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in archivio dal 12 mar 2008

Paolo Giuseppe Alessio

15 settembre 1974, Torino

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  • 12 marzo 2008
    Figli del caso

    Come comincia: Era stata una giornata come le altre. Così pensò Lola, uscendo dal lavoro. Si sbagliava, ma non se ne sarebbe accorta quel giorno. E, soprattutto, quel giorno non c’entrava affatto il lavoro.
    Alla fermata dell’autobus, fissò le punte sempre lucide degli stivali. I tacchi a spillo affondarono nell’asfalto morbido come la pelle. Lei si chiese per quanti giorni o settimane li avrebbe portati ancora. Aveva letto da qualche parte che una donna nella sua condizione deve camminare comodamente ed evitare i sentieri più difficili e sconnessi.
    Niente da fare, allora. Le strade della sua vita ben presto non sarebbero state più adatte ai suoi stivali, e nemmeno a una donna come lei.
    La giornata era iniziata con più ironia del previsto. Sempre in strada, sempre portando a spasso la creatura ancora minuscola del suo corpo splendido, con le gambe smaglianti aveva percorso leggera i pochi metri dalla fermata al lavoro. Si era accesa una sigaretta, immune ai pericoli per le donne nelle sue condizioni.
    Aveva pensato: “Oh, non me la sono scelta io, oh, non è ancora detto che non sia una cosa passeggera”.
    Era riuscita a sorridere al pensiero che nove mesi non sono una pena eterna e nemmeno obbligatoria. C’è sempre una via di uscita, quando si è giovani, belle e si hanno gambe e cosce agili e snelle. Sempre meglio di tante stordite che vanno per il mondo senza meta.
    E così si era trovata a seguire i passi di una di quelle: formosa, bionda, forse disponibile. La zona, del resto, era tutta un invito agli incontri veloci. Larghi viali anonimi, auto saettanti, nebbia sottile e quasi perenne, che ti si posa sul viso appena esci di casa e ti cambia i connotati. Impossibile accorgersi se un’auto rallenta, se un uomo si ferma. Nessuno vede chi scende e chi sale.
    L’aveva seguita per molti passi, perché guarda caso andavano nella stessa direzione. Al semaforo l’aveva raggiunta e sfiorato con la sigaretta l’enorme mastino che la portava al guinzaglio. Pensò in un lampo che i cani proteggono meglio degli uomini. Osservò il corpo nero dell’animale e colse un brivido veloce strisciare sotto il manto, insinuante come il peccato. Poi vide il mozzicone della sigaretta a un millimetro dal costato del nervoso killer. Ringraziò il cielo di averlo solo sfiorato. Entrò al lavoro. E giurò di fare delle bionde un ricordo del passato.
    Così, quella sera fu diversa dalle altre. Alla fermata Lola non accese la sigaretta e pensò che ci sono interruzioni più dolorose. Poi le sue ginocchia si fecero varco tra la ressa immonda dell’autobus più affollato e gremito della storia.
    A lei però era sempre piaciuto l’assedio ubiquo della folla. Era sempre riuscita a non stupirsi per le mani di troppo e a prenderle come una lusinga. Dopo una giornata di contatti rarefatti e spinosi, l’abbraccio della calca le dava sollievo. Anche quella sera.
    Sbirciò il titolo del libro letto dalla donna lì a fianco. Si chiese se fosse quell’anima a leggere il libro o il libro a leggere l’anima. Le rimasero oscuri il titolo del volume e il nome dell’anima.
    Paragonò le settimane precedenti alle figlie un po’ beffarde del caso. Ricordò le decine di operazioni annullate, dietro allo sportello, o tutte le volte che si era sdraiata e aveva lasciato fare. Nel suo caso, non c’era revisione né via di scampo. Solo un taglio netto e arbitrario.
    All’improvviso, la donna con il libro le mise il titolo sotto gli occhi, ma Lola li volse altrove.
    “Per Dio, nessuno mi deve imporre che cosa leggere. E forse, domani o dopo domani, abortirò!”, pensò con rabbia e lacrime. E concluse che noi tutti, noi tutti a bordo dello stesso maledetto autobus, siamo figli del caso.