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Racconti di Paola Cerana

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  • 29 marzo 2012 alle ore 11:57
    Il Cantico della Solitudine

    Come comincia: Ci sono momenti o giorni in cui, all’improvviso, sentiamo il bisogno di stare soli.
    E‘ una sorta di ramadan esistenziale che talvolta ci cattura senza particolari motivi.  Succede e basta.  E’ come se sentissimo la necessità di allontanarci per un po’ dai riti della quotidianità, dai rumori usuali e persino dalle persone che condividono la nostra sfera più intima, per non trascinarle in una dimensione emotiva spesso incomprensibile persino a noi stessi.
    Non ne ho le prove ma credo che tutti si siano ritrovati in questo stato d’animo almeno una volta nella vita. E ciascuno, in quel momento di distacco, reagisce a suo modo, immergendosi nelle pagine di un libro, danzando al suono di una musica immaginaria, oppure passeggiando nel silenzio, in luoghi preferibilmente ameni e solitari.
    A me capita spesso. Di libri ne ho consumati tanti e non ne sarò mai sazia; qualche volta ballo ancora al buio, a piedi nudi, al ritmo d’invisibili tamburi; molto più spesso, però, scelgo di camminare all’aperto, seguendo panorami che ispirano il mio clima emotivo. E’ come se andassi alla ricerca di un linguaggio universale e troppo spesso dimenticato. L’unico che non ha bisogno di parole né di grammatica, perché è un antico codice scolpito nell’anima, una specie di Arca dell’Alleanza tra Uomo e Universo. 
    E’ straordinario ciò che si riesce a provare immergendosi nella quiete di un giardino o di un bosco, lontano dal frastuono e dalla fretta. Meglio ancora, lungo un fiume o sulle rive di un lago, placida fonte d’ispirazione e consolazione, perché lo scorrere dell’acqua diluisce anche gli affanni dell’esistenza.  Può capitare, allora, di scoprirsi meno soli. E’ sufficiente ascoltare il coro misterioso che si leva lentamente dai recessi frondosi degli alberi, prima in maniera cortese, quasi a bussare alla porta del nostro respiro, poi in maniera più audace, con note sempre più incalzanti e festose.
    Soprattutto in primavera, magari dopo un acquazzone, il concerto degli uccelli si manifesta come un brioso carnevale. Somiglia a un dialogo spirituale, un concerto scritto su un pentagramma invisibile, ricamato da timbriche tanto colorate da stemperare il grigio che c’è in noi. I vocalizzi dei pennuti parlano d’amore, di corteggiamento, di seduzione e si rincorrono come se giocassero a imitare le nostre emozioni: dal petulante chiacchiericcio alla sonora risata, dal martellante gorgoglio al melodrammatico lamento, dagli acuti trilli ai flautati mormorii. Ogni specie ha un suo gergo emotivo e riuscire a interpretarne gli imperscrutabili misteri è stato desiderio dell’uomo sin dall’antichità. Gli ‘auspices’ romani leggevano i presagi anche dal canto degli uccelli, considerati, con i loro voli, messaggeri di rivelazioni divine e, secondo una credenza ebraica, i Libri Sapienziali erano stati dettati a Salomone da eloquenti cinguettii.
    Se queste erano leggende, è invece molto probabile che gli inventori della musica siano stati proprio gli uccelli e noi, moderni auspices, ne abbiamo ricavato ispirazione. Ascoltandoli con attenzione, possiamo cogliere vere e proprie liriche che si elevano con la stessa variazione ritmica e le stesse relazioni tonali di cui si servono i musicisti e i compositori. Secondo alcuni studiosi, gli uccelli canterini avrebbero inventato la forma della ‘sonata’, che esordisce con un tema d’apertura, si evolve in fantasiose variazioni e infine si ricongiunge al tema iniziale.
    Non mi meraviglia, dunque, che Mozart sia stato profondamente influenzato dal loro canto. Possedeva uno stormo che amava ascoltare in solitudine, per trarne stimoli creativi. Tra i suoi taccuini, è stata rinvenuta un’annotazione su un passaggio del ‘Concerto per pianoforte in sol maggiore’, interpretato secondo due chiavi: la sua e quella del pennuto. Lo storno, nel suo spontaneo canto aveva, infatti, trasformato i diesis in bemolle e accanto alla versione dell’uccello, Mozart annotò: “E’ una meraviglia!” Immagino che quando l’uccello morì, il compositore debba aver sentito un grande silenzio dentro di sé, tanto da comporre il noto “Ein Musikalischer Spass” (“Uno scherzo musicale”) ispirato al canto del suo defunto ‘maestro’ pennuto.
    Se un genio come Mozart è stato realmente incantato dai vocalizzi del suo storno, non c’è da stupirsi di fronte alle tante leggende fiorite attorno al canto degli uccelli. Una di queste è particolarmente pittoresca. Racconta di un monaco che, nel giardino del suo monastero, pregava il Signore di regalargli una gioia ineffabile e sconosciuta, finché una mattina, un angelo vestito di piume gli si posò accanto mentre meditava. Il monaco allungò il braccio per afferrarlo ma ogni volta che la sua mano sfiorava la creatura piumata, questa volava più lontano, finché si ritrovarono entrambi fuori del monastero, in un bosco folto e profumato. Posatosi su un albero, l’uccello si mise a cinguettare un concerto di arpe, flauti e violini, tanto che il monaco, rapito dalla melodia, dimenticò lo scorrere del tempo. Dopo un lungo sperdimento, a fatica tornò in sé ma quando fece rientro all’abbazia, nessuno lo riconobbe, perché tutti gli abati erano morti trecento anni prima. Il monaco capì, così, di avere trascorso tre secoli ad ascoltare il misterioso uccello.
    Quell’angelico canto non solo aveva donato al monaco la tanto sospirata gioia ineffabile. Aveva anche fermato il tempo, sospendendo le sue emozioni in un limbo di eterna felicità. Forse, attraverso il canto di quella creatura alata, il monaco s’è idealmente avvicinato a quei Serafini del Paradiso dantesco che appartengono al più alto ordine degli angeli con il ruolo di guardiani del trono di Dio. Questi angeli cantano incessantemente le Sue lodi, intonando suoni di una bellezza celestiale che il Poeta chiama Musica delle Sfere, udibile solo da chi fosse stato educato con coscienza iniziatica all’estatico ascolto.
    Ecco: sono questi, e mille altri, i pensieri e le rimembranze che possono scatenarsi dentro di noi quando vaghiamo solitari nella natura. In quei momenti, cioè, in cui viviamo sentimenti di estemporanea purificazione spirituale, di ricongiunzione pastorale con il mondo, di una parafrasi personale del francescano Cantico delle Creature. E’ come respirare l’essenza dell’essere, attingere a un benefico rifornimento vitale per tornare più sereni alle faccende quotidiane. Perché questo è, alla fine, il nostro destino: vivere l’universo mondo nella sua interezza, dalle stelle alla Madre Terra ma, soprattutto, insieme ai nostri simili, con loro e per loro. Non c’è niente da fare: siamo soprattutto esseri sociali. Abbiamo bisogno degli altri, di dare e ricevere affetto, di vivere l’amore, le passioni e la carnalità ma anche le nostre debolezze, i sogni, le illusioni e le fantasie.
    Perché siamo esseri effimeri che anelano all’immortalità.
    Perché siamo, semplicemente, umani!

  • 11 maggio 2011 alle ore 14:00
    Figlia del Sole e del Vento

    Come comincia: “Buongiorno, quanto tempo … come va?”
    “Buongiorno Paola, bentornata …”
    “Grazie! Finalmente è primavera, mi mancava il lago! … Tutto bene?”
    “No, tutto male purtroppo …”
    “Perché, che succede?”
    “Mia moglie …”
    “Cos’è successo a sua moglie, non l’ho ancora vista a spasso con Rex al fiume, infatti …”
    “Sta male.”
    “Come? Cos’ha …?”
    “Tumore. Maligno. Le resta poco.”
    Silenzio.
    Così imparo a chiedere per stupida cortesia ‘come va’ a qualcuno che nemmeno conosco bene, solo un vicino di casa, che non vedo da mesi … chiedere così, senza pensare, senza aspettare, senza intuire. Mi si spegne il sole addosso, mi sento coinvolta e tuttavia impreparata a dar coraggio ma ci provo e domando, ascolto, lo lascio raccontare.
    “ … se ha bisogno di qualcosa, di qualsiasi cosa, io sono qui in questi giorni … mi dica, cosa posso fare?”
    “Niente, grazie … Solo una cosa potrebbe fare per me.”
    “Subito! Che cosa?”
    “Lei è credente, vero?”
    “Ma veramente, io …”
    “Vede, io ho detto a Gesù, che è mio amico da sempre, che se mi porta via mia moglie deve portare via anche me. Cosa ci resto a fare qui da solo io? siamo sposati da più di cinquant’anni … Ecco cosa può fare per me, Paola: pregare!”
    Ancora silenzio, un lungo, feroce silenzio. Abbraccio quell’omone grande due volte me, che fino a un attimo prima conoscevo appena e che improvvisamente mi ha investito, trapassato il cuore, conficcandosi dentro irrimediabilmente, per sempre. Lo stringo, sento il suo corpo che pare essersi improvvisamente ritirato dentro i vestiti, rimpicciolito, frantumato. Se stringessi più forte potrei romperlo, penso. E’ disarmato come un bambino e fragile come un vecchio, eppure accenna un sorriso consapevole e fiero. Mentre ci salutiamo, annuisco imbarazzata, senza trovare il coraggio di guardarlo oltre negli occhi, vergognandomi della mia piccolezza e della mia inutile presenza.
    Pregare …
    Corro su per le scale. Lascio a casa tutto: zaino, macchina fotografica, progetti, pensieri. E scappo. Scappo fuori, seguo le mie gambe, non sono io a decidere, non è la mia testa, è la pancia che comanda. Sento montare un’amarezza dentro che si fa rabbia, poi paura e infine energia e mi costringe a uscire, a correre forte, più lontano che posso. Risalgo il sentiero che costeggia il fiume, in mezzo al bosco, bevendo l’aria a grandi sorsate. Allungo la falcata sulla salita e sento il mio respiro farsi affannoso, il cuore accelerare, sono allenata eppure arranco. Non c’è nessuno, nessuno che porta il cane a passeggiare oggi. Nessuna signora dal sorriso generoso che quando mi vede mi accoglie in un materno abbraccio che scalda.
    Ecco la ‘figlia del sole e del vento!’, così mi chiama sempre lei. E proprio così mi sento io …
    Maledizione, sono sola adesso. Un coro indistinto di cinguettii e sbatter d’ali tra le fronde rivela, tuttavia, un’invisibile brulicare di vita tutt’attorno: è primavera, tutto rinasce, tutto freme, tutto guizza. Continuo a correre, i piedi mangiano la terra, i polpacci son tesi da farmi male e le ginocchia scricchiolano sotto i muscoli caldi, lo sento. E allora spingo ancora di più per non sentire e quando arrivo in cima, dove la montagna vomita il fiume, mi sbatto sull’erba a riprender fiato, con il cuore che riempie la gola e il petto ansante. Son sudata, le tempie pulsano e ho un leggero capogiro … il mondo è sottosopra. L’erba sa di fresco e punge la pelle attraverso i vestiti umidi di sudore. Inspiro forte il verde che ubriaca tanto è intenso e mi stendo con la schiena completamente aderente al prato, gli occhi spalancati su un fazzoletto di cielo rubato alle braccia protese degli alberi, che sembrano implorare. Mi pare di avere la testa completamente vuota, la stanchezza fisica aiuta a disintossicare anche la mente, per fortuna. Eppure … eppure a qualche cosa penso …
    Penso ai miei affetti. Alle poche, pochissime persone che amo e che mi amano, a quelle che non ci sono più e a quelle che mi sono invece vicine, talmente vicine che spesso do per scontate ... che stupida! Persone importanti, che stanno sulle dita di una sola mano ma che affollano il cuore fino a farlo scoppiare, scoppiare di gioia, scoppiare d’amore! Penso che dovrei vergognarmi. Sì, mi vergogno per aver solo sfiorato l’idea, un giorno, di voler fermare il mio tempo: di aver desiderato sparire, sprofondare nel buio, cancellarmi per sempre con un battito di ciglia, un soffio, uno schiocco di dita! Sparire … quando, invece, la vita è un’occasione così preziosa. Egoista! Questa mia vita è un dono, un dono da vivere e condividere! E allora …
    Pregare … io non so pregare, mi dispiace, non me lo ricordo più. Ma stesa a terra in mezzo all’erba, sotto quello squarcio d’azzurro che sa d’infinito, riprendo il controllo del respiro, che lentamente si acquieta. I muscoli delle gambe tornano vigorosi, il sangue si rimescola ossigenato di nuova effervescenza, mentre anche il cuore sembra ritrovare il suo equilibrio all’ombra dei ricordi e dei pensieri rinati. E allora mi rialzo piano e dico Grazie, con voce decisa. Un ‘grazie’ che s’impenna tra le fronde e s’intreccia al canto di quelle creature alate che le abitano e che ora mi sorvegliano schive, inafferrabili. Non so bene a chi lo dico ma ringrazio. Dopo di che riprendo il mio cammino insieme al fiume, senza fretta e senza affanno questa volta … c’è tutto il tempo per arrivare dove devo andare.
    Ringraziare, questo solo posso fare, non conosco un altro modo per pregare! 

  • Come comincia: Quando ero bambina, nella mia città c’era una sola libreria importante e si affacciava proprio sulla piazza principale. Non era molto grande ma, si sa, gli occhi dei piccoli vedono oltre i limiti della realtà e le dimensioni obiettive rispecchiano il significato nascosto che le cose trasmettono direttamente al cuore. Quindi, per me, quella libreria era, in verità, un regno infinito in cui addentrarsi per scoprire dietro ogni angolo qualche segreto, qualcosa d’inatteso, impaziente d’essere scovato e sfogliato.
    Si entrava salendo una scala di legno e ricordo che l’ultimo scalino scricchiolava sempre, come per annunciare l’arrivo di un nuovo cliente. Io ero piccola e leggera e mi divertivo a sfidarlo cercando di non farlo cigolare troppo sotto il mio insignificante peso. Entravo con eccitata curiosità ma anche con riverente rispetto, quasi trattenendo il fiato, perché quella era la casa dei libri.
    Una volta dentro, venivo accolta da un buon profumo familiare, dolciastro, che emanava dal miscuglio di gomme, matite, pastelli a cera, penne e pennelli esposti su uno scaffale. Sì, perché la libreria era anche il paradiso dei colori e degli odori gommosi che a me facevano gola. Oltretutto stavano proprio tutti lì, all’altezza del mio naso. Una tentazione bellissima, da cui però venivo presto distratta, perché tutt’attorno c’erano loro, i padroni di casa, che mi aspettavano: i libri! 
    Un altro buon odore era quello del legno scuro degli scaffali che si mescolava alla delicata morbidezza delle pagine bianche. Ricordo che quando una copertina attirava la mia attenzione, afferravo il libro e lo sfogliavo lasciando frusciare le pagine come lievi battiti d’ali davanti al mio viso, in modo che l’odore della carta stampata mi parlasse senza bisogno di leggere. Pensavo che ogni libro avesse il suo odore, proprio come le persone.
    I libri respiravano, trasudavano sapienza e bellezza. Erano vivi e mi sembrava che il tempo si fermasse in mezzo a loro, anche se, paradossalmente, non vedevo l’ora di crescere per leggerli tutti. Quelli che mi sembravano più interessanti stavano sempre troppo in alto per la mia portata. Proust, Kafka, Hesse, Joyce stavano lassù come misteriosi microcosmi inafferrabili. Non avevo la più pallida idea di chi fossero quei signori, eppure mi affascinavano. Pensavo che per essere arrivati tanto in alto dovevano essere stati davvero dei grandissimi scrittori e mi sarebbe piaciuto diventare brava e importante come uno di loro da grande. Non so perché ma immaginavo che su, nel cielo, quei magnifici maghi delle parole passassero il tempo a giocare tra loro e ad inventare trame talmente sublimi da poter essere lette solo dagli Angeli.
    Con gli anni, le mie visite alla libreria sono diventate un immancabile rituale e, crescendo, tanti dei suoi misteriosi libri sono diventati per me una preziosa esperienza e una piacevole compagnia. A guidarmi nella scelta era quasi sempre lei, la mia dolce, erudita libraia, che sapeva a memoria titoli e autori e conosceva esattamente la collocazione di ogni opera sugli scaffali. Amava i libri e riusciva a farli amare a me e a tutti coloro che ad essa si affidavano . Bastava chiedere a lei e, oplà, saltava fuori proprio quel libretto che sembrava non esistere e che invece sarebbe stato un delitto non leggere. Invidiavo un po’ la brava libraia, perché credevo fosse la depositaria eletta di tutto ciò che al mondo era stato scritto.
    Oggi quella libreria c’è ancora. Un po’ più grande, questo sì, ma con lo stesso odoroso miscuglio di legno e carta che la distingue da tutte le altre. L’amica libraia è tuttora la guida erudita che accompagna discreta i clienti attraverso i labirinti della cultura, della storia, della scienza, della fantasia e del divertimento. Ma la sopravvivenza è dura, oggi, per chi vive questo mestiere con passione, entusiasmo e amore perché, intorno a loro, prepotenti e inarrestabili, sono sorti i MEGA STORE del libro.
    I Mega Store sono negozi enormi, lucidi e freddi, che sorgono senza carattere, tutti uguali tra loro, in tutte le città. Anche nella mia. Non sembrano più le accoglienti dimore dei libri e dei pensieri ma asettici ospedali, ricoveri plastificati, senza calore né anima. Lì dentro non c’è rischio di sorprendersi né di ammaliarsi. Tutti gli autori sono rigidamente inscaffalati in ordine alfabetico nella zona di loro pertinenza e non ci si può sbagliare nella ricerca. Ciò nonostante, pur trovando quasi tutto, qualcosa lì manca. Manca la magia. Lì i libri non respirano, sono muti e spenti. Persino il contatto umano con il commesso o la commessa di turno, seduto davanti ad un video, mi sembra irrimediabilmente contagiato dall’atmosfera indifferente. Al posto della libraia erudita mi è capitato di trovare una giovane donna che mi ha guardato stralunata alla mia richiesta di un libro fuori moda. “Henry and June”? mi ha chiesto, sforzandosi di digitare il nome di Anaïs Nin in maniera corretta, per affidare la ricerca dello strano testo al computer. Il libro non c’era, ovviamente, ma l’espressione smarrita della ragazza mi fece recedere dal tentativo di chiedere anche “Opus pistorum” di Henry Miller o il “Diario di uno scrittore” di Dostoevskij, opere e autori il cui spelling e la relativa digitazione sulla tastiera, avrebbero potuto portarci ad un conflitto ideologico-generazionale all’ultimo sangue! Certamente avrebbe dato risultati assolutamente immediati ripiegare su un libro compreso tra le top ten di oggi, magari scritto da un noto calciatore o da un comico qualsiasi della scuderia di Zelig, in vena di più moderne e popolari analisi sociologiche.
    Molto meglio sarebbe stato, tuttavia, tornare alla vecchia cara libreria, dove l’amica libraia avrebbe certamente saputo suggerirmi un volume poco conosciuto, uno di quelli che parlano al cuore e alla mente. Sicuramente, con un sorriso, avrebbe trovato anche il tempo di scambiare due chiacchiere su com’è bello leggere, riscoprire antiche emozioni nelle letture del passato o lasciarsi sorprendere dalla piacevolezza e dall’inventiva di qualche piccolo autore d’oggi che, ahimè, nessuno di quei commessi conosce e, dunque, pochi lettori leggeranno. Forse avremmo ricordato con tenerezza Guillaume Apollinaire, il suo “Il flaneur di Parigi” e, in particolare, un racconto intitolato “La libreria del signor Lehec”, senza doverne sillabare più volte e lentamente il nome e i titoli.  Se non ricordo male, il racconto inizia così: Il signor Lehec, il libraio, amava i suoi libri al punto di venderli solo alle rare persone che giudicava degne di acquistarli … Al tempo in cui aveva la libreria in rue Saint-André-des-Arts andavo spesso a chiacchierare con lui … diventato quasi cieco si è messo in disparte … nessuno può far più ricorso ormai alla sua cortese erudizione.
    Ebbene, se di questo avessi parlato e chiesto a quella commessa del Mega Store, mi avrebbe preso definitivamente per una bizzarra lettrice demodé e, probabilmente, mi avrebbe consigliato di leggere l’ultimo trattato di Antonio Cassano, tanto per spaziare un po’ negli abissi della cultura moderna. 
    Io sono ottimista e spero che in mezzo a questi supermercati all’ingrosso di parole possano continuare a sopravvivere fieri quei piccoli regni del pensiero, della fantasia e della curiosità. Quelle librerie, cioè, con un’anima, fatta dalle libraie e dai librai appassionati come il signor Lehec.
    Ma mi chiedo: come riconoscere a prima vista i preziosi depositari del sapere del mondo da quelli invece fasulli, costretti ad affidare il proprio sapere alla memoria di un computer? Mi viene in mente quello che si fa per molti prodotti, in particolare quelli alimentari, in cui il consumatore può valutare la qualità di ognuno di essi attraverso sigle, come per esempio DOC, DOP e DOCG. Perché non utilizzare lo stesso criterio per valutare le qualità delle librerie e dei librai cui rivolgersi per le nostre scelte letterarie?
    Immaginiamo, ad esempio, una libreria dove campeggiasse la sigla LET e poniamo che questa significhi che ad accogliermi ci sarà un gentile, e probabilmente attempato, “Libraio Erudito Tradizionale”, come certamente era il signor Lehec. Oppure, una libreria LEM, dove potremmo incontrare un piacevole e spiritoso “Libraio Esperto Moderno”, come la cara libraia della mia città. Infine, tutte le altre librerie, quasi sempre enormi, in cui sicuramente incontreremo quegli addetti per i quali i libri sono soltanto titoli o nomi di autori da digitare su una tastiera, spesso non senza difficoltà. Lì, a chiunque chiedessimo, ci troveremo di sicuro di fronte ad un “Commesso Acculturato Zero”, inevitabilmente e sinteticamente identificato con la sigla: CAZ.
    Con questo metodo, entrando in una libreria che espone l’insegna LET o LEM, avrei la certezza di potermi ritrovare, come da bambina, a vagabondare nel sapere, in compagnia di una guida all’altezza, senza perdere tempo ad entrare nelle altre librerie. A meno che, spiando casualmente attraverso le loro vetrine, non vedessi davanti ad un computer un bell’esemplare di CAZ somigliante, magari, a Gorge Clooney!

  • Come comincia: E’ una splendida mattina di piena estate. Il sole già alto colora le cime delle montagne e le colline scivolano come dense pennellate di verde nel lago ancora insonnolito.
    Intravedo solo una barca a remi in lontananza. Un pescatore paziente, in piedi, con la sua canna a mosca sembra frustare la superficie dell’acqua senza tuttavia ferirne lo specchio. Difficile che peschi qualcosa, e lui lo sa. Eppure quel movimento del braccio, la danza della lenza che volteggia lievemente nell’aria e il dolce cullare dell’imbarcazione sono sufficienti ad animare l’uomo di speranza o, forse, a farlo sentire semplicemente beato, all’unisono con la natura.
    Voglio unirmi anch’io. Armata solo di pagaia e di tanta energia, monto sul mio kayak che mi aspetta a riva, disturbando cautamente due fieri cigni, abituali ospiti della spiaggia. E parto.
    Una spinta decisa e vengo accolta dall’acqua che mi sostiene e mi trasporta, leggera e silenziosa. E’ bellissimo guardare il lago da questa prospettiva. Mi sento immensamente piccola e potrei essere anch’io un pesce adesso. Le colline da qui sembrano lunghe braccia che scendono giù dal cielo, fino a raccogliere l’acqua dentro palme di mani gigantesche che abbeverano l’Universo.
    Mi sento protetta e pagaio con pigrizia, gustando la lentezza dei movimenti che seguono il ritmo dolce dello sciacquio contro lo scafo. Invento una meta e punto il kayak verso la barca con il pescatore, che insiste agitando la sua frusta verso il sole. Sembra un domatore in un circo di pesci invisibili.
    Costeggiando la riva scovo un airone cenerino, immobile. Sembra una statua di marmo appollaiata su un ramo strappato da un grande pino ferito. E’ impossibile avvicinare questi uccelli, scappano via diffidenti al minimo rumore, piegando le esili zampe e guizzando nell’aria con un poderoso battito d’ali. Evito quindi di avvicinarmi eccessivamente, risparmiando alla creatura un’inutile fuga.
    Assorbita dalla bellezza del paesaggio e ipnotizzata dal silenzioso canto dell’acqua, mi ritrovo senza accorgermi a poca distanza dalla barca. Appena il tempo di vedere il vecchio pescatore infilare la canna a bordo, farmi un accenno di saluto con la mano e inforcare i remi per rientrare alla base, con l’intenzione, probabilmente, di fermarsi a fare incetta di pesce persico al mercato ittico non lontano da qui.
    Ora sono completamente sola in mezzo al lago. Che meraviglia! Sorrido pensando a tutti quelli che mi chiedono se non ho paura ad avventurarmi in solitudine con il kayak così lontano. Non è prudente, stai attenta - mi dicono – dovresti portare con te il cellulare, non si sa mai! Io scuoto la testa pensando a cosa si perdono impaludati nella rete delle loro prudenze e dei loro assurdi timori. La pace, il silenzio, il sole che infiamma i pensieri, le immagini nella mente che giocano libere inseguendo le nuvole, la carezza sfacciata del vento tra i capelli… Quel vento che rimescola i colori e sorprende ad ogni sguardo, incurante di ogni logica!
    Ferma, con la pagaia appoggiata sulle cosce, respiro un raggio di sole e faccio il pieno di energia, cullata dall’aria e dall’acqua, prima di prepararmi a rientrare. Non so quanto tempo sia passato, qui non esiste il tempo, ma sento che purtroppo è ora di tornare. Me lo dice il sudore sulla fronte e il sole che scotta sulla pelle.
    Immergo di nuovo la pagaia in verticale, facendo fare al kayak mezzo giro su se stesso come se danzasse. Ma improvvisamente lo scafo fa resistenza e si ribella ai miei ordini. Uno schiaffo d’aria mi colpisce con prepotenza in faccia, spazzando via la quiete che mi coccolava fino a un attimo prima.
    Il vento comincia a soffiare più forte e l’acqua obbedisce al suo impeto. La superficie del lago si frantuma in tante minuscole bavette schiumose che vengono da lontano. Piccole onde, continue e capricciose, ostacolano l’equilibrio del kayak, costretto sempre più ad indietreggiare in una gola nascosta dietro un’ansa del lago.
    Forza Paola, è meglio tornare, e di corsa! Mi sembra di essere dentro a un film in cui è cambiata improvvisamente scena. Tutto attorno a me è ancora terribilmente bello. Il cielo azzurrissimo è percorso ora da lingue di nuvole bianche sempre più dense che volano più veloci degli aironi e dei gabbiani. Si rincorrono e si aggrovigliano fino a proiettare ampie macchie d’ombre cupe sul lago sempre più increspato. Gli alberi lungo le sponde del lago ondeggiano arrendevoli, cimiando, come dice Camilleri in un suo bel racconto. Sì, le cime dei pini sembrano parlare, chinare la testa, chiedere pietà, meno violenza per favore… Anch’io ora vorrei avere più forza per affrontare questo vento nuovo e resistere alla sua furia.
    Provo un fascino perverso in quest’atmosfera improvvisamente inquieta. Ogni volta che immergo la pagaia in acqua sento i muscoli delle braccia gonfiarsi di sangue e indurirsi come sassi. Le spalle e i tendini del collo assecondano il movimento alternato irrigidendosi a loro volta e la pancia si tende come un tamburo. Altro che palestra, sdrammatizzo, questa è vita, questa è energia! Ma il tratto che devo percorrere per rientrare non è breve e c’è poco da scherzare pensando alla lentezza con cui riesco ad avanzare.
    Le dita sono tutte informicolate e sento già pulsare i calli dove l’asta della pagaia ruota tra le mani umide. Punto forte i piedi sul fondo dello scafo per aiutarlo a mantenere la rotta. Cerco di farmi più piccola e leggera che posso per agevolare la navigazione ma contemporaneamente chiedo alle mie braccia una forza esagerata per vincere il vento. E continuo a pagaiare forte, sempre più forte.
    Penso all’uomo in barca che avrebbe potuto forse aiutarmi e che invece non c’è più. Penso a tutti quelli che ogni volta mi mettono all’erta di fronte alla mia incoscienza e alla mia esuberanza. Penso a cosa potrei fare se all’improvviso la pagaia si spezzasse o se il kayak si capovolgesse... Cerco disperatamente di avvicinarmi alla costa ma ad ogni pagaiata lo scafo s’impenna e ogni mio sforzo fisico è sproporzionato rispetto al vantaggio che faticosamente guadagno. Spruzzi d’acqua si mescolano al vento nei miei occhi ma non importa, non ho bisogno di vedere. Penso…
    Penso che magari qualcuno a casa si starà preoccupando e verrà a cercarmi. Magari con una barca a motore mi verranno incontro. Ma non sempre da terra ci si rende conto della violenza che il vento raggiunge sul lago aperto, non posso quindi fare affidamento su un improbabile soccorso. Devo andare avanti da sola, non voglio approdare rassegnata su una riva in attesa che qualcuno si accorga della mia assenza. E poi non è vero che sono sola! Orgoglio e amore mi danno coraggio.
    Penso a chi amo e chiedo silenziosamente forza a chi mi ama. Una volta lui mi ha scritto: “Buongiorno bellissima figlia del vento e delle nuvole. Io sono qui a pensarti, geloso di tutti quelli che possono ammirarti e di Eolo che può accarezzarti ovunque io vorrei…” Sorrido commossa ed eccitata ripensando a quelle parole di uomo innamorato e monta in me un’energia nascosta, come lava che ribolle dentro a un vulcano fino a farlo esplodere di fuoco.
    Per una frazione di secondo ho sentito che avrei potuto cedere alla rassegnazione della stanchezza fisica rischiando di non venire più a galla. Ma la carica che il mio cuore riceve al pensiero di chi mi ama e ha bisogno di me è più forte. Combatto finché sento d’essere tornata in possesso della mia sicurezza e avanzo, lentamente ma inesorabilmente.
    Un’ora di dura lotta e tanta fatica ma ho vinto. Vedere la spiaggia di casa avvicinarsi e i cigni farmi spazio è il premio più bello… Le ultime bracciate, la pagaia bollente tra le mani indolenzite, le braccia stremate che non sento nemmeno più far parte del mio corpo, le ginocchia sciolte come burro… Finalmente l’acqua mi consegna alla terra. Il vento si è arreso di fronte alla mia volontà.
    Davanti a chi mi aspettava con seria preoccupazione, nascondo le ondate di paura che mi hanno a tratti attanagliata e con un sorriso beffardo racconto la mia prode sfida, asciugandomi il viso dall’acqua che s’è portata via il sudore e forse anche una piccola lacrima.
    Do un ultimo sguardo alle nuvole nere cariche di pioggia, alle acque del lago, al vento che ne increspa la superficie e sento un brivido sulla pelle. Per un attimo rivivo quei terribili momenti come un’antica allegoria greca: da un lato i potenti Eolo e Poseidone scatenati contro di me e dall’altra io e il mio piccolo kayak. Lo scafo si chiama Eros e la pagaia Afrodite. Con loro io divento invincibile!

  • 22 aprile 2009
    Il letto nel deserto

    Come comincia: Sembra un miraggio quella piccola tenda bianca nel deserto. Da lontano si nota appena, accampata ai piedi di una duna a due passi dall’oceano, poco distante dal villaggio in cui alloggio. Sembra un fazzoletto svolazzante, trattenuto a stento da quattro pali di legno conficcati nella sabbia, che resistono fieri agli schiaffi del vento. E’ piccola ma grande abbastanza da accogliere un lettino su cui distendersi, una sedia dove lasciare gli indumenti e un piccolo tavolo dove appoggiare asciugamani, creme e alambicchi con profumi e oli essenziali.
    E’ lì dentro che lavora Ramilton, un giovane capoverdiano dalla pelle di seta e i riccioli color d’ebano. Non è un alchimista, come tutte quelle boccette di vetro potrebbero far pensare, ma un massaggiatore molto apprezzato sull’isola. E la piccola tenda bianca è il suo regno, un’oasi di riposo, ombra e abbandono, per chiunque desideri chiudere fuori per un po’ il caldo incessante del sole e la violenza del vento che, in certi giorni, è davvero prepotente a Sal.
    Il via vai dalla tenda è continuo, con un ritmo variabile e soste che durano da poche decine di minuti fino a due o più ore. Per lo più sono donne quelle che la frequentano, donne di tutti tipi, turiste di tutte le età, anche se a volte persino qualche uomo fa visita a Ramilton, forse incuriosito dai racconti delle signore che decantano entusiaste i suoi sapienti massaggi.
    Pur riconoscendone il fascino, Ramilton è decisamente troppo giovane per i miei gusti. Sembra un ragazzino sbocciato tutto d’un colpo, spremuto dall’esuberanza precoce della natura; troppo delicata mi sembra la sua pelle ambrata rispetto al nero africano, duro e animalesco di queste isole; persino troppo dolce mi appare il suo sguardo di cerbiatto, come fosse in cerca di carezze, proprio lui che ne è dispensatore; e il suo sorriso morbido è così disarmate che mette in moto dentro di me tutti i sentimenti più vicini alla tenerezza, piuttosto che all’eccitazione. Per questo, forse, non considero seriamente i suoi insistenti inviti ad assaggiare le sue doti di massaggiatore.
    Ramilton mi ha messo subito gli occhi addosso. Li sento frugare sul mio corpo quando mi guarda, come se pregustasse i giochi delle sue mani esperte su di me. Ma vince la sensualità acerba di un ragazzo incapace a sciogliermi, così, lascio sempre scivolare via il suo sguardo, incurante di quel pur lusinghiero corteggiamento.
    “Vieni un giorno a farti massaggiare da me, nella mia tenda, sono bravo” mi ha detto sorridente una mattina sulla spiaggia, mostrandomi le sue belle mani di velluto. Ramilton parla un inglese talmente improvvisato che sembra una lingua nuova, inventata apposta per un sogno. Ogni tanto lo mescola qua e là con qualche parola in portoghese e, quando vuole essere ancora più convincente, in spagnolo, come per mostrarmi il massimo dei suoi sforzi per venirmi incontro e farsi capire. Si rivolge a me quasi sottovoce e il suo tono è in sintonia perfetta con il suo modo d’essere garbato e rispettoso. Puntualmente, quando mi parla, gli vado incontro anch’io e, raggiungendolo a metà strada in quel crocevia d’idiomi, declino gentilmente l’invito, spiegandogli di non avere bisogno dei suoi massaggi, perché ci pensa il mare, con le sue onde prepotenti, ad occuparsi generosamente del mio corpo.
    In effetti, così è. Ci sono momenti in cui è difficile, persino rischioso, tentare di tuffarsi nell’oceano, tanto sono alte le onde. Osservandole, ho capito che bisogna studiare il mare, calcolare il ritmo e la frequenza con cui si susseguono le onde violente fino a diventare sempre più deboli. Quello, il momento in cui la forza si esaurisce, è l’attimo in cui poter approfittare per avvicinarsi e tuffarsi, andare al largo e aspettare che il successivo moto d’acqua faccia il suo corso e ritorni quieto prima di tentare di uscire nuovamente sulla spiaggia. Bisogna essere intonati con il mare, altrimenti si rischia di esserne travolti.
    Ci sono comunque le securitas, sempre vigili sulla spiaggia: ragazzi muniti di fischietto e binocolo pronti ad intervenire in caso di imprudenze, evidentemente avvezzi alle ingenuità dei turisti poco pratici di mar d’Africa. Sembrano appartenere ad un’altra razza loro rispetto a Ramilton: sono tutti alti, muscolosi e nerissimi, mentre Ramilton si distingue per la sua corporatura più minuta oltre che per la pelle sensibilmente più chiara. Probabilmente provengono da altre isole che, pur facendo parte tutte dello stesso arcipelago, hanno una storia diversa tra loro, storia che traspare anche nelle sfumature e nei tratti somatici alla gente.
    Ramilton non si mette mai in costume da bagno. Anche quando esce dalla sua oasi e raggiunge la spiaggia, magari a caccia di nuove clienti, indossa sempre il suo grembiule bianco, candido come la sua tenda. Sembra un dottore. Le signore lo salutano sempre con calore, s’intrattengono a chiacchierare con lui e spesso le vedo offrirgli una bibita o chiedergli di scattare qualche foto insieme a loro, per non rischiare di dimenticare quel viso d’angelo dalle mani d’oro.
    E’ sempre gentile e sorridente, con tutti. Ma con me lo è di più e da quando scopre il mio nome mi chiama sempre con voce flautata “Paula”, quasi cantando, con un accento divertente che rinuncio a correggere, perché lo trovo delizioso e so che non avrò bisogno di fotografie per ricordarlo insieme al suo sguardo.
    Cedo al suo invito solo il giorno prima di partire, quando la nostalgia morde e anticipa l’amarezza del ritorno a casa. Cedo solo per fargli un piacere. E’ strano, eppure non avverto alcun desiderio né necessità di offrirmi alle sue mani. Ma quando quest’ultimo giorno Ramilton mi dice “Ti prego, Paula, oggi vieni alla tenda”, il mio Ok esce di bocca così spontaneo che, senza nemmeno avere il tempo di ripensarci, sento la sua mano afferrare la mia per condurmi nel suo regno. Cammino controvento di un passo dietro a lui e quando di tanto in tanto si volta a guardarmi mi lancia un sorriso talmente raggiante e uno sguardo così grato che mi mette un po’ in imbarazzo.
    “Dieci minuti Ramilton, ok? Solo dieci minuti …” E’ il massimo di tempo che voglio concedergli, il perché poi non lo capisco, visto che sono libera e oltretutto adoro i massaggi. Da cosa voglio cautelarmi?
    E’ l’ora in cui il calore raggiunge la sua massima temperatura sull’isola e la gente se ne sta tutta al ristorante o a riposare al riparo da sole e vento. Attraversare la spiaggia a quell’ora è un’incoscienza ma a me sono sempre piaciute le incoscienze, così come mi piace sentire la sabbia scottare sotto i piedi nudi, che scavano per cercare il contatto con quella più fresca.
    Provo comunque un sollievo immediato appena mi infilo nella tenda, preceduta da Ramilton che tiene sollevato il telo dell’ingresso sbattuto dal vento. Appena dentro ho l’impressione di infilarmi in una conchiglia madreperlata, per via dei raggi del sole che filtrano smorzati e giocano con le ombre sulla sabbia. Tutto è candido e pulito: il lettino, le lenzuola e gli asciugamani ripiegati sul tavolo e la poltroncina dove avrei dovuto lasciare i vestiti. Non ho vestiti, solo un pareo azzurro cielo a coprire il bikini e a ripararmi dalle scottature.
    Comunichiamo in silenzio ora, solo cenni e sguardi. Ramilton m’invita a sciogliere il pareo e a distendermi pancia sotto sul lettino, mentre lui dà inizio ai preparativi: si lava le mani versando dell’acqua da una brocca e, dopo averle asciugate lentamente, afferra un alambicco di vetro appoggiato su un piccolo fornello, facendolo roteare adagio in una mano.
    Tutti i suoi gesti sono rituali, così lenti da mettermi leggermente in agitazione anziché avviarmi all’abbandono. Mi distendo al rallentatore, ricalcando il suo ritmo, con il viso adagiato su un cuscino talmente soffice che sembra fatto di panna montata. Lo respiro, è fresco e sa di buono. Il silenzio sembra fermare il tempo, solo il sibilo del vento e un sussurrato canticchiare di Ramilton che insegue probabilmente una canzone della sua isola, dolce e triste insieme. Concentrata sulla melodia, cerco a questo punto di rilassarmi, sforzandomi di domare il battito del cuore che, inspiegabilmente, non vuole rallentare. Ho paura che Ramilton se ne accorga, non voglio mostrarmi insicura, quando fino ad ora l’ho considerato e trattato come un ragazzino. Ho tenuto duro così a lungo e ora è lui ad essere il duro! Perché proprio adesso comincio a sentirmi io piccola e fragile? Perché sono nelle sue mani, ecco perché! E lui sapeva sin dall’inizio che avermi qui, nel suo regno, sarebbe stato l’unico modo per ribaltare la relazione e dimostrarmi la sua abilità. Mi sento improvvisamente in trappola, eppure mi piace esserlo.
    Immersa in tutti questi ragionamenti, ormai senza speranza, sento Ramilton slacciare il reggiseno del costume da bagno e i lacci abbandonati ai lati della schiena mi procurano un brivido. Impossibile controllare la pelle d’oca, lui l’ha sicuramente notata ma chiudo gli occhi per evitare l’imbarazzo del suo sguardo curioso.
    A questo punto, sento qualcosa di caldo piovere lentamente sulla schiena: gocce dense e profumate, forse olio di cocco, che scivolano giù, dalla nuca lungo la spina dorsale, in un rivoletto che si divide in due all’altezza dei lombi. Ramilton sta in piedi di fronte a me, il suo bacino è a un palmo dal mio viso. Senza avvicinare troppo il suo corpo al lettino, sposta leggermente i miei capelli da un lato, liberandomi il collo e accarezzandoli con un gesto gentile e premuroso, come fossero vivi. Ho paura che persino i miei capelli trasmettano fremiti invisibili.
    Poi allunga le braccia e comincia a scivolare con le mani lungo la mia schiena, all’inseguimento delle gocce d’olio versate. Prima un lungo e lento massaggio fino alla vita per recuperare l’olio, per poi tornare su, di nuovo alla nuca. Sento i polpastrelli indugiare con cautela, come se stessero cercando il punto segreto per scatenare chissà quale piacere. Eppure mi rendo conto di pensare, anziché sentire. E’ troppo acceso il mio cervello, troppo in guardia, attento a seguire lucidamente i movimenti sul mio corpo, piuttosto che a rassegnarsi a goderne.
    “Shhh, Paula, relax…” Ramilton accompagna i movimenti delle mani con respiri profondi e lenti come i suoi gesti, tanto che piano piano riesce ad ammorbidire le mie resistenze. Ogni tanto versa nuovo olio e ogni volta il calore mi mette un brivido. La nuca, le spalle, i fianchi si rassegnano all’esplorazione sempre più piacevole e al ritmo sempre più concitato del massaggio.
    Evidentemente Ramilton è sensibile alle risposte involontarie del mio corpo, perché nonostante il mio controllo mi è impossibile nascondere i fremiti che la pressione delle mani sui lombi mi provocano. Ramilton riesce a contenerli entrambi, premendo i pollici all’interno sulla spina dorsale, fino ad abbracciare con le altre dita i fianchi, al sorgere dei glutei, che ora vorrebbero liberarsi dall’ingombrante bikini. E lì le mani si fermano, hanno trovato il punto segreto. Sembrano immobili eppure avverto leggere circonvoluzioni, sussulti caldi che mi penetrano fino dentro alla pancia, con la stessa prepotenza delle onde del mare. Sembra che, con una delicatezza inaudita, quelle mani vogliano scavare sotto la pelle, fino ad afferrare direttamente il coccige per rivoltare e raggomitolare la coda e continuare ad accarezzarmi come fossi un animale selvatico da acquietare.
    Per arrivare fin laggiù, Ramilton ha dovuto sporgersi sul lettino e allungarsi tutto sopra il mio corpo e il suo grembiule sulla schiena mi solletica la pelle aumentandone i brividi. Quando schiudo gli occhi, vedo il grembiule in parte sbottonato davanti al viso, ho le braccia raccolte sul cuscino e le mie mani sfiorano il tessuto bianco che si apre sempre di più. Mi basterebbe allungare un dito …
    “Paula …. Te gusta?” … I miei mugolii sono eloquenti e Ramilton sa di aver ottenuto definitivamente la mia resa e la sua vittoria. Le carezze oleose hanno conquistato e corrotto l’animale ribelle e diffidente. Il profumo di cocco mi ubriaca di dolcezza e mi sento sciogliere di caldo sempre più dentro, tanto che le cosce si schiudono e il bacino s’inarca senza che io lo comandi. Allungo una mano verso Ramilton, che dietro al grembiule semiaperto non riesce a nascondere la sua naturale reazione e lo incoraggio silenziosamente ad avvicinarsi a me e a mescolare i suoi sospiri ai miei.
    L’atmosfera è ormai troppo carica di energia e di attesa perché quel massaggio a senso unico possa durare ancora a lungo. Non posso più restare ferma, il mio corpo scivola come l’olio che ha addosso e non bastano più le mani a domarlo. Nuove onde violente s’impossessano di me e voglio esserne travolta. La tenda bianca s’incendia irrimediabilmente di desiderio, gli oli profumati fanno scintille, evaporano, liberando nell’aria umori animali, densi e incontenibili e le mani scivolano in carezze reciproche, disobbedienti ormai alla ragione e beate vittime degli istinti. Il vento fuori sembra d’un tratto soffiare più forte, per poi placarsi improvvisamente, così come l’incandescenza dell’eccitazione cede spazio lentamente all’estasi del languore.
    “Dieci minuti Ramilton, ti avevo detto solo dieci minuti …” mormoro pigramente con un soffio di voce, mentre mi crogiolo molle, esangue ancora abbandonata ad un piacere che non vuole finire. Mi sembra d’essere un ghiotto mollusco protetto dentro la sua conchiglia, cullato lievemente dallo sciacquio del mare. Guardo Ramilton, il suo corpo snello, il suo sesso stanco e il suo volto aperto ad un sorriso di gratitudine che, per la prima volta, mi appare non più come quello di un ragazzo ma di un uomo, un uomo grande, sicuro di sé e del suo potere.
    Mi sembra di sentire ancora le sue mani scivolare lungo la schiena, scendere lungo le cosce e afferrarmi forte per le caviglie … forte, sempre più forte … di più, di più, ma che succede? Quelle che afferrano le mie caviglie non sono più mani di velluto ma mani violente … mani fredde che mi strattonano e mi trascinano giù dal lettino, strappandomi al mio molle languore come per punirmi … per portarmi via. Ma per portarmi dove? Mi aggrappo con tutta la forza che mi rimane al lettino ma è inutile: le lenzuola svaniscono come fantasmi, il letto si sgretola come canne sotto la violenza del ghibli. Alambicchi, oli, profumi ed essenze vengono risucchiati da un vortice misterioso, insieme a Ramilton che, con il suo sorriso fiero, sembra salutarmi mentre si allontana sempre di più, fino a sparire del tutto dietro a un sipario evanescente. La tenda diventa sempre più piccola, un fazzoletto bianco minuscolo, che perde inesorabilmente forma e consistenza, fino a svanire anch’essa per sempre nel nulla. La morsa invisibile mi trascina con sé, come un geco sorpreso nella sua tana e strappato via da un predatore alieno verso chissà quale destino. Le mie dita tentano inutilmente di aggrapparsi alla sabbia che invece diventa sempre più cedevole e complice della “cosa” che mi trascina. Improvvisamente, il mio corpo comincia a diventare pesante … sempre più pesante finché, di colpo, tutto si ferma intorno a me. Le mani fredde che mi tengono prigioniera si allentano e io precipito, su qualcosa di morbido e ostile allo stesso tempo. Immobile, a pancia sotto, apro le palpebre a stento e immediatamente un bianco abbagliante violenta i miei occhi. Con le mani comincio a tastare intorno a me e mi rendo conto di giacere tra lenzuola setose di un letto che non somiglia affatto a quello piccolo e magico della tenda. Nell’aria non sento più le note dolci e tristi che Ramilton cantava ma solo un trillo martellante che mi scalpella le meningi. Resto attonita: pochi secondi che mi sembrano durare un’eternità, il tempo per orientarmi come farebbe una esploratrice di fronte a una terra ignota. Non c’è più sabbia intorno a me, né tende, né vento, né mare.
    Il trillo insiste … allungo un braccio per fermare quella sveglia crudele che suona sul comodino da chissà quanto tempo. Cerco di riprendermi, di scrollarmi di dosso il torpore di un piacere ormai svanito, la delusione di un paradiso perduto. Così, d’improvviso, mi rendo conto d’essere tornata nel mondo della realtà, in un deserto senza sabbia e senza gechi, senza tende né essenze, senza nenie o carezze ma, come ogni mattina, nel deserto del mio letto! Mentre mi accingo ad alzarmi, giro ancora lo sguardo intorno e, all’improvviso, provo uno strano fremito: appoggiato sulla poltroncina accanto al letto, vedo il mio pareo azzurro cielo, umido d’olio e di sudore. E finalmente sorrido.
    “No! Perché? Perché solo dieci minuti?”

  • 11 febbraio 2009
    Il sole all'improvviso

    Come comincia: Anaïs credeva di conoscere tutto degli uomini e del sesso. Aveva vissuto esperienze di ogni tipo. A partire da una timida ma inquieta adolescenza, bombardata da una curiosità ossessiva per tutto ciò che riguardava l’universo maschile. Fino a sbocciare in una giovinezza vivace e prorompente, in cui aveva imparato, con raro talento, ad affinare le proprie arti amatorie. Due le sue passioni. La pelle nera e gli uomini molto più grandi di lei. Immaginava che un corpo scolpito, dalla pelle color d’ebano, potesse procurarle piaceri più intensi, più lunghi e più animaleschi, proprio come lei sentiva di essere, quando si abbandonava alle voluttà dei suoi istinti. Così, aveva accumulato esperienze, qua e là per il mondo, durante i suoi frequenti e non casuali viaggi, spinta dal desiderio di conoscere sempre terre nuove e nuovi modi di vivere. Era una creatura camaleontica e sapeva trasformarsi in una schiava ribelle o in una docile geisha. Si mescolava con disinvoltura alla gente e, inevitabilmente, collezionava ogni volta un’avventura, incoraggiata dal sole, dal mare e dal cielo tropicale, complici perfetti delle sue peripezie di giovane e incosciente cacciatrice di sensazioni. Allo stesso modo, però, era convinta che solo un uomo adulto e maturo potesse gratificarla in maniera totale, con la sapienza e la dedizione inevitabilmente estranee alla frettolosa esuberanza dei giovani maschi. E senza bisogno di scomodare Freud sapeva bene che di questa sua cieca attrazione per gli uomini più grandi non si sarebbe mai liberata.
    Anaïs andava fiera del suo temperamento amoroso e compativa quelle donne vittime di “anoressia sessuale”, come lei si divertiva a definire la frequente indifferenza femminile al piacere fisico. Pensava che il sesso fosse un po’ come la ginnastica, che occorresse tenersi in allenamento, per non atrofizzarsi e per evitare di cadere nell’abitudine di non sentirne il desiderio, né tanto meno il piacere. Per questo Anaïs andava in palestra tutti i giorni! Dare piacere era per Anaïs fonte stessa di piacere. Tanto che, spesso, era lei a dedicarsi spasmodicamente al suo compagno di turno. Attenta ai desideri di lui, alle sue sensibilità e alle sue reazioni, era lei a possederlo donandosi, dimenticandosi a volte di occuparsi persino della propria soddisfazione. Inevitabilmente Anaïs si stancava presto dei suoi amanti e addirittura, molto spesso, dopo un incontro amoroso, si ritirava in segreta solitudine, godendo dell’eccitazione che i suoi pensieri e la sua immaginazione le provocavano. Non aveva ancora perso l’entusiasmo di rituffarsi ogni volta in una nuova avventura anche se in cuor suo sentiva che la sua vita sessuale stava diventando sempre più un cumulo di vuoti a rendere, un ammassarsi di cadaveri e di ricordi senza volto e senza nome. Da un po’ di tempo, infatti, si era annidata in lei la sensazione che qualcosa le mancasse, qualcosa di profondo cui non sapeva dare una definizione. Era un sapore amaro, di assenza, che si risvegliava con lei tutte le mattine, ancor prima che aprisse gli occhi e che si trascinava per ore durante la giornata, come i postumi di una sbornia, diluendosi con sempre maggior fatica.
    Così Anaïs, seduta sul treno che tutti giorni la portava all’università, cercava di esorcizzare quello strano senso di vuoto, guardando fuori dal finestrino: immaginava di veder scorrere la propria vita, fotogramma dopo fotogramma, fantasticando sulla scena successiva e pregustando ogni volta un colpo di scena travolgente e un finale mozzafiato. Era un viaggio dentro il viaggio, che l’aiutava ad evitare tutti quei volti insipidi con cui, con una sottile presunzione, sentiva di non aver nulla in comune se non quel breve tragitto verso l’università.
    Quella mattina, stranamente, il treno non era molto affollato e si sentì fortunata a trovare uno scompartimento tutto per sé. Ebbe appena il tempo di sedersi e di scivolare nell’effervescenza delle sue fantasie, quando qualcuno all’improvviso la richiamò alla realtà, interferendo piacevolmente con il film che stava girando nella sua testa.
    “Mi spiace disturbare i suoi pensieri, signorina, posso sedermi qui?” domandò gentilmente un uomo, indicando il sedile libero di fronte a lei.
    “Prego, è libero” rispose senza alzare lo sguardo dal libro che teneva sulle cosce. In verità Anaïs provava una curiosità insolita di scoprire che aspetto avesse il titolare di quella voce così calda e maliziosamente cortese ma con un’ostentata indifferenza si scostò appena, incoraggiando comunque lo sconosciuto a sedersi di fronte.
    Le erano bastate quelle poche parole per intuire che qualcosa di inatteso stava capitando e un’improvvisa sensazione d’imbarazzo si impossessò di lei. Per la prima volta Anaïs sentiva di essere preda e non cacciatrice e scommetteva che da lì a breve l’uomo avrebbe sferrato il suo attacco, rovinando presumibilmente tutto con una banale battuta sulla sua lettura di psicologia. Niente di più scontato. Ciò l’avrebbe liberata da quell’inaspettata ebbrezza, catapultandola indietro nel film della sua mente e restituendola ai suoi consueti sogni ad occhi aperti.
    “C’è qualcosa di nuovo nel sole oggi, non trova? – esclamò invece lui, spiazzandola nuovamente.
    D’istinto Anaïs guardò fuori dal finestrino. Era una timida mattina di marzo ma il sole, già alto, tingeva l’aria di primavera inoltrata. Ne era certa, l’uomo non si riferiva né al tempo meteorologico né al panorama.
    “Bèh, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo e di diverso, anche quando piove. Basta saperlo vedere!” azzardò lei di scatto, meravigliandosi che qualcuno, come lei, sapesse cogliere la bellezza nascosta delle cose. Anaïs non aveva ancora imparato a riflettere prima di parlare. C’era come una molla dentro la sua testa che la spingeva sempre a reagire d’istinto. Avrebbe voluto un traduttore simultaneo per i suoi pensieri, perché le parole li rallentavano, anestetizzandoli e stemperando la loro irruenza. Eppure questa volta aveva la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno che riusciva a leggerle dentro e a vedere oltre i suoi occhi.
    “Ha ragione – ribatté lui sicuro - c’è sempre qualche cosa di nuovo in ciò che vediamo. La vita è una continua sorpresa, eppure non tutti sono in grado di coglierne la bellezza. I più sono ciechi e non sanno che il mondo è meraviglioso non solo per quello che ci fa vedere ma ancor di più per quello che ci nasconde”.
    “E secondo lei cos’è che ci nasconde?” lo sfidò lei scettica di fronte a quel sorprendente filosofeggiare.
    “Per esempio cosa potrà succedere tra dieci minuti, questa notte o domani” replicò lui serio, catturando irrimediabilmente la curiosità e lo sguardo di Anaïs.
    Era come ipnotizzata dalle sue parole, sostenute da quegli occhi scuri che parevano trapassarla da parte a parte. Nessun accenno da parte dell’uomo al suo aspetto provocante, una tacita promessa con cui lei era solita giostrare le sue comparse maschili e che ora invece sembrava un futile optional. Pareva che lui vedesse direttamente la sua anima e con quella stesse parlando.
    “Cosa intende? E’ ovvio che ci sia precluso conoscere il nostro futuro!” domandò cercando di riemergere da quell’incomprensibile ipnosi dei sensi.
    “Vede, la bellezza sta nel fatto che tante volte il futuro è già presente nelle cose che ci succedono. Siamo noi a non saperlo vedere.” ribatté lui con un sorriso disarmante.
    “Perché lei sa forse cosa il futuro le riserverà tra dieci minuti, questa notte … domani?” riprese sperando di riportare la conversazione, e soprattutto se stessa, sulla Terra.
    “Sì! E glielo dimostrerò se me ne darà la possibilità” rispose lui baldanzoso, dando così ad Anaïs l’ultima definitiva spinta verso quel misterioso precipizio su cui si stava maldestramente tenendo in equilibrio.
    Quell’uomo la stava sfidando, era evidente. Era un bluff, uno scherzo? Un tentativo di abbordaggio certamente originale e ben studiato? Oppure quel tipo era un filosofo megalomane, allucinato dai suoi stessi mirabolanti sofismi? O le sue teorie avevano invece un senso, un significato che lui stava cercando in qualche modo di comunicarle? Ma perché proprio a lei?
    Anaïs cercò di scuotersi da tutti quegli interrogativi nella sua testa, sforzandosi di mettere a fuoco quel viso, alla ricerca di qualche dettaglio che magari le facesse capire qualcosa in più. Ma si morse le labbra e restò muta, sconfitta dal fascino che trapelava da quei lineamenti maturi e dalla sfumatura argentea dei capelli, tutti ingredienti golosi per lei, intriganti come la sua voce. L’apparente sicurezza di lui non lo rendeva arrogante, anzi, si mescolava a un’espressione ironica, un po’ canzonatoria di chi sa ridere di sé, che lo rendeva particolarmente stuzzicante. Quel filosofo, o dongiovanni che fosse, le ispirava fiducia. Anaïs scivolò giù con lo sguardo fino alle sue mani intrecciate sopra il ginocchio, mani sapienti, capaci di profondere piaceri e carezze ma in grado anche di togliere il respiro all’occorrenza, ne era certa. Le piacevano, avrebbe voluto toccarle. E farsi toccare.
    In quel silenzio di sguardi le venne in mente un epigramma letto da qualche parte non molto tempo prima: “Non c’è niente da fare, quando penso a te ho il cervello in continua erezione”. Era, infatti, la prima volta che Anaïs percepiva l’eccitazione come un’energia proveniente dalla testa, una scossa che lentamente si trasmetteva a tutto il corpo, cellula dopo cellula, millimetro dopo millimetro, come un calibrato e inesorabile gioco di domino. Doveva frenarsi, assolutamente.
    “Temo che non ci sia tempo per dimostrarmi le sue virtù di chiaroveggente. Siamo quasi arrivati e l’unica cosa che può sapere con certezza è cos’ha da fare lei ora.” tagliò corto, sottolineando quel ‘lei’ con un tono più grave, come a voler mettere uno scudo tra sé e l’eventuale radar indovino di lui.
    “Di tutte le cose che invece non so – le rispose offrendole un sorriso come un fiore inatteso che mandò in pezzi all’istante lo scudo traballante di Anaïs - ce n’è una che vorrei assolutamente conoscere prima di incamminarmi per la mia strada, qualcosa che solo lei può dirmi.”
    “Io? E cosa? E’ lei il mago, a suo dire, io tutt’al più posso essere una fata per compiacerla” scherzò lei, strappando una risata sincera che attirò gli sguardi dei pochi viaggiatori ancora seduti nello scompartimento.
    “Oh, saremmo davvero una coppia “da favola” ne sono sicuro! Ma quello che vorrei sapere è semplicemente il suo nome. Come si chiama?”
    Il nome! Possibile che avevano parlato per tutto quel tempo senza nemmeno essersi presentati? Davvero c’era qualcosa di strano nell’aria quel giorno.
    “Mi chiamo Anaïs, e anche se mi piace scrivere purtroppo ho solo il nome in comune con la mia scrittrice prediletta”.
    “Io mi chiamo Henry e visto che non credo alle coincidenze penso che questo viaggio non si fermerà insieme a questo treno. E’ un piacere conoscerla, Anaïs!”
    “Henry? … è un piacere anche per me …”
    Nemmeno lei credeva alle coincidenze ma questo le sembrava davvero troppo: Henry! Come Henry Miller! D’un tratto le vennero in mente tutte le volte che si era abbandonata al piacere solitario stimolato dalle letture eiaculatorie di quello scrittore. Ma il treno frenò bruscamente e si accorse che la gente cominciava ad accodarsi per scendere. Era come se si stesse risvegliando in quell’istante da un bellissimo sogno. Le pareva di essere scesa da una giostra e sentiva ancora le vertigini, “… un giro ancora per favore!”. A malincuore si alzò e fu con piacevole sorpresa che, muovendosi con soppesata lentezza, si scoprì sciolta, calda e pulsante proprio nell’ultima parte di sé a cui aveva pensato durante tutta la conversazione. “Ecco dov’era finito l’ultimo tassello del domino!” disse a se stessa e le scappò una risatina, pensando a quanto fosse incorreggibile: riusciva ad eccitarsi senza nemmeno rendersene conto. Di certo non sarebbe mai diventata un’anoressica sessuale, lei! Anche Henry si alzò, lasciandola uscire per prima, e Anaïs sbirciò un mal celato movimento della sua mano nella tasca dei pantaloni. Un’”aggiustatina” a lei ben nota, che non poté fare a meno di sottolineare con lo sguardo, senza per altro il benché minimo imbarazzo di lui. Di solito trovava quel gesto rozzo e di cattivo gusto, invece tutt’a un tratto fatto da lui diventava assolutamente naturale. Gli lanciò un sorrisetto complice, grata di quella manifestazione di desiderio che, evidentemente, anche Henry aveva avvertito e che, a quel punto, si sentiva autorizzato a lasciar crescere. Anche questo le sapeva di familiare, anzi di più, di intimo. Quell’uomo la faceva sentire una bambina maliziosa da corrompere e da condurre per mano alla scoperta del piacere e contemporaneamente una donna affabile, all’altezza delle più fini arti di seduzione. Lei, che era sempre stata una minaccia per gli uomini, si sentiva ora golosamente in pericolo.
    Anaïs sperava con tutte le sue forze che Henry le chiedesse il numero di telefono, l’indirizzo, un appuntamento! Qualcosa insomma!
    “Mi farebbe piacere chiacchierare ancora con lei, sento che abbiamo molte cose da dirci. E poi devo sempre dimostrarle qualcosa, no? Posso lasciarle il mio biglietto da visita, Anaïs? ”
    Possibile che le avesse letto nel pensiero?
    “Ne sarei felice … sia di avere il suo biglietto sia di scoprire cosa vuole dimostrarmi e … mostrarmi”.
    In uno slancio si scambiarono molto più dei biglietti da visita. Si confessarono l’inspiegabile fame di conoscersi. Quasi senza accorgersene si ritrovarono giù dal treno, mano nella mano. Anaïs sentiva crescere una febbre sconosciuta che le scorreva su per tutto il corpo, a partire da quel contatto di mani che segretamente parlavano tra loro e si promettevano piaceri inconfessabili. E guardando Henry le parve di veder montare dentro di lui un desiderio indecente che quasi la stordì.
    “Ciao Anaïs, grazie!”
    “Grazie a te Henry … Ciao!“
    La mano di Anaïs sgusciò fuori a fatica dalla sua i due e si allontanarono ognuno per la propria strada, con la segreta certezza che presto si sarebbero rivisti. Rubando la propria immagine allo specchio di una vetrina Anaïs sorrise alla bambina che vedeva dentro a quel corpo di donna e si sentì grondante di sole. Annusando le dita che sapevano di lui, strinse con l’altra mano il biglietto da visita infilato in tasca e volò via, incurante dei passanti che, stralunati, si domandavano cos’avesse di strano il sole quel giorno.
    Era una timida mattina di marzo di tre anni fa. Il sole non era quello di sempre, tingeva l’aria di primavera inoltrata e prometteva scintille senza fine. Da allora Anaïs e Henry vivono insieme. Lui le ha dimostrato che l’Amore vero esiste e le ha insegnato a coltivarlo con lentezza, gustandone ogni sfumatura. Lei lo ha contaminato con la sua selvatica passionalità, accendendo in lui fuochi sconosciuti. Insieme oggi scrivono libri e queste sono state le prime pagine del loro romanzo più importante, quello che racconta la loro storia d’amore e di passione. Non sorprendetevi, dunque, se all’ultima pagina non ci sarà la parola FINE, perché questa è una favola e loro… VIVRANNO PER SEMPRE FELICI E CONTENTI!

  • 20 gennaio 2009
    L'origine dell'Amore

    Come comincia: Come lo vidi quella notte di luna piena, ancora steso e dormiente sull’erba al di là del fiume, capii che era lui. D’altra parte non c’erano alternative, essendo noi gli unici esseri umani nell'Eden. Subito, quasi attratto da un richiamo misterioso, lo vidi svegliarsi, stropicciarsi gli occhi e rivolgerli  verso  di me. Con un sorriso, mi accennò un timido saluto con la mano al quale risposi sorridendo a mia volta.  Poi, con un cenno, lo invitai a  raggiungermi,  incoraggiandolo ad attraversare il fiume come forse mai aveva osato fare prima.  Era bello. Ogni suo muscolo era un’esplosione di forza, ogni suo gesto una promessa. Quanta energia emanava il suo corpo!  Selvatico come un cacciatore all’inseguimento della sua preda ma ingenuo come un cucciolo ancora inconsapevole del suo destino. Tutto bagnato e ansante approdò a me e si sedette al mio fianco. Sentivo il suo cuore battere forte e guardandolo leggevo, dietro i suoi occhi scuri, una sola domanda: “Chi sei?”, mentre tutto il suo corpo tradiva già il desiderio incontenibile che l’avrebbe presto consegnato alle mie braccia. Dedicai così gran parte della notte ad istruirlo, come God (il Grande Organizzatore Divino) mi aveva ordinato, anche se a fatica trattenevo il mio appetito per quella creatura tanto diversa eppure così simile a me. Inventare parole era la prima cosa da fare e anche la più divertente, fino a che, inevitabilmente, non passammo ai fatti, obbedendo entrambi alla Natura.
    Il chiaro di luna cedette sotto i primi raggi di sole e quell’alba fu testimone dell’unione dei nostri corpi, della compenetrazione delle nostre membra e  della fusione dei nostri umori! Oh, che meraviglia scambiarsi i primi baci,sentire le nostre lingue avide arrotolarsi, frugare, giocare a quale delle due sapesse spingersi più in fondo. Era così forte quell'impeto dentro di me, come se Adamo volasse dentro il mio ventre, fino a raggiungere la mia testa, in un'onda che mi percorreva tutta, che si impossessava di me una volta... due ... e un'altra ancora!... Quel calore dolce e violento insieme che mi annullava, prendeva il posto delle mie viscere, mi svuotava e mi riempiva di un'estasi nuova, sconosciuta...Ma che cos’era? Tutt’a un tratto sentii di aver perso tutta la mia sicurezza e la mia lucidità, così all’improvviso, vacillavo sotto i brividi che Adamo inaspettatamente mi aveva regalato.
    Ma ero felice!
    "Adamo - sussurrai in un soffio, ubriaca di passione - sono venuta!" "Ma dove Eva, dove sei venuta se sei stata sempre qui?" ...
    "Qui, Adamo, dentro di te e tu dentro di me, io ho preso il posto tuo e tu il mio! Adamo, ti dico che questo è un miracolo e deve avere assolutamente un nome!  … Ecco, noi lo chiameremo "orgasmo" e sarà ciò che tutti gli uomini e tutte le donne di ogni tempo brameranno più di ogni altra bella cosa al mondo! ... Ora, Adamo, puoi ripetere il miracolo?...."
    Beata, chiusi gli occhi abbracciando forte la mia metà e mi riabbandonai all’estasi, non dimenticando però prima di ringraziare God per aver fornito ad Adamo il dono di compiere quel piccolo grande miracolo!

    Dal Diario proibito di Adamo ed Eva

  • 06 novembre 2008
    Lo spogliarello dell'anima

    Come comincia: Spesso sento un impulso irrefrenabile a scrivere, un’impellenza a svuotarmi dei pensieri che si rincorrono alla rinfusa nella testa. A volte, però, quando accendo il computer eccitata da un’idea, all’improvviso rallento e, di fronte al monitor bianco che mi fissa, mi blocco.
    Succede quando mi sforzo di ornare le idee, quando tento di vestirle con parole nuove, di impacchettarle in frasi originali, non consumate. In realtà vorrei semplicemente che i pensieri sgorgassero lì, sul foglio virtuale, che si traducessero senza bisogno di grammatica, struttura e stile, senza inciampare sui tasti e cadere nella convenzione. Vorrei sapermi abbandonare, improvvisare come un musicista jazz impazzito dal ritmo, che cavalca le note senza sapere dove andrà a naufragare. O come un pittore, ipnotizzato dalle tinte surreali che schizzano fuori dal pennello, e che fanno palpitare la tela ad ogni tocco. Ogni volta che comincio a scrivere vorrei liberare un linguaggio carico ma al tempo stesso leggero da far volare. Un orgasmo di parole. Quando scatta la scintilla, all’improvviso decollo, esco dalla palude del foglio bianco e parto. Tutto sta nel cominciare l’avventura senza una meta precisa, cercando di tenere il ritmo dei pensieri, senza pudore e senza timore.
    In questo momento, per esempio, mi vengono in mente due cose a proposito dello scrivere e del perché si scrive. La prima è una convinzione e un consiglio di un mio caro Amico, e cioè “se proprio vuoi scrivere cerca di infilare qualche cosa di davvero sorprendente almeno ogni due o tre pagine, qualcosa che spiazzi chi legge, che sconcerti o fulmini, che inviti a riflettere o che diverta pazzescamente! Un aforisma, una frase che basti a se stessa e viva per sempre!” Certo, è uno scherzo per lui che è un maestro di fantasia e immaginazione ma in realtà non è così immediato, almeno per me, e nemmeno così frequente se penso alla quantità enorme di romanzi che spulcio nelle librerie, con la vana speranza di trovarci un arcobaleno al posto del solito bianco e nero.
    La seconda cosa che mi balena alla mente me la suggerisce Anais Nin, scrittrice uterina, come le piaceva definirsi. Una volta disse: “Sono i sensi la fonte più ricca della scrittura, e gli strumenti dello scrittore non sono l’inchiostro e la carta ma il suo corpo, la sensibilità dei suoi occhi, delle sue orecchie e del suo cuore. Se sono atrofizzati, non deve più scrivere.” Sono innamorata di questo pensiero. Vorrei saper stringere un nodo tra le sensazioni e le parole e invitare chi legge a ballare con me, a sentire il profumo della pioggia sulla pelle, regalare le carezze delle onde sui piedi, il solletico del sale sulle labbra e vorrei mostrare di quanti rossi diversi può essere fatto un tramonto. Ecco, vorrei essere capace di far viaggiare a cavallo dei miei sensi. Non semplicemente fornire una cronaca di viaggio ma trasmettere energia, esperienza. E per esperienza non intendo i fatti ma le sensazioni innanzitutto. Se poi un giorno riuscissi anche a infilare nei miei racconti peregrini quella “frase geniale” che spiazza e stupisce, bèh allora farei le capriole dalla gioia e diventerei la prima fan di me stessa, se non altro perché una volta tanto sarei io a sorprendere il mio caro Amico filosofo, e non lui me!
    Senza pretendere tanto nel frattempo scrivo, perché mi fa bene, sperando non faccia troppo male al lettore di passaggio. Questo mi fa venire in mente come sia più facile scrivere pensando di non essere letti da altri. E’ più facile togliersi la maschera. E’ rassicurante, un invito a spogliarsi di tutto senza imbarazzo e a gustare in silenzio la piacevolezza di restare completamente nudi. Diventa un’esperienza liberatoria, addirittura terapeutica. E’ come “creare un mondo tutto mio, un’atmosfera in cui poter respirare, regnare e ricrearmi”, come diceva Anais, parlando dei suoi diari. Ecco, il Diario è il luogo ideale, l’atmosfera in cui all’anima è concesso di spogliarsi e di guardarsi senza veli allo specchio.
    L’esuberanza emotiva dei tredici anni mi aveva spinta a riempire pagine e pagine di diari, convinta fossero uno sfogo naturale dei pensieri e un prezioso ricordo per quando sarei invecchiata. Negli anni mi hanno fatto compagnia Freud e Fromm, Sartre e Camus, Hesse e Kafka. E anche loro sono in qualche modo entrati nei miei diari, contagiando i miei pensieri, perché così come il nostro corpo è fatto di quel che mangiamo, allo stesso modo la nostra mente assimila tutto ciò che leggiamo, anche se prima o poi ci sembra di dimenticare. E purtroppo in parte è così, dimentichiamo, ma resta un’impronta indelebile che scolpisce i nostri pensieri, così come le proteine accrescono i muscoli. Ricordo che più leggevo, più scrivevo e viceversa, senza il rischio di impantanarmi. Quello che rimpiango di allora è la spontaneità, l’onestà della scrittura, come risposta a un istinto primordiale piuttosto che ad una necessità estetica. Non oso pensare a quel che avrei scritto in quegli anni se sotto al banco, al posto di Fromm o Camus, avessi nascosto il Marchese De Sade o Henry Miller!
    Ho continuato a raccontare le mie esperienze e i miei panorami emotivi per anni e ora voglio ricominciare a raccogliere i ricordi e condirli dei sapori che col tempo ho imparato ad apprezzare, nutriti da una consapevolezza e una sicurezza in me stessa che non ho mai posseduto prima. Non voglio farmi sfuggire niente, voglio assorbire la realtà con tutto quello che può darmi e trascenderla, andare oltre il ricordo, oltre il presente, impastare le immagini della mia mente con le vibrazioni del mio cuore prima che i miei sensi si atrofizzino e io inaridisca senza avere niente più da dire. E mi riprometto di farlo con la stessa purezza di linguaggio che usavo da giovane, convinta che la semplice spontaneità sia un buon antidoto contro la monotonia e la noia. E semmai mi sentissi smarrita davanti al foglio bianco che mi interroga, cercherò di sorridere e mi prenderò un po’ in giro, ricorrendo all’ironia, filosofia necessaria, come Qualcuno mi ha insegnato, a consolarmi di ciò che non sono e soprattutto di Quello che non ho né mai avrò.
    Forse è vero che l’indole non si cambia ma credo possa essere educata. Perciò spero di regalare alla me stessa vecchia un lungo, lunghissimo Diario che comincio da ora. Pagine ricche di passione, di stimoli e di energia che la possano incantare ed emozionare fino all’ultimo sorso, stemperate qua e là da uno spruzzo di buon senso e saggezza che la facciano riflettere su quanto è bella la vita e convincerla che sarebbe stato un delitto rinunciare a raccontarla.
    Naturalmente spero possa divertirsi a leggerlo il più tardi possibile!

  • 11 luglio 2008
    Specchio delle mie brame

    Come comincia: A Vera è sempre piaciuto guardarsi allo specchio.
    Sin da piccola avvertiva un piacere misterioso e perverso nell’ammirarsi seduta sulla poltroncina di velluto rosso davanti alla specchiera della sua camera da letto.
    Si rifugiava lì la sera, dopo cena, di nascosto dai genitori, al semibuio dell’abatjour. E si dedicava al suo gioco preferito. Giocava ad essere grande, davanti alla sua immagine riflessa che le parlava e che si muoveva per lei.
    La bambina incompiuta e decisamente non bella, inadeguata ad esprimere la voce dei suoi istinti, si trasformava magicamente ogni sera in una donna affascinante. Sensuale, provocante e irresistibile per chiunque la guardasse. Quell’immagine diventava così reale che Vera riusciva ad annullarsi completamente e ad infilarsi nelle sue belle forme feline. Le si insinuava dentro alla perfezione, come una mano in un guanto di raso.
    La trasfigurazione avveniva a partire dalle labbra. Oh, quella bocca così carnosa, una promessa di baci generosi e insaziabili. Vera aveva sempre desiderato avere una bocca così e spesso si ritrovava incollata alla superficie dello specchio, labbra su labbra, intenta a baciare quella se stessa inventata dalla sua immaginazione. Gli occhi chiusi le facevano sentire più forte il calore umido di quello strano sapore, il contrasto della superficie sorda e ferruginosa dello specchio annebbiato contro la morbidezza della sua carne viva.
    E poi i capelli. Quanto avrebbe desiderato possedere lunghi capelli da sciogliere sulle spalle o da raccogliere capricciosamente sulla testa per offrire agli sguardi un collo pulsante da sfiorare e respirare. E allora indossava una di quelle parrucche che la mamma conservava in un cassetto e che sicuramente era solita usare quando era una giovane farfalla. Capelli veri, vivi, una cascata di oro e rame. Luce perfetta per i suoi occhi verdi, unico autentico indizio di un’anima inquieta e incontenibile.
    Accoccolata così nella sua culla di velluto, Vera dava inizio alla recita, immaginando che un segreto ammiratore la stesse osservando, intento a dominare una silenziosa, eccitata partecipazione. Si alzava il sipario e per il suo spettatore accavallava le gambe magre, lentamente, prima una, poi l’altra, provocando uno sfregamento sottile contro la gonnellina scozzese che la solleticava febbrilmente. Scuoteva la testa all’indietro, morbidamente, per sentire l’onda soffice dei capelli lungo la schiena e atteggiava vagamente nell’aria le mani sottili, inanellate di altri ricordi rubati alla mamma. E la sua voce infiammava i suoi pensieri più intimi in un monologo appassionato che elettrizzava la sua mente.
    A quel punto esisteva solo la bella signora nello specchio, che si compiaceva del suo aspetto tanto da ricoprirsi di tenere carezze, fino a sorprendersi ancora più conturbante nelle curve più segrete del suo corpo ancora intatto.
    Curiosa si esplorava, attenta si studiava e ogni sera Vera si scopriva sempre più palpitante, scandalosamente viva. Le sue mani percepivano un calore emanare dal velluto del suo corpo e la sua pelle tutta anticipava in un brivido il tocco delle sue dita assetate. Le sembrava di essere una gatta, arrotolata su se stessa, vibrante sotto carezze invisibili, che inseguiva facendo le fusa in un’onda continua.
    Fino al culmine. Fino a quando il corpo si scioglieva e l’onda pareva diventare interminabile. Niente più labbra, niente capelli, né occhi, né poltroncina, né stanza. Solo sussulti, fremiti, lievi scosse infinite di calore, dolcissimo e violento al tempo stesso. Era come se lei non fosse più padrona del proprio corpo ma quell’essere rubata a se stessa era la sensazione più bella che avesse mai provato.
    Abbandonata, Vera restava così, la testa rassegnata all’indietro sullo schienale, a immaginare giochi d’ombre rincorrersi sul soffitto. Le gambe non più accavallate ma sciolte, quasi slegate dal resto del corpo, che disobbediente scivolava giù, molle, beato, libero.
    Vera cercava di prolungare il più possibile quel momento di silenzioso incanto. Respirava il suo profumo narcotizzante di borotalco, accompagnando col respiro il battito del cuore che lentamente si acquietava, quasi a volerla ringraziare di quel meritato languore. Non voleva riaprire gli occhi, rinunciare a quella bocca tumida, ai capelli di grano dorato. Non voleva dover cancellare con la manica della camicetta l’impronta delle sue labbra sullo specchio. E soprattutto non voleva sfilarsi dalle curve seriche della donna per tornare ad essere la bambina ruvida e maldestra di tutti i giorni.
    “Il gioco è bello quando è corto”, le ripeteva sempre la mamma. Una tra le tante insensatezze che Vera era costretta a sorbire e fingere di osservare per far contenti i grandi. Ma lei ripeteva tutte le sere quel bel gioco. Per tanto tempo l’ha ripetuto, quasi fosse un appuntamento fisso, irrinunciabile. E ogni volta aggiungeva un dettaglio, una sfumatura alla messa in scena, per il piacere di quell’ammiratore segreto, che puntualmente tornava a farle visita, ipnotizzato dallo spettacolo che lei gli avrebbe offerto.
    Il suo era un talento naturale all’erotismo. La sua malizia si arricchiva ogni volta di una consapevolezza così piacevole da educarla ben presto a gestire gli slanci dei suoi istinti, insegnandole e a rallentare il piacere e a prolungare il desiderio, per assaporarlo più intensamente.
    Sono passati diversi anni ormai. Vera è cresciuta e, con soddisfazione sua e di chi ha avuto il privilegio di godere delle sue attenzioni, è diventata esattamente la donna con cui giocava nella penombra della sua stanza. E ancora oggi, a volte, quando si ammira allo specchio, sorride alla bambina che non l’ha mai abbandonata e che continua ad osservarla attraverso i suoi sognanti occhi verdi, sempre inquieti e incontenibili, sotto lo sguardo languido del suo fedele, segreto ammiratore.

  • Come comincia: Carissima,
    non so perché ti scrivo, o forse sì, ma sta a te capirlo ché troppo difficile sarebbe per me spiegarlo.
    Sai bene che il tratto distintivo del mio carattere è in primo luogo l’orgoglio... sì, quel maledetto orgoglio che mi ha portato giorni fa a inalberarmi e poi a deprimermi quando t’è scappato di dirmi che... be' che molti altri erano meglio... anzi molto meglio di me. Hai colpito  il mio orgoglio come mai mi era capitato nella mia vita! Io so di essere un duro, molto duro e talvolta perfino violento ma sai anche che dopo so diventare morbido, cedevole nelle tue mani e perfino... piangente. Una volta mi hai accusato di essere molto spesso rigido, troppo rigido, soprattutto quando vengo a casa tua... così calda e accogliente. Oh, la tua casetta rosa con quel prato tutto rasato davanti... io l’adoro e vorrei non uscirne mai. E’ lì che mi sento a mio agio e ti sento mia, dolce, appassionata, quasi... verginale,  e godo delle tue labbra che si aprono a me tra  dolci sospiri. “Vieni!..Vieni!”  mi dici spesso e io corro e mi affanno per piacerti e sentirmi unico tra tanti. Pazza idea davvero... quasi un’illusione... che però è bello vivere senza troppe pippe al cervello ma al posto giusto. Vorrei che tu apprezzassi soprattutto i miei momenti di debolezza, quando dopo - hai notato - divento molle, quasi esangue eppure capace di vibrare ancora ad ogni tua carezza. Quello è il momento migliore per capire quanto ti amo, il momento in cui non sono più inalberato e la mia durezza è andata a farsi fottere, distrutta, sconfitta al tepore della tua casa calda e accogliente. So, purtroppo,  che un giorno quella casa non sarà più mia. Che altri, migliori di me, coloreranno la tua vita come la coloravano una volta ma io spero che il  mio ricordo rimarrà indelebile in qualche parte della casa... magari nel tinello... o nel bagno con la finestra semiaperta per consentire ad ogni “guardone” delle vicinanze di vedere che non sono più io a stare con te. E qualcuno si chiederà come mai questo possa essere accaduto e commenterà: “Sì, era un duro, talvolta anche violento... ma sapeva essere così tenero dopo... Be', rassegniamoci e vediamo quest’altro come se la cava. L’importante è che ci sia lei!”. Sento anche qualcun altro, magari le mogli di costoro, dire: “Finalmente lei lo ha liquidato, quell’essere duro e prepotente che aveva approfittato di lei quando era ancora piccola e intatta. E’ colpa sua se  lei,  da grande,  si è concessa a tutti in quel modo... che vergogna!”
    Ma intanto io sono ancora qui, col mio orgoglio ferito ma il desiderio intatto, anzi cresciuto. Con la mia sicurezza  e la mia durezza, con la mia timidezza e la mia mollezza. Ti prego tienimi tra le tue mani e invitami più volte che puoi nella tua calda casa.... ci sto così bene che vorrei impararla a memoria per quando la sua porta non si aprirà più per me!
    Con affetto e desiderio
    il tuo aff.mo e fedele

    Mr.C

    Carissimo,
    desidero risponderti e mi scuso immediatamente, perché ammetto di non aver saputo tenere a freno la lingua quel giorno. Mi conosci a fondo ormai e sai che sono per natura istintiva e un pochino volubile ma, mio CAro, sai bene anche che uno dei tratti distintivi del mio carattere è l’umiltà, tanto che spesso sono io stessa a chiedere di essere punita! Ebbene, lascia che io ti chieda umilmente scusa, ora, per quella “cosa” che mi è scappata involontariamente fuori quel maledetto giorno. Perdonami davvero ma, vedi, tu mi inviti sempre a sentirmi libera, a seguire i miei stimoli, a non trattenere  quel fiume spumeggiante che sgorga dalle mie fantasie, e ti ringrazio per questo, perché sei molto generoso ad incoraggiarmi a lasciarmi andare. E così, quella volta, con poco tatto – lo ammetto – mi sono espressa in maniera esagerata e ho colpito il tuo orgoglio, che non avevo visto mai ritirarsi così in fretta, tanto che ci sono proprio rimasta male. Ma CAro, ti giuro, non intendevo offenderti! Io amo il tuo orgoglio, lo sai, perché ti rende esattamente come ti vorrei: duro, tenace, resistente! Sì, CAro, io adoro la tua forza, la tua prepotenza, addirittura la tua violenza, quando entri in casa mia, irruento, deciso, sbattendo la porta senza nemmeno chiedere il permesso. E mi piace quando non te ne vuoi più andare, quando non vuoi uscire al freddo e io ti imploro: “Ti prego, resta dentro, non uscire …!” e tu calmo, paziente resti lì a guardarti attorno, come fosse la prima volta che vieni da me! Ed è per te che preparo con cura tutti i giorni il praticello davanti casa, ben rasato e irrigato, lo bagno sempre sai? e lavo bene l’ingresso con delicatezza in ogni suo angolo, addirittura profumo anche il retro, non si sa mai ti venisse in mente di passare di là. E’ un po’ scomodo, è vero, ma so che a te piace farmi le sorprese, perché sai come mi fanno esplodere di gioia. Ecco, vedi CAro, la mia casetta rosa è pronta ad accoglierti anche oggi, come sempre e per sempre. Perché sarebbe vuota ormai senza di te, senza la tua martellante presenza che la riscalda, senza le tue carezze che scivolano sulle pareti, sul soffitto, lasciando un velo del tuo profumo dappertutto. E anche se mi senti versare delle lacrime, oh… non ti devi preoccupare! Sono lacrime di gioia quelle, credimi, sai che non so fingere, anzi mi piace così tanto piangere con te che spesso ti imploro: “Ancora! Ancora!” … lo sai. Perciò, mio CAro, non farti troppe pippe al cervello, non fartene proprio per niente, piuttosto vieni, vieni a farmi visita tutte le volte che vuoi. La porta di casa mia sarà sempre spalancata per te e solo per te, questa è una promessa, finché tu avrai voglia di riempirla con il tuo calore. E dopo… oh… dopo riposeremo insieme, tu esangue, rilassato e io morbida e sciolta. Tutti e due in un lago di pace! Fino a che non ti rialzerai e con un bacio mi risveglierai. E semmai in futuro dovesse scapparmi ancora qualcosa di brutto, ti prego, sentiti libero di tapparmi la bocca, così imparo!
    Ora, mio CAro, vieni qui, davanti a me. Ecco, alzati in piedi così, bravo! Come ti ergi imponente, sei bellissimo! Fatti guardare, fatti toccare, fatti baciare. La porta di casa mia è già aperta, presto scappa dentro! E se vuoi punirmi ora … FALLO, ti prego!
    Con amore e desiderio
    La tua aff.ma e fedele
     
    Miss. F.

  • 09 maggio 2008
    Una poesia nel deserto

    Come comincia: “La solitudine è come una lente d'ingrandimento, se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo”.
    Rubo a Leopardi questo pensiero, consapevole del piacere intimo che la solitudine può dare quando si è in pace con se stessi.
    A me piace giocare con i miei pensieri e le mie fantasie. Mi piace non sentire l’esigenza di dover condividere a tutti i costi tempo e parole con un “altro” qualsiasi. Il mio silenzio è fatto di musica e colori, di ricordi che si vestono di festa, di sogni che corrono incontro ai desideri, solleticando l’attesa.
    Ho fotografato la mia solitudine e a me pare magnifica. La vedo. La tocco. La respiro. E’ come il deserto che accarezza l’oceano. Una tavolozza di sfumature tenui e gentili che mascherano un’anima forte e indomabile. Un paesaggio che si odia o si ama, senza indecisioni, impetuoso come la passione. Io amo il deserto.
    Chiudo gli occhi, lo sto attraversando in questo momento. Cammino a piedi nudi sulla sabbia che tradisce il suo segreto movimento. Duna dopo duna, a fatica perché ad ogni passo il mio corpo sprofonda e l’avanzata risulta lenta nonostante l’energia spesa. Se non fosse per le impronte lasciate alle mie spalle non potrei mai dire di essermi spinta tanto avanti. Eppure voglio andare oltre, camminare contro il vento che, prepotente, mi respinge e non mi invita a proseguire. Testarda. La sua sfida mi sprona, stimola la mia esuberanza e dà più gusto al mio vagare sotto il sole.
    Provo un gran piacere, una sensazione di libertà quasi palpabile. Sento l’impulso di gridare, qui nessuno mi sente. Tanta grandezza mi dà le vertigini. Trovo sia miracoloso poter avere a disposizione tanto spazio tutto per me, solo per me. Da una parte il mare, infinito mare,  dall’altra un susseguirsi di dune e sabbia che si srotolano fino a incontrare il cielo. Un regalo alla terra.
    Il vento gioca con la sabbia e trasforma le dune in un inseguirsi ritmico di brevi onde leggere, perfette, da fare invidia all’acqua.
    Nel punto più lontano che raggiungo con lo sguardo, il mio orizzonte, si materializza un velo sottile tra cielo e terra. Una nuvola di mulinelli, infiniti granelli di sabbia, agitata e indecisa se rassegnarsi ad appartenere definitivamente alla terra o se disperdersi libera, senza legge, in volo.
    Sospesa, come il tempo. Sembra tutto fermo nel deserto. Immobile anche se in costante mutamento. Guardo le ombre delle nuvole che corrono e si rincorrono veloci sulla sabbia. Un attimo è tutto luce incandescente, l’attimo dopo pare di guardare un negativo, una fotografia in bianco e nero.
    Ma vince il sole. Amo il sole. Mi nutre, mi dà energia e speranza. Lo assorbo attraverso ogni millimetro della mia pelle.  Mi osservo allo specchio della mente e sorrido di me, perché mi vedo come un rettile, proteso con tutto il corpo nervoso verso l’alto, pigro, quasi immobile eppure pronto a scattar via in un battibaleno. Gli occhi socchiusi per assaporare meglio il fuoco e per non perdere nemmeno una briciola di calore. Nessuno può intromettersi in questa mia ipnotica simbiosi con la natura.
    Eppure è proprio il sole a ricordarmi che il tempo esiste e che è ora di ripercorrere all’indietro il cammino, riattraversare quella beata, silente solitudine per affogare di nuovo nel frastuono nevrotico della civiltà.
    Che peccato! Chissà, magari cammin facendo perdo l’orientamento. Niente di più facile nel deserto. Nessuna impronta più sulla sabbia a ricordarmi d’esser già stata qui. Il vento, credendo di farmi un dispetto, ha rubato  le tracce del mio passaggio. Non sa che in verità mi ha fatto un regalo.
    Rischio di innamorarmi, inseguendo un miraggio. Inconsciamente spero di risvegliarmi in un’oasi di agavi e palme, ubriacarmi di profumo di datteri e cocco, salsedine sulla pelle. Sì, perché il mare arriva fin qui, è nell’aria. Mi ci immergo lentamente. I piedi accarezzano l’acqua che docile doma la sua forza, si inchina alla mia presenza e mi incoraggia ad unirmi al suo flusso. Il suo canto è un invito irresistibile. Tiepida sale fino ad avvilupparmi le gambe, le cosce e poi più su, fino a schiudersi in un abbraccio che ispira fiducia e mi corrompe circondandomi tutta.
    Apro gli occhi ma resto qui, nel mio deserto. E capisco improvvisamente di non essere affatto sola. Il mio sperdermi continuo con la mente mi fa sentire in sintonia perfetta con l’universo, in un amplesso che non ammette ostacoli né intrusioni. Mi sento libera di prendere la mia vita tra le dita e plasmarla come sabbia. Ne faccio un castello, una fortezza, una piramide, ne faccio quello che voglio. Questo è il segreto piacere della solitudine.
    Mi sento fortunata. Sorrido alla vita e ripenso a una breve poesia, Lo scopo, che un romantico poeta prosatore* ha scritto, forse ispirato dallo stesso paesaggio celato nel mio cuore.
    Il cielo
    e il mare
    si baciano
    all’orizzonte
     per far contenti
    i poeti.

     

    Vittorio Salvati, "Se ci diamo del tu il bacio viene meglio".