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Autore

Orsola Mainolfi

in archivio dal 05 set 2006

03 ottobre 1987, Napoli

segni particolari:
Un grande punto interrogativo puntato sul mondo.

18 ottobre 2006

Il rito del caffè

Intro: Sembra la storia di una dipendenza da caffè, ma oltre ad amare questa stupenda bevanda, la protagonista la considera una sorta di rito propiziatorio fin dai tempi del liceo. Non è tutto. Il caffè è legato anche ai ricordi della sua amica del cuore, che proprio grazie ad esso ritrova dopo anni, inaspettatamente. Un racconto di due amiche, che, con tenacia, hanno rincorso e raggiunto i loro sogni!

Il racconto

Il traffico delle grandi metropoli non è mai stato un toccasana per i miei nervi. Così come il clacson delle auto e i motorini che ti sfrecciano ai lati cercando di sorpassarti.

 

 

É giovedì. Il giovedì che io avevo cerchiato in rosso sul calendario. Quel giovedì. Il giorno che avrebbe dovuto cambiare la mia vita, se solo quei dannati vigili si fossero decisi a dare il via libera invece di fischiare e ri-fischiare a vuoto! Ma calma. Devo stare calma. Perchè, in fondo, sono così agitata?

 

Il caffè. Giusto. Il caffè. Per la fretta di uscire nn ho avuto tempo di berlo. Quando invece avrei dovuto, proprio come prima di ogni grande occasione. Era un’abitudine che mi portavo dietro da quando andavo al liceo. Una tazza di caffè prima di ogni compito in classe. Una tazza di caffè prima di un’interrogazione. Una tazza di caffè prima dell’uscita con un ragazzo. Una sorta di rito, insomma.

 

Il liceo. Quanti ricordi! Chissà che fine avranno fatto le mie amiche. Terry, Roxana, Mandy...e Jude. Santo cielo, Jude! La mia migliore e inseparabile amica!

 

Nonchè la mia compagna di bevute di caffè! Jude aveva la mia stessa abitudine. Ogni volta che qualcuno dei nostri amici ci vedeva entrare in un bar, sapeva benissimo cosa avremmo ordinato. “Due tazze di caffè, perfavore!”, chiedevamo all’unisono al barista che non riusciva mai a capire se doveva darcene due o quattro.

 

Una volta ottenuta la nostra tazza fumante, ci sedevamo sempre allo stesso tavolino, quello più esposto alla strada, e cominciavamo ad immaginare il tipo di vita che potevano condurre tutte quelle persone che vedevamo passare.

 

Poi cominciavamo a parlare della nostra vita, dei nostri amori, degli ultimi pettegolezzi, dei nostri progetti per il futuro. Il futuro. Quante chiacchierate ci facevamo in proposito! Io avevo, ed ho tutt’ora, la passione per la scrittura. Lei invece aveva una passione per il teatro. Jude, infatti, amava recitare. Faceva parte del gruppo teatrale della scuola, ed era anche molto brava. Non si perdeva mai una rappresentazione, delle quali, puntualmente, veniva sempre scelta come protagonista.

 

Verso la fine del liceo ci promettemmo più volte che, qualsiasi cosa ci attendesse nel futuro, non avremmo mai smesso di inseguire i nostri sogni, accompagnati sempre da una buona tazza di caffè.

 

Finita la scuola, inevitabilmente, le nostre strade si divisero. Lasciando solo il ricordo della promessa che ci eravamo scambiate.

 

Oggi, se sono una sceneggiatrice, lo devo solo a lei. La strada non è stata affatto semplice da intraprendere, ma il solo pensiero che Jude, chissà in quale altra parte del mondo, stava facendo la stessa cosa con la sua di passione, mi ha sempre spinto ad andare avanti.

 

Quel giorno sarei dovuta presentarmi agli studi televisivi per presentare la sceneggiatura per un nuovo film. “Questa è un’occasione d’oro!” aveva detto mia madre il giorno prima. “Non fare tardi come tuo solito”. Già. Sembrava quasi che mi avesse predetto il futuro!

 

Finalmente arrivai agli studi televisivi. Portavo un quarto d’ora di ritardo, e già immaginavo l’assistente del regista puntarmi contro corna, coda e forcone.


Entrando vidi di sfuggita un bar. Sembrava farmi cenno di avvicinarmi, di sedermi e di rendere omaggio al mio rito...al quale non potei dedicare molta attenzione, poichè il demone che avevo immaginato precedentemente, mi stava puntando con i suoi occhi di fuoco.

 

“Ma dov’eri finita? Per te il cellulare è un optional? Ti sembra un buon biglietto da visita, presentarsi ad un appuntamento con quindici minuti di ritardo?” e continuò a farmi domande del genere, cercando di stare in equilibrio sui suoi tacchi a spillo e muovendo, ad ogni domanda, i suoi capelli ricci corvini.

 

Io non accennavo a muovermi e mi limitavo ad osservare le sbavature del kajal che invadevano le sue palpebre inferiori. Chissà quanto la pagavano per stressarsi a quel modo.

 

“Lei è arrivata?” le chiesi, non dando minima importanza a tutto quello che mi aveva urlato contro.

I suoi capelli ricci corvini finalmente si fermarono, lasciando intravedere il suo viso che si faceva man mano sempre più pallido.

 

“É arrivata da poco” mi rispose con indifferenza, poi si fermò, forse a riflettere su quello che aveva appena detto. Le scrutai il volto alla ricerca di un cedimento. Aveva capito che, con quella sua ultima affermazione, aveva distrutto tutte quelle precedenti che mi aveva gratuitamente sguinzagliato addosso.

 

Non ero la sola ad essere in ritardo e questo, oltre a farmi schiacciare psicologicamente l’esaurita che avevo davanti, mi risollevò d’animo perchè avrei potuto dedicare cinque minuti al mio momento preferito.

 

“Perfetto!” aggiunsi sorridente, pensando alla tazza fumante che tra poco avrei avuto davanti. Così con un piccolo cenno della mano la salutai e mi diressi al bar.

 

L’atmosfera era calda e accogliente. Le luci, all’interno dell’ambiente multicolore, davano l’impressione di trovarsi in un mondo magico, effetto che molto probabilmente avevano creato apposta per gli studi televisivi.

 

Quando finalmente ebbi davanti la tazza fumante, sentii l’atmosfera farsi elettrica, quasi come se si stesse preparando qualcosa d’inaspettato.

 

Mi guardai intorno, aspettandomi da un momento all’altro qualcosa di sensazionale, stando ben attenta ad ogni dettaglio del luogo.

 

Niente di speciale. C’era solo una ragazza, con un lungo abito di seta, che stava ordinando una tazza di caffè. Conclusi che le luci dovevavo avere uno strano effetto su chi non vi era abituato.

 

Sfilai dalla borsa i fogli della sceneggiatura, che cominciai a rileggere per l’ennesima volta.

 

Ad un certo punto un’ombra m’impedì di continuare a leggere. Sollevai lo sguardo e vidi la ragazza con l’abito di seta che mi stava osservando con un’espressione stralunata.

 

“Rachel?” mi chiese quasi bisbigliando. I miei pensieri si bloccarono di colpo. Poi cominciarono a formulare diversi tipi di conclusioni, che ebbero risposta non appena i miei occhi ebbero ben focalizzato il viso della ragazza.

 

“Jude?” le chiesi a mia volta. La ragazza mostrò un grande sorriso e fu allora che capii.

 

“Non posso crederci!” esclamai tra l’entusiasmo e lo sbigottimento totale. “Jude, sei proprio tu?” chiesi alla ragazza che, in piedi davanti a me, non smetteva di sorridere.

 

“Santo cielo, Rachel! Ma cosa ci fai qui?” mi chiese Jude dopo che mi ebbe abbracciata.

 

“Sono qui per lavoro, tu, piuttosto, cosa ci fai qui?” le chiesi sempre più confusa.

 

“Anch’io sono qui per lavoro...” mi rispose lasciando incompleta la frase. Sembrava confusa quanto me. Ed era ovvio. Era da 15 anni che non ci vedevamo. Eppure lei non era cambiata di una virgola. Stessi capelli biondi lunghi. Stessa silhouette di sempre. Stessa grazia nei movimenti. Era Jude. La mia amica Jude.

 

Avendomi riconosciuta lei per prima, anch’io, molto probabilmente, non dovevo essere cambiata molto nel corso del tempo.

 

Ci sedemmo insieme al tavolo che io avevo già occupato precedentemente, con le rispettive tazze di caffè tra le mani, e cominciammo a rievocare i vecchi tempi.

 

“Quindi alla fine ce l’hai fatta!” esclamò lei entusiasta.

 

“Sì” risposi modestamente. “Sono qui per conoscere la protagonista del nuovo film per adattarla alla sceneggiatura”.

 

Jude fece un mezzo sorriso e abbassò gli occhi nella tazza che teneva stretta tra le dita. Poi cominciò a ridere di gusto.

 

La guardai per più di qualche secondo cercando di capire il motivo della sua reazione, ma prima che glielo chiedessi, lei mi riguardò dritta negli occhi.

 

“Quanto è strana la vita” disse, sempre sorridendo. “Io, invece, sto aspettando la sceneggiatrice del nuovo film per cui sto lavorando!”.

 

Mi sentii venire meno. Non era vero. Non poteva esserlo. Quasi come se fossimo, in quello stesso momento, recitando la scena in un film diretto dal fato.

 

Senza far intervenire le parole, scoppiai a ridere e quello bastò a rendere il tutto più comprensibile.

 

Non c’era niente da dire. Ma c’era molto su cui riflettere. Credere in sè stessi è necessario per raggiungere i propri obiettivi nella vita. Non importa se la strada è breve o lunga, l’importante è percorrerla tutta fino alla fine. E qualunque cosa succeda, lungi da noi il pensiero di essere da soli.

 

Quindici anni fà, io e la mia amica Jude avremmo detto che era impossibile realizzare i nostri sogni nella vita.

 

Quindici anni dopo, ci ritroviamo sedute ad un tavolino di un bar di uno studio televisivo, che discutiamo del nostro lavoro.

 

Nulla è impossibile nella vita. I nostri sogni si sono avverati. Ed io e Jude siamo qui, sorseggiando la nostra buona e insostituibile tazza di caffè, a dimostrarlo.

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