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Recensioni di Niva Ragazzi

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  • Giovane l'autore per questi giovani pensieri: cinquecento aforismi numerati che si fanno leggere e rileggere, rintracciando velocemente la similarità di una sensazione, il riconoscimento di un'illuminazione che trova riscontro nel nostro vissuto, che si confronta e si ritrova nelle sue parole.
    L'autore esprime stringatamente sentimenti e speranze, paure, anche ricord,i un momento preciso in famiglia (133), la certezza d'essere amato (204, 209), con riconoscimenti improvvisi (160, 291), e percorrendo il cammino che viene svelando davanti ai nostri occhi, lo vediamo rivolgersi con accenti accorati all'inesplicabilità dell'esistenza (202), interrogandosi sulla felicità: (210): "La felicità è l'illusione di essere felici, l'infelicità è la paura di esserlo". 
    A me particolarmente graditi sono gli aforismi che si rivolgono o prendono spunto o in esame gli animali: il leone, i lupi e in special modo i gatti: "Stasera io e il mio gatto ci siamo confessati. Io gli ho detto che mi piacerebbe fosse un uomo, così da potergli parlare. Lui ha risposto che gli piacerebbe fossi un topo, così da potermi mangiare".
    Patisce, il nostro giovane autore, il mistero dell'esistenza e dei sentimenti, vive il disagio del disamore e dei tradimenti, ma non potrà mai rinnegare il suo anelito di infinito e l'infinita eterna riconoscenza di sapersi degni d'amore.
    Fulmineo e brutale l'aforisma 285: "A volte per non arrendersi bisognerebbe arrendersi", riscattato da un dolente invito a considerare anche i silenzi (480).
    La poesia è la sua musa, la sua donna, la sua vagheggiata eterea meta: salva dall'ignoranza, è musica, fotografa sentimenti, eppure l'autore la sfida, la maledice. Ma ribadisce con accanimento che è la sua ossessione e conclude con il desiderio di farsi lui stesso poesia.
    Eppure, seminato nel libro fra i vari aforismi, l'autore ne ha nascosto uno davvero irriverente, definendo il suo stile letterario (85), ma è al suo animo più profondo che si rivela brevemente, quasi inconsapevolmente, con il tenerissimo appena bisbigliato desiderio di un vero amico (300).
    Ma sì, davvero vale la pena di leggere questo breve libro: così veloce, così facile, così maledettamente affascinante al punto da diventare un compagno di cammino.

     

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Questa raccolta di poesie di Nunzia Valenti è una piccola piacevole scoperta: troviamo un'autrice che con voce fresca ed accenti appassionati sa toccare delicatamente le corde della nostra anima fino a farla vibrare all'unisono con la sua.
    È l'amore il grande motivo ispiratore delle sue liriche: amore ricercato, amore condiviso, amore ferito, rifiutato e tuttavia, sempre atteso in un'altalena di rimorsi, rimpianti, estasi e speranze.
    L'autrice è capace di immagini fortemente evocative, che immediatamente trovano eco dentro di noi, come nella bella lirica intitolata "Assenza d'amore", quando ci si presenta in riva al mare, "mentre traccia sulla sabbia cuori senza iniziali", oppure ne "I sogni cancellati", in cui esprime tutto il desiderio e la speranza "con la mia anima e il mio pensiero/scrivevo i miei sogni su quel cielo"; e nella bellissima chiusa di "Dormire sul tuo petto", l'autrice esulta nell'amore condiviso: "E si spianano strade verso la nostra storia infinita".
    Ma ci sono anche dolorosi momenti di rifiuto e di abbandono: nella deliziosa poesia "Scomodo condomino": "Non mi hai consegnato la chiave del cuore/e entri ed esci quando ti pare/fai solo caos e tanto rumore"; oppure quando si chiede perché soffrire tanto per un amore finito: "Perché vivere all'inferno/solo per la colpa di averti amato".
    Particolarmente toccante la lirica "Sarò per te", vero inno di passione e di amore, quando l'autrice si fa "grano" e poi "acqua" e poi "notte" e poi "giorno" e "fiamma", indicando via via l'esultanza delle scoperte d'amore.
    Eppure deve amaramente arrendersi alle sconfitte, alle perdite e alle delusioni: "Eri il mio sogno a colori, ma in una realtà in bianco e nero./Avrei voluto vestirmi delle tue braccia/ma sei stato un abito appeso che non ho mai indossato".
    Ricorda con desolazione "Desideri irrealizzati/progetti andati in fumo così in fretta/come si consuma una sigaretta"; sintetizza poi il tutto con il verso spettacolare: "passaggi di vita non vissuta/nel modo in cui l'avrei voluta".
    E si chiede come sarebbe bello se il tempo perso si potesse recuperare: e poi immagina tutto quello che avrebbe potuto fare, dire, esprimere, concludendo con assoluta eleganza: "Accoglierei ogni occasione perduta/perché la vita va goduta".
    Eppure tenace rinasce dalle ceneri dei dolori e continua con una splendida invocazione al cielo: "Mandami neve di petali di fiori soffici e profumati/mi distenderò per sonni lieti/per riprendermi l'allegria degli anni passati"; ed ancora "mi chiama sempre il mio passato/dove i miei sogni ho seppellito".
    L'autrice ci lascia poi con la capacità straordinaria di guardare ancora avanti, nel futuro, malgrado il percorso a volte possa essere stato aspro e solitario: "Un bagno caldo per lavarmi dai cattivi pensieri.../...mi spruzzo addosso gocce di speranza.../mi vesto d'ottimismo/oggi è un nuovo giorno/e sono pronta a ricominciare".
    Chiudiamo il libro con dolcezza perché è con dolcezza che l'autrice ci ha permesso di entrare nei giardini del suo animo, per incontrarla nei suoi pensieri e nei suoi desideri e sentirla un poco vicino a noi.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Un thriller coinvolgente e serrato, una scrittura delicata e profondamente sincera che ci invoglia alla lettura fino all'ultima pagina, senza annoiarci mai.
    Seguiamo con interesse il protagonista, Febo, e in lui ritroviamo i caratteri tipici di tanti nostri giovani, impulsivi, appassionati e caparbi.
    Lo vediamo affacciarsi alla vita dopo un'infanzia tenera e un'adolescenza protetta dalla famiglia, seguito con attenzione e rispetto dal padre. E con questo animo così leale, lo vediamo intrecciare i primi amori, lo vediamo scontrarsi con le prime ribellioni, i primi rifiuti.
    Incontrerà finalmente Marina, la donna che ha scelto per la vita: ma la vita ha deciso altrimenti.
    Ecco allungarsi sulla sua vicenda umana l'ombra gelida del terrorismo con il suo corollario di attentati e rapimenti: con il suo carico pesante di morti.
    Febo reagisce all'orribile insulto alla sua felicità con un rancoroso desiderio di vendetta e perseguirà questo scopo quasi ad occhi chiusi, perché è il suo cuore che ormai è chiuso al futuro.
    Sarà tuttavia una donna che lo salverà dal profondo baratro dell'insensibilità e gli ridarà la capacità di soffrire ancora, perché solo con il cuore aperto è possibile vivere da vero uomo: anche a costo di un estremo sacrificio, quasi questo possa idealmente ricambiare l'amore che le due donne della sua vita gli hanno donato.
    Un autore di rara sensibilità, da seguire con vero interesse.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Quattro amici con la passione per la musica, coltivata nel tempo libero, dopo il lavoro e gli impegni famigliari, quattro amici che si trovano insieme per suonare nella cantina di Walter, il protagonista, senza troppe ambizioni e senza grandi speranze.
    Ma sarà proprio Walter che, acquistando su internet una chitarra speciale, con una forma strana ed insolita, darà l'avvio a questa incredibile storia.
    La chitarra saprà far suonare Walter come non ha mai fatto, ed insieme alla sua band, lo farà diventare un vero fenomeno musicale, passando dall'oscurità del loro fare musica da dilettanti, al palcoscenico dei concerti nazionali ed internazionali.
    Ma non è solo grazie alla musica che il successo li corteggerà, o per lo meno, non solo grazie alla musica: avvenimenti sospetti, incidenti macabri che hanno luogo durante i loro concerti, catalizzeranno l'attenzione e la morbosità dei media, facendo lievitare il loro successo e la loro popolarità.
    Eppure c'è sempre l'altra faccia della medaglia da considerare in tutte le cose e con questo lato oscuro e disperato, Walter dovrà confrontarsi, prendere coscienza e poi, coerentemente, decidere.
    La storia è accattivante, chiaramente delineata e pervasa - come un sottofondo costante - dal rumoroso irrompere della musica prediletta, così disperatamente amata, così a lungo inseguita: musica sotto le parole e musica dentro l'anima.
    Riconosciamo all'autore la capacità di incuriosire e far avvicinare a questo genere di musica anche quanti ne hanno solo sentito parlare.
    Sicuramente un libro dedicato a chi non ha paura di vivere con entusiasmo.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Capita raramente di leggere poesie sorridendo: ma non ci si può impedire di farlo, leggendo la raccolta di Giuseppe Terracciano.
    Brevi, folgoranti intuizioni, anche dolorose, amare riflessioni; tra queste, ci soffermiamo su "Stanno passando": è sufficiente il titolo di questa poesia sobria e raccolta, con a fianco la foto di una solitaria strada imbiancata di neve, a darci la sensazione immediata di una desolazione senza ritorno.
    Delusione e sì, sorridente, ecco quanto ci offre la tenera lirica intitolata "Che 'tte devo dì": in pochi versi viene tratteggiato elegantemente un amore finito, ma con una straordinaria capacità di mettersi in causa in prima persona.
    Bellissimo, veramente da leggere e rileggere, il testo di "Fratello dormi tranquillo", versi stretti e acuti e quella chiusa formidabile "Non lascerò che morda i tuoi sogni", accompagnato dal disegno così evidente e così parlante.
    Da non mancare poi, in "Profondità", l'immagine dei due mari che si incontrano, simbolo chiaro dell'incontro fra due persone: e quanto di sommerso e quanto di non detto, con la chiusa illuminante che ci riporta con tanta umana umiltà alla nostra incapacità di rispettare gli altri.
    Si legge con piacere il "Quaderno delle citazioni"; da apprezzare  in particolare l'Epitaffio: brevissimo, folgorante, un lampo di genio divertito.
    Un testo agile, che si presta a parecchi livelli di lettura, e che lascia supporre una capacità introspettiva unita ad una eleganza di stile davvero notevole.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • L'autore presenta il suo libro come una "Raccolta di schegge di vita": ed è proprio così che si apre davanti ai nostri occhi questo testo, con una serie di abbaglianti sensazioni, riflessioni in forma di commento ai fatti legati al gruppo musicale che dà il titolo al libro, i Beatles, accompagnate da immagini che devono sicuramente essergli molto care.
    Primerano è un entusiasta: dall'infanzia e dall'adolescenza, con tutti i loro bagagli di scontri e speranze disattese e corteggiate, rinasce alla vita adulta proiettato nel futuro, senza nulla rinnegare degli errori, ma sicuramente con un'inesausta capacità di godere dell'esistenza.
    Amicizia, amore: la musica accompagna questi sentimenti lungo un percorso su di una terra natale appassionatamente incisa nell'anima come un gioiello che non si può mai dimenticare.
    Ci sono pagine affascinanti dedicate a Roma, altrettante ne troviamo a raccontarci l'infinito amore che Primerano sente per la natura e su tutte, costantemente, vibrano le parole con le quali l'autore insiste, nonostante tutto, a dichiarare il suo straordinario interesse per la gente e per la vita.
    Il futuro, per l'autore, non è un'incognita, ma è un territorio incontaminato da scoprire, perché leggendo i suoi aforismi, i suoi brevi testi, ci rendiamo conto che per lui la vita è davvero un'avventura infinita.
    Gli auguriamo sinceramente di continuare ad albergare nel suo cuore questo slancio, affinché anche noi si possa continuare a dire: Francesco, ti voglio bene.

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    recensione di Niva Ragazzi

    • Mosaico
    • 13 marzo 2013 alle ore 8:22

    Ritroviamo in questo libro il “guerriero” che avevamo intravisto nei precedenti, l’instancabile camminatore del mondo, l’uomo che ha occhi non solo per vedere, che ha parole non solo per ferire.
    Questo libro si presenta come una raccolta di pensieri, di considerazioni, racconti brevi inframmezzati dalle bellissime fotografie dell’autore che vogliono rendere visibili le parole: e noi partecipiamo delle sue luminose intuizioni, seguendolo nei miraggi dei suoi sogni.
    Nel capitolo intitolato "Spazio musicale", emergono immagini folgoranti, domande accorate (Come possono le vipere serpeggiare dubbi) e l’appello ad una chiarità illuminante (dove sei sorgente di neve), dove l’ultima realtà è la considerazione che “così accadono le magie”.
    L’autore torna spesso ad un’età incantata, quell’età felice dell’infanzia che ripercorre comunque con occhi soffusi di magia, come nel capitolo "La lanterna magica", in cui delinea la sua protagonista con tocchi delicatissimi (cuor di zucchero, occhi di bimba) e nella dolce “Figlia di una fiaba”, la cui protagonista, Serenella, è davvero un segnale d’amore che incarna la speranza, la bellezza, la serenità, la dolcezza di un sogno.
    L’immaginazione rutilante dell’autore lo porta nel capitolo Meteora a proiettarsi nell’universo e così “veleggiare volteggiare rotolare danzare”, mentre invita ad unirsi a lui, “stelle tra le stelle, velieri dello spazio”.
    Carapax è la metafora della morte e della rinascita, perché il “brivido d’amore è una voce più forte del tempo” e dalla tomba scavata nel profondo, si può tornare ad essere “al sicuro, al caldo, protetta dagli scudi dell’amore”.
    L’autore ha poi aggiunto alcune poesie che si leggono velocemente e sulle quali bisognerebbe ritornare con delicatezza: da non perdere la sua splendida notazione: “Il silenzio del vento scrive arazzi nel cielo”, ma folgorante davvero sono i tre versi che accompagnano la fotografia di un cespuglio di sterlizia:

    “Si, sterliziami/ Desidero fiorire/ nelle tue labbra”
     
    Crediamo che Paolo Goglio sia un autore i cui libri dovrebbero tenersi sul comodino: aprire uno dei suoi testi, a caso, e leggervi poche parole, e poi magari riprenderlo dopo alcuni giorni e leggere qualche verso, e poi lasciarlo riposare, ma non dimenticarlo, perché, come dice giustamente, “non siamo soli a dipingere note nel cielo”, e questa che viviamo è comunque una “maledetta sfida contro il dolore, la paura e l’ignoto”.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Questo agile libretto di Beatrice Bausi Busi riserva una vera sorpresa: sei racconti, veloci, intriganti, a volte addirittura inquietanti, ma tutti valgono il tempo di una nostra lettura.
    Partono da un'idea luminosa, uno spunto brillante, si dipanano in una prosa piacevole e diretta, con un approccio immediato che si fa vicino a noi, proprio sotto le nostre mani ed i nostri occhi, e poi si concludono con un'ironica chiusa che svela la profonda disincantata e sorridente umanità dell'autrice.
    Brava, la nostra Beatrice, brava veramente a risolvere in poche pagine idee solide come roccia, brava a comunicarci l'ansito dell'inconoscibile, appena dietro le nostre spalle, nel vento.
    La prefazione di Lia Bronzi ci fa intravedere oltre la superficie delle parole, un'altra possibile verità molto pesante, più nascosta, forse, e sicuramente più ardua a comprendersi.
    Quello però che riconosciamo immediatamente all'autrice è la capacità di scrivere con empatia: sa incuriosire subito, sa interessare, è spontanea nelle espressioni, non stanca e comunica il piacere che lei sicuramente prova a scrivere.
    E noi, sicuramente, a leggerla.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • "Non ho conclusioni, meno che mai certezze": così dice Paolo Goglio nel suo lungo monologo, un vero flusso di coscienza, intitolato "Il Tropico della Vergine", in cui racconta il suo solitario vagabondaggio in montagna che dura per tutto un intero mese di agosto, alla ricerca spasmodica di una faticosa rinascita dalle macerie di un'ulteriore esperienza personale negativa.
    Un monologo, direi, un lungo discorso che pare a volte rivolgersi direttamente a noi, quando esprime le sue considerazioni sulle tante teorie e sulle varie "ricette" di vita; e si rivolge direttamente e compiutamente a se stesso, quando invoca una presenza amica, vicina, tangibile, perchè quello che lo distrugge è "la solitudine interiore".
    Con che delicata ritrosia l'autore ci avvicina ad alcune sue esperienze personali, con che lievità ci fa intuire, sotto l'apparenza delle parole, l'esatta realtà di un'anima dolente, che freme al vento del biasimo e del giudizio altrui, e che desidera, disperatamente desidera "una mano per camminare insieme".
    C'è chi si lascia vivere e chi vuole reggere le redini della propria vita: Paolo Goglio lo dice chiaramente quando si dichiara "quello che porta la bandiera del gladiatore", e ci racconta - potremmo dire "si" racconta - dei suoi progetti, quelli passati, quelli futuri, una chiacchierata fra amici sulle sponde di un ruscello di montagna, in una mattina di sole, magari anche nel tentativo di chiarire a se stesso le proprie idee, le proprie sensazini.
    Un testo colloquiale che ci chiama sempre in causa, ci innervosisce per alcune considerazioni, ci provoca, ci invita empaticamente a rispondere ed a riflettere, in un linguaggio piano ed accattivante, vicino alle nostre orecchie ed al nostro cuore.
    E' davvero un libro che scivola sulla pelle e ci trascina al centro stesso dell'anima, perché questo "cacciatore di arcobaleni", è sempre pronto a rischiare in prima persona, anche se si chiede "chi potrà mai parlare la mia lingua?".
    Eppure, ha il coraggio di dire alla persona che lo ha tratto dal baratro "tu mi dici delle cose bellissime", perché infondo l'autore ripete in tutti i suoi libri lo stesso messaggio: "il volo è nell'anima".

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Insolita ed intrigante la commistione tra visivo e poetico, nel bel libro di Francesco Primerano, che ha il coraggio di affrontare temi profondi con leggerezza e simpatia, che è capace di accostarsi al lettore invitandolo con un sorriso a partecipare ai suoi sogni ed alle sue speranze.
    Ci sono temi che ricorrono in queste pagine, esperienze infantili che ci vengono proposte con delicatezza, disagi e profonde passioni giovanili che rivelano la straordinaria capacità dell'autore di toccare il cuore vero dell'esistenza e di farne partecipe il lettore.
    E ci sono termini speciali a cui fa riferimento Primerano, che "considera valore ogni forma di vita...." (pag.51): c'è l'anima, che per lo scrittore è il punto da cui partire e soprattutto, il punto preciso a cui tornare, perchè al fondo dell'anima riposano tutte le immagini e le esperienze di una gioventù vissuta a piene mani.
    Imperante una leggera nostalgia per il tempo che passa, per tutto quello che è stato e che non può essere rifatto, ma la ragione la giustifica e siamo invitati a non fare "dietrologia", a non vivere nel passato, ma a restare fermi e saldi nel momento presente, perchè, come dice chiaramente a pag.63: "la vita è adesso".
    Brevi poesie istintive, giochi visivi, montaggi fotografici da cui ci osserva il volto serio di un giovane uomo che guarda la vita ad occhi aperti, perché apertamente insiste a credere che "la vita va vissuta intensamente" (pag.82).
    Molte fotografie, molti collages affascinanti che accompagnano i testi, alcuni brevi, altri più lunghi e strutturati, a volte solo alcune veloci frasi illuminanti:
    "Crederci sempre, arrendersi mai" (pag.90).
    E noi crediamo che la "forza interiore" a cui fa spesso riferimento Francesco Primerano, lo porterà sicuramente lontano.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Dobbiamo molto a questo autore appassionato ed elegante, che dal profondo della sua personale esperienza, ha saputo distillare quello che ha definito come un "codice", prezioso strumento da lui offerto in gratuito aiuto a chi si trova a vivere un'esistenza di disagio e di sofferenza, a chi si chiede se esista un modo per cambiare radicalmente la propria prospettiva di vita.
    In piccoli brevi 16 punti, ben delineati, l'autore ripercorre la sua personale odissea, il suo peculiare sprofondare nella miseria dell'ansia e del disamore di sè stesso, e ci invita a seguirlo nei suoi faticosi passi, che dalle macerie di un'anima scorticata da errori e disagi, lo porteranno lentamente a riconciliarsi con la parte dolente, lo porteranno a prendere in mano tutti gli errori e le esperienze che lo hanno ferito, lo porteranno a saper finalmente aprire, queste mani chiuse a pugno, per lasciar scorrere - davvero come scorie - tutte le negatività, e in ultimo rinascere ad una nuova coscienza.
    Immediato, di sicuro impatto emotivo, sa risvegliare nel lettore una rispondenza come un'eco di momenti vissuti, che riconosciamo perfettamente, e soprattutto, sa indicarci un cammino possibile di risalita dal baratro di un'esistenza che a volte sembra essere priva di guida e di senso: parlandoci della sua riuscita, ci sprona a credere che esiste un altro modo di vivere.
    Paolo Goglio sintetizza in un modo potente questa rinascita: la definisce "scintilla di vita", e così la spiega:
    "Se chiudo gli occhi e mi ascolto, la posso vedere chiaramente focalizzata nel centro esatto del mio corpo, sotto al cuore..."
    Ed è al cuore grande di questo scrittore che sinceramete porgiamo il nostro grazie.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Sarà anche "Padrone il vento", ma la poesia di Fiorella Cappelli è sicuramente incisa nel più puro diamante: immagini perfette, lancinanti come punte aguzze di frecce a raggiungere l'anima, quando parla di "una tonda luna/ che incarta d'argento/ su piccole onde/ cullati e sospesi pensieri"; quando tratteggia magistralmente una Torino assonnata e inquieta e riporta che "nell'umido parco fiorito/ riaffiorano medievali percorsi" e continua poi nell'ultimo verso con un guizzo straordinario di empatia, dicendo: "sotterranei i pensieri si perdono"; quando sintetizza veloce e splendida una Parigi piena di speranza, dichiarando: "giovani sogni in cammino/ al suono di tromba/ vestono, sulla strada/ la loro bandiera".
    Molti poeti sanno farci partecipi dei loro sentimenti, ma l'autrice ha il raro dono di comunicare immediatamente le immagini di quello che ci vuole trasmettere; tra le tante, imperante è l'immagine del mare, questo mare lungamente accarezzato: "Perle d'acqua/ si raccolgono/ nello scrigno dei sogni"; mare osservato e ammirato con occhi e cuore: "alba d'argento, distesa sul mare/ dissolvenza di nuvole rare"; un mare amato anche se un po' temuto: "Faccio scorte/ di ataviche paure/ ma sogno il mare"; un mare che è il mondo intero, quando chiede: "voglio essere/ tra l'onda e la spiaggia/ la spuma/ del mare che resta/ ancora da navigare".
    Ma altre immagini si affacciano aggressive e nititamente delineate, gli affetti e gli amori: "E tu appartieni/ ai desideri/e li mantieni/accesi e veri /nei lunghi giorni/ notti stringate/ poi tu ritorni/ tra le mie fate"; la tenerezza che riserva al sentimento d'amore: "a chi, da innamorato, ha scritto versi/ e vi ha incartato il cuore, per l'amata/ chi ne ha fatto aquiloni di giornata"; l'orgoglio che traspare nelle liriche dedicate alle donne: le sue splendide donne indomabili: "per te che non t'arrendi, e ti sollevi/ e gridi a tutto il mondo che sei donna"; oppure quando canta le donne d'altri tempi, quelle che "custodiscono/ la chiave dei ricordi", quelle che "sanno come tenere unite mura /che nessun terremoto /farà mai crollare"; quelle donne sempre integre, perché anche "mutilata nel petto e nel cuore/ ..../ una Donna, mai vissuta a metà".
    E soprattutto,  rispecchia l'ampio spazio del cielo, quando ci fa vedere in piena luce, le sue Mongolfiere: "spazi liberi nel sole/ mongolfiere, per volare/ i colori son parole".
    E nel cielo, il vento: "solitario, in mezzo al mare/ grande amico solo il vento"; e ancora: "avrà per compagno di gioco il vento/ che lo condurrà lontano"; e la splendida immagine della lirica dal titolo "Dentro il silenzio", che così recita: "volami dentro/ poi resta/ padrone del vento".
    Ma è nel suo "Sonetto di sabbia", che l'autrice si riposa e si rivela, quando dice: "spinto dal mare, un granello di sabbia/ è frammento di conchiglia leggero/ ci racconta le storie del mistero/ e dell'uomo la sua gioia/ la sua rabbia": perché questo è davvero quello che fa Fiorella Cappelli, che sa raccontarci del suo mondo dilatandolo fino a diventare anche il nostro mondo, orgogliosa poetessa appassionata, che ancora e sempre dichiara: "Non ti voglio poeta/ ti voglio soldato/ semina tu, la poesia/ io la raccolgo...".

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Chi sono questi ultimi di cui si parla nel romanzo? Sono i bambini di nessuno, quelli che vengono prelevati con violenza nei paesi dell'Europa dell'Est e portati nelle nostre ricche città, costringendo i maschi ad una vita di prostituzione, segregando le femmine al buio in appartamenti guardati a vista per incontri sessuali forzati.
    E proprio di queste vite rubate Panebarco ci vuole raccontare,  presentandoci il caso emblematico di due fratelli, Adrian e Mrna, portati via alla loro famiglia con azione violenta e condotti a Torino: ed in una Torino allucinata e sporca ci trascina il protagonista, Sirio Merisi, giornalista d'inchiesta, in compagnia del fotografo Manlio Davico, alla ricerca della verità che si cela dietro questi ragazzini costretti a prostituirsi, ciascuno con alle spalle una storia di sfruttamento e di disperazione.
    Si tratta di un traffico sordido, in cui sono coinvolti servizi deviati e poliziotti corrotti, che non si tirano indietro davanti a niente, convinti che la vita sia scandita solamente dal frusciare dei soldi: perchè con i soldi si compra tutto, anche le persone; anche le anime.
    Il racconto si svolge veloce, i capitoli di pura inchiesta sono intervallati da quelli più squisitamente legati al privato del protagonista, che intreccia con la vicina di casa, sua dirimpettaia, un gioco erotico intrigante ed emozionante.
    Mentre le ricerche continuano, a mano a mano che si intravede una esile trama in questo tentativo di fare luce su questo massiccio sfruttamento di adolescenti e bambini, facciamo conoscenza con personaggi subdoli, alcuni sinceramente perfidi, tutti, comunque, conniventi.
    Non c'è pietà, in questo romanzo: sicuramente non c'è pietà per gli organizzatori della tratta, che rimangono comunque e sempre protetti, sempre nell'ombra del sommo potere che tutto pare manovrare.
    Ma non c'è pietà neppure per chi si adopera affinché questo scandalo esca allo scoperto, sia portato a conoscenza della gente comune, possa finalmente finire: Sirio Merisi pagherà con la vita la sua coraggiosa battaglia.
    L'unico spiraglio di ottimismo lo troviamo nelle ultime pagine, quando vediamo la compagna di Sirio che gioca con il suo bambino e con Mrna: due innocenti da proteggere per dare loro la possibilità di vivere un futuro migliore.
    Agile e veloce, il romanzo si legge d'un fiato: l'argomento scabroso è trattato con delicatezza ed infinita tenerezza e grande rispetto nei riguardi di un'infanzia violata da un potere che travalica ogni sentimento.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

    • Sophia
    • 04 aprile 2012 alle ore 8:08

    Sicuramente - splendidamente e musicalmente - una poesia d'amore: tutte le 36 liriche sono ispirate e dedicate alla donna amata.
    Un piccolo romanzo fatto di poesie in rime per descrivere con tocchi delicati il primo momento del riconoscimento dell'insorgere d'amore, che l'autore definisce "Dolce Primavera la tua conoscenza....", e proseguire  con una corte serrata e attenta che si dipana in una sensazione di tensione quando dice: "un cruccio m'affatica/ da molti giorni ormai..." e poi lo svelarsi della bellezza squisitamente fisica della donna che lo porta a esprimere in parole esultanti il progredire della conoscenza reciproca.
    Si succedono  poesie in cui viene proclamato l'entusiasmo dell'uomo che ha finalmente raggiunto la meta tanto agognata, ha ottenuto che il suo amore sia ricambiato da quella donna che ha tanto desiderato; eppure, così infine raggiunta, ancora trova in lei motivi di incanto, quando ripete "sei tenera e incerta/ perciò ti fai amare così tanto".
    Descrive il poeta la sua donna in svariati momenti, pennellate delicate mentre il gioco dei due innamorati si fa altalenante: "diletto ti prendi al negarti/ quand'io seriamente ti ammiro....", impeto di passione e costante attenzione alla sua seducente bellezza.
    Pare quasi di salire con allegra baldanza su uno stretto sentiero di montagna, in una mattina di  sole di prossima estate, e guardandosi intorno cogliere l'infinita bellezza della natura, mentre ci prospettiamo la vetta ed il paesaggio che potremo finalmente di là ammirare: eppure la salita si interrompe bruscamente, c'è stato un passo falso, in questo amore ascendente, un blocco improvviso, una caduta.
    E per questa caduta si levano i dolenti accenti del poeta, che non si dà pace: "Non posso, non posso perdonare a me stesso/ che al tuo tenero sorriso/ pudico sul niveo viso/ io debba amaramente rinunciare/ perché altro che errori non seppi fare...", e proclama testardamente "Giammai in vita mia/ deporrò la volontà/ d'averla tutta....".
    Racconta il tentativo di riconciliazione, la sua incapacità di uomo "che non sai mai dimostrare a chi ami/ quanto potresti donare dei tuoi tesori"; e poi il ritorno, il riconoscimento, l'impegno: "guardo il presente/ dove in ogni attimo ci sei continuamente tu".
    Eppure deve amaramente concludere che "E' buffa la storia di me e te, che per anni/ siamo insiem stati, d'una decade/ come folli innamorati, per lite/ indiretta separati/ conclusa con stizza/ l'acerba lizza/ che non dovrebbe scinder gl'innamorati...".
    Che dire di questa storia d'amore che vediamo trascorrere sotto i nostri occhi? La seguiamo con interesse, partecipiamo delle sue scoperte, restiamo muti davanti ai riti d'amore e poi silenziosi ci accostiamo in rispetto al dolore della sua fine.
    Tuttavia, non possiamo ignorare che il poeta ha volato alto, molto alto, quando ha proclamato alla sua amata "Da te esigo un amor imperituro...": a cadere da tali altezze, ci si fa molto male.
    Gradevole e veloce da leggere, l'autore ci fa il regalo delle sue emozioni e dei suoi sentimenti, e noi a lui in cambio regaliamo i minuti che occorrono alla lettura del suo libro e portiamo in cuore le chiare sillabe delle sue rime eleganti.

    [... continua]
    recensione di Niva Ragazzi

  • Il titolo è significativo: i colori, soprattutto i colori, in queste poesie immediate, di cuore e sensazioni, ricordi affastellati insieme a meravigliosi improvvisi squarci di futuro, quando si proietta nella delicata poesia intitolata "Figli", oppure nell'altra, struggente e tenera, in memoria del fratello Giuseppe.
    E sempre ricorre il motivo portante della sua ispirazione, questi colori della sua terra così amata, quando accenna ai "colori dell'arcobaleno" nella sua poesia dal titolo "Anche il mare", quando ricorda il nespolo, quando "la notte cavalca la pineta", quando ritrova odori e profumi, ma in particolare, quando ritrova il mare, perché "il profumo intenso di quel mare amico mi confondeva l'animo".
    Al mare ritorna con accenti sempre più innamorati: parla del suo colore, parla del suo profumo, racconta le onde ed afferma che "a questa terra appartiene/l'ultimo respiro del mare", lo racconta in tutte le sue variazioni, quel "mare sconfinato/che ti riempie la vista"  e ci confessa che "in un mare pieno di ricordi/annego".
    Questo suo delicato parlare che sottintende sensibilità e tenerezza ed una profonda adesione alle meraviglie della natura, Maccioni lo fa trasparire solamente con pochi tocchi, piccole tavolozze lucenti, alcune violente, alcune grondanti di stelle di notte: ma tutte sono intensamente colore.
    Colore come testamento: "lascio a te, amore/il mio grande cuore/per tutto ciò che amo"; colore come impegno: "Viver la vita/ per uscirne vincitore con l'amore/ sconfiggendo odio e paura/ e sperare ancora nell'uomo"; colore come rimpianto: "sapevo che il tempo /gli anni più belli cancella".
    Ma particolarmente accorato l'invito risuona: "...bisognava andare avanti/ e viverla intensamente/ questa vita/ con passione e ardore/ perché essendo l'ultima/ e unica non c'è possiblità/ per riviverla nuovamente".
    Perfetto il titolo, perché tutti questi colori brillano da un'anima appassionata e ricca di sentimenti degni d'un vero uomo: partecipazione, solidarietà, capacità di avere occhi e di saper vedere, e tanta autentica gioia di vivere.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Che cosa si può dire ancora che non sia già stato detto di Jane Austen? Elegante, acuta, aderente ai suoi modelli, chiara nel sostenere i suoi valori e... perfida.
    Avete letto bene, sì, dal mio punto di vista questa meravigliosa scrittrice sa essere di una perfidia sarcastica, infliggendo stilettate di acuta critica all'establishment e alla rigida società patriarcale con i suoi miti e le sue leggi.
    La protagonista del libro è Fanny Price, adottata da piccola dagli zii che appartengono all'aristocrazia terriera: accolta ed allevata nella loro lussuosa dimora di Mansfield Park, sarà trattata, tuttavia, da parente povera, sottoposta al capriccio di tutti, anche delle sue splendide e viziatissime cugine, ma troverà l'unico difensore nel suo secondo cugino, che non le negherà mai il suo appoggio e la sua considerazione.
    L'intera vicenda ruota attorno a due opposti e lontanissimi modelli di vita: quello tradizionale di Fanny, fondato sul senso del dovere, sull'abnegazione, sulla virtù e quello assolutamente spregiudicato e vitale di due giovani visitatori, fratello e sorella,  che arrivano in campagna muniti di grande fascino e di atteggiamenti disinvolti . La ragazza, Mary Crawford, sarà il tipico esempio di questo mondo nuovo e disordinato, che non nasconde le sue mire e sa far sfoggio di tutte le sue attrattive per arrivare a raggiungere le mete che si prefigge, assolutamente impermeabile ai buoni sentimenti su cui si regge la morale del periodo.
    Dopo alterne vicende, coppie che si formano e poi si sciolgono, amori e seduzioni facili, illusioni e tradimenti e molte ambiguità morali, nella migliore tradizione di Jane Austen, la nostra protagonista coronerà il suo sogno d'amore, sposerà il cugino e con lui si stabilità a Mansfield Park.
    Al di là della narrazione sempre piacevole della grande autrice, desidero attirare la vostra attenzione sull'implicita e corrosiva critica della cultura dominante del primo ottocento:  la protagonista, Fanny, riuscirà a realizzare la sua ascesa sociale ma rinuncerà  alla propria libertà e spontaneità, poichè solo aderendo ai modelli comportamentali allora imperanti sarà per lei possibile raggiungere tale meta.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Sontuoso e barocco, lussureggiante prosa per una storia coinvolgente che si fa leggere senza stanchezze, interessati dagli arcaismi utilizzati, affascinati dalla potenza costante del progetto che sorregge fino al termine del romanzo.
    Non ha avuto molta fortuna, De Roberto, con questo suo meraviglioso "I Viceré", romanzo storico che abbraccia un periodo ben definito compreso fra gli anni 1855 e 1882, proprio nel periodo dell'unificazione italiana: Benedetto Croce fu il suo più aspro detrattore ed il suo giudizio segnò il destino di questo libro straordinario, trattato con sufficienza e distacco.
    E' il racconto, possiamo quasi dire, la saga di una potente dinastia, l'antica famiglia catanese Uzeda di Francalanza - soprannominata i "Vicerè", a ricordo degli antenati che ebbero quella carica durante il dominio spagnolo - nobiltà di ascendenza spagnola, principi e usurai, ignoranti e perfidi tutti i maschi, orgogliosi del loro sangue nobile che tutto scusava e tutto permetteva: ingiustizie, falsità, intrighi, ladrerie.
    Complici e vittime, le donne, alcune così somiglianti alle splendide donne bionde spagnole del ceppo originario della famiglia, altre imbastardite dagli incroci con nobili siciliani, cupe e sgradevoli, la parte meno pura del sangue antico.
    Alla morte della dispotica vecchia principessa Teresa e all'apertura del suo testamento, si riattizzano le interminabili liti dei figli e dei parenti, in special modo tra il figlio maggiore, Giacomo, ed il minore, Raimondo, che la morta ha equiparato nell'eredità dei beni di famiglia, contravvenendo a tutte le tradizioni. Sarà proprio la costante dell'eredità che reggerà l'intero romanzo e si susseguirà per tutta la trama, eredità carpite con l'inganno, falsificate, perseguite con determinazione fredda e lucida, senza alcun ripensamento.
    Straordinaria la figura di Giacomo, il principe erede e capofamiglia, avido e spregevole, che riuscirà con infiniti cavilli a spogliare dell'eredità i suoi fratelli, imbrogliando anche le sorelle pur di non concedere loro nulla di quanto indicato nel testamento.
    Questo personaggio assomma tutti i difetti della famiglia Uzeda: imbroglione, avido, spietatamente avaro, incapace di alcun sentimento, forte solamente dei suoi privilegi, emblematico rappresentante di un'aristocrazia siciliana orgogliosa e assetata di denaro e potere, chiusa su sè stessa e sulle sue passioni.
    Leggiamo anche in sottofondo l'amara certezza di De Roberto sull'impossibilità del cambiamento che doveva aver luogo in quel periodo di rinnovamento; ci viene ampiamente suggerito il sentimento del fallimento degli ideali risorgimentali di progresso e libertà, che verranno piegati dai vizi della politica e della società italiana che si stava allora formando, modellatasi tuttavia sui precedenti costumi tuttora imperanti.
    Un romanzo superbo, ironico, a volte anche grottesco, profondamente severo nei giudizi ma profondamente umano nei sentimenti: il vero romanzo storico della Sicilia del secondo Ottocento.

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    recensione di Niva Ragazzi

    • Immagini
    • 07 febbraio 2012 alle ore 12:20

    Baroukh (Benny) Assael è sicuramente una persona molto interessante: medico pediatra, ricercatore, autore di pubblicazioni scientifiche e di libri di storia della medicina, poeta e musicista: come non restarne affascinati e incuriositi?
    Poeta, abbiamo detto, e scrivere poesia non è certamente come scrivere romanzi: ci vuole una penna intinta in sentimenti e uno sguardo che sappia allungarsi oltre il visibile ed è quanto troviamo nei suoi versi.
    Questo smilzo libretto dal titolo "Immagini",  così accattivante nella sua veste grafica, con quel girotondo di parole scritte a mano, che ci incuriosiscono e si fanno leggere e si fanno emozioni, entra di soppiatto nel nostro animo e richiama echi, sollecita risposte, solleva domande.
    Versi che suonano immediati alle nostre orecchie, vicini alle nostre esperienze, capaci di valicare i muri dei nostri giardini: poesia d'amore, sempre, e la musica l'accompagna, questo ritmo che si avverte in sottofondo, culla le sillabe, le sostiene.
    E se è vero che "a volte gli amori vanno dismessi come abiti lisi", così come dice Assael in "L'amore dismesso", è anche vero che "il mondo vuole amori fragili, amori pronti da indossare un giorno, un'ora o solo un minuto", così come indica nella sua poesia "Pret-à-porter".
    E tuttavia, il bisogno d'amore poggia sulla sua realtà più profonda, sulla necessità di certezze, sul desiderio di appartenenza, perché "l'amore, l'amore ritorna, come tutte le cose, voleva persistere", e mentre l'autore ci porge la chiave interpretativa del suo mondo nella sua poesia "Biografia", in cui incontriamo il sospiro desolato del suo animo quando dice "Non voleva correggere la realtà, ma mostrarne la contraddizione", ci fa partecipi anche della sua storia personale, sconvolto e sopraffatto dal disperato imperativo del ricordo: nella prima poesia, intitolata "A Nyranne", ripeterà per ben diciotto volte l'invocazione "se dimentico" e "se dimentichi".
    Certamente uno stile elegante, immagini nitide, un delicato diario poetico, un libro di poesia che si legge e si rilegge.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Si tratta di un libro di racconti pubblicato nel 1934, quando ormai l'autrice, che proveniva da una antica e facoltosa famiglia di New York, si era già fatta conoscere al grande pubblico.
    Straordinario il racconto d'apertura, Febbre romana, in cui due donne ormai mature accompagnano in vacanza a Roma le rispettive figlie. Mentre il pomeriggio trascolora nella sera, i sentimenti di rabbia, invidia, rancore vengono a poco a poco a galla, tornano i ricordi e si svelano segreti che con un capovolgimento finale, come uno scorpione, pungeranno laddove ci si sentiva praticamente invulnerabili.
    Perfido il secondo racconto, con la descrizione di queste signore dell'alta borghesia che si riuniscono in un loro piccolo circolo culturale, credendosi altamente intellettuali e al di sopra dei comuni mortali.
    Si racconta poi della facilità con cui una signora riesce a sopravvivere e navigare nell'incerto mare della munificenza consentitale da vari matrimoni, senza mai completamente abbandonare i vari mariti, mentre l'ultimo racconto, dolente e accorato, ci presenta una signora ripudiata dal mondo chiuso del suo gruppo sociale a causa del suo divorziio dal marito e del suo successivo matrimonio, che vede la figlia ripercorrere i suoi stessi passi. Disperata all'idea che la figlia debba anche lei essere rifiutata dal suo mondo ed essere destinata al suo stesso doloroso calvario, si troverà davanti ai cambiamenti di questo stesso ambiente, che accetta nei giovani quanto non perdona nei più vecchi.
    I protagonisti dei romanzi e dei racconti di Edith Wharton, una vera esponente di quella società aristocratica e dei ceti privilegiati nordamericani da lei tanto fustigati, vivono in genere sempre combattuti, vittime delle convenzioni, desiderosi di esperienze intellettuali ed emotive, specialmente le sue donne, che tuttavia verranno o emarginate dal gruppo, oppure chiuse e bloccate in questo sistema che le distruggerà.
    Si tratta del tema costante dei suoi romanzi, nei quali l'autrice affianca ad un linguaggio sempre educato,  una corrosiva ironia nell'osservazione delle leggi e dei costumi che regolano una società perbenista e ipocrita.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Il romanzo è stato pubblicato nel 1891 e rappresenta il secondo volume di una trilogia che racconta le vicende della grande famiglia aristocratica catanese degli Uzeda di Francalanza, trilogia che comprenderà il bellissimo romanzo dal titolo I viceré e, postumo, L'Imperio.
    Si tratta qui, come si può ben capire, di un vero classico, spesso dimenticato, a volte frainteso, ma assolutamente strepitoso.
    L'Illusione si basa sul personaggio della ricca nobildonna Teresa Uzeda, seguendola dall'infanzia alla maturità, sullo sfondo di una Sicilia aristocratica e patriarcale.
    De Roberto ci presenta una bambina dal carattere esuberante ed allegro, avida di divertimenti, di amicizia, letture appassionate in cui si perde dimenticando tutto quello che le sta attorno, anche le persone a lei più care.
    Provata dalla separazione dei genitori, reagisce con il suo carattere testardo e capriccioso, con la ricerca affannosa di futilità e privilegia l'apparire più che la realtà della vita, che osserva attraverso uno sguardo di casta chiusa e orgogliosa, consumando le sue giornate di adolescente tra maldicenze, amoreggiamenti e tradimenti vari.
    Sposata ad un marito che non ama, per il quale ha dovuto rinunciare al suo primo vero innamorato, si renderà conto ben presto, dopo la tanto desiderata e vagheggiata luna di miele, che il suo matrimonio si avvia a diventare il primo di una lunga serie di fallimenti: risvegliata dai suoi sogni di ragazza, nemmeno la nascita del figlio potrà tuttavia sanare la situazione.
    Teresa riprenderà la sua libertà, lasciando il figlio che per lei non conta molto, e passerà da un'avventura all'altra, senza mai riuscire a trovare in questi uomini che la corteggiano, il vero ideale sentimentale a cui resta comunque legata dai suoi sogni infantili.
    Gli anni passano e con il sopraggiungere dei primi capelli bianchi, Teresa dovrà arrendersi all'evidenza: il tempo incalza, tutto quello in cui credeva e per cui aveva vissuto, sfidando le convenzioni del suo mondo, si è rivelato fatuo, si è sbriciolato sotto le sue dita, poichè tutto è stato per lei solamente un'illusione, un sogno che ha vissuto esclusivamente nella sua fantasia.
    De Roberto descrive con grande accuratezza l'aristocrazia siciliana orgogliosa e gelosa dei suoi privilegi e rappresenta lo sconvolgente urto delle illusioni e dei sentimenti contro la realtà e le situazioni obiettive.
    La critica del suo tempo non è stata benevola con questo romanzo: tuttavia, si sta assistendo ultimamente ad una sua rivalutazione.
    Apparentemente lento e prolisso, nel momento in cui ci si lascia assorbire dalla storia, è davvero un piacere poter leggere un classico, che, come tutti i veri classici, è intramontabile.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Dolente ed accorata "via crucis" raccontata con grande dignità dall'autrice che si trova improvvisamente a dover fare i conti con una malattia grave e fortemente invalidante.
    Di colpo, la sua tranquilla esistenza viene completamente sconvolta dall'irrompere di questa tragedia: siamo con lei quando ci racconta della sua prima reazione davanti ad una diagnosi che cerca di rifiutare, compiendo pellegrinaggi vari presso ospedali ed ambulatori specializzati nella sua malattia.
    Siamo con lei quando racconta del suo vissuto che si sgretola, delle sue emozioni e della sua stima di sé che si scioglie e naufraga al cospetto di una malattia che cerca di nascondere fino all'estremo limite delle sue possibilità, per preservare le persone a lei care dal dolore dell'aiuto impossibile.
    E' una vera discesa agli inferi, questo racconto, ma dopo aver toccato il fondo, ecco che l'autrice ricorre alle sue grandi risorse umane - ai suoi grandi talenti - e risale faticosamente la china: messa in pensionamento anticipato, ha dovuto lasciare l'insegnamento che amava ed il contatto appassionato con i bambini, la spinta più grande ad andare avanti nonostante le mille difficoltà.
    Riprende in mano la sua vita, comincia a dipingere, comincia a scrivere e soprattutto, ricomincia a vivere, ha la forza di uscire di casa per incontrare altra gente: e qui ci sono capitoli d'amore nei riguardi delle persone che più le sono state amiche e nei riguardi della famiglia.
    E progetti: si, anche davanti alla malattia, di cui alla fine riesce a scrivere il nome, l'autrice comincia a proiettarsi in un breve futuro, si inserisce in un gruppo di altre persone, con le quali comincia a fare piani e a sperare di poter osare vivere.
    Carissima Maria: coraggiosa, appassionata, indomita.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • E' il quotidiano che ci avvolge e ci accompagna, la rassicurante sensazione della routine abituale, quella in cui ci crogioliamo sereni e sicuri che niente mai verrà a modificare questa realtà: questo è il punto di partenza di questi racconti di Patricia Highsmith.
    Apparentemente tranquilli nei loro incipit, così vicini a noi per l'ambientazione, così riconoscibili nei personaggi tratteggiati con sapienza, ecco che paragrafo dopo paragrafo si avvitano su se stessi, prendono fiato, prendono il volo.
    E ci proiettano in universi stravolti, in cui un gatto vagabondo riporta a casa una preda che si può solo definire insolita, ecco che un cesto trovato sulla spiaggia si rivela fonte di inquietudine e angoscia, il gesto generoso di una coppia benestante nel dare accoglienza a due anziani, si ritorcerà contro di loro, evidenziando la spudorata crudeltà di chi si attacca alla vita arrampicandosi letteralmente sulla pelle degli altri.
    Il titolo della raccolta, "La casa nera", prende le mosse da un racconto così semplice e lineare da rasentare l'assurdo: una casa disabitata, teatro di tante esperienze di gioventù, più spesso sognate ed inventate, diventerà l'orrore in cui piombare senza ragione.
    Al termine della lettura, magistrali i racconti, calibrati in una prosa scarna, essenziale, eppure estremamente incisiva, si ricava una sensazione di disagio, la precisa e chiara certezza che l'assurdo e l'inspiegabile sono il vero orrore sotteso alla vita.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Chi non conosce Dickens?
    Però sono quasi sicura che non tutti hanno letto Martin Chuzzlewit: eppure, non si tratta certo di un'opera secondaria, né come mole, né per le tematiche trattate.
    Anche questo romanzo, come i precedenti, viene pubblicato a puntate sui giornali, ma non ottiene inizialmente il successo che l'autore aveva sperato; in particolare, a causa della pesante satira della società americana che ne dà Dickens, che suscitò a suo tempo un enorme risentimento dell'opinione pubblica oltreoceano, cosa  che non giovò certo al suo libro.
    Anche oggi, conosciamo Dickens per altri fortunati romanzi e questo è rimasto un po' sottotono, eppure vi consiglio sinceramente di leggerlo.
    E' un vero Dickens: romanzo d'amore, satira sociale, denuncia impietosa di vizi e falsità, il tutto con il suo stile così elegante, con quelle straordinarie descrizione dei luoghi e dei personaggi che ce li rendono assolutamente indimenticabili.
    Difficile raccontare sommariamente la trama, che, come nella sua migliore tradizione, presenta tali e tanti personaggi la cui storia incrocia quella degli altri al punto tale che si rischia di dimenticarne qualcuno.
    Il protagonista, il vecchio Martin Chuzzlewit, uomo ricchissimo che si sente attorniato da una massa di parenti e conoscenti che ritiene mirino esclusivamente al suo denaro, decide di allevare un'orfana che si prenda cura di lui senza attendersi altro riconoscimento che la sua educazione ed il suo mantenimento.
    Ma l'erede del vecchio, il nipote Martin Chuzzlewit junior, si innamora della ragazza all'insaputa del nonno che, una volta venutone a conoscenza, irato, lo scaccia e lo disereda. Il giovanotto decide di andare a pensione dal rinomatoM. Pecksniff, un vanesio pomposo buffone che rimarrà memorabile nella nostra memoria, che lo accoglie sperando di ingraziarsi il nonno.
    Seguiamo le disavventure di Martin, un giovanotto che si crede generoso e di buon animo, ma che si rivela solamente un piccolo egoista di bassa levatura, lo vediamo alla ricerca di un impiego all'altezza delle sue aspettative stratosferiche e irrealiste; frustrato nei suoi sogni, decide di emigrare in America, figurandosi grandi e facili successi, seguito da uno dei più bei personaggi del libro,  l'onesto Mark Tapley, paese in cui diventerà preda di uomini senza scrupoli che distruggeranno totalmente l'alta concezione del suo valore e della sua intelligenza. Lo seguiamo nella sua discesa agli inferi ma soprattutto, insieme a lui,  risaliamo la china del suo abbrutimento e lo scopriamo rinato ad una nuova coscienza.
    Quando il giovane Martin tornerà in Inghilterra, sarà un uomo diverso: e davanti  a quell'uomo il nonno riconoscerà le sue mancanze nei suoi confronti e,  chiamando idealmente alla ribalta tutti i personaggi, concluderà a modo suo tutta l'intricata vicenda, risanando torti, impartendo vendette.
    La storia di Martin Chuzzlewit è una storia di sentimenti non riconosciuti, di speranze disattese, di entusiasmi e di perfidie: da non mancare assolutamente.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Un libro di racconti, stralunati, insoliti, freddi e fantasiosi, personaggi apparentemente comuni, così vicini a noi da farci trasalire di sgomento allo svolgersi della storia in cui sono immersi.
    L'autore, un grande autore svedese, si muove da funambolo sul filo della fantasia, per alcune storie ci trascina nel fantastico più totale, per altre ci fa partire da avvenimenti storici ben precisi per approdare a rive di assoluta estraneità.
    Il linguaggio è piano e accattivante, superbo lo stile, così ghiacciato e puro per fissare in ogni racconto la profonda sincera fede in un'umanità unica ed irripetibile.
    A volte sembra che non ci sia né capo né coda, in questi racconti, ma semplicemente un momento preciso che viene così cristallizzato in parole algide, in movimenti inevitabili e comprensibili, anche se così insoliti e lontani.
    Lontano da noi l'avventura di Mahler con un pappagallo e della sua composizione che dà il titolo al libro, il funerale così insolito di Thomas Mann, il principe pittore Eugenio Bernadotte, personaggi famosi ed altri assolutamente comuni, immersi in una svagata umanità di venditori di casalinghi, contadini che dissertano di filosofia, pittori ambulanti, donne che cucinano, donne che compongono musica: sembrerebbe un gran guazzabuglio, eppure tutto è risolto dall'autore, con quella sua meravigliosa capacità di tutto comprendere e di tutto scusare.

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    recensione di Niva Ragazzi

  • Una vecchia e grande casa cadente, chiusa da assi inchiodate, dai cui camini si vedono partire folate di uccelli per poi ritornare ad appollaiarsi in fila indiana sui tetti sconnessi.
    La proibizione di entrare nel giardino abbandonato all'incuria, e lo spauracchio di una maledizione che grava sulla villa, non fermano la protagonista, una bambina che vive di bugie e di finzioni, poco popolare tra i coetanei, a cui non interessa né la scuola, né il quieto vivere, ma che si lancia in sfide spericolate con la sicurezza spudorata ed il desiderio di rivincita sul suo mondo.
    Penetrata nella vecchia casa, si lascia andare a girovagare nei saloni polverosi, dopo aver fatto la conoscenza di un personaggio insolito che la invita ad andarsene prima dell'arrivo delle "sette subdole sorelle".
    Naturalmente, Maureen non si dà per inteso: imparerà a conoscer le sette sorelle dai loro ritratti sulle scale, si impadronirà del braccialetto di una di loro, che, privata di tal potente talismano, non riuscirà più a compiere la sua magia e cercherà in tutti i modi di rientrarne in possesso.
    Ma per quanto Maureen sia spaventata, ancora non si rende conto di quanto sia importante quel famoso braccialetto.
    Ma l'incantesimo esiste, perchè la magia è così vicina alla realtà, da trasformare di colpo la vita di Maureen e trasportarla nella vecchia villa agli inizi del secolo, quando ancora riluceva di vita e di calore.
    Disperata e spaventata, Maureen si trova a vivere di fianco alle sette sorelle bambine, sempre così perfidamente infide che i loro stessi genitori non riescono a vedere oltre i loro gesti gentili e le loro offerte di amore.
    Infine, dopo varie vicissitudini, strane creature, e splendide descrizioni d'ambiente, il braccialetto verrà restituito e come in ogni storia che si rispetti, ci aspettiamo che le sette sorelle vengano punite: ma a questo punto sarà proprio Maureen, improvvisamente maturata, che prenderà un'altra decisione.
    Questo testo è stato scritto nel 1968 dall'autrice del famosissimo "Harvey", che diventò poi un celebre film: eppure, non è assolutamente datato, ma è frizzante, leggero, godibilissimo e può davvero dare dei punti ai nostri più recente romanzi di magia e stregoneria varia.

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    recensione di Niva Ragazzi