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in archivio dal 26 gen 2010

Paola Baldini

08 ottobre 1956, Napoli
Segni particolari: Mah!
Mi descrivo così: Davanti ad una pagina scritta... non riesco a fare a meno di leggere e davanti ad una pagina bianca... non riesco a fare a meno di scrivere...

elementi per pagina
  • 15 giugno 2010
    La casa sulla collina

    Come comincia:

    Al primo piano, una presenza, solitaria e silenziosa...
    Il rituale era sempre il medesimo, uguale, identico, tutte le mattine. Prima scendeva dal grande lettone sempre con il piede destro; rimaneva seduta qualche istante, guardandosi intorno con sguardo assente, per poi alzarsi cercando ogni mattina il punto di equilibrio giusto che non la facesse cadere. Ancora pochi istanti e poi finalmente, in piedi.
    Tutta la sua esistenza era un rituale da seguire fedelmente senza mai una trasgressione, senza mai un passo fuori dalle righe.
    Una volta in piedi, andava nel bagno più vicino, che diventava teatro di azioni stereotipate, svolte con movimenti freddi, sterili, senza la minima partecipazione emotiva.
    L'operazione- trucco poi era qualcosa di impressionante.
    Prima gli occhi, che un pesante giro di matita nera faceva diventare esageratamente grandi, poi il fard, rosso fuoco steso sulle gote in modo da formare due pomelli scarlatti, che la facevano quasi assomigliare ad una bambina felice e affaticata, dopo una lunga corsa. Poi la volta del rossetto, anch'esso rosso, che ridicolizzava la bocca fino a renderla simile a quella di un pagliaccio; la matita, infine serviva a disegnare il contorno delle labbra, contribuendo sempre più a delineare una faccia dall'aspetto inquietante e spaventoso.
    La testa poggiava su un collo grosso, taurino, perfettamente proporzionato ad un fisico altrettanto grosso, sformato, quasi la parodia di un corpo femminile.

    Non era difficile capire come mai in paese tutti la chiamavano “La pazza”.

    Lei lo sapeva, ma non se ne curava. Non scendeva mai in paese se non quando ne aveva proprio bisogno per rifornirsi del necessario per la sopravvivenza e, anche in quelle occasioni, cercava di rimanere invisibile, di passare inosservata.
    Impresa assolutamente impossibile, dato il suo aspetto.
    In realtà ogni volta che entrava, suo malgrado, nel mondo civile, diventava bersaglio di sguardi, pettegolezzi e cattiverie gratuite da parte di chi capitava a tiro.
    I bambini, nella piazza, al suo cospetto scappavano o, alle sue spalle, organizzavano scherzi e brutti tiri che lei sopportava in silenziosa rassegnazione, quasi convinta di meritare tutto ciò che le capitava.
    Il giro in paese era sempre brevissimo, giusto il tempo necessario.
    Poi, il triste rientro in casa e un altro periodo di solitudine.
    La casa sorgeva solitaria, semidistrutta, poco più che un rudere: tre piani che dominavano la collina, diventando, nel corso degli anni, un  punto fermo per tutti i gatti randagi, che vi avevano trovato rifugio sicuro, quando l'inverno invadeva la collina e la neve ricopriva tutto come una soffice e gelida coperta candida.
    Le persone che passavano di là ormai non la notavano più, tanto erano abituati alla sua presenza.
    Per tutti era “La casa sulla collina” e veniva utilizzata dai paesani come punto di riferimento quando dovevano fornire coordinate geografiche ai pochi turisti che si avventuravano nei boschi.
    Aveva l'aspetto misterioso e inquietante di una casa disabitata da anni...
    La facciata esterna denunciava ancora antichi splendori, nonostante il trascorrere del tempo remasse contro, ricoprendo di polvere e incrostazioni antichi capitelli, fregi architettonici ed eleganti statue in marmo rosa. Ormai, calcinacci, tessere di muro, scomposte macchie di muffa e cattivi odori davano il benvenuto a chi si fermava a guardare quella strana e imponente costruzione.
    Ma la facciata esterna non era niente in confronto a ciò che si presentava all'interno.
    Le mura perimetrali, pietosamente, nascondevano agli occhi dei curiosi l'interno della casa che molti anni prima si era trasformato in un inferno.
    Degli eleganti saloni, dei lussuosi lampadari con splendenti gocce di cristallo, dei morbidi tappeti, della brillante argenteria, dei quadri che impreziosivano le pareti... nemmeno l'ombra, nemmeno una traccia, nemmeno il sospetto.
    Lo squallore regnava sovrano.
    La polvere uniformava tutto in un triste grigiore, gli irregolari disegni di umidità alle pareti avevano preso il posto degli antichi dipinti e i costosi mobili, creati e montati da esperte mani artigiane, già da molti anni avevano costituito i “pezzi” principali di importanti aste al miglior offerente.
    La casa aveva altri due piani, ma per lei, la pazza, non esistevano.
    Non esistevano più.
    In realtà erano diventati inagibili perché tutto era bruciato. Il nero della fuliggine e la cenere che copiosamente ricopriva il pavimento erano ormai l'unica testimonianza di quella notte di tanti anni prima, quando alte fiamme si erano alzate verso il cielo, portandole via, con il loro spaventoso crepitare, la speranza di una vita normale.

    Eppure, non le era mai piaciuto bere! Se avesse dovuto raccontare come era successo, non avrebbe neanche saputo dirlo. Forse per gioco, forse per non sentirsi diversa dagli altri, forse solo per stupidità. Ma aveva cominciato.
    Prima qualche bicchiere in compagnia, un modo per sentirsi più allegra, più sicura, più disinibita. Poi, quasi senza accorgersene, i bicchieri erano diventati più di uno, più di due, più di tre... La sensazione cominciava a piacerle, quel leggero senso di euforia la faceva stare bene.
    In realtà, non aveva nessun bisogno di bere. Una famiglia benestante, un buon matrimonio, la nascita di due tenere creature, avrebbero suscitato l'invidia di chiunque. Forse, fu solo per superficialità o molto più probabilmente, perché a volte si compiono azioni senza prevederne le conseguenze e della famosa medaglia, ci si convince a vederne solo un lato!
    Lei sapeva solo che bere le piaceva.
    Rideva, diceva frasi sconnesse e non si rendeva conto che l'alcool cominciava a far parte di lei e che tutto perdeva gusto, se prima non beveva qualcosa.
    I suoi bambini le davano gioia e la gratificavano, ma poi lei cominciò a convincersi che se avesse bevuto prima qualche bicchierino, sarebbe stata una madre migliore, certamente più forte, indubbiamente più allegra!
    Come riusciva a convincersi delle idee più sbagliate, quando queste le facevano comodo!
    Il fatto poi che a volte le capitava di avere problemi nell'affrontare le cose quotidiane o nel non riuscire a concentrarsi o nel non ricordare cosa avrebbe dovuto fare, non la preoccupava. Neanche il fatto che i suoi amici si erano allontanati, la preoccupava.
    Era diventata abilissima a nascondere a tutti, ma soprattutto a se stessa, la sua totale dipendenza dalla bottiglia.
    Ormai, beveva di tutto e ogni ora era quella adatta. Qualunque liquido andava bene, purché avesse avuto la capacità di ottenebrarle il cervello e la possibilità di rendersi conto di come si era ridotta.
    Lei e la bottiglia... contro la sua famiglia.
    Lei e la bottiglia... contro suo marito.
    Lei e la bottiglia... contro il mondo intero.
    Quando cercarono di toglierle i bambini, si difese con le unghie e con i denti, urlando, piangendo, giurando di smettere, di non bere più. Quando lo diceva, ci credeva davvero, era veramente sicura di riuscirci, di tornare ad essere una persona affidabile, una brava madre.
    Promesse mantenute fino alla successiva seduta con la bottiglia.
    Entrare e uscire da case di cura e gruppi di auto-aiuto, cominciò ad essere normale e inutile.
    Detestava quella orribile donna in tailleur che ogni tanto fermava la macchina nel suo cortile e chiedeva dei bambini... Dov'erano? Cosa facevano? Giocavano con altri bambini? Erano sereni? Erano curati?...
    Perché tante domande? Perché non la lasciavano in pace?
    Le avrebbero tolto i bambini, i suoi due splendidi bambini... come potevano farlo? Lei avrebbe smesso, ne era sicura, non avrebbe più bevuto, sarebbe diventata una madre esemplare, giusta, perfetta.
    Non potevano toglierle i bambini... i suoi bambini... non glielo avrebbe permesso...
    Mai.
    La testa le girava, non riusciva a pensare.
    Una soluzione. Doveva trovare una soluzione.
    Non seppe mai come si alzarono quelle fiamme...

    Seguirono gli anni nella casa di cura, i camici bianchi, le terapie, i colloqui, e lei continuava tutte le notti a sentire quell'odore, a sentire le grida, che le risuonavano nel cervello senza sosta, senza pietà, senza perdono.
    Il dolore che provava era profondo e insopportabile e lei viveva nell'attesa dell'infermiera che, di sera, somministrandole poche gocce in un bicchiere, la faceva piombare in un'ovattata falsa realtà dove fitte acute non le straziavano le viscere e l'anima e il macigno sul petto si disintegrava, permettendole di nuovo di respirare.
    Poi a un certo punto, non seppe mai come, ma l'odore non era più nelle sue narici, nelle orecchie non risuonavano più le grida, il motivo per cui era lì, non le era più tanto chiaro.
    Si sentiva come sospesa nell'aria e la sua mente spesso sembrava non appartenerle.
    Una corazza protettiva cominciò ad ergersi intorno a lei difendendola da tutto e da tutti, regalandole una strana calma fatta di silenzi e di nulla.
    È guarita, dicevano. Non è pericolosa, dicevano. È autosufficiente, dicevano.
    Anni e anni e anni; poi inaspettato, il ritorno a casa.

    Il rituale era sempre il medesimo, uguale, identico, tutte le mattine...

     
  • 26 gennaio 2010
    Laura

    Come comincia: Era diventata abilissima, lei stessa non riusciva a credere come facevano gli altri a non accorgersene. Non che questo non le facesse piacere, anzi. Era veramente soddisfatta della sua abilità e spesso ci rideva anche sopra.
    Fino a quel giorno.
    Fu un caso, solo un caso.
    La mamma stava entrando nella sua stanza e la vide. Laura si stava vestendo per andare, come sempre, alla facoltà di giurisprudenza, la porta della sua camera era socchiusa (come aveva fatto ad essere così sbadata!) si trovava quasi nuda, davanti allo specchio e si stava soffermando sulla sua immagine: il suo seno si era ridotto a due pellicine informi, le ossa dello sterno facevano pericolosamente capolino sotto la pelle, il bacino era ridotto a due spuntoni sporgenti, le gambe avevano evidenziato un varco esageratamente largo, tra di loro, e le braccia, ridotte a due tubicini quasi impressionanti...
    Non era soddisfatta della sua immagine, non si piaceva, ma d'altra parte non si era mai piaciuta.
    - Oh Dio! Laura, come sei magra!
    La voce della mamma la colse di sorpresa, facendola sobbalzare, ma non privandola della prontezza di riflessi che le permise immediatamente di coprirsi, nascondendosi così agli occhi indagatori della madre.
    - Mamma, ho fretta, lo sai che alle 9 ho l'esame.
    - Ma cosa è successo? Non mi ero accorta che eri diventata così magra!
    Laura lo sapeva benissimo. Il suo abbigliamento era sempre sapientemente studiato, maglioni larghi, gonne, pantaloni, camicie, tutto era sempre scelto con estrema attenzione, per coprire, per nascondere, per camuffare.
    - Dai mamma, sì, sono stata un po' sotto stress, sai, lo studio, l'esame e tutto il resto, ma non preoccuparti, ho solo perso qualche chilo, poi mi riprenderò, lo sai. Ora lasciami andare, altrimenti farò tardi!
    La mamma si accontentò della motivazione, volle accontentarsi, perchè anche lei aveva fretta e non aveva tempo per cominciare una discussione e poi sua figlia aveva ragione, lo studio, una vita impegnatissima, sì, sicuramente la figlia si sarebbe ripresa presto, molto presto. E con questa convinzione più nella testa che nel cuore, uscì per andare, come al solito, a lavorare, lasciando solo quello strano fantasma fatiscente che di sua figlia ormai non aveva quasi più niente.
    Il percorso era sempre il medesimo: dieci minuti a piedi, sette fermate della metro e ancora dieci minuti a piedi; tre anni che Laura percorreva quella strada. Lezioni, esami e ancora lezioni e ancora esami. Tutto come sempre, tutto come al solito.
    Quella mattina avrebbe dovuto sostenere l'esame di Diritto Penale. Quanto aveva studiato per quella prova. Si aspettava un altro 30, un ennesimo riconoscimento al suo impegno, alla sua applicazione, alla sua intelligenza, alla sua promessa.
    Non si sarebbe accontentata di un voto minore. Non avrebbe mai potuto. Non dopo la promessa fatta a suo padre.
    Lo ricordava come se il tempo non fosse mai passato.
    Suo padre! Erano passati 10 anni da quel giorno, ma lei ricordava tutto alla perfezione, fin nei minimi dettagli.
    Il dolce dondolio della metropolitana la catapultò, suo malgrado in un altro tempo e in un' altra dimensione...

     

    Prima fermata

    La voce di sua madre la raggiunse fuori dalla camera dell'ospedale, dove il suo adorato papà era ricoverato ormai da più di un mese. Lei era solo un'adolescente e ancora non aveva capito bene quale oscuro male costringeva l'uomo della sua vita in uno squallido letto, attaccato a tubicini che non gli consentivano nessun movimento.
    - Lauretta, vieni, papà vuole vederti.
    Semplici parole dette con la morte nel cuore.

    Seconda fermata
    Non voleva entrare in quella stanza, ma lo fece. Si avvicinò all'uomo nel letto. Non sembrava più il suo papà. Non gli aveva mai visto quegli occhi vitrei, non conosceva quelle guance scavate, non riconosceva la gracilità di quel corpo, il respiro affannoso, la voce sussurrata...no, il suo papà era sempre stato un uomo forte, energico, ai suoi occhi bello, anzi bellissimo...quante volte l'aveva presa in braccio, l'aveva fatta ridere, le aveva asciugato le lacrime! Piccoli gesti che l'avevano sempre fatta sentire importante, amata e sicura di sé. Ora non c'era niente di tutto questo e lei aveva paura di quello sconosciuto pallido e sudato, che le faceva segno di avvicinarsi. Voleva scappare, fuggire, andare via da quel posto di morte. Invece si costrinse ad avvicinarsi e a sorridere. Fingendo, come una consumata attrice.

    Terza fermata
    - Laura, vieni qui, ascoltami- una voce impercettibile, un anelito di fiato - Me ne sto andando, voglio salutarti per l'ultima volta. Abbi cura della mamma e promettimi di essere sempre brava, di fare del tuo meglio, di essere la migliore.
    La ragazzina annuì con il capo, non per vera convinzione, ma solo per poter andarsene via da lì al più presto.
    Il bip bip della macchina cominciò ad essere insistente. La porta della stanza si spalancò. L'equipe medica che entrò sembrava impazzita: confusione, agitazione e nessuno che si accorgeva di lei, che in un angolo stava assistendo, sola e disperatamente confusa, alla morte di suo padre.
    La macchina cominciò ad emettere solo un sibilo costante, fisso, continuo.
    Lui moriva e lei non desiderava altro che andarsene, avrebbe dato chissà che cosa per non essere lì, in quel momento

    Quarta fermata
    Quanto era pesata sulla sua coscienza quella sensazione! Quante volte ci aveva pensato dopo, quando tutto era finito e lei si era ritrovata sola con sua madre, in una grande casa in cui ogni angolo, ogni mobile, ogni rumore le ricordava lui.
    Per lei era stato naturale mantenere la promessa.
    Quasi un modo di farsi perdonare ciò che lei considerava un peccato gravissimo.
    Lui le aveva chiesto di essere la migliore, sì! L'avrebbe fatto! Avrebbe onorato quel semplice gesto fatto col capo al capezzale di suo padre.
    Cominciò a studiare, a non accontentarsi, a migliorare, non accorgendosi di chiedere sempre troppo a se stessa, di andare a volte troppo al limite delle sue capacità.
    Non concedersi mai un periodo di pausa non era normale per una ragazza della sua età. Ma a lei non interessava, la bestia che sentiva in corpo la faceva procedere, sempre dritta, sulla sua strada, senza mai voltarsi indietro.

    Quinta fermata
    I risultati a scuola e nello sport erano al di sopra di ogni aspettativa e la mamma era più che felice di quella figlia che non le dava mai nessuna preoccupazione. La donna guardava in superficie e non si accorgeva che la figlia aveva sempre meno amiche e che ogni piccola relazione con i ragazzi della sua età non durava che poche settimane.
    Non ci faceva caso e anche quando a volte si soffermava sul problema, attribuiva la colpa solo ed esclusivamente ad una vita forse un po' troppo carica di impegni.

    - Scusi, deve scendere?
    Nessuna risposta, non poteva, doveva tornare, rientrare in se stessa...
    - Come? Ah! No, no, prego - disse farfugliando, rendendosi conto che ormai mancava poco all'arrivo.

    Sesta fermata... settima fermata.
    La tensione per l'imminente esame si faceva sentire, Laura non era abituata a quella sensazione di ansia. Per lei, così studiosa e diligente, non era mai stato un problema, affrontare una prova o almeno così credeva o di questo si convinceva. Ormai era diventata bravissima a mentire anche a se stessa. In realtà per lei ogni prova era faticosa, ogni volta mettersi alla prova le provocava un profondo senso di malessere, perché doveva riuscire, essere forte, primeggiare, in qualsiasi situazione e a qualunque costo!
    Ma quella sensazione, appena uscita dalla metropolitana, le era nuova, non la conosceva e la spaventava. La testa cominciò a girare, prima piccole vertigini, poi un vortice più violento che la costrinse a rallentare; sentiva nel petto battiti forti, sempre più veloci; il respiro cominciò a diventare affannoso, difficile... si sentiva soffocare... il braccio... che male al braccio... Avrebbe potuto chiedere aiuto, ma si convinceva che tutto sarebbe finito, che era solo ansia per l'esame, che presto sarebbe stata meglio... non poteva stare male... doveva andare all'università... doveva sostenere la prova... doveva... doveva...

    La sirena dell'ambulanza squarciò l'aria, ma Laura non la sentì, non poteva sentirla.
    - Signorina, signorina! I soccorritori si chinarono su di lei, ma lei non se ne accorse nemmeno.
    Gruppi di curiosi formano capannelli accanto a lei, commentando con superficialità e cattiveria:
    - Mah! Che tempi! La solita drogata! Poveri noi, come siamo ridotti!

    1... 2... 3 - 1... 2... 3... mani esperte sul povero torace.
    Sulla povera bocca... una mascherina respirava per lei.
    I soccorritori continuavano ancora e ancora e ancora, non volevano darsi per vinti, non volevano rassegnarsi ad una situazione fin troppo evidente.
    - E' stato il cuore. Non c'è più niente da fare. Povera ragazza, guarda come si era ridotta, è impressionante...
    Quando l'ambulanza si fu allontanata, anche le persone sul marciapiede si erano disperse. Ormai non c'era più nessun “fuori programma” a rompere la monotonia di tutti i giorni e tutti poterono tornare al loro tran tran quotidiano, con un pettegolezzo in più da raccontare.