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Autore

Niva Ragazzi

in archivio dal 05 apr 2006

20 dicembre 1952, Poggio Rusco (MN)

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Nel Comitato dei Lettori dal 2011

04 ottobre 2011 alle ore 10:29

Il coraggio: rischi e controindicazioni

Il racconto

Conosco una ragazza che ogni mattina sale sul treno delle 8.15 che parte da Saronno ed arriva a Milano Cadorna alle 8.55. Il tragitto da casa alla stazione lo fa con un'amica, una signora anziana ben tenuta, bionda, con tremendi gelidi occhi scuri.
Anche lei è sempre ben vestita, classica, certo, ma con una punta di estrosità nel tocco della sciarpetta al collo, nel rossetto nuovo, nello smalto delle unghie: ma lo stile rimane, tuttavia, molto sobrio.
Camminano, queste due donne, senza neppure sfiorarsi, in un ticchettare frettoloso e ritmato di stivali di pelle firmati, aggrappate alle loro borsette Gucci o Trussardi, i capelli perfettamente in piega, il trucco appena accennato, sapiente: di classe.
E nell'estate torrida o nell'inverno crudo, quando tutte le ragazzine portano sciarponi sul naso e giacconi imbottiti, lei, invariabilmente rigida e dritta, nella schiena dritta, nella testa dritta, secca addosso come un bastone - di comando o di punizione, chissà - se ne sta appoggiata appena contro la parete della carrozza del treno.
E parla misuratamente con l'amica, si danno del lei, forse sono solo colleghe di ufficio, a volte parlano di persone di comune conoscenza.
E già lei rivolge alle persone attorno lo stesso sguardo gelido e scostante, dell'altra, l'anziana, già la pelle del viso attorno agli occhi è segnata, attorno alla bocca troppo tesa un fitto, fitto sottile delicato arabesco si disegna: e tuttavia, lei trucca le labbra di rosso.
E il rossetto sbava appena nelle prime rughe accennate.
Quando il treno arriva in stazione, lei scende e saluta l'amica:
-Ci vediamo stasera, io prendo il 6 e 36, l'aspetto!
-Ci sarò sicuramente- risponde l'anziana.
E si separano.
Lei cammina veloce, con quel passo serrato, mai aprire troppo le gambe, mai saltellare, attenzione - oh, fa attenzione, via...- e quasi senza guardarsi attorno, la gente, si sa, a volte è così brutta, vero?, arriva al palazzo in cui si trova il suo posto di lavoro.
E' un lavoro d'ufficio, si, certo: ma di responsabilità, anche.
E nel lavoro d'ufficio, piccolo topo grigio, lei si immerge lietamente, a passi serrati, gomiti contro il corpo, la sua camicetta bianca, la sua sciarpetta, le sue gonne lunghe.
Ed i suoi colleghi, quando si rivolgono a lei, la chiamano per nome, certo, ma non le danno del tu, come ormai si usa dappertutto: oh no, lei rimane sempre la signorina xyxyxy.
Salirà e scenderà mille volte la scaletta alla ricerca dei documenti negli archivi polverosi, ma comunque sia, nella classe che la contraddistingue, a lei ci si rivolte con i debiti modi.
Mai, neppure lontanamente mai, si immaginerà che cosa esattamente dicono di lei, povera ragazza, quando appena appena le voltano le spalle, mai saprà fino a che punto la gente è capace di usarla, tanto, basta fingere deferenza, con lei, rispetto, e non dire mai "c.....".
Ah no, la signorina ha orrore delle parolacce, non potrebbe mai sopportarle, è una cosa più forte di lei, le si rizzano i peli sulle braccia.
E qualcun altro soggiunge, a bassa voce: "...e non solo quelli....".
E nella sua giornata quieta e relativamente protetta dalla routine del suo lavoro, ormai quindici anni nello stesso posto, chi mai la manderà via di là - e poi, ma si, è fidata, di sicuro impegno, puoi stare tranquillo che se dire che lo fa, lo farà senz'altro - eccola senza grandi pensieri veleggiare verso una solitaria serata.
Gli altri si incontrano, gli altri fanno progetti, vanno al cinema, hanno ragazzi, ragazze, feste, balli, hanno una vita fuori; lei ha la famiglia, la mamma, il papà, la sorella più giovane, va ancora a scuola, al primo anno di università.
Ma in famiglia l'aria non è poi cambiata, perchè la sorella più giovane va a scuola, si, ma perchè non sa che cosa fare: fa pedagogia, ma a lei proprio i bambini non piacciono.
Anche a questa ragazza che io conosco, i bambini non piacciono: sporcano, gridano, e poi, così piccoli, che impressione.
"Certo, sono belli, però io non credo che sia assolutamente necessario averli, i figli."
"Si può essere realizzati anche senza, i figli".
Oh certo, naturalmente.
E lei continua a spulciare i vecchi libri cercando codici e codicilli, felice in anima, rilassata e remota dal grande vortice impazzito della vita.
Non le sono mancate le occasioni, a questa ragazza, no: le è mancato il coraggio.
E quando a sera si ritrova sulla strada per la stazione, a volte davanti a lei si abbracciano due ragazzi in jeans e giubbotti, e parlano fitto fitto e dicono tutto il loro universo di stelle, le labbra vicine e le mani - ah, queste mani ribelli impudiche invadenti: ma non si può, davanti a tutti, che schifo!-
Oppure vede a volte quei gruppi compatti di gente affiatata che si chiama da un capo all'altro della strada, perchè stanno andando a mangiare una pizza, perchè dopo vanno al cinema, perché "dobbiamo organizzare per domenica, per sabato, per domani...".
E lei abbassa gli occhi, stringe le labbra, stringe le gambe, e passa oltre, oltre il muro d'incanto dei loro sentimenti intessuti in briciole di vanità, di civetteria, di follia d'essere vivi oggi, oggi e forse domani.
Lei è una persona posata, si sa, non è più una ragazzina, certe cose sono finite.
Ogni cosa alla propria età, ama dirsi spesso, quello che si poteva fare allora, adesso non si può più.
Ma nel camminare sola, e sempre e sempre sola, contro le vetrine illuminate dei negozi, nell'attraversare la strada, quel serpente lampeggiante e crudele di automobli, e la gente dentro, la gente felice, che va e viene, e fa progetti e si diverte e vive e piange e grida, bene, mille volte mille, l'anima le si strugge di accorata nostalgia.
Perchè poteva, perchè doveva essere diverso.
Non le sono mancate le occasioni, lei le ricorda ancora, anche se con distacco, con il dovuto e necessario distacco, con la lucidità della saggezza, ricorda quella ragazzina acerba, tutta gambe e capelli.
Ricorda i pensieri: ancora adesso, a fatica se ne accosta, li aggira, li spia, ma ancora non li riprende, perchè la sconvolgono l'asprezza e la sregolatezza dei sentimenti, la violenza dei desideri più sconci, più depravati, la fa rabbrividire, ma tuttavia lei sa che questi erano i suoi pensieri.
Lei sa che cosa esattamente pensava il suo corpo, quando il primo ragazzo le ha fatto battere il cuore, ed allora, davvero allora, oh no, non aveva questo passo pudico, e davvero, ma davvero, non aveva questa bocca serrata ed asciutta e dura.
E quando poi gli amici le si stringevano addosso, quando appena cominciava ad aprire gli occhi, gli occhi dell'anima, sulla realtà di sangue e di nettare di questo mondo da vivere, quando cominciava a cercare di placare l'ansia di esistere fuori di casa, si, al momento preciso in cui doveva rispondere al primo invito, alla prima mano tesa verso la sua, perchè anche lei facesse parte della catena, ecco, lei, no.
Lei non ce l'ha fatta, lei ha chiuso la porta, ha chiuso gli occhi, ha detto non posso, io, no, mia mamma non vuole, e poi, cosa penserà mio padre: perchè la sua era una famiglia tradizionale, una vera famiglia, il padre lavorava duro, faceva i soldi, ma le figlie, femmine, dovevano renderglieli, in un modo o nell'altro.
C'era un decoro, da mantenere, un'aura di rispettablità, di buoni sentimenti.
"Puoi andare all'oratorio, si."
"Puoi andare con le suore in gita, si."
"Puoi andare a messa con le amiche, si."
Purchè tutto sia in regola. Purchè tu non pensi, non senta, non frema in corpo al primo soffio di vento di primavera.
Non sai gli uomini, cosa sono, le diceva la madre. Bestie, sono.
E davanti a quel viso irrigidito, nel sospetto del rituale segreto e misterioso, lei inorridiva al pensiero: al pensiero che sua madre potesse leggerle dentro, dentro in anima: e vedere.
E sempre più chiudeva gli occhi.
Bestie, sono, con i loro desideri bestiali.
Lei non era certo un'ingenua, sapeva come si svolgono le cose: ma ne rifuggiva al pensiero di esserne insozzata.
Quando a volte si arrivava a toccare questi argomenti, si scopriva che lei era per una convivenza di persone mature, sagge, educate, senza il problema dei rapporti fisici: questo, poi, davvero, non poteva accettarlo.
Faticava quasi ad accettare la convivenza sotto il medesimo tetto: passi per i fratelli, si sa, sono della stessa famiglia, ma due estranei, due perfetti sconosciuti, che si mettono insieme per...
Ah no, che schifo.
Il coraggio, le è mancato.
Di accettarela parte di bestia che dentro di lei rumoreggiava, risacca di mare, di un mare di corallo, corallo rosso sangue, rosso sangue d'amore e di vita.
Questa vita da vivere, lei ancora la guardava da lontano, per paura di bagnarsi i piedi con il suo lungo penoso irrisolto schiumare di gioie e dolori, dolori, cocenti dolori e misericordiose oasi di felicità perfetta.
Ed ogni sera, dopo la lotta contro la possiblità di vivere, lei accoglieva felice e trafelata l'amica anziana, e parlando delle quiete cose di sempre, di casa, di cena, di tempo, di vacanze, salivano insieme sul treno.
Sul treno che l'avrebbe portata a casa: senza scosse, senza traumi, piccola chiocciola paurosa, pronta a morire senza  aver mai messo la testa fuori dal guscio.
E tuttavia, innegabilmente, si, pavida, si: ma con classe.

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