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Racconti di Paolo Coiro

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  • 19 novembre 2005
    Il mio mare

    Come comincia: Aveva paura di immergersi in quell'acqua calda, come un timore di far godere troppo il suo corpo a contatto con una forma di felicità assoluta. L'odore.
    Quell'acqua aveva un odore inebriante, mai percepito prima. Continuava ad inspirare continuamente e sempre più profondamente. E meditava.
    Poteva raggiungere una sensazione universale, quasi non reale, era ad un passo da tutto questo. Continuava a meditare, si sentiva esterrefatto, colto da un altro mondo, altri colori.
    Ma aveva paura.
    Il pianto era in gola e il sorriso sulle labbra. Non capiva più nulla. Le lacrime incominciavano a scenderli lentamente sul viso, mentre le rughe degli occhi e le fossette sulle guance erano inebriate da un sorriso che sembrava non finire mai.
    Ma aveva paura.
    Tremava dalla troppa gioia, soffriva e gemeva nel pensare al suo mare. Il mare. Non capiva cosa c'entrasse il mare in tutto questo. Non riusciva neanche ad immaginarla quell'enorme distesa d'acqua. Lo faceva star male il pensiero del suo mare che non finiva mai. Voleva fermare l'immagine, renderla sua.
    Niente da fare.
    Il mare, ancora acqua, lievi onde, la spuma sull'acqua, il mare, il suo suono. Non finiva mai. Gli occhi erano intrisi di pianto, aveva smesso di sorridere. Il mare c'era ancora. Era stupendo, limpido, straordinariamente calmo.
    Troppo calmo.
    Quelle piccole onde avevano smesso di andare e venire. Ma il mare non cedeva. Sempre più infinito, sempre più stupendo. Si sentiva sull'orlo di un precipizio. Le vertigini gli bloccavano le gambe, e i polmoni si aprivano e si chiudevano sempre più lentamente. L'aria che buttava fuori veniva resa tremolante dalle labbra che di tanto in tanto si accostavano.
    Il mare dannazione!
    È troppo bello, troppo pieno d'acqua, troppo infinito per il mio pensiero. Avrebbe voluto nuotare. Di notte, a largo, da solo, col mare. Volere ma rifiutare, aver paura di non volerlo fare. L'aveva immaginato senza volerlo. Il mare lo aveva trafitto e ribaltato tra il suo dolore e il suo amore. Lo aveva reso inerte, svuotato e rigettato in terra senza avviso.
    Era il suo mare.
    Ma lui, stava sempre lì, al bordo di quella piccola vasca di acqua calda. Riuscì a sfuggire dal suo pensiero assillante. Nella vasca galleggiava una paperella gialla, che a premerla emetteva un buffo suono. La strinse tra le mani, sorrise, si asciugò il pianto. Prima un piede e poi l'altro.
    S'immerse nel suo mare.