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Racconti di Patrizia Solazzi

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  • 22 giugno 2009
    Le violette candite

    Come comincia: Una busta trasparente racchiude, come vetro, un gruppetto profumato, dal colore di viola scuro, alcune violette candite.
    Borsetta di vecchia zia, sapida di viola, allargata di mani bambine e bocche piccole, sorride di salotto buono, di pomeriggi lunghi, di ferri da maglia. Sull'odore d'erba tagliata passeggiano strade assolate, larghe di poche macchine, coi marciapiedi assetati di sole e grigi d'inverni, sul fiocchetto che racchiude le piccole caramelle resta annodato il desiderio di trecce da sciogliere, senza mi raccomando tirare i capelli e liberare l'aria che passa di mano alle dita comprese, tra  nastrini impertinenti.
    Una busta, che trasparente contiene come vetro un gruppetto di viole, non credevo che esistesse.
    Un mazzolino da mangiare, croccante di zucchero, cedevole tra i denti e sparso di profumo uguale uguale.
    Uguale al sorprendente blu violetta, colato con la punta del pennello tra foglie tenere e gelate, preziose tra foglie rotonde. Rotonde perché un colore simile non può stare tra punte e asterischi, ma tra morbide promesse.
    Può essere messo pazientemente in deliziosi gruppetti, raso al muro, perché fa ancora freddo e senza la presunzione dei narcisi alti e prepotenti, vanesi di giallo e bianco, le violette arrossiscono di colore, timido ma profondo, rarissimo viola tra i fiori, ma tanto da dare uno dei nomi decisivi alla tavolozza dei colori, tanto da dare spessore al blu, morbidezza al nero, profondità all'azzurro, freddezza al rosso.
    Persino può cambiare il corso alle invernali arance, punendole al marrone, rovesciandone il senso, abbassando il tono ai natalizi mandarini.
    Il viola delle violette, quello sì che è un colore impertinente, che non grida.
    Un pensiero profondo, ma fermo e non come quello spocchioso delle arance che anch'esse appaiono sulla stessa tavolozza, dove lì però si parla di sole, di terrazzi al sud, di giorni splendenti, raggi di mezzogiorno, lunghe estati di rossi e gialli a braccetto, per colorare rotondi la perfezione del sole.
    Nemmeno come il rosso sangue che turba e sconcerta, il blu cielo che a volte non mantiene le promesse ed è troppo ieratico.
    Il nero di marte così astrale e irraggiungibile e il bianco di titanio, che metallico e virginale, chiude tutte le speranze della passione, in una freddezza glaciale ... esse riempiono a mala pena il palmo piccolino, riempiono  la bocca tutta intera e spargono un profumo che prende sapore.
    Un colore che è anche un gusto, come anche le stesse arance, ma meno prepotente e famoso.
    Un profumo da borsetta, da fazzolettino, da signora d'altri tempi.
    Sotto la veletta del cappellino si chinava (ricordi?) dal bustino stretto un gesto gentile e quel  guanto aderente che porgeva stretta tra le dita una violetta candita alla bambina timida, che con un rapido inchino, imparato al collegio di suore, si affrettava a prenderla, prevedendo in bocca  il  sapore intenso e un po’ sciocco della caramellina di violetta candita, sbrigando l'affettato rituale, per riuscire a scappare il prima possibile.
    Una busta trasparente che racchiude, come vetro, una manciata di violette candite è fatto di essenza di profumo, immancabile sotto il collo e tra i capelli, nascosto, racchiuso in un segreto afrore, che inondava ( ricordi?) il negozio delle modiste, ricamate sulla biancheria nera per le prime notti delle giovanette prossime, quel mazzolino segreto veniva appoggiato impertinente sulle velature di sete.
    Le silenziose ricamatrici, tra le dita leggere svelte di aghi e fili dipinti, fiorivano di violette, come corteggiate e timide, sull’apparire di promesse vellutate, incantevoli angoli della mente disegnavano, alla fine, anche il piccolo cuoricino di vivido giallo, che sorprende e incanta al centro dei petali morbidi e rovesciati, come leggere palpebre scure, sete e velluti per ruvide mani, per gentilezze sognate, per notti di luna piena.
    Una busta trasparente che racchiude, come vetro, una manciata di violette candite è appoggiata sulla mia credenza, ne ho mangiata una e ne ho offerta una ai miei cari. In tutto ne abbiamo mangiate tre.
    Ho richiuso il fiocchetto viola e le ho lasciate li.
    Perché non si possono mangiare tutte insieme le violette candite, ma solo quando nell'aria passa ogni tanto, quel piccolo e sottile vento di ricordi, di primavere, di rondini, di quelle attese inutili, per tutti gli Aprili della mia vita.

  • 22 giugno 2009
    Lezione di disegno

    Come comincia: Un arco disegnerà una porta.
    Quella porta si appoggerà evidente e seria, con lo spigolo sinistro alla finestra.
    Sotto la finestra ci sarà un vaso, che fuori, sporgendosi con alcune petunie viola oltre l'affaccio del parapetto guarderà in giù e naturalmente anche oltre, lungo i tetti scompagni, trepidi di camini, di tegole scomposte, di fili penzolanti e fili del telefono.
    La penna muovendosi con rapide sospensioni e ripensamenti, disegnerà anche il soffitto e lo spigolo, che cercando l'incrocio a prisma dell'angolo, tratteggerà le ombre e tu starai attenta a scolorire tele di ragno, schiarendo i tagli del sole e lasciando che sotto la mano e la matita indecisa, la carta bianca sia tremante d'attesa...
    La lascerai aspettare, perché forse, se invece di una matita avessi un pennello rorido di colore all'acqua, eviterai accuratamente la richiesta e lascerai trasparire la trama ruvida e nuda del foglio bianco. Quindi, scendendo in basso troverai il pavimento e immaginando i passi di chi non si fa disegnare, come i gatti i cani e le persone scomparse, metterai in piano i pensieri, in modo che magari una matita coricata e morbida si stenderà come una pattinatrice in curva e in lunghe strisce soffici, riempirai lo spazio, risolvendo il problema di disegnare un piano.
    Un piano orizzontale è come certi pensieri innocui, poco restii, ben accetti delle orme altrui.
    Quel senso di orizzontale, di lungo e piatto niente, ma solido strumento per distribuire il peso del tuo cammino, avanti e indietro e anche di lato. Dove mettere i mobili, il tavolo, il letto.
    Avranno tutti i piedi ben appoggiati sul pavimento. Piccole gambe immobili sul lucido sostegno sicure.
    Devi disegnare anche quello che non c'è, ma che potrebbe esserci, se vuoi fare un pavimento come si deve.
    Ma se stai attenta al balzo della parete verticale, devi essere pronta a capire come partire per destinazioni incredibili, perché un piano verticale, altresì chiamato parete di fondo, porta con sé la scelta indomita se attaccare dei quadri o metterti a nudo, nudo, di fronte a qualche foto ricordo di te stesso ritratto anni fa, davanti a quel muro che potrebbe essere l'attesa, o la chiusura o il dolore di un ricordo.
    La parete bisogna capirla perché se è dipinta non può fare a meno della finzione, non è muro bianco e ti tradisce con la sua piacevole decoratività.
    Attenta però, che non è facile resistere alla provocazione di disegnare oltre, perché potresti venire risucchiata all'insù per un braccio e condotta con la penna che smania, fino al soffitto. E allora quello, vedi, è un problema.
    Perché il soffitto è per sua natura il riflesso del pavimento, ma meno accogliente, perché non ci si può camminare, è più protettivo, perché se è vero che non ti fa vedere il cielo, è vero anche che non ti fa sentire la pioggia, né il troppo sole. O la neve.
    La matita allora farà lunghe righe dritte e prospettiche, serene, poco inquiete, senza presenze, come un cielo senz'aria.
    Così, ti dicevo. che se sei partita alla grande, con la tua parete di fondo, verticale e piena di grinta, cerca di frenare in tempo con la mano e fermati. Perché ci sono gli angoli.
    Questi sono per loro natura esistenziale, luoghi strani, oscuri, pensierosi.
    Il punto dove si ferma la punta.
    O i punti, o le linee e la luce, o il corpo della mano indecisa, se non sa che deve per forza cambiare direzione.
    Gli spigoli non vanno disegnati, vengono da sé, come i dubbi e le perplessità, disegnando l'incrocio delle righe verticali, orizzontali con la profondità.
    Un tuttotondo tridimensionale, un luogo dove ci si potrebbe perdere facilmente, che crea per sua essenza il corpo dei piani, il centro del pensiero, che di suo è sempre contraddittorio e silenzioso, perché non ha bisogno di parole, un flusso oscuro, dove, capisci bene, non esistono né alti né bassi.
    Un lago d’ombra nel quale meditare.
    Gli spigoli sono anche quelli dei mobili, nella casa del disegno, e quelli dei letti dei tavoli e delle sedie.
    Gli spigoli possono essere o rientranti o sporgenti, come una riflessione che deve prendere una decisione e non ci riesce.
    Difatti dentro uno spigolo ci si sta a meditare, all'ombra della sua rientranza, oppure ci si sbatte contro, se non lo si avverte, ma che ti costringe a cambiare direzione, svoltando l'angolo rapidamente.
    Costruisci e pensa, la poesia non è dissimile, non cerca scorciatoie, ma disegna diligente, la forma della mente, così come la forma fa delle cose. La forma degli eventi, che sembra non abbiano un corpo.
    Ad esempio: una materia che si presenta liscia e capisci che lo è solo in apparenza, se " senti " che è ruvida come certe risposte sgarbate, mentre disegni quel piano, ricorda la tristezza dell'incomprensione, nel disegnare il dolore vibrante della solitudine che ti da.
    E anche, se ti ricorda la superficie del mare in certi giorni d'agosto dove il liscio piano azzurro si crepa all'improvviso di un sottile vento, allora disegnalo, senza pensare che stai viaggiando solo sulla carta e solo con la tua matita.
    Apparirà il pensiero come l'apparizione della forma.
    La sua storia è come la nostra, disegnala a larghi pensieri, mentre sul tratteggio delle supposizioni, disegnerai lo schizzo preciso della nostra storia.

  • Come comincia: Abbiamo mai capito cosa corre nel parco alle 6 della sera, in questi giorni?
    Un merlo, forse, o un lombrico che s’interra rapido perché adocchiato da quell'avido occhio giallo, che laterale e sospettoso, sposta da una parte o dall'altra la testa per centrarlo meglio.
    Magari corre ancora un pallone sull'erba lasciando una strisca di lumaca umida per l'ultimo calcio di un ragazzino.
    Sai, ancora non sono lunghe le giornate, anche se viene voglia di attardarsi sul far della sera, sospesi e senza pensieri, così, tanto per prendere gli ultimi sapori incerti, prima di una cena che è ancora lontana.
    Cosa corre nel parco alle 6 della sera in questi giorni? Corrono anche righe di suoni, che già urtano il percorso del lucido calare della luce, perché certamente il suono viaggia ed è diverso perché l'aria è più calda...
    Forse "fluttua"?
    Forse perde la sua verticalità a spirale per diventare più rotondo? Forse. Prova ad ascoltare bene... sono forse tutte "oh"?
    Non so, perché in realtà, corre di certo anche il pensiero, ma quello sappiamo che corre sempre.
    Credo però che corra in maniera differente, un po’ più struggente, appeso all'incomprensibile, appeso come ad un filo di un palloncino, per darci l’aspetto di una figurina di Peynet.
    Non pensate (addirittura) ad un pallone aerostatico... non esageriamo, quello succede solo d'estate, in quelle giornate accese come limoni, da cui colano succhi acerbi e metallici, solo un trascinarsi leggero, quasi volando, noi a bassa quota, strusciando appena appena il pavimento con la sola punta del piede e viaggiando senza peso, ancora con la sciarpa al collo, ma con la giacca già slacciata.
    Corre anche la voglia di fare una piccola corsa, magari quando non ti vede nessuno, per dare un'occhiata a cosa arriva al bordo del laghetto e raccogliere il fruscìo, già meno crudo, delle erbe palustri tratteggiate da piccolissime gemme verdi pallide, per immaginare di bagnarsi fino alle caviglie, come fanno le anatre, solo per sentire di che sapore è l'acqua, per avere una visione più ravvicinata del centro del lago e far scorrere lo sguardo un po’ più lontano del solito...
    Cosa corre nel parco alle 6 della sera in questi giorni?
    Fammici pensare... il mio pensiero che si attarda con il secchiello e la paletta e con la sabbia nel cerchio di giochi al centro del parco, quello adatto ai bambini, che non era come la sabbia del mare e mi sembrava sciocco già da allora perché... (accidenti) non si potevano fare sculture di sabbia, come quelle meravigliose che tentavo di imitare da piccola, che erano fatte da quei poveri madonnari, al paese di mio padre nelle Marche, che sulla sabbia in riva al mare, creavano con la rena umida degli splendidi altorilievi, con Madonne e Bambinelli al seno, circondate da cornici bellissime entro le quali lanciare piccole monetine... l'alta marea arrivava a lambire pian piano quei capolavori inauditi e pian piano se li mangiava tutti ... quel mare... ma tanto era ora di andare a casa a mettere un piatto di povera minestra sulla tavola.
    Non erano barboni, nemmeno anziani pensionati ma giovani artisti, uomini, ragazzi, che sembravano anche un po’ felici nel loro sogno d'arte, perché di arte si trattava e di abilità eccezionale, non imbarazzati a mendicare, perché compresi in un sogno, che durava lo spazio di due ore, a cavallo delle 6 di quei pomeriggi d'estate (perché, prima, il sole l'avrebbe polverizzati e più tardi, invece, si sarebbe fatto troppo scuro.)
    Poi, loro, accovacciati come in preghiera, sapevano bene che con il loro secchiello nell'altra mano
    (forse raccolto da qualche dimenticanza di un bambino sulla riva del mare) potevano inumidire continuamente le forme lisce e splendide dei volti modellati, bagnandole con quell'acquasantiera improbabile ma efficace di acqua salata, sapevano bene, dicevo, che a quell'ora i fidanzatini amavano fare due passi in riva al mare e si sarebbero fermati e incantati nel guardare, avrebbero poi lasciato cadere qualche soldino, attenti a non sfiorare la scultura di sabbia, ma chinandosi con rispetto.
    Forse, si sarebbero stretti tra loro di gioia contenuta e profonda, in un attimo d’intimità nel vedere tanta bellezza, a quell'ora, sul mare Adriatico, un mare speciale che lascia strisce di tramonti capovolgersi in un attimo trionfante, come uno specchio rivoltato all'insù e lentamente insieme a quella palla di fuoco, affogarsi all'orizzonte.
    Mentre nel mutare di infiniti colori, morbidi, delicati o infiammati e, sfoderando tutta la gamma dei verdi, dei rossi e degli arancioni, consentire pian piano al viola della sera di raffreddare tanta passione, per calarsi infine a fondo abbracciando l'ultimo spicchio di sole.
    Però, a quest’ora, anche la pelle di due cavalli sta mutando e, anche se te ne sei accorto solo adesso, sta succedendo da diversi giorni.
    Opposti, guardando uno a ovest e l'altro a est, le narici grandi e frementi al vento tiepido che si ammorbidisce e porta soffi leggeri, spostano così l'erba in piccoli mulinelli, sussurrando calore e sollievo ai giovani trifogli.
    Appoggiati l'un l'altro e opposti nel guardare, la pupilla orizzontale che medita sulle noiose crusche ormai passite, muovono i crini coi movimenti rapidi della pelle, resa leggera dal pelo che cambia a piccole ciocche, mostrando il raso prezioso e finissimo del mantello estivo.
    Le fruste delle code aiutano il muso dell'altro, cacciando le ultime mosche dalle labbra morbide e dalle ciglia lunghe dello sguardo.
    Mentre la luce si spiana cadendo d'orme larghe e trasparenti di sovrapposti ristagni, l’ombra di quei cavalli raderà il campo e la collina con il segno lungo e grafico di quelle caviglie incredibilmente sottili sopra gli zoccoli piegati e stanchi, che eleganti e fiduciosi si appoggeranno gentili al compagno, godendosi la sera che scende, mentre disegnano grafiche sagome azzurre sull'erba.
    Immobili si chiuderanno ben presto nella notte, confondendosi con le altre.
    La luna contornata di lattiginose trasparenze, seria e metodica, per sempre Dea di nessuna preghiera, si velerà a quest'ora, impaziente in attesa, dall'altra parte del cielo.

  • 22 giugno 2009
    Registrazioni innocue

    Come comincia: Solcava di blu quel blu profondo, crespato come un foglio di carta ruvida, lo sguardo di un cane, che preso in pieno dal vento freddissimo, respirava allargando le narici nere, decidendo quale paese lontano portasse tanto umido sale e tanta umida terra, così intensi da proiettare nella sua testa bambina un simile rigoglio di immagini.
    Piste lunghe come quelle di un aeroporto, intersecate di novità, suoni, odori, luci intermittenti, canti antichi. Sabbie e cammelli. Nevi gelide. Sussurri e parole, grida e nenie. Dialetti e ultrasuoni, canti di balene e delfini, meravigliosi odori di pietanze oltreoceano portate da piatti prelibati sulle ali del vento, odore di guerra, odore di pianto, odore di fiori tropicali, canti di uccelli e gracchiare di tutte le rane, muggiti e afrori di canti d'amore, abbracci silenziosi e grida di dolore, elefanti in guerra polverosi e arrabbiati, traditi da fiumi in secca, suoni di sabbie mosse dal ghibli, tende che sbattono e mani che applaudono, concerti di violini e liuti primitivi, il rumore dei ghiacci che cadono nel mare del Nord o le stalattiti che si frantumano nelle grotte profonde, cadendo dopo migliaia d'anni...
    Mondo, insomma un mondo al di lì del mare d'inverno, che di là diventa estate. Oppure inverno eterno od estate esasperante.
    Preso e immobile, con le orecchie “flappate” all'indietro, le palpebre socchiuse per resistenza, impegnata a oltranza, il cane blu registrava un pianeta intero nel suo esistere, complicato e scosso, improbabile e ineluttabile interregno umano che si ingloba con quello antichissimo e altrettanto scosso regno animale.
    Unica figurina blu, confusa nell'intenso colore marino, di quel blu invernale che potresti intingerci il pennino per una cartolina d'amore, il cane blu ritagliava la sua sentinella nel profilo di sabbia e piccoli ritmici interventi sonori si coloravano di vento, tagliando le orecchie di piatto mentre portavano il morbido fruscìo delle onde, intente a succhiare conchiglie gelate alla riva.
    Man mano che decideva quante infinite informazioni registrare nella sua testolina pelosa, il cane blu affondava i polpastrelli sulla sabbia e a poco a poco si trovò le quattro caviglie sottili incatenate dalla riva, mentre la marea saliva lentamente al calare della sera.
    Una notte da mille e una notte appariva di lontano con la sua prima stellina luminosa e la luna si affacciava rotonda come all'inizio dei tempi.
    Come siamo antichi, pensò il cane senza pensieri.
    Dolcemente estrasse le zampine dalla sabbia ad una ad una, scrollò il mantello umido arrotolando il vento come un girotondo sulla sua coda piumata.
    Un'altra scrollata scaldò il suo collo, i suoi fianchi e libero iniziò a trotterellare verso casa, allontanandosi dal paesaggio.
    Grattò la porta di casa e gli fu aperto.
    Dove sei stato maledetto, scappi sempre, gli urlarono.
    Niente pappa vattene a cuccia, disgraziato!
    Normale, disse tra sé, normale.
    Nel tepore della sua casa il sonno, ben presto gli chiuse gli occhi e chiuse come ogni sera il sipario inconsapevole su quella saggezza tanto antica e su quella sapienza animale così infinita.

  • 30 aprile 2008
    L'innocenza e il colibrì

    Come comincia: Spuntava dal verde lucente tra le foglie strette e lunghe del salice di fiume, una corolla di piccole luci, dei semplici puntini luminosi attaccati come un rosario tra le dita di una novizia.
    Piccole gemme lucenti che sgretolavano l'aria mattutina in mille AveMarie, rispondeva "amen"  ogni qual volta si tuffavano nel rivolo del ruscelletto, che saltellava tra i sassi lisci e morbidi. Muschi lucenti contornati da  piccole bolle sapienti, il mestiere antico delle schiume rapide adagiavando capelli di ninfe sul fondale di ciotoli.
    Lucenti  raggi di luce sapienti scandagliavano gli anfratti, ignorando le tane e lasciandole nere di mistero, laddove sarebbero tornati più tardi, verso sera, ad illuminare di poco l'ingresso della tana del toporagno, che sarebbe così uscito per il pasto del tramonto. Dove la luce riflessa della superficie trasparente del fiume avrebbe spedito  il suo invito luminoso, anche dentro il buio.
    Polvere dorata si appoggiava distratta sull'acqua e veniva portata via rapidamente dal silenzio della mattina, che si apprestava a dire di sole e di nuvole bianche, gonfiate dal vento altissimo, nello scherzo a rovescio di un cielo messo lassù come un mare le cui vele partono per una gita.
    Apparentemente distratto un ramarro verdissimo si appresta con le sue palpebre trasparenti a guardare serio il pasto che si avvicina, apparentemente distratto l'occhio da dinosauro gira indietro e avanti e di lato. Sul nastro luminoso e piatto corrono moscerini di ogni tipo, allegri e ballerini danzando, insetti dalle gambe lunghissime, si  traghettano sulle foglie cadute, insieme a gocce rotonde.
    Luminescenti  bolle roteanti di arcobaleni, presero in prestito dalla pioggia lontana  la libellula dalle ali viola, leggera come la speranza. Arrivò col suo volo verticale, confondendosi con la luce azzurra dell'acqua di cui è lontana cugina.
    Arriva con la sua vita sottile, le gambe lunghe e le ali trasparenti, che se viste di riflesso sprigionano sogni coloratissimi.
    Altri la accompagnano, qua e là altre forme brillano, chi per confondersi e chi per apparire.
    Apparentemente immobile il ramarro verdissimo coglie il punto perfetto per confondersi. Laddove una radura dello stesso colore appare di erbe e muschi, appena appena congiunta alla riva brillante d'acqua trasparente...
    (Dove intendiamo capire, quando sapremo che l'innocenza ci immagina scolari disattenti?)
    Caleremo un pensiero scuro, un tremore mesto, un tornare indietro del senso, un guardare all'indietro per ritrovare il passo semplice e sorpreso di bambini che sanno ancora giocare.
    Fantasia incrinata, colori intatti che finiscono in un caleidoscopio malefico in bianco e nero. Inutile scuoterlo, si romperà.
    Quando capiremo che l'innocenza si materializza per poco, in un semplice e unico istante, che si può ripetere, ma non sta nelle cose.
    Oppure ne è permeata completamente.
    Ma non starà però a noi fermare questo istante tragico.
    Ripetuto all'infinito, circolare, spirale di senso, incomprensibile per noi, esseri incompleti.
    Il ramarro lo sappiamo benissimo cosa sta per fare
    E la luce scenderà nella tana del toporagno.
    E la preghiera non sarà ascoltata
    E la luce altrove non esiste, nel freddo infinito universo.
    E le stelle sono morte da tanto tanto tempo....
    Un colibrì coloratissimo fluorescente di luce, specchiato di miracoli, piccolissimo e velocissimo nello stop improvviso, di lato come un fulmine di giorno sfrecciò senza suono, come un soffio colorato  nell'aria.
    Verde solo all'apparenza, il becco lungo e sottile e le ali... ah! quelle ali supersoniche, parenti del lampo e del vento, gravide di silenzio, immerse nel tepore del giorno, trasparenti in quella flautata fretta, invisibili allo sguardo, leggere come nessuno riuscirà mai ad essere, capaci di rimanere immobili e guardarti per un attimo, un secondo di vibrazioni.
    II colore scendeva in me come il respiro dell'arcobaleno, come un segno del destino, come se un pennello acquarellato, carico di colore mi dipingesse gli occhi.
    Poi così come era apparso scomparve.
    Seppi cosa fare.
    Battei le mani con un colpo secco.
    Il ramarro sorpreso scappò e la libellula cambiò direzione.
    Una foglia gialla mi cadde sulla spalla leggera e silenziosa.
    L'autunno, pensai, ormai è finito.

  • 30 gennaio 2008
    Milano

    Come comincia:

    Milano,
    prese la nebbia e ne fece un abito da sposa, grigio soldato, accompagnava le sue piane con la garza intenerita che traspariva dalla pelle umida... lunghe dita toccavano le rive fruscianti fino alle sabbie schiumose di Roma, distante dal mare come una lettera spedita nella cassetta sbagliata. Ne avverti la presenza ma non lo vedi mai.
    A Roma alti pini rimarginano i bordi del cielo eccessivo e ne contengono gli spazi, la luce materializza rovine, tornando a ritroso per disperdersi sulle ciminiere del nord... laddove sospira quel raggio di sole. Disertore di una guerra perduta.
    Unica sentinella che attende ancora gli ordini, sotto l'orologio della stazione.

    Sotto il portico di Piazza Duomo, scuro, tartufai sulle loro cadreghine minuscole vendevano tartufi minuscoli e il profumo di paradiso scricchiolava di foglie secche, buona terra sul naso del cane, albe bagnate di sole avaro, lunghe file di pioppi.
    Saliva disciolta nel cielo freddo, argentato di volo di fagiani dalle lunghe code. Silenziosi flap. Rumorosi spari. Solitari come il pensiero, che quando di Roma accende un notte all'improvviso il blu oltremare immerso nel nero stellato, ti circonda la bocca rotonda nella meraviglia dei Fori Imperiali.
    Promessa di incontri, di passi leggeri e tiepidi, di occhi luminosi, come le comete che trascinano le loro code, caste di venti astrali.

    Milano, piazza larga come passo di gente, valige di sogni che aspettano il taxi, madonne e santi, che vagano senza sosta, (ché se scendi dal treno te ne accorgi subito che stai molto più giù... a Roma, che ti aspetta e ti prende un caldo, un sole, uno spazio... dove sembra che i cieli siano cinque).
    E le brezze salmastre promettano piccoli saltelli in riva al mare.
    E che il giorno di vacanza sia sempre il primo.

    Milano ricorda il tram che dalle periferie nebbiose, dondolando, assonnato ma preciso, il miracolo che ci si aspetta, tra il collo stretto alla gola per il freddo e la gonna nuova, sempre finisce in un'altra periferia, dove si carica di un'altra speranza al capolinea.
    Prendi a Roma, per esempio, in prestito il pulman veloce, per poi costringerti a fermarti, sul Lungotevere e nel traffico, per perderti sui riflessi del fiume largo e generoso, decorato di riflessi dorati.
    Presepio spettacolare, racconto di fiabe, dove la mano appesa al mancorrente, diventa l'unico contatto con la realtà.

    Roma, un Sud senza Sud
    Milano è solo nord.
    Milano si sposa e della prima notte ne fa un parto, Roma sorride e spera, che oltre alle nozze, ci sia anche l'amore.

  • 18 gennaio 2008
    La corsa

    Come comincia: Serviva un piatto dietro l’altro, col grembiulino appoggiato sul seno e stretto in vita, come una velina sul dolce.
    Roteando allegra tra i tavoli, i capelli biondi di seta, impegnata a sollevare il vento primaverile dal viso rosato e leggermente acceso di una fatica, senza peso. Sulle caviglie erano laccetti sottili che legavano scarpe bianche e maliziose, un po’ infantili e ammiccanti di giovinezza.
    I polsi forti preparavano i piatti e i bicchieri, spolveravano briciole e tovaglie candide, che sventolavano impazienti d’estate.
    Così la trattoria della curva, che alta precipita sul lago profondo, vedeva la luce del pomeriggio posarsi sui nostri capelli, noi avventori della domenica, confondevamo i nostri con gli occhi degli altri clienti, di chi vedeva altre storie, azzurre e meste, srotolarsi davanti ad una vita già a metà strada. Di chi, con le proprie storie, portava la curiosità ormai esclusivamente sul piatto della solita bistecca e patatine fritte surgelate.
    Ma la giornata spazzava allegria tra le nuvole alte e morbide, verso l’orizzonte il lago blu che si animava di vele bianche, disegnate e irreali.
    Correvano, correvano sui rotoli di polvere, anche scontrini candidi caduti dalle tasche di passanti e di macchine veloci. Correva la camerierina giovane all’incontro col pomeriggio, che prometteva incontri di giovinezza, correva svelto anche il mormorio del pensiero, che di momento in momento, ardeva di vita sul cuore di chi si avvicina, svelto, alla sera che si appresta.

  • 19 dicembre 2007
    Raccolgo

    Come comincia: Le rane  le ho trovate tutte sul Po.
    Con nuovissimi usignoli che rimandavano il canto da un pioppo all'altro nella notte profonda.
    Di parole sconosciute, braccia lunghe come la sera che non finiva mai, sui greti ghiaiosi, della umida solitudine degli ultimi stralci di pianura.
    Antica come il paraocchi marcio dell'ultimo cavallo da tiro, tra la melma dell'ultimo casale diroccato, sulle balle di fieno secche e ancora gettate là per le bestie,  rotte di forconi arrugginiti.
    Raccolgo.
    Immagina le piogge invernali che non finiscono mai (ma quando smette) e  le rane sempre là a gracidare sui greti e da milioni d'anni a scambiarsi opinioni.
    Che chissà dove sarà morto quel cavallo enorme, sepolto tra i suoi crini lunghi e sudati e gli zoccoli consumati e il mio cuore consumato e pieno di brividi, che allungava ombre notturne anch’esso.
    Caldo.
    Umido di discorsi così nuovi e vecchi di storie inventate,occhi che indagano sui sentimenti che restano tra i passi lenti della gente di pianura, tra le storie torbide di amori controversi e violenti della gente che lavora troppo.
    Ancora le bestie che ruminano e che si sentono nelle stalle silenziose e sapide anch'esse di melma.
    Raccolgo.
    Gracidano tutte lì le rane che finiscono nei piatti di minestra, che finiscono nella mia  illusione che il tempo sia tornato indietro per un attimo io rida di nuovo spensierata.
    Raccolgo.
    Notte profonda con le spalle attente al canto del cigno, ai miei capelli che sprecano onde di carezze, sulle sponde del fiume lento e frusciante come la mia gonna. E il tintinnare di una cavigliera improbabile che gioca con le dita sulla caviglia sottile  stella luminosa per la  rotta dei naviganti, coperta di nuvole nella speranza che l'umidità diventi pioggia.
    Ancora pioggia.
    Dimentico le rane e gli usignoli.
    Spendo racconti che tacciono per risentire i gorgoglii della mia terra di pianura.
    E le rane e le biciclette silenziose tra le vie strette, che si perdono tra le masserie.
    Raccolgo.
    Molle di trattore e catene di cane.
    Raccolgo.
    E le rogge gelate invernali con le donne con lo scialle in testa, che all'alba s'alzano e vanno anch'esse alla stalla gelida, scaldata appena dai fumanti fiati della vacche da mungere.
    Raccolgo.
    Che non sai che sapore che ha col sugo del brasato che va, nelle cucine linde per ore, col figlio maschio che dorme pensando alla sorella, che chissà chi la corteggia, ci faccio vedere io.
    Gente di provincia gente di sangue, caldo, per tutto il freddo bestia che c'è otto mesi l'anno e gli altri un caldo umido insopportabile.
    E il Barbera caldo bevuto nelle tazze bianche di noi ragazzi di buona famiglia di città, che allegri non sapevamo niente di tutto il lavoro bastardo dietro alle stalle immense.
    Raccolgo.
    Alle mani pesanti, alle braccia che non ne puoi più, alle donne ruvide, ai figli che aumentano.
    Ed io torno ai miei sedici anni, che non ne sapevo niente della pianura padana, ma come un colpo al cuore ti entra come un coltello affilato e non te lo togli più.
    La nebbia davvero si respira tutta insieme, davvero e giocavo a  resistere senza tossire.
    Qualcuno ha avuto questo potere, magico gracidare di rane che piovendo dal cielo e riempiendo strade e chiese e spiagge e cieli neri dal greto del Po, volando come il solitario amore  fa di solito nei sogni di adolescente, planando e tornando indietro, gracida ancora tra le rane, tra i pioppi mossi dal vento di notte sulle sponde.
    "Vuoi prendere paura…?”
    Non presi paura, o forse sì, nel correre all'indietro come l'uomo che venne dal futuro sulla macchina del tempo. Lanciata nello spazio, proiettata come un missile dal circo della donna cannone.
    Messa sul sellino della scopa per volare nel cielo di notte.
    Proiettata all'indietro come nelle fiabe.
    Come il Colombre del racconto di Dino Buzzati vagavo di notte immensa e placida, come un Babau, come l'ultima innamorata, come l'ultima delle stelle che pian piano viene coperta dalle nuvole lattiginose, che 

     

    E tolga questo caldo.
    E faccia tacere almeno per un attimo tutte queste maledette rane.
    E speriamo che domani almeno piova.

  • 19 dicembre 2007
    Balene

    Come comincia: Quei profondi raggi di schiuma attraversarono il mormorio stupefacente di quel suono terreo, maldestro planare  di un astronave gigante, vagabondare di  notturni, nel grido sottile e acutissimo, straziante sogno bluastro ed enorme, attraverso chilometri d'acqua ottenebrata.
    Volarono uccelli marini e gelatinosi incubi di  forme lattiginose, segno di spazi infiniti, laddove comete abissali ripetevano il segno del destino, continuando a indicare laddove il pensiero crea tutte le nostre  mistiche illusioni.
    Stratiformi orridi e bellissimi coralli, affondati nelle  gole, tra gli ostili pezzi di antiche civiltà, sorpresi a dialogare di quella nostra umanità affondata e dimenticata.
    Lontani dialetti e colpe.
    Lontani furono i discorsi e i pensieri.
    Lontani e inascoltati i ragionamenti.
    Lontani  gli amori e i coltelli. Superfici inutili, leggeri come l'olio che galleggia tra i ghiacci quando si stringono nel prossimo gelo, dove  venti polari atterreranno con gemme preziose di neve.
    Lontani i discorsi e le parole, che furono portate  nel  fondo immenso e doloroso degli abissi stupefacenti.
    Insieme alle vibrazioni dei suoni e delle musiche. E del pensiero.

     

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    Ruotò la coda enorme e affondò lentamente. Sbatteva il suono profondo della massa solitaria sull'acqua immobile, lanciando messaggi desertici, poi puntò  il fondo stridendo ultrasuoni complessi  e lunghissimi.
    Spegneva  pian piano la luce di superfice, nel silenzio dell'aria, immersa nel canto articolato e millenario.
    Scendeva la penombra serale nell'occhio sapiente che vagliava  attento il percorso stellare, affondando quieto nella massa nera oceanica, illuminata di magica luce planctare.
    Come fa la notte in noi.
    Sorprende ora il lontano apparire confuso di una certezza, volando tra le acque nere, tra corpi leggeri in lontanza, sfocati come le logiche del pensiero, sospese nel tempo incenerito e disciolto, polvere liquida tra le pinne giganti.
    Ruotarono incantate attorno a me altre balene immense, cantando.

  • 20 settembre 2007
    Io, il funambolo

    Come comincia: Il lucente splendore luminoso limava il filo spettacolare dove i miei piedi in bilico senza rete osteggiavano il vuoto senza certezza. Passo passo, guadagnando lo spazio tra il mio mento e la mano protesa in alto come un "Olà vedi, Dio, che esisto, proteggimi..."
    La luce artificiale sbandierava i raggi suddivisi in attimi e posizioni, su tracce invisibili, porpora e viola calavano come miele sottile tra le ombre nette, divergendo il consenso degli atti, proiettando al dopo il momento del prima, distogliendo il certo, attaccando alla sfera le possibilità tradotte in ondulazioni pericolose.
    "Olà" - dissi - "proteggimi, che la rete se pur invisibile sia una corona di spine, da appoggiare sulla fronte allorquando con dolore potessi cadere tra le braccia del sorriso di chi spera".
    Che io sia dannato ma non morto.
    Spargi fiori teneri sul sonno che verrebbe tra il momento dello sbaglio e il passo regalato mille volte a quel minuto dopo minuto, alla cera delle candele per chi sceglie di pregare per me, che s'arrenda ad un sospiro, un pensiero affettuoso,amoroso, su quel mio destino che stasera corico a me davanti, lascerò come sudore di lumaca, dietro le mie spalle, il mio deserto di polvere, lungo il pensiero del già fatto, del già eseguito del già risolto. Che lentamente trascinerò, come un sentiero ombroso, come una strada nascosta dalla quale uscire con rammarico ma attentamente. Scrupolosi i miei passi, uno davanti all'altro geleranno il respiro di chi guarda nell'attesa del prossimo accento che metterò sull'ultimo sguardo impresso dalla mia figurina che in alto cela grandissimi istanti, enormi paure, gigantesche ostilità.
    Sul freddo respiro che batte secondo dopo secondo, oscillando lo sguardo che si perde oltre l'orizzonte di un mare invisibile, l'asta basculante ricrea attenta il piedistallo del mio equilibrio. Arma lucente, baluardo splendente, preghiera della notte, disincantata orazione sulla quale velare un destino improbabile. Orrido oltre il quale osservare la voragine, e segnare col dito il punto dentro il quale io sia davvero io.
    Io sia, apparentemente nudo, apparentemente integro, avvolto da bellezza e grazia quando attorno a me grida quel velo di garza da dove traspare la pelle, su cui appoggiare i capelli come muschi, arrotondando sassi sul fiume nero del dopo.
    Dopo, passo, dopo passo, libero avanzo, creo spazio e sottraggo tempo, allargo scorci da cui intravedere presenze e cercare aiuto dall'equilibrio che corteggio, adulo, stuzzico. Innamorato e stretto nei miei muscoli, gemo di attento vigore, vita che si appresta a me, come un'ala di tortora prima del sonno, avvolgendo la solitudine come speranza di gloria, fin laggiù dove il filo termina la sua corsa spericolata, sopra la piattaforma della salvezza, su cui trionfano le luci della gloria... Arriverò certamente. Laggiù punto lontano, vergogna del divenire come astruse incantevoli destinazioni, spenta la gloria resterò con le luci che traspaiono ancora dalle palme delle mie mani, scroscianti di applausi che sbattono come vele spiegate, sbandierate, eccessive e piene di vento, tra le onde alte e lucenti del maestrale che soffia ardito sulle creste spumose del destino.
    Arriverò certo con i fianchi dolenti, le braccia salve per essersi fidate, i miei piedi arrampicati come edere alle gambe solide... arriverò a quell'altezza che fa dello spazio un carro alato per una fiaba ancora non scritta, spogliando man mano, poco alla volta della storia e del prima, una catena di orchidee, tra le cui vene incantevoli, sorriderà la mia impossibile fragilità.