbo, ironico, a volte anche grottesco, profondamente severo nei giudizi ma profondamente umano nei sentimenti: il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento.

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    • Immagini
    • 07 febbraio 2012 alle ore 12:20

    Baroukh (Benny) Assael è sicuramente una persona molto interessante: medico pediatra, ricercatore, autore di pubblicazioni scientifiche e di libri di storia della medicina, poeta e musicista: come non restarne affascinati e incuriositi?
    Poeta, abbiamo detto, e scrivere poesia non è certamente come scrivere romanzi: ci vuole una penna intinta in sentimenti e uno sguardo che sappia allungarsi oltre il visibile ed è quanto troviamo nei suoi versi.
    Questo smilzo libretto dal titolo "Immagini",  così accattivante nella sua veste grafica, con quel girotondo di parole scritte a mano, che ci incuriosiscono e si fanno leggere e si fanno emozioni, entra di soppiatto nel nostro animo e richiama echi, sollecita risposte, solleva domande.
    Versi che suonano immediati alle nostre orecchie, vicini alle nostre esperienze, capaci di valicare i muri dei nostri giardini: poesia d'amore, sempre, e la musica l'accompagna, questo ritmo che si avverte in sottofondo, culla le sillabe, le sostiene.
    E se è vero che "a volte gli amori vanno dismessi come abiti lisi", così come dice Assael in "L'amore dismesso", è anche vero che "il mondo vuole amori fragili, amori pronti da indossare un giorno, un'ora o solo un minuto", così come indica nella sua poesia "Pret-à-porter".
    E tuttavia, il bisogno d'amore poggia sulla sua realtà più profonda, sulla necessità di certezze, sul desiderio di appartenenza, perché "l'amore, l'amore ritorna, come tutte le cose, voleva persistere", e mentre l'autore ci porge la chiave interpretativa del suo mondo nella sua poesia "Biografia", in cui incontriamo il sospiro desolato del suo animo quando dice "Non voleva correggere la realtà, ma mostrarne la contraddizione", ci fa partecipi anche della sua storia personale, sconvolto e sopraffatto dal disperato imperativo del ricordo: nella prima poesia, intitolata "A Nyranne", ripeterà per ben diciotto volte l'invocazione "se dimentico" e "se dimentichi".
    Certamente uno stile elegante, immagini nitide, un delicato diario poetico, un libro di poesia che si legge e si rilegge.

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  • Si tratta di un libro di racconti pubblicato nel 1934, quando ormai l'autrice, che proveniva da una antica e facoltosa famiglia di New York, si era già fatta conoscere al grande pubblico.
    Straordinario il racconto d'apertura, Febbre romana, in cui due donne ormai mature accompagnano in vacanza a Roma le rispettive figlie. Mentre il pomeriggio trascolora nella sera, i sentimenti di rabbia, invidia, rancore vengono a poco a poco a galla, tornano i ricordi e si svelano segreti che con un capovolgimento finale, come uno scorpione, pungeranno laddove ci si sentiva praticamente invulnerabili.
    Perfido il secondo racconto, con la descrizione di queste signore dell'alta borghesia che si riuniscono in un loro piccolo circolo culturale, credendosi altamente intellettuali e al di sopra dei comuni mortali.
    Si racconta poi della facilità con cui una signora riesce a sopravvivere e navigare nell'incerto mare della munificenza consentitale da vari matrimoni, senza mai completamente abbandonare i vari mariti, mentre l'ultimo racconto, dolente e accorato, ci presenta una signora ripudiata dal mondo chiuso del suo gruppo sociale a causa del suo divorziio dal marito e del suo successivo matrimonio, che vede la figlia ripercorrere i suoi stessi passi. Disperata all'idea che la figlia debba anche lei essere rifiutata dal suo mondo ed essere destinata al suo stesso doloroso calvario, si troverà davanti ai cambiamenti di questo stesso ambiente, che accetta nei giovani quanto non perdona nei più vecchi.
    I protagonisti dei romanzi e dei racconti di Edith Wharton, una vera esponente di quella società aristocratica e dei ceti privilegiati nordamericani da lei tanto fustigati, vivono in genere sempre combattuti, vittime delle convenzioni, desiderosi di esperienze intellettuali ed emotive, specialmente le sue donne, che tuttavia verranno o emarginate dal gruppo, oppure chiuse e bloccate in questo sistema che le distruggerà.
    Si tratta del tema costante dei suoi romanzi, nei quali l'autrice affianca ad un linguaggio sempre educato,  una corrosiva ironia nell'osservazione delle leggi e dei costumi che regolano una società perbenista e ipocrita.

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  • Il romanzo è stato pubblicato nel 1891 e rappresenta il secondo volume di una trilogia che racconta le vicende della grande famiglia aristocratica catanese degli Uzeda di Francalanza, trilogia che comprenderà il bellissimo romanzo dal titolo I viceré e, postumo, L'Imperio.
    Si tratta qui, come si può ben capire, di un vero classico, spesso dimenticato, a volte frainteso, ma assolutamente strepitoso.
    L'Illusione si basa sul personaggio della ricca nobildonna Teresa Uzeda, seguendola dall'infanzia alla maturità, sullo sfondo di una Sicilia aristocratica e patriarcale.
    De Roberto ci presenta una bambina dal carattere esuberante ed allegro, avida di divertimenti, di amicizia, letture appassionate in cui si perde dimenticando tutto quello che le sta attorno, anche le persone a lei più care.
    Provata dalla separazione dei genitori, reagisce con il suo carattere testardo e capriccioso, con la ricerca affannosa di futilità e privilegia l'apparire più che la realtà della vita, che osserva attraverso uno sguardo di casta chiusa e orgogliosa, consumando le sue giornate di adolescente tra maldicenze, amoreggiamenti e tradimenti vari.
    Sposata ad un marito che non ama, per il quale ha dovuto rinunciare al suo primo vero innamorato, si renderà conto ben presto, dopo la tanto desiderata e vagheggiata luna di miele, che il suo matrimonio si avvia a diventare il primo di una lunga serie di fallimenti: risvegliata dai suoi sogni di ragazza, nemmeno la nascita del figlio potrà tuttavia sanare la situazione.
    Teresa riprenderà la sua libertà, lasciando il figlio che per lei non conta molto, e passerà da un'avventura all'altra, senza mai riuscire a trovare in questi uomini che la corteggiano, il vero ideale sentimentale a cui resta comunque legata dai suoi sogni infantili.
    Gli anni passano e con il sopraggiungere dei primi capelli bianchi, Teresa dovrà arrendersi all'evidenza: il tempo incalza, tutto quello in cui credeva e per cui aveva vissuto, sfidando le convenzioni del suo mondo, si è rivelato fatuo, si è sbriciolato sotto le sue dita, poichè tutto è stato per lei solamente un'illusione, un sogno che ha vissuto esclusivamente nella sua fantasia.
    De Roberto descrive con grande accuratezza l'aristocrazia siciliana orgogliosa e gelosa dei suoi privilegi e rappresenta lo sconvolgente urto delle illusioni e dei sentimenti contro la realtà e le situazioni obiettive.
    La critica del suo tempo non è stata benevola con questo romanzo: tuttavia, si sta assistendo ultimamente ad una sua rivalutazione.
    Apparentemente lento e prolisso, nel momento in cui ci si lascia assorbire dalla storia, è davvero un piacere poter leggere un classico, che, come tutti i veri classici, è intramontabile.

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  • Dolente ed accorata "via crucis" raccontata con grande dignità dall'autrice che si trova improvvisamente a dover fare i conti con una malattia grave e fortemente invalidante.
    Di colpo, la sua tranquilla esistenza viene completamente sconvolta dall'irrompere di questa tragedia: siamo con lei quando ci racconta della sua prima reazione davanti ad una diagnosi che cerca di rifiutare, compiendo pellegrinaggi vari presso ospedali ed ambulatori specializzati nella sua malattia.
    Siamo con lei quando racconta del suo vissuto che si sgretola, delle sue emozioni e della sua stima di sé che si scioglie e naufraga al cospetto di una malattia che cerca di nascondere fino all'estremo limite delle sue possibilità, per preservare le persone a lei care dal dolore dell'aiuto impossibile.
    E' una vera discesa agli inferi, questo racconto, ma dopo aver toccato il fondo, ecco che l'autrice ricorre alle sue grandi risorse umane - ai suoi grandi talenti - e risale faticosamente la china: messa in pensionamento anticipato, ha dovuto lasciare l'insegnamento che amava ed il contatto appassionato con i bambini, la spinta più grande ad andare avanti nonostante le mille difficoltà.
    Riprende in mano la sua vita, comincia a dipingere, comincia a scrivere e soprattutto, ricomincia a vivere, ha la forza di uscire di casa per incontrare altra gente: e qui ci sono capitoli d'amore nei riguardi delle persone che più le sono state amiche e nei riguardi della famiglia.
    E progetti: si, anche davanti alla malattia, di cui alla fine riesce a scrivere il nome, l'autrice comincia a proiettarsi in un breve futuro, si inserisce in un gruppo di altre persone, con le quali comincia a fare piani e a sperare di poter osare vivere.
    Carissima Maria: coraggiosa, appassionata, indomita.

    [... continua]

  • E' il quotidiano che ci avvolge e ci accompagna, la rassicurante sensazione della routine abituale, quella in cui ci crogioliamo sereni e sicuri che niente mai verrà a modificare questa realtà: questo è il punto di partenza di questi racconti di Patricia Highsmith.
    Apparentemente tranquilli nei loro incipit, così vicini a noi per l'ambientazione, così riconoscibili nei personaggi tratteggiati con sapienza, ecco che paragrafo dopo paragrafo si avvitano su se stessi, prendono fiato, prendono il volo.
    E ci proiettano in universi stravolti, in cui un gatto vagabondo riporta a casa una preda che si può solo definire insolita, ecco che un cesto trovato sulla spiaggia si rivela fonte di inquietudine e angoscia, il gesto generoso di una coppia benestante nel dare accoglienza a due anziani, si ritorcerà contro di loro, evidenziando la spudorata crudeltà di chi si attacca alla vita arrampicandosi letteralmente sulla pelle degli altri.
    Il titolo della raccolta, "La casa nera", prende le mosse da un racconto così semplice e lineare da rasentare l'assurdo: una casa disabitata, teatro di tante esperienze di gioventù, più spesso sognate ed inventate, diventerà l'orrore in cui piombare senza ragione.
    Al termine della lettura, magistrali i racconti, calibrati in una prosa scarna, essenziale, eppure estremamente incisiva, si ricava una sensazione di disagio, la precisa e chiara certezza che l'assurdo e l'inspiegabile sono il vero orrore sotteso alla vita.

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  • Chi non conosce Dickens?
    Però sono quasi sicura che non tutti hanno letto Martin Chuzzlewit: eppure, non si tratta certo di un'opera secondaria, né come mole, né per le tematiche trattate.
    Anche questo romanzo, come i precedenti, viene pubblicato a puntate sui giornali, ma non ottiene inizialmente il successo che l'autore aveva sperato; in particolare, a causa della pesante satira della società americana che ne dà Dickens, che suscitò a suo tempo un enorme risentimento dell'opinione pubblica oltreoceano, cosa  che non giovò certo al suo libro.
    Anche oggi, conosciamo Dickens per altri fortunati romanzi e questo è rimasto un po' sottotono, eppure vi consiglio sinceramente di leggerlo.
    E' un vero Dickens: romanzo d'amore, satira sociale, denuncia impietosa di vizi e falsità, il tutto con il suo stile così elegante, con quelle straordinarie descrizione dei luoghi e dei personaggi che ce li rendono assolutamente indimenticabili.
    Difficile raccontare sommariamente la trama, che, come nella sua migliore tradizione, presenta tali e tanti personaggi la cui storia incrocia quella degli altri al punto tale che si rischia di dimenticarne qualcuno.
    Il protagonista, il vecchio Martin Chuzzlewit, uomo ricchissimo che si sente attorniato da una massa di parenti e conoscenti che ritiene mirino esclusivamente al suo denaro, decide di allevare un'orfana che si prenda cura di lui senza attendersi altro riconoscimento che la sua educazione ed il suo mantenimento.
    Ma l'erede del vecchio, il nipote Martin Chuzzlewit junior, si innamora della ragazza all'insaputa del nonno che, una volta venutone a conoscenza, irato, lo scaccia e lo disereda. Il giovanotto decide di andare a pensione dal rinomatoM. Pecksniff, un vanesio pomposo buffone che rimarrà memorabile nella nostra memoria, che lo accoglie sperando di ingraziarsi il nonno.
    Seguiamo le disavventure di Martin, un giovanotto che si crede generoso e di buon animo, ma che si rivela solamente un piccolo egoista di bassa levatura, lo vediamo alla ricerca di un impiego all'altezza delle sue aspettative stratosferiche e irrealiste; frustrato nei suoi sogni, decide di emigrare in America, figurandosi grandi e facili successi, seguito da uno dei più bei personaggi del libro,  l'onesto Mark Tapley, paese in cui diventerà preda di uomini senza scrupoli che distruggeranno totalmente l'alta concezione del suo valore e della sua intelligenza. Lo seguiamo nella sua discesa agli inferi ma soprattutto, insieme a lui,  risaliamo la china del suo abbrutimento e lo scopriamo rinato ad una nuova coscienza.
    Quando il giovane Martin tornerà in Inghilterra, sarà un uomo diverso: e davanti  a quell'uomo il nonno riconoscerà le sue mancanze nei suoi confronti e,  chiamando idealmente alla ribalta tutti i personaggi, concluderà a modo suo tutta l'intricata vicenda, risanando torti, impartendo vendette.
    La storia di Martin Chuzzlewit è una storia di sentimenti non riconosciuti, di speranze disattese, di entusiasmi e di perfidie: da non mancare assolutamente.

    [... continua]

  • Un libro di racconti, stralunati, insoliti, freddi e fantasiosi, personaggi apparentemente comuni, così vicini a noi da farci trasalire di sgomento allo svolgersi della storia in cui sono immersi.
    L'autore, un grande autore svedese, si muove da funambolo sul filo della fantasia, per alcune storie ci trascina nel fantastico più totale, per altre ci fa partire da avvenimenti storici ben precisi per approdare a rive di assoluta estraneità.
    Il linguaggio è piano e accattivante, superbo lo stile, così ghiacciato e puro per fissare in ogni racconto la profonda sincera fede in un'umanità unica ed irripetibile.
    A volte sembra che non ci sia né capo né coda, in questi racconti, ma semplicemente un momento preciso che viene così cristallizzato in parole algide, in movimenti inevitabili e comprensibili, anche se così insoliti e lontani.
    Lontano da noi l'avventura di Mahler con un pappagallo e della sua composizione che dà il titolo al libro, il funerale così insolito di Thomas Mann, il principe pittore Eugenio Bernadotte, personaggi famosi ed altri assolutamente comuni, immersi in una svagata umanità di venditori di casalinghi, contadini che dissertano di filosofia, pittori ambulanti, donne che cucinano, donne che compongono musica: sembrerebbe un gran guazzabuglio, eppure tutto è risolto dall'autore, con quella sua meravigliosa capacità di tutto comprendere e di tutto scusare.

    [... continua]

  • Una vecchia e grande casa cadente, chiusa da assi inchiodate, dai cui camini si vedono partire folate di uccelli per poi ritornare ad appollaiarsi in fila indiana sui tetti sconnessi.
    La proibizione di entrare nel giardino abbandonato all'incuria, e lo spauracchio di una maledizione che grava sulla villa, non fermano la protagonista, una bambina che vive di bugie e di finzioni, poco popolare tra i coetanei, a cui non interessa né la scuola, né il quieto vivere, ma che si lancia in sfide spericolate con la sicurezza spudorata ed il desiderio di rivincita sul suo mondo.
    Penetrata nella vecchia casa, si lascia andare a girovagare nei saloni polverosi, dopo aver fatto la conoscenza di un personaggio insolito che la invita ad andarsene prima dell'arrivo delle "sette subdole sorelle".
    Naturalmente, Maureen non si dà per inteso: imparerà a conoscer le sette sorelle dai loro ritratti sulle scale, si impadronirà del braccialetto di una di loro, che, privata di tal potente talismano, non riuscirà più a compiere la sua magia e cercherà in tutti i modi di rientrarne in possesso.
    Ma per quanto Maureen sia spaventata, ancora non si rende conto di quanto sia importante quel famoso braccialetto.
    Ma l'incantesimo esiste, perchè la magia è così vicina alla realtà, da trasformare di colpo la vita di Maureen e trasportarla nella vecchia villa agli inizi del secolo, quando ancora riluceva di vita e di calore.
    Disperata e spaventata, Maureen si trova a vivere di fianco alle sette sorelle bambine, sempre così perfidamente infide che i loro stessi genitori non riescono a vedere oltre i loro gesti gentili e le loro offerte di amore.
    Infine, dopo varie vicissitudini, strane creature, e splendide descrizioni d'ambiente, il braccialetto verrà restituito e come in ogni storia che si rispetti, ci aspettiamo che le sette sorelle vengano punite: ma a questo punto sarà proprio Maureen, improvvisamente maturata, che prenderà un'altra decisione.
    Questo testo è stato scritto nel 1968 dall'autrice del famosissimo "Harvey", che diventò poi un celebre film: eppure, non è assolutamente datato, ma è frizzante, leggero, godibilissimo e può davvero dare dei punti ai nostri più recente romanzi di magia e stregoneria varia.

    [... continua]

  • Se non avete mai letto Stevenson, avete perso un'occasione straordinaria di incontrare un vero romanziere, un narratore insuperato di "storie", con la capacità di incantare ed avvincere l'ascoltatore - o il lettore - e di tenerlo interessato fino alla fine del racconto.
    In questo libro sono raccolti due brevi racconti, di genere horror, che dimostrano in pieno la bravura e l'arte di Stevenson.
    Il primo racconto, che dà il titolo al libro, "Il ladro di cadaveri", ci fa piombare in atmosfere cupe, con personaggi ambigui, alcuni di poco carattere, altri di troppo intenso ed avido desiderio di ricchezza e di potere, vere ambientazioni gotiche, cimiteri di notte, cadaveri trafugati, che improvvisamente acquisiscono vita propria, su di un calesse lanciato al galoppo, sotto una luna dolente e tragica, per una storia altrettanto angosciante e senza fine.
    Al largo dell'isola di Mull, in Scozia, l'autore ambienta poi il suo secondo racconto, intitolato "Gli allegri compari", i famosi "Merry Men"  sulla cui identità vi lasceremo almanaccare, un tipico racconto del suo miglior genere.
    Qui troviamo la descrizione straordinaria dei luoghi selvaggi e del mare, ancora più selvaggio, ci vengono raccontate le gesta di Carbonari italiani, tesi a braccare un banchiere che li ha truffati di una notevole somma di denaro, ci vengono presentati i personaggi ed i loro personali demoni, sempre incombenti sulle loro vite.
    Meraviglioso Stevenson, che non tradisce mai le aspettative: ed in fondo, che cosa chiediamo ad un libro di racconti?
    Che ci faccia divertire, che ci faccia rabbrividire, ma che valga il tempo -  il nostro prezioso ed unico tempo -  che gli dedichiamo.

    [... continua]