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in archivio dal 04 dic 2011

Paolo Fiore

06 agosto 1965, Fondi (LT)
Segni particolari: Medico ...che la malattia si cura anche col linguaggio... il linguaggio si affina anche nella malattia.

In tristitia hilaris, in hilaritate  tristis ( Giordano Bruno )

La felicità è fatta di occhi che si riconoscono.

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  • 17 febbraio 2013 alle ore 16:42
    Per ogni piega

    Ad ogni piega il suo turno
    per salire sulle mani

     
  • 29 aprile 2012 alle ore 13:04
    folle...

    folle mare tempestoso
    che auguri serenità ad un fiume in piena
    quando monti la marea
    lui straripa dalle rive,
    quando torna la risacca
    nel suo corso lui si placa,
    forme diverse della stessa acqua
    insidia e guida per la stessa barca. 

     
  • 24 aprile 2012 alle ore 7:27

    Più leggero dell'aria il pensiero
    soffia dove vuole,
    più fresco del'aria il sorriso
    accareza le tue parole.

     
  • 07 aprile 2012 alle ore 18:08
    Un retrogusto amaro

    Un retrogusto amaro
    in un sapore pieno
    come un grumo di sangue resiste
    su una cicatrice sparita,
    una nuvola passa
    in un pensiero sereno,
    al tatto assapori la pelle
    calda, come la vita,
    solo ogni tanto, invisibili
    cicatrici del tempo
    danno alle dita
    un piccolo grande dolore,
    sensazione profonda, quasi dolce,
    infinita.

     
  • 06 febbraio 2012 alle ore 8:58
    Quel filo invisibile

    Sei quel filo invisibile e tenace
    che lega la gioia alla nostalgia

                     tratto da " Ombre di parole "
                                Ibiskos-Ulivieri 2008

     
  • 04 febbraio 2012 alle ore 22:48
    Prima delle parole

    Ci strugge di malinconia,
    ci infiamma di gioia
    una leggera piega delle labbra
    che racconta prima delle parole
    il passaggio di stagione nei nostri cuori
    e soffia la polvere dai pensieri
    sospesa sopra gli occhi;
    le palpebre muovono di nuovo il tempo.
    La parola prende forma dalla vita...
    mentre scorre,
    la vita forma le parole
    solo per berle.

     
  • 20 dicembre 2011 alle ore 22:42
    Le parole del silenzio

    In mezzo al rumore di tante parole, Io
    ti guardavo in silenzio...
    Tu, ridevi, ballavi, bevevi,
    coloravi il silenzio;
    Il silenzio è uno spazio interiore
    un filo che lega le cose
    scavalcando le parole,
    quelle che già ci siam detti
    quelle che ci diremo ancora...
    in silenzio.

    tratto da " Ombre di parole "
                 ( Ibiskos-Ulivieri 2008 ) 

     
  • 18 dicembre 2011 alle ore 0:04
    In quei momenti

    Non in anni o mesi misuri la tua vita
    ma solo in " quei momenti "
    che tra le tue dita
    fermano per un attimo il corso delle cose.
    La vita, quella viva,
    non scorre con il tempo,
    ma salta in mezzo ai giorni,
    legge tra le righe,
    ritaglia i " suoi " contorni
    s'impiglia in " quei momenti "
    legando le distanza tra una parola, proprio quella
    e quella risata: io mi ricordo quella.
    Poi continua a rifluire
    tra le cose più consuete
    con il ritmo sempre uguale
    che  una sveglia ti ripete...
    mentre in " quel momento  ", lentamente ti allontani,
    fotogramma vivo tra gli spazi neri,
    per ricomparire ancora,
    in quella strada, su quella porta, in quella volta,
    ad accendere la vita e il tempo nei miei pensieri. 

     
  • 17 dicembre 2011 alle ore 23:50
    Vorrei guardarmi con i tuoi occhi

    Vorrei guardarmi una volta sola con i tuoi occhi
    per sapere cosa svanirà per ultimo dai tuoi ricordi,
    cosa sbiadirà di meno, alla fine, il Tempo:
    quell'unico alito vero che mi sopravviverà
    perchè l'avremo respirato iniseme,
    immateriale e incorruttibile,
    leggero,
    nei vortici del vento. 

            tratto da  " Ombre di parole "

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 17:02
    I passi sui pensieri

    Segue il ritmo caldo della nostra voce
    corre su questi piedi nudi
    cerca i passi sulle labbra e tace
    avvinghiando le spalle come scudi
    scalda la musica con il sangue 
    questo ballo che morde le nostre lingue.

                             
         tratto da  " La felicità è fatta di occhi che si riconoscono " 
                              ( Ibiskos-Ulivieri 2011 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:59
    Masticando il tempo

    Dopo giorni sazi
    di cibo e impressioni che mordi
    la memoria ha bisogno di spazi
    per sistemare i ricordi
    e tu hai bisogno di tempo
    per far spazio nella memoria tra i visi
    richiamare i ricordi in un lampo
    dare un posto ai sorrisi.

             tratta da  " La felicità è fatta di occhi che si riconoscono "
                              ( Ibiskos-Ulivieri 2011 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:54
    Camminiamo, ancora

    Regaliamo i nostri nomi alle cose
    e prendono vita,
    diamo respiro ai pensieri
    e prendono forma,
    disegnamo i nostri piedi su fogli nuovi
    e compaiono passi che prima non c'erano...
    ...camminiamo...ancora.

                                                                     
        tratto da  " La felicità è fatta di occhi che si riconoscono "
                         ( Ibislos-Ulivieri 2011 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:50
    I colori della nostra Africa

    A tutte le latitudini
    il sole ha lo stesso, identico colore
    ma brucia di più
    in quelle deserte solitutudini
    proprio su quelle pelli di colore;
    L'attenzione per gli altri,
    per quelli già bruciati,
    ci brucia nell'anima,
    tra tutti i colori che ci hanno chiamati,
    inseguendo la musica,
    sulle pelli dei tamburi
    della nostra Africa.

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:45
    Dalle mani

    Scivola dalle mie mani,
    come la vita,
    questa pioggia che scorre;
    Lacrima che bagna i miei sogni,
    come la terra, induriti...
    che il tempo rincorre.

                                                         
        tratta da  " Ombre di parole "
        ( Ibiskos-Ulivieri 2008 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:42
    Sul filo dei ricordi

    Noi raccontiamo i luoghi
    e i luoghi raccontano di noi,
    immaginiamo colori,
    le immagini si colorano con noi;
    Hai appeso ad asciugare sul filo i nostri ricordi
    e serve già un altro terrazzo
    per un nuovo giorno di sole...
    la memoria sta già assaporando il presente
    mentre abita il passato.

                                                         
       tratto da  " La felicità è fatta di occhi che si riconoscono "
                        ( Ibislos-Ulivieri 2011 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:37
    ...di calcio e di sabbia

    Calcarea come la pietra
    leggera come la sabbia
    disabitata come il dolore
    concava come una mano 
    bella come l'amore,
    foglia,
    guglia,
    conchiglia...

                                   
                                               
     tratta da "  La felicità è fatta di occhi che si riconoscono "
               ( Ibiskos-Ulivieri 2011 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:34
    Solo parole per camminare

    Finchè avrò qualcosa in cui sperare
    i giorni avranno un senso, superfluo il resto,
    finchè avrò qualcuno da aspettare
    correrò insieme al tempo, per far presto,
    quando avrò solo parole per camminare
    con quelle, continuerò a cercare in ogni posto,
    qualunque fosse il prezzo da pagare
    per la vita e il tempo, sarebbe quello giusto.

                                                     
      tratta da  " Ombre di parole  "
                    ( Ibiskos-Ulivieri 2008 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:28
    Annusando l'amicizia

    Annusare nell'umidità, sospesa, la solitudine
    per terra il collare di un'amicizia lontana,
    come un cane, con le orecchie aguzze
    ad afferrare la voce
    di un legame
    che non sia un guinzaglio.

                                     
       tratta da " La felicità è fatta di occhi che si riconoscono "
                        ( Ibiskos-Ulivieri 2011 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:24
    Fari nella notte

    I fari guardano dritto nella notte
    ma la luce si incastra nella nebbia,
    cercare nella rete maglie rotte
    rimbalzare bianco cieco come sabbia,
    cancellando la forma delle cose
    o dandogliene ogni momento una;
    forse erano occhi diversi nel guardare
    od un linguaggio nuovo per parlare
    se a strappare parole erano bicchieri
    o fumo prestare nuvole ai pensieri,
    sprazzi di luce, pezzi di cose,
    le carte del tempo si confondono
    se non vedi lo spazio tra le case,
    la notte è spazio nella mente,
    sospesa,
    tutto può essere dovunque...
    e tu ci sei.

                             
        tratta da    " Ombre di parole "
                ( Ibiskos-Ulivieri 2008 )

     
  • 04 dicembre 2011 alle ore 16:18
    Un orizzonte di montagne che non conosci

    E' rarefatto lo spazio
    se non ritrovi i luoghi,
    e sospeso il tempo
    se non vedi gli scopi,
    è un crepuscolo
    su un orizzonte di montagne che non conosci
    come svegliarti al tramonto
    in una stanza d'albergo:
    confuso...esci.

                                     
      tratta da   " Ombre di parole "
                 ( Ibiskos-Ulivieri 2008 )

     
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  • 08 marzo 2012 alle ore 0:20
    Dicono che scrisse ancora

    Come comincia: Caro Andrea, di tanto in tanto ricordo il bordello di Caracas con quella porta spalancata sulla penombra di un altro mondo, il ballatoio di sopra dove aspettavi invano che si affacciasse la trasgressione, il frastuono dell'orchestrina sulla polvere della strada che, complice, copriva qualsiasi rumore imbarazzante ed il sorriso indecifrabile dei musici che avrebbero continuato    imperterriti a suonare anche se fosse sceso giù il diluvio.
    Ricordo i copertoni girare ammaestrati dalle mani dei bambini come animali domestici al guinzaglio , un pallone di stracci, le granite scivolare nella gola e sulla pelle rovente tra acquitrini che si gonfiavano ad ogni secchiata da una porta spalancata.
    E anche la vita si gonfiava, irrazionale ma evidente, scandita da quelle stesse risate che ridevano di lei stessa e forse anche di me che mi affannavo a ritrovarne un senso, una direzione.
    E poi immaginavo oltre la città il nulla, un limbo senza forma dove le passioni si stemperavano, le grida si affievolivano, le bocche si cucivano in un silenzio di attesa per ritornare ad accelerare in un luogo altro sufficientemente lontano da aver dimenticato tutta quella pena...ma solo per trovarne un'altra altrettanto profonda.
    Questa foresta è fatta di presenza animali e vegetali ed è fatta di ombre, delle ombre di chi vorremmo e non vorremmo incontrare, un appuntamento rinviato dopo ogni albero, un grido tra il fogliame scambiato per una voce, il nemico che sembra a volte esistere solo nella nostra testa ed in questa attesa di preparativi, di scaramucce, di lotta con le zanzare e di pazienza impaziente ad aspettare quel giorno.

     
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  • Un taglio trasversale dell'esistenza umana, tangente il bordo dell'abisso, "Luce Nera" di Nicola Vacca accende i riflettori sul backstage della narrazione dell'uomo:L'indicibilità del male eppure la sua consustanzialità alla nostra esperienza. Non è un caso che la silloge sia inaugurata dall'occhio millenario di Isaia che "scruta il cielo di Dio da questa terra malferma di peccatori" confondendo suburanio ed iperuranio, accomunati dalla contaminazione del bene e del male dove "angeli di carne camminano insieme agli assassini di ogni bene" (p.I). Il profeta, cerniera oracolare tra alto e basso, traduttore di un linguaggio ineffabile, posa il piede nel territorio del sacro dove tutto è Caos. Il medesimo "caos" che "vuole il dubbio ma poi semina disordine nelle anime violate dalla colpa, dal torto" (p.II). E lì rimane invischiato nella contaminazione primigenia dei contrari, irriducibile all'arrendevole metro della ragione che tenta tassonomie che naufragono miseramente nelle sabbie mobili dell'Indistinto. La perfezione è la contemplazione estatica del Nulla, l'impostura più grande e allora la scelta necessaria è "l'incompiuto, una traccia da seguire anche se lasciata da un'orma che vacilla"(p.XI), orma che è insieme sé ed altro da sé, orme di nostri ed altrui piedi, "Parole per camminare con un'anima che indossa l'intuizione di una pista dorata"(p.LIII) per un cammino lastricato di parole, per questo Vacca ci confessa:"metto per iscritto le parole con l'intenzione di liberarle, scrivo su questo disordine di pagine e l'unica cosa che viene fuori è un grido che lacera l'amore"(p.XIV). Necessario, infatti, guardare le parole inchiodate dall'inchiostro, per vedere allo specchio quel sangue nero rapprendersi dalla nostra bocca poiché "Ci affanniamo a vestire la vita" sia pure con i nostri poveri cenci da Arlecchino mentre in agguato "c'è sempre la Storia che porta con sé un nuovo tempo del male che si dilegua nella nostra apocalisse quotidiana"(p.XV).Questo nostro svelamento personale contro la narrazione paradigmatica dell Storia. Necessità di parole apocrife con un eccedenza di senso, perché "Le parole apocrife sono il mezzo più sicuro per non perdere la follia"(pXIII), una semantica multipla che suona più registri narrativi, per questo "forse è stato vano il tentativo dei filosofi di voler dare all'esistere una forma"(p.XXIV). "La vita morde gli anni e si sta tutti nell'avamposto del mondo in cerca di una difesa: l'attacco porta con sé minacce"(p.XXVII).Non rimane che "Essere immanenti alle cose e interrogare Dio senza pretendere alcuna risposta"(p.XXVII). In questo deserto dei Tartari Giobbe non avrà una seconda possibilità ma non smetterà di interrogarlo, il suo dio. La sua eticità non giustifica la pretesa di una benevolenza divina, solo timore e tremore.Nessuna giustizia necessaria, al contrario: necessità nell'assenza celeste di una giustizia antropomorfa. Al di là del bene e del male l'Universo mondo, ancorato alla necessità del bene e del male l'Universo umano, questi con l' illusione che tutto il cielo sia azzurro, quello con la certezza che il colore degli spazi siderali sia il nero, quella Luce Nera di Nicola Vacca è l'incommensurabilità della dimensione della divinità solitaria e deserta alla provvidenza materna sub specie societatis. Ma se "Abbiamo già perso perché non sappiamo resistere alla bellezza sinistra del terrore" sappiamo comunque che "C'è una dolcezza nella malinconia che si stampa nel cuore".

    [... continua]

  • Siamo tutti nani sulle spalle di giganti nelle sembianze, alternativamente, di figure simboliche di riferimento o proprio di uomini in carne ed ossa ma che spesso si rivelano più nani dei nani: il primo dei molti nuclei di "Buio per i bastardi di Pizzofalcone", l'ultima fatica (ma in realtà una storia densissima, una valanga che travolge parlando di sè) di Maurizio De Giovanni.
    E' la caduta dei giganti raccontata in una filigrana inconsapevole e disarmante da Dodo, il bambino rapito, che non dubita neppure un istante di essere "il piccolo re del suo papà gigante", incarnazione potente di Batman, il suo eroe, che, fortunatamente, porta con sé nei giorni bui della prigionia.
    E per una ragione naturalissima è proprio la fantasia che gli permette una personale interpretazione di quella vicenda vissuta, troppo grande per lui, che, paradossalmente, nella sua radicale differenza dal quotidiano, è molto più simile al fantastico e quindi più gestibile per un bambino.
    E quella fantasia fa il paio con l'immaginazione come unica chiave di volta per affrontare situazioni nuove ed insolite come in una poetica di Italo Calvino riecheggiando la straordinaria lettura di Roberto Benigni ne "La vita è bella".
    Ma questo Batman sembra esausto e Dodo non può e, di sicuro, non vorrebbe saperlo.
    Non sarà un caso se nel prossimo film in uscita nel 2015, Batman, interpretato da Ben Affleck, sarà appunto stanco?
    Stanco non della sua missione ma proprio per la sua missione, stanco ed esausto della lotta contro il crimine, come afferma il regista Zack Snyder, in qualche modo più umano, quasi incarnato.
    Potremmo riconoscerci nella "Società della stanchezza", nella definizione del tedesco- coreano Byung-Chul-Han riprendendo la lettura kafkiana del mito di Prometeo, "quando le aquile si stancarono, gli déi si stancarono e la ferita stanca si chiuse", ribadita realisticamente nella figura degli "Sdraiati" di Michele Serra, ulteriore declinazione dell "modernità liquida" secondo Bauman.
    Sono ancora domande rivolte al lettore, queste, evidentemente e "Buio", in tal senso, le sottolinea.
    Il rapimento di Dodo non è soltanto "lavoro" per i "bastardi di Pizzofalcone" ma è, soprattutto, un punto interrogativo sulla dimensione della loro paternità.
    Ciò che ci accade intorno è sempre una domanda rivolta a noi, alla nostra vita, siamo in gioco anche quando apparentemente non lo dovremmo essere poiché quella cosa non ci riguarda, niente veramente non ci riguarda e quindi tutto...
    Nel libro di De Giovanni sono domande sulla paternità che interrogano l'agente semplice Guida sui suoi tre figli, così come il vicesovrintendente Ottavia Calabrese sul suo Riccardo, autistico, che ha necessariamente polarizzato e sicuramente ingessato la sua vita, ma anche l'apparentemente indecifrabile ispettore Lojacono con la sua Marinella, il tutto diluito e poi condensato nella metafora della vita che scorre sempre uguale per poi giungere ad un tempo che spariglia le carte, che interrompe il quotidiano e che, nell'illusione del decollo, si traduce in rovina, quel "maggio" che somiglia così tanto all "'aprile delle allodole di Rilke" o alla "sagoma nera del cannone di Guccini".
    In questo "più che giallo" di Maurizio De Giovanni, anche se sono sempre individuabili i responsabili, sembra quasi che non ci siano veri e propri colpevoli più di quanto essi stessi non siano, a loro volta, vittime, attraverso la stretta cruna tra causa e colpa.
    E così, l'analogia profonda del cortocircuito dall'amore autentico al possesso, che accomuna il legame di Lena e del padre di Dodo verso il bambino, tradiscono entrambi una mancanza che riguarda ancora una volta la relazione genitoriale;
    Lui per eguagliare in qualche modo le "oblique imprese" del suocero, quasi in un rapporto di filiazione rovesciata e lei per la frustrazione da abbandono dei figli lasciati in Serbia come una maternità negata, in qualche modo abortita.
    Sembrano risuonare qui le storie vere delle giovani donne tedesche di inizio Novecento che rappresentarono l'intuizione interpretativa psicopatologica del giovane Karl Jaspers.
    Anche'esse avevano dovuto abbandonare i loro figli nelle campagne d'origine per diventare le tate dei bambini che poi avevano ammazzato.
    Proprio da qui partì uno dei due grandi filoni psicologici, quello fenomenologico, che cercò di trovare un "senso anche alla follia al di là di ogni ragionevole non sens ".
    Da questo rapporto così profondo con Dodo scaturisce la dimensione del possesso che pretende di legittimare in qualche modo l'uso del bambino come proprietà personale.
    E su questa base si innesta anche la dimensione della transitività della colpa e la diretta proporzionalità della misericordia al sacrificio di se stessi, del cristiano "non c'è amore più grande..." nella figura, al contempo serena ed inquietante, di frate Leonardo.
    De Giovanni radicalizza con lui il messaggio cristiano dell'Agnello carico del fardello più pesante: la Colpa più grande.
    Intrecciando così la dimensione, diremmo postmoderna, dell'eutanasia alla millenaria dimensione cristiana del sacrificio di se stessi.
    Ma anche questo cortocircuito è una trappola circolare tra il frate e la sua amicizia fraterna nella persone del vicecommisario Pisanelli in cui lo stesso appiglio esistenziale annulla la ragione dei due opposti, rendendo evidentemente impossibile da stabilire quando veramente c'è un "cuore ( ormai ) deserto che continua a battere".
    Probabilmente perché gli eroi normali consistono della loro autenticità, nella consapevolezza delle loro miserie, pagata al prezzo di una maschera obbligatoria da indossare, ma che "al momento buono verranno fuori, e saranno perfettamente uguali a se stessi..."

    [... continua]