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in archivio dal 03 dic 2011

Patrizia Milone

Napoli - Italia

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  • 03 dicembre 2011 alle ore 12:43
    Paradise cove

    Come comincia: “Ero tornato,finalmente,dopo un’assenza di due settimane”, mi era sembrata un’eternità. La mia scrivania, il mio studio, la luce del giorno ora mi si mostrava diversa,non sapevo spiegarmi perché ,o forse ero così sicuro di sapere il perché da occultarlo a me stesso. Eppure era vero, tutto mi sembrava diverso come estraneo ora mi  sentivo in quel luogo di sempre,tra gli oggetti di sempre .
    Ero tornato ma già pronto a ripartire se non fisicamente almeno con il pensiero perché ,era giusto che lo dicessi una volta per tutte, il mio posto non era più lì .
    Erano state quelle due settimane a ridurmi così,mi chiedevo sorridendo superficialmente,o al contrario era stato il tempo precedente a quelle due settimane a provocare in me questo cambiamento? Che cosa poteva essermi successo in quel lasso di tempo, breve come un fulmine e corrosivo come un acido, se adesso esitavo persino a sedermi in quel luogo prima amato e venerato?
    Non potevo far altro che ricordare le cose accadute ma adesso lo avrei fatto a sangue freddo, nudo e immune dalla trappola delle emozioni, senza compromessi con gli affetti, quasi un alter ego di me che presentava il conto a se stesso in quella stanza impreziosita dalla mia vita precedente.
    Solo così avrei potuto trovare la forza di ricordare ….. e sperare.

    …Non ci vedevamo più da cinque lunghi anni,non lo avevo mai più cercato ne lui mi aveva cercato. Eravamo scomparsi l’un l’altro, peggio di come si dissolva imperturbabile una conoscenza occasionale in un fastidioso  confuso ricordo.

    Lo rincontrai lì dove mi ero rifugiato dalle stanchezze del lavoro e dalle amarezze della mia maldestra vita matrimoniale,al Paradise Cove  suggestivo ritrovo della piccola insenatura di…Sissi.. sull’isola di Rodi.
    Mi guardò fugacemente ,poi in modo più attento, e fu allora che scorsi sul suo viso quella sardonica risata che ancora mi perseguita. Non fece niente altro che guardarmi negli occhi come per invitarmi a fare una mossa qualsiasi e aspettò.
    E in quel preciso momento, in una frazione di secondo, decisi quello che adesso mi ritrovo ad essere, gli sorrisi e  lentamente gli andai incontro.
    Forse fu proprio quel gesto imbarazzato e tenero a decidere per lui, si affrettò a raggiungermi e ci ritrovammo seduti  su un morbido divanetto in quel posto fuori dal mondo ma dentro il mondo di tutti, un posto di pace,anche per  due come noi..
    .Non posso affermare che fu facile  per entrambi, avevamo dato sfogo a un  odio reciproco nel tempo precedente e non fu particolarmente gradevole scorgere ,in quel volto stanco e provato, se fosse rimasto ancora lì quel risentimento che aveva caratterizzato i nostri cinque anni di assenza. Non mi chiese perché fossi in quel luogo, forse lo reputava superfluo dal momento che quel posto era una meta ambita per tanti turisti, ma fui  ancora io che mi ritrovai a parlare e a spiegare la scelta di quella vacanza
    E nell’attimo successivo al mio chiacchierare imbarazzato mi disse che lui  ormai viveva da tempo lì . Era cambiato, invecchiato e quella  stessa sensazione ,ero certo ,l’avesse percepita in me.
    Ci scrutammo come se volessimo denudare la nostra mente,come se ci volessimo denudare di quel verminaio di parole dette l’uno all’altro in passato.
    Riaffiorarono tutte insieme legate ,ora ,solo da un senso comune del pudore ,le stavamo ricordando all’unisono ,sottovoce, nel nostro animo avvizzito dal rancore e dalla disistima , ma erano là, io le percepivo ,tutte, e così lui.
    Quante volte gli avevo gridato, non sussurrato, che non valeva niente, che non era riuscito a imbrigliare la sua vita, che creava solo casini dappertutto,quante volte gli aveva arrogantemente sibilato che solo  grazie a me aveva avuto un lavoro, una speranza,….. 
    Quante volte mi aveva ripetuto che io ragionavo solo con il portafoglio,con il denaro, non ero capace di accettare, di capire, di sopportare,quante volte mi aveva disprezzato per la mia aridità ,per il mio orgoglio,….
    Fino a quell’ultima volta in cui ci svestimmo di ogni parvenza di decoro e di umiltà e venimmo alle mani, dolore reale su corpi reali, accanimento incontrollato dei nostri più infidi istinti aggressivi.
    Ero diventato per lui un monolite,una ruvida pietra contro la quale battere ferro o metallo non sarebbe servito a niente,perché i componenti più teneri, più fragili, più plasmabili si sciolgono, si distruggono, si fondono contro la pietra ruvida e millenaria.
    Così fu per lui, fu distrutto dalle mie parole, dal mio agire, dalla mia indifferenza ai suoi dolori alle sue insicurezze  alle sue incapacità di giovane uomo colpevole, ai miei occhi, di non risolvere la sua vita e le sue emozioni sul solido tavolo della compravendita del denaro e dell’arrivismo.
    E fu la fine del nostro rapporto, io lo evitavo e lo disprezzavo , lui andava cercando qualsiasi pretesto per parlare male di me. Quella resa incondizionata al massacro delle nostre anime e dei nostri corpi fu il punto di non ritorno. Lo cancellai dalla mia vita come lui cancellò me.
    La mia vita continuò in un alternarsi di periodi più o meno buoni,ero completamente immerso dal mio lavoro .Ci credevo .
    Tutto ciò che facevo mi sembrava ben fatto,raccoglievo consensi, manipolavo le persone, cresceva il mio conto in banca.
    Anno dopo anno andava crescendo in me la consapevolezza di sfondare, di toccare i vertici di uno strato sociale che incominciava a permettermi il lusso di non investire più tanto energie,lasciavo fare,come tirava il vento, come solo un uomo desideroso di potere sa fare,contatti, favori,assensi, imposizioni.
    Più cresceva il mio ego più sprofondavo lungo quel sottile confine tra la malinconia e il disinteresse per le cose e le persone. Più mi spingeva il motore del mondo, la ruota dell’affermazione, più intravedevo sempre più forte in me la trappola della inadeguatezza,dello svuotamento
    . Ne subirono gli effetti le persone a me più vicine, mia moglie, i miei figli,: si ritrovarono a convivere con una persona aliena in casa,andavo ,venivo, impassibile e inerte ai loro richiami,alle loro richieste di aiuto, di affetto ,di attenzione.
    Avevo creato con le mie stesse mani un personaggio spietato a se stesso,indifferente alle piccole cose, incapace di sorridere spensierato, inabile alle emozioni semplici, ovvie.
    Ogni tanto mi ravvedevo e nasceva in me la voglia di esserci, di vivere per loro e con loro, ma questi momenti si intervallavano con altri dove le assenze, le urgenze erano là ad aspettarmi  ,mi illudevo di essere necessario e indispensabile là dove il vento girava, là ai posti di comando.
    E svuotavo lentamente la mia vita di ogni conforto emotivo,immune alle ferite, agli attacchi e alle richieste degli altri, della famiglia ,del mondo dei deboli.
    Credevo di essere forte e corazzato dai pericoli del vuoto ma non fu così e lentamente  mentre maggiore percepivo la sensazione di sconfitta interiore più la subdola propaggine della depressione andava allargandosi dentro di me.
    L’ultimo anno l’avevo trascorso così in un’altalena di sensazioni,il fisico incominciava a risentirne e così anche chi viveva intorno a me scoprì il modo di crearsi delle alternative ,il modo di colmare i vuoti che senza accorgermene del tutto avevo creato.
    Ero ferito dentro e non conoscevo la medicina per guarire, o forse non la volevo la medicina,sarebbe stata amara, pungente debilitante,e l’allontanavo da me come lo spettatore che per non provare paura allontana le immagini più dure ,più crude, semplicemente con un telecomando tuttofare,uno zip e la paura si placava ,uno zip e il magone per le sofferenze e i lutti e il dolore degli altri scompariva, in un attimo, per lasciare posto alla solita tranquilla vita amorfa,indifferente,sicura.
    La vacanza di due settimane era stata l’ultimo dei miei tentativi di calmare i demoni del passato, il mio orgoglio ferito di uomo solo tra la folla,l’ultima ricerca di tranquillità se non di pace con me stesso, e fare spazio al mio cuore inaridito,tramortito dalla banalità della mia vita e addolorato dalla perdita degli affetti della mia famiglia.

    Ora su quel divanetto spartano dal quale potevo ammirare un mare cristallino e il volteggiare dei gabbiani che si venivano ad ammarare sull’acqua  o si ancoravano a spuntoni di scogli nerastri,noi due cercavamo di sciogliere i grumi di dolore del nostro cuore malato. Il mio cuore  fatto di infinito ,inutile orgoglio e superbia  il suo  modellato sui propri insuccessi ,la sua  vita bohemienne e vagabonda . In quelle due settimane infrangemmo sugli scogli delle nostre vite fallimentari il duro involucro delle nostre emozioni,e per due settimane tornammo ad essere i due giovani di tanto tempo prima quando  semplicemente eravamo contenti di essere fratelli.