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Autore

Paola Cerana

in archivio dal 09 mag 2008

06 ottobre 1968, Busto Arsizio (VA)

segni particolari:
Scrivere può diventare una droga. Provare (a smettere) per credere.

mi descrivo così:
I miei libri:
"L'intuizione visiva" Franco Angeli,
"Viaggi incantati" Ed. Associate,
"Schegge d'amore rosso dieci" una storia di passioni di sesso e di delitti, scritto con Vittorio Salvati.

09 maggio 2008

Una poesia nel deserto

Intro: Un vero e proprio inno alla solitudine, che comincia e si chiude con la citazione di altri due scrittori: Leopardi e Salvati (entrambi presenti su Aphorism.it). L'autrice sperimenta e cattura l'attenzione del lettore, una bella prova.

Il racconto

“La solitudine è come una lente d'ingrandimento, se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo”.
Rubo a Leopardi questo pensiero, consapevole del piacere intimo che la solitudine può dare quando si è in pace con se stessi.
A me piace giocare con i miei pensieri e le mie fantasie. Mi piace non sentire l’esigenza di dover condividere a tutti i costi tempo e parole con un “altro” qualsiasi. Il mio silenzio è fatto di musica e colori, di ricordi che si vestono di festa, di sogni che corrono incontro ai desideri, solleticando l’attesa.
Ho fotografato la mia solitudine e a me pare magnifica. La vedo. La tocco. La respiro. E’ come il deserto che accarezza l’oceano. Una tavolozza di sfumature tenui e gentili che mascherano un’anima forte e indomabile. Un paesaggio che si odia o si ama, senza indecisioni, impetuoso come la passione. Io amo il deserto.
Chiudo gli occhi, lo sto attraversando in questo momento. Cammino a piedi nudi sulla sabbia che tradisce il suo segreto movimento. Duna dopo duna, a fatica perché ad ogni passo il mio corpo sprofonda e l’avanzata risulta lenta nonostante l’energia spesa. Se non fosse per le impronte lasciate alle mie spalle non potrei mai dire di essermi spinta tanto avanti. Eppure voglio andare oltre, camminare contro il vento che, prepotente, mi respinge e non mi invita a proseguire. Testarda. La sua sfida mi sprona, stimola la mia esuberanza e dà più gusto al mio vagare sotto il sole.
Provo un gran piacere, una sensazione di libertà quasi palpabile. Sento l’impulso di gridare, qui nessuno mi sente. Tanta grandezza mi dà le vertigini. Trovo sia miracoloso poter avere a disposizione tanto spazio tutto per me, solo per me. Da una parte il mare, infinito mare,  dall’altra un susseguirsi di dune e sabbia che si srotolano fino a incontrare il cielo. Un regalo alla terra.
Il vento gioca con la sabbia e trasforma le dune in un inseguirsi ritmico di brevi onde leggere, perfette, da fare invidia all’acqua.
Nel punto più lontano che raggiungo con lo sguardo, il mio orizzonte, si materializza un velo sottile tra cielo e terra. Una nuvola di mulinelli, infiniti granelli di sabbia, agitata e indecisa se rassegnarsi ad appartenere definitivamente alla terra o se disperdersi libera, senza legge, in volo.
Sospesa, come il tempo. Sembra tutto fermo nel deserto. Immobile anche se in costante mutamento. Guardo le ombre delle nuvole che corrono e si rincorrono veloci sulla sabbia. Un attimo è tutto luce incandescente, l’attimo dopo pare di guardare un negativo, una fotografia in bianco e nero.
Ma vince il sole. Amo il sole. Mi nutre, mi dà energia e speranza. Lo assorbo attraverso ogni millimetro della mia pelle.  Mi osservo allo specchio della mente e sorrido di me, perché mi vedo come un rettile, proteso con tutto il corpo nervoso verso l’alto, pigro, quasi immobile eppure pronto a scattar via in un battibaleno. Gli occhi socchiusi per assaporare meglio il fuoco e per non perdere nemmeno una briciola di calore. Nessuno può intromettersi in questa mia ipnotica simbiosi con la natura.
Eppure è proprio il sole a ricordarmi che il tempo esiste e che è ora di ripercorrere all’indietro il cammino, riattraversare quella beata, silente solitudine per affogare di nuovo nel frastuono nevrotico della civiltà.
Che peccato! Chissà, magari cammin facendo perdo l’orientamento. Niente di più facile nel deserto. Nessuna impronta più sulla sabbia a ricordarmi d’esser già stata qui. Il vento, credendo di farmi un dispetto, ha rubato  le tracce del mio passaggio. Non sa che in verità mi ha fatto un regalo.
Rischio di innamorarmi, inseguendo un miraggio. Inconsciamente spero di risvegliarmi in un’oasi di agavi e palme, ubriacarmi di profumo di datteri e cocco, salsedine sulla pelle. Sì, perché il mare arriva fin qui, è nell’aria. Mi ci immergo lentamente. I piedi accarezzano l’acqua che docile doma la sua forza, si inchina alla mia presenza e mi incoraggia ad unirmi al suo flusso. Il suo canto è un invito irresistibile. Tiepida sale fino ad avvilupparmi le gambe, le cosce e poi più su, fino a schiudersi in un abbraccio che ispira fiducia e mi corrompe circondandomi tutta.
Apro gli occhi ma resto qui, nel mio deserto. E capisco improvvisamente di non essere affatto sola. Il mio sperdermi continuo con la mente mi fa sentire in sintonia perfetta con l’universo, in un amplesso che non ammette ostacoli né intrusioni. Mi sento libera di prendere la mia vita tra le dita e plasmarla come sabbia. Ne faccio un castello, una fortezza, una piramide, ne faccio quello che voglio. Questo è il segreto piacere della solitudine.
Mi sento fortunata. Sorrido alla vita e ripenso a una breve poesia, Lo scopo, che un romantico poeta prosatore* ha scritto, forse ispirato dallo stesso paesaggio celato nel mio cuore.
Il cielo
e il mare
si baciano
all’orizzonte
 per far contenti
i poeti.

 

Vittorio Salvati, "Se ci diamo del tu il bacio viene meglio".

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