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Autore

Paola Cerana

in archivio dal 09 mag 2008

06 ottobre 1968, Busto Arsizio (VA)

segni particolari:
Scrivere può diventare una droga. Provare (a smettere) per credere.

mi descrivo così:
I miei libri:
"L'intuizione visiva" Franco Angeli,
"Viaggi incantati" Ed. Associate,
"Schegge d'amore rosso dieci" una storia di passioni di sesso e di delitti, scritto con Vittorio Salvati.

10 ottobre 2009

La libreria del Signore Lehec

Intro: I libri hanno vita propria e sembrano respirare e avere odore. L’amore per la lettura ci accompagna, qui, in una sorta di immaginario pellegrinaggio tra odorosi scaffali e fragranti pagine di sapere. Peccato che, oggi, gli scaffali siano così asettici…

Il racconto

Quando ero bambina, nella mia città c’era una sola libreria importante e si affacciava proprio sulla piazza principale. Non era molto grande ma, si sa, gli occhi dei piccoli vedono oltre i limiti della realtà e le dimensioni obiettive rispecchiano il significato nascosto che le cose trasmettono direttamente al cuore. Quindi, per me, quella libreria era, in verità, un regno infinito in cui addentrarsi per scoprire dietro ogni angolo qualche segreto, qualcosa d’inatteso, impaziente d’essere scovato e sfogliato.
Si entrava salendo una scala di legno e ricordo che l’ultimo scalino scricchiolava sempre, come per annunciare l’arrivo di un nuovo cliente. Io ero piccola e leggera e mi divertivo a sfidarlo cercando di non farlo cigolare troppo sotto il mio insignificante peso. Entravo con eccitata curiosità ma anche con riverente rispetto, quasi trattenendo il fiato, perché quella era la casa dei libri.
Una volta dentro, venivo accolta da un buon profumo familiare, dolciastro, che emanava dal miscuglio di gomme, matite, pastelli a cera, penne e pennelli esposti su uno scaffale. Sì, perché la libreria era anche il paradiso dei colori e degli odori gommosi che a me facevano gola. Oltretutto stavano proprio tutti lì, all’altezza del mio naso. Una tentazione bellissima, da cui però venivo presto distratta, perché tutt’attorno c’erano loro, i padroni di casa, che mi aspettavano: i libri! 
Un altro buon odore era quello del legno scuro degli scaffali che si mescolava alla delicata morbidezza delle pagine bianche. Ricordo che quando una copertina attirava la mia attenzione, afferravo il libro e lo sfogliavo lasciando frusciare le pagine come lievi battiti d’ali davanti al mio viso, in modo che l’odore della carta stampata mi parlasse senza bisogno di leggere. Pensavo che ogni libro avesse il suo odore, proprio come le persone.
I libri respiravano, trasudavano sapienza e bellezza. Erano vivi e mi sembrava che il tempo si fermasse in mezzo a loro, anche se, paradossalmente, non vedevo l’ora di crescere per leggerli tutti. Quelli che mi sembravano più interessanti stavano sempre troppo in alto per la mia portata. Proust, Kafka, Hesse, Joyce stavano lassù come misteriosi microcosmi inafferrabili. Non avevo la più pallida idea di chi fossero quei signori, eppure mi affascinavano. Pensavo che per essere arrivati tanto in alto dovevano essere stati davvero dei grandissimi scrittori e mi sarebbe piaciuto diventare brava e importante come uno di loro da grande. Non so perché ma immaginavo che su, nel cielo, quei magnifici maghi delle parole passassero il tempo a giocare tra loro e ad inventare trame talmente sublimi da poter essere lette solo dagli Angeli.
Con gli anni, le mie visite alla libreria sono diventate un immancabile rituale e, crescendo, tanti dei suoi misteriosi libri sono diventati per me una preziosa esperienza e una piacevole compagnia. A guidarmi nella scelta era quasi sempre lei, la mia dolce, erudita libraia, che sapeva a memoria titoli e autori e conosceva esattamente la collocazione di ogni opera sugli scaffali. Amava i libri e riusciva a farli amare a me e a tutti coloro che ad essa si affidavano . Bastava chiedere a lei e, oplà, saltava fuori proprio quel libretto che sembrava non esistere e che invece sarebbe stato un delitto non leggere. Invidiavo un po’ la brava libraia, perché credevo fosse la depositaria eletta di tutto ciò che al mondo era stato scritto.
Oggi quella libreria c’è ancora. Un po’ più grande, questo sì, ma con lo stesso odoroso miscuglio di legno e carta che la distingue da tutte le altre. L’amica libraia è tuttora la guida erudita che accompagna discreta i clienti attraverso i labirinti della cultura, della storia, della scienza, della fantasia e del divertimento. Ma la sopravvivenza è dura, oggi, per chi vive questo mestiere con passione, entusiasmo e amore perché, intorno a loro, prepotenti e inarrestabili, sono sorti i MEGA STORE del libro.
I Mega Store sono negozi enormi, lucidi e freddi, che sorgono senza carattere, tutti uguali tra loro, in tutte le città. Anche nella mia. Non sembrano più le accoglienti dimore dei libri e dei pensieri ma asettici ospedali, ricoveri plastificati, senza calore né anima. Lì dentro non c’è rischio di sorprendersi né di ammaliarsi. Tutti gli autori sono rigidamente inscaffalati in ordine alfabetico nella zona di loro pertinenza e non ci si può sbagliare nella ricerca. Ciò nonostante, pur trovando quasi tutto, qualcosa lì manca. Manca la magia. Lì i libri non respirano, sono muti e spenti. Persino il contatto umano con il commesso o la commessa di turno, seduto davanti ad un video, mi sembra irrimediabilmente contagiato dall’atmosfera indifferente. Al posto della libraia erudita mi è capitato di trovare una giovane donna che mi ha guardato stralunata alla mia richiesta di un libro fuori moda. “Henry and June”? mi ha chiesto, sforzandosi di digitare il nome di Anaïs Nin in maniera corretta, per affidare la ricerca dello strano testo al computer. Il libro non c’era, ovviamente, ma l’espressione smarrita della ragazza mi fece recedere dal tentativo di chiedere anche “Opus pistorum” di Henry Miller o il “Diario di uno scrittore” di Dostoevskij, opere e autori il cui spelling e la relativa digitazione sulla tastiera, avrebbero potuto portarci ad un conflitto ideologico-generazionale all’ultimo sangue! Certamente avrebbe dato risultati assolutamente immediati ripiegare su un libro compreso tra le top ten di oggi, magari scritto da un noto calciatore o da un comico qualsiasi della scuderia di Zelig, in vena di più moderne e popolari analisi sociologiche.
Molto meglio sarebbe stato, tuttavia, tornare alla vecchia cara libreria, dove l’amica libraia avrebbe certamente saputo suggerirmi un volume poco conosciuto, uno di quelli che parlano al cuore e alla mente. Sicuramente, con un sorriso, avrebbe trovato anche il tempo di scambiare due chiacchiere su com’è bello leggere, riscoprire antiche emozioni nelle letture del passato o lasciarsi sorprendere dalla piacevolezza e dall’inventiva di qualche piccolo autore d’oggi che, ahimè, nessuno di quei commessi conosce e, dunque, pochi lettori leggeranno. Forse avremmo ricordato con tenerezza Guillaume Apollinaire, il suo “Il flaneur di Parigi” e, in particolare, un racconto intitolato “La libreria del signor Lehec”, senza doverne sillabare più volte e lentamente il nome e i titoli.  Se non ricordo male, il racconto inizia così: Il signor Lehec, il libraio, amava i suoi libri al punto di venderli solo alle rare persone che giudicava degne di acquistarli … Al tempo in cui aveva la libreria in rue Saint-André-des-Arts andavo spesso a chiacchierare con lui … diventato quasi cieco si è messo in disparte … nessuno può far più ricorso ormai alla sua cortese erudizione.
Ebbene, se di questo avessi parlato e chiesto a quella commessa del Mega Store, mi avrebbe preso definitivamente per una bizzarra lettrice demodé e, probabilmente, mi avrebbe consigliato di leggere l’ultimo trattato di Antonio Cassano, tanto per spaziare un po’ negli abissi della cultura moderna. 
Io sono ottimista e spero che in mezzo a questi supermercati all’ingrosso di parole possano continuare a sopravvivere fieri quei piccoli regni del pensiero, della fantasia e della curiosità. Quelle librerie, cioè, con un’anima, fatta dalle libraie e dai librai appassionati come il signor Lehec.
Ma mi chiedo: come riconoscere a prima vista i preziosi depositari del sapere del mondo da quelli invece fasulli, costretti ad affidare il proprio sapere alla memoria di un computer? Mi viene in mente quello che si fa per molti prodotti, in particolare quelli alimentari, in cui il consumatore può valutare la qualità di ognuno di essi attraverso sigle, come per esempio DOC, DOP e DOCG. Perché non utilizzare lo stesso criterio per valutare le qualità delle librerie e dei librai cui rivolgersi per le nostre scelte letterarie?
Immaginiamo, ad esempio, una libreria dove campeggiasse la sigla LET e poniamo che questa significhi che ad accogliermi ci sarà un gentile, e probabilmente attempato, “Libraio Erudito Tradizionale”, come certamente era il signor Lehec. Oppure, una libreria LEM, dove potremmo incontrare un piacevole e spiritoso “Libraio Esperto Moderno”, come la cara libraia della mia città. Infine, tutte le altre librerie, quasi sempre enormi, in cui sicuramente incontreremo quegli addetti per i quali i libri sono soltanto titoli o nomi di autori da digitare su una tastiera, spesso non senza difficoltà. Lì, a chiunque chiedessimo, ci troveremo di sicuro di fronte ad un “Commesso Acculturato Zero”, inevitabilmente e sinteticamente identificato con la sigla: CAZ.
Con questo metodo, entrando in una libreria che espone l’insegna LET o LEM, avrei la certezza di potermi ritrovare, come da bambina, a vagabondare nel sapere, in compagnia di una guida all’altezza, senza perdere tempo ad entrare nelle altre librerie. A meno che, spiando casualmente attraverso le loro vetrine, non vedessi davanti ad un computer un bell’esemplare di CAZ somigliante, magari, a Gorge Clooney!

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