username o email
password

Ti piace Aphorism?
Segnalaci su Google

Inserisci la tua e-mail per ricevere gli aggiornamenti

in archivio dal 31 gen 2007

Paolo Secondini

30 giugno 1950, Aquino

elementi per pagina
  • 20 aprile 2007
    A mio padre

    E quando, padre, alzavi la voce
    con durezza, forse ti odiavo:
    odiavo colui che precludeva
    al mio volere il libero fluire,
    e non potevo altro che opporre
    ai tuoi comandi il mio mutismo
    iroso, sentendomi privato
    di un diritto, defraudato.

    Per strano caso, ora che manchi,
    i tuoi rimbrotti vedono me
    gridarli a loro, i miei figli,
    più testardi e ribelli di quanto
    io non fossi. E comprendo
    come avevi ragione,
    quanto amore ispirasse
    la tua voce, le tue false minacce.
    Non odio, né rancore!…
    In me, padre, ritrovo te stesso.

     
  • Dormivi di giorno,
    vestito,
    per alzarti già pronto
    all’ora fissata,
    e recarti dove la tela
    aspettava paziente,
    oltre il biliardo.

    (Qualcosa di vago nell’aria
    pregna di assenzio!
    Rumore di spessi bicchieri;
    labbra tese a sorbire
    il liquido amaro;
    occhi fissi nel vuoto).

    E così ogni notte
    – per tre lunghe notti –
    nel caffè di Arles hai ritratto
    con verdi, rossi e gialli,
    le passioni dell’uomo,
    la sua solitudine.
    Nel colore hai trovato
    la sua vita,
    il suo muto dolore.

     
  • 03 aprile 2007
    Ruralità

    Nelle povere case, un tempo,
    il fumo sapeva d’incenso.
    Tutti a ingoiarlo, attorno
    al camino, nell’unico ambiente:
    stalla-cucina-dormitorio.

     

    Il vecchio, la pipa fra i denti,
    narrava di storie passate.
    Gli orecchi ascoltavano attenti;
    gli occhi fissavano il fuoco.
    I bimbi, alle poppe materne,
    sognavano angeli biondi.

     
  • 29 marzo 2007
    In attesa

    La prima finestra s’apre
    sulla strada cigolando lieve
    sui cardini arrugginiti.
    Pare la bocca sbadigliante
    della casa che si desta
    al nuovo giorno.
    Una testa canuta si sporge:
    una vecchia, ha quasi cent’anni…
    Con dita tremanti carezza
    la pelle rugosa; sospira:
    un altro mattino è già qui,
    conquistato…
    Poi volge lo sguardo
    fra i tetti al cielo lontano;
    ne osserva, in attesa,
    il chiarore – sospira di nuovo –,
    l’azzurra purezza…
    Ora brillano vivi i suoi occhi
    d’intenso sorriso, mentre
    palpita forte il suo cuore
    per quanto ella spera:
    salire – oh, questo solo! –
    un giorno in quel cielo

     
  • 20 marzo 2007
    La mia preghiera

    Non possiedo che poche parole da dirti,
    le sole che mi hanno insegnato,
    che uso da sempre, le stesse parole
    che ascolti da tutti, in vari momenti.
    Unisco la mia alla voce degli altri:
    lo faccio in segreto, tacitamente,
    non nel luogo più bello, adatto a pregarti.
    Ma tu, io lo so, non ti formalizzi per poco,
    non badi né a cori né a incensi,
    non ti scandalizzi se vengo di rado
    alla casa diletta. Non per questo ti adiri,
    mi ami di meno. Ti preme che ciò che io dico
    sia detto davvero, con cuore sincero.

     
  • Innocente incoscienza di un’età
    vissuta tra campi e fiume,
    sotto il sole cocente di un’estate
    antica, nudi dalla cintola in su,
    bruciati i visi dal caldo del meriggio,
    sudati e sporchi, stanchi, ma felici…

     

    Strisciar nell’erba verso il gruppo
    tranquillo di animali, ficcar la mano
    nel sacco al muso dei cavalli
    per prenderne carrube, sentir
    vibrare umide labbra con iroso nitrito,
    ritrarla svelti, forte ansimando,
    il cuore in gola…
    Inorgoglirsi poi di quella prova,
    di quel coraggio virile.

     

    E quando sera, scovar fantasmi
    dalla casa, sul fiume, abbandonata
    tra querce secolari; vociare, berciare,
    perfino dileggiarli, costringerli
    a mostrare il loro viso…
    ma poi fuggire a rompicollo urlando
    per verso chioccio di un uccello,
    da noi creduto grido di un dannato.

     

    Innocente incoscienza di un’età
    vissuta tra pianto e riso
    – sotto il sole cocente di un’estate antica –
    tra poco e niente… tra verdi campi
    e chiare acque del fiume.

     
  • 19 febbraio 2007
    Quelle notti

    Quelle notti dal cielo
    così basso da toccare
    le stelle a una a una;
    quelle notti a correre
    ansanti tra le stoppie
    riarse, a piedi nudi:
    sentir male ai ginocchi,
    alle mani, per subitanea
    caduta, poi ridere ancora;
    quelle notti a inseguire
    cani randagi negli androni
    deserti o tra siepi di rovi;
    quelle notti a sentire
    il canto argentino
    delle cicale, cercarle:
    fantasmi nascosti nelle cose;
    quelle notti d’estate
    trascorse a gridare,
    ragazzi, nel firmamento
    di lucciole erranti…
    io le ricordo.

     
  • 14 febbraio 2007
    E' anche la tua terra

    Se chiedi il mio nome ti rispondo Khader.
    Vivo nel piccolo tugurio costruito dai miei
    su questa terra, arida come una gola disseccata,
    povera come le orbite di un cieco.
    Solo mani callose possono ararla,
    e cuori abituati alla fatica, a ogni dolore.
    Terra non bella, desolata, spesso cimitero!

    Ma essa è pur sempre la mia terra,
    e quasi ogni giorno mi dà il pane,
    quel pane salato che mastico adagio
    dinanzi al tugurio, verso sera, contro il tramonto.
    Come vedi, c’è poco da trarre dalla mia terra,
    ma quel poco che offre è per tutti.
    Tutti quanti possono starvi e vivere in pace,
    che si chiamino Simon, Amir, Ismael, Jamil,
    Mordechai, Musa’ab. Tutti quanti hanno diritto
    a costruirvi un tugurio, una casa,
    a dissodarla e piantarvi il seme del grano,
    annaffiarlo soltanto col sudore...
    Per questo il pane che dà sa troppo di sale.

     
  • 01 febbraio 2007
    Vicolo antico

    Tra queste mura di pietra
    il tempo è silente.
    Alita il sole sul viso
    della casa la sua luce calda,
    di cui la vecchia non gode
    seduta in penombra,
    dove la vita si cela
    o pian piano svanisce.
    Guarda un bimbo che gioca,
    per terra, a intrecciare ghirlande
    con erba acetosa.
    È nel sole.
    I folti capelli brillano d’oro,
    gioiscono quasi,
    esultano gli occhi
    di nera ossidiana.
    Mette in bocca le verdi
    ghirlande e mastica,
    succhia,
    poi storce la bocca:
    si sente tradito,
    inasprito,
    da quello che miele non è.
    Sorride la vecchia,
    distende le gote,
    accende il suo volto d’un tratto.
    Ritorna alla vita, per poco:
    la candida smorfia di un bimbo.

     
elementi per pagina
  • Come comincia: Molti anni fa conoscevo un vecchio.
    Da come vestiva e viveva era l’esatto contrario di quello che ognuno di noi vorrebbe essere.
    Era sporco dalla punta dei piedi alla cima dei capelli: evidentemente conosceva assai poco, o per nulla, acqua e sapone. Indossava abiti logori, cosparsi di macchie, sempre gli stessi, sia d’inverno sia d’estate. Era un beone incorreggibile, tanto da trovare nel vino, preferibilmente rosso, la sua unica ragione di vita. Mangiava pesce crudo, sanguinolento, che prendeva a sua scelta direttamente dalla bancarella del pescivendolo, per il quale svolgeva funzione di banditore per le vie del paese.
    Tre volte a settimana, dopo la fine del lavoro, dopo avere cioè gridato per ore invitando a comprare questo o quel pesce, beveva e mangiava: vino rosso e sogliole crude, che dovevano dare al suo alito una “fragranza” di campi e di mare nello stesso tempo.
    Quel vecchio era anche un bestemmiatore incallito. Devo dire, in coscienza, non per sua scelta, ma per reazione a coloro che lo avevano “assunto” a oggetto dei loro trastulli, dei loro scherni crudeli.
    Ma pur conosceva, oltre alle bestemmie, parole più “caste”, nel senso che queste non andavano oltre le normali imprecazioni o espressioni scurrili, che usava come difesa dalle ingiurie che persone pulite (poiché si lavavano abitualmente), ben vestite (avevano denaro per rinnovare il loro guardaroba), che non bestemmiavano (dacché timorate di Dio e periodicamente, in chiesa, purgavano se stesse da qualche peccato) gli rivolgevano, non perché ne avessero motivo, ma per il semplice gusto di farlo o, forse, per il senso di fierezza o soddisfazione che i deboli provano nell’attaccare e piegare chi è molto più debole di loro.

     
  • 16 febbraio 2007
    Il pittore

    Come comincia: Quest’aria afosa m’impedisce di dipingere?
    Respiro a fatica e il sudore mi scorre sul viso a rivoli sottili. Il cielo è terso. Mai stato così. Almeno non ricordo. Neppure una nube a turbarne l’azzurra purezza. C’è una luce ideale.
    Sono davanti al cavalletto – pennello in una mano, tavolozza nell’altra – in attesa di porre un colore sulla tela che pare fissarmi sbigottita.
    Non mi decido. Non è il caldo, no. Non l’afa.
    Ho dipinto anche in condizioni peggiori. Con il freddo ad esempio. Quando le mani e le dita non sono che pezzi di ghiaccio, talmente intirizzite che neppure le senti o le muovi.
    Cosa mi manca perché cominci a dipingere?
    C’è tutto: verde nei prati, grigio nei monti, ocra, viola, giallo, cinabro e altri colori nei fiori, negli alberi, nelle case poco distanti… che sembrano in posa.
    Dunque?
    Ma sì!
    Credo mi manchi un azzurro più intenso e brillante di quello del cielo, un azzurro che faccia risaltare l’essenza delle cose, la più nascosta e viva: l’azzurro dei tuoi occhi.
    Ecco, vorrei fossi tu al centro del tutto, di questo paesaggio che attende che io lo ritragga; questo paesaggio che senza di te sembra essere privo, al mio sguardo, di un senso vero.

     
  • 14 febbraio 2007
    Nugae

    Come comincia: Bussano alla porta. Lo sparuto bidello del pian terreno sporge la testa.
    – Professore – mi dice, – c’è la mamma dell’alunno Tardini che vuole parlarle.
    Non riesco a reprimere un gesto di stizza: odio essere interrotto durante la lezione. Mi rivolgo alla mia scolaresca.
    – Scusate, ragazzi, torno subito.
    – Faccia con comodo – esclama Marioni dall’ultimo banco. – L’aspetteremo in silenzio, buoni buoni come agnellini.
    Lo guardo un istante; poi scuoto la testa sconsolato.
    – Sempre voglia di scherzare, Marioni?
    – No, professore, dico sul serio.
    Lo sento berciare, mentre esco dall’aula.
    Incontro la donna in sala professori; le stringo la mano e la prego di sedersi. Ella si scusa, non avrebbe voluto disturbarmi. Mi dice che non può, per via del suo lavoro, rispettare il mio orario di ricevimento. Poi, abbozzando un sorriso, viene al sodo. – Vorrei sapere come va il mio Renato nelle sue materie: italiano e storia, se non sbaglio.
    Mi ascolta stupefatta mentre le dico che suo figlio a scuola non combina nulla: è sempre distratto, impreparato, disturba la lezione, si assenta spesso.
    – Possibile, professore? Possibile?
    La voce della donna è venata d’angoscia. Le sue dita sulle labbra tremano leggermente.
    – Mi dispiace, signora, ma suo figlio è un pessimo alunno, forse il peggiore di tutto l’istituto.
    Mi fissa con occhi smarriti, senza far motto, immobile come una statua. A un tratto si scuote, e ripete:
    – Possibile, professore? Possibile?
    E subito aggiunge:
    – Non che voglia dubitare delle sue parole, ma posso garantirle…
    E giù una lunga tiritera sulla bontà, sull’impegno e sullo zelo del suo ragazzo, che non fa che studiare con grande passione, sempre chiuso nella sua stanza; che trascura perfino di mangiare, di svagarsi, di uscire con gli amici eccetera eccetera. Quindi conclude, con occhi velati di pianto:
    – Mi crede, professore? Mi crede?
    Come non credere alle parole di una mamma?
    Comincio a persuadermi che l’alunno Tardini sia vittima di uno sdoppiamento della personalità: non mi spiego altrimenti come a casa egli sia un dottor Jekill e a scuola un mister Hyde.

     
  • 31 gennaio 2007
    L'uomo immobile

    Come comincia: Perché quell’uomo, un distinto signore sulla settantina, si ferma abitualmente in quel punto della strada e guarda verso il cielo? Resta immobile, le mani allacciate dietro la schiena, gli occhi fissi, quasi incantati.

     


    Ogni volta che lo incontro, lo vedo in quella posizione e mi viene da alzare lo sguardo verso l’alto, senza che lui se ne accorga. Ma non vedo che cielo sereno, quando non vi sono le nubi, o, quando ve ne sono, cosparso di cirri o di nembi che minacciano pioggia.


    Mi allontano pensando che cosa quell’uomo possa guardare così intensamente e per lungo tempo. Infatti, se ne sta fermo in quel punto per vari minuti, senza che niente – voci, suoni, rumori – possa distrarlo.


    E sempre, quando lo incontro in quel tratto di strada, con gli occhi rivolti verso il cielo, mi domando la stessa cosa.


    Mi sto convincendo che la sua è soltanto una finzione, un atteggiamento, un qualcosa insomma che lo faccia apparire (per bisogno di originalità, di nuovo?) diverso dagli altri.


    Una posa, dunque?


    O piuttosto il mio è un credere ciò dal momento che il vero motivo sfugge alla mia comprensione?


    Il più delle volte, infatti, quello che vedono gli altri non lo vediamo, semplicemente perché non ne siamo capaci… E questo duriamo fatica ad ammetterlo.