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Racconti di Paolo Fiore

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  • 08 marzo 2012 alle ore 0:20
    Dicono che scrisse ancora

    Come comincia: Caro Andrea, di tanto in tanto ricordo il bordello di Caracas con quella porta spalancata sulla penombra di un altro mondo, il ballatoio di sopra dove aspettavi invano che si affacciasse la trasgressione, il frastuono dell'orchestrina sulla polvere della strada che, complice, copriva qualsiasi rumore imbarazzante ed il sorriso indecifrabile dei musici che avrebbero continuato    imperterriti a suonare anche se fosse sceso giù il diluvio.
    Ricordo i copertoni girare ammaestrati dalle mani dei bambini come animali domestici al guinzaglio , un pallone di stracci, le granite scivolare nella gola e sulla pelle rovente tra acquitrini che si gonfiavano ad ogni secchiata da una porta spalancata.
    E anche la vita si gonfiava, irrazionale ma evidente, scandita da quelle stesse risate che ridevano di lei stessa e forse anche di me che mi affannavo a ritrovarne un senso, una direzione.
    E poi immaginavo oltre la città il nulla, un limbo senza forma dove le passioni si stemperavano, le grida si affievolivano, le bocche si cucivano in un silenzio di attesa per ritornare ad accelerare in un luogo altro sufficientemente lontano da aver dimenticato tutta quella pena...ma solo per trovarne un'altra altrettanto profonda.
    Questa foresta è fatta di presenza animali e vegetali ed è fatta di ombre, delle ombre di chi vorremmo e non vorremmo incontrare, un appuntamento rinviato dopo ogni albero, un grido tra il fogliame scambiato per una voce, il nemico che sembra a volte esistere solo nella nostra testa ed in questa attesa di preparativi, di scaramucce, di lotta con le zanzare e di pazienza impaziente ad aspettare quel giorno.