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Autore

Patrizia Solazzi

in archivio dal 20 set 2007

30 maggio 1955, Milano

mi descrivo così:
Sono una scultrice, scrivo per dare lentezza alla polvere che troppo rapida passa tra le mia dita.

20 settembre 2007

Io, il funambolo

Intro: Un racconto da leggere col fiato sospeso. Un equilibro sottile, leggero ed evanescente riprodotto in parole e sensazioni. Ogni parola è un passo verso il traguardo, la stabilità.

Il racconto

Il lucente splendore luminoso limava il filo spettacolare dove i miei piedi in bilico senza rete osteggiavano il vuoto senza certezza. Passo passo, guadagnando lo spazio tra il mio mento e la mano protesa in alto come un "Olà vedi, Dio, che esisto, proteggimi..."
La luce artificiale sbandierava i raggi suddivisi in attimi e posizioni, su tracce invisibili, porpora e viola calavano come miele sottile tra le ombre nette, divergendo il consenso degli atti, proiettando al dopo il momento del prima, distogliendo il certo, attaccando alla sfera le possibilità tradotte in ondulazioni pericolose.
"Olà" - dissi - "proteggimi, che la rete se pur invisibile sia una corona di spine, da appoggiare sulla fronte allorquando con dolore potessi cadere tra le braccia del sorriso di chi spera".
Che io sia dannato ma non morto.
Spargi fiori teneri sul sonno che verrebbe tra il momento dello sbaglio e il passo regalato mille volte a quel minuto dopo minuto, alla cera delle candele per chi sceglie di pregare per me, che s'arrenda ad un sospiro, un pensiero affettuoso,amoroso, su quel mio destino che stasera corico a me davanti, lascerò come sudore di lumaca, dietro le mie spalle, il mio deserto di polvere, lungo il pensiero del già fatto, del già eseguito del già risolto. Che lentamente trascinerò, come un sentiero ombroso, come una strada nascosta dalla quale uscire con rammarico ma attentamente. Scrupolosi i miei passi, uno davanti all'altro geleranno il respiro di chi guarda nell'attesa del prossimo accento che metterò sull'ultimo sguardo impresso dalla mia figurina che in alto cela grandissimi istanti, enormi paure, gigantesche ostilità.
Sul freddo respiro che batte secondo dopo secondo, oscillando lo sguardo che si perde oltre l'orizzonte di un mare invisibile, l'asta basculante ricrea attenta il piedistallo del mio equilibrio. Arma lucente, baluardo splendente, preghiera della notte, disincantata orazione sulla quale velare un destino improbabile. Orrido oltre il quale osservare la voragine, e segnare col dito il punto dentro il quale io sia davvero io.
Io sia, apparentemente nudo, apparentemente integro, avvolto da bellezza e grazia quando attorno a me grida quel velo di garza da dove traspare la pelle, su cui appoggiare i capelli come muschi, arrotondando sassi sul fiume nero del dopo.
Dopo, passo, dopo passo, libero avanzo, creo spazio e sottraggo tempo, allargo scorci da cui intravedere presenze e cercare aiuto dall'equilibrio che corteggio, adulo, stuzzico. Innamorato e stretto nei miei muscoli, gemo di attento vigore, vita che si appresta a me, come un'ala di tortora prima del sonno, avvolgendo la solitudine come speranza di gloria, fin laggiù dove il filo termina la sua corsa spericolata, sopra la piattaforma della salvezza, su cui trionfano le luci della gloria... Arriverò certamente. Laggiù punto lontano, vergogna del divenire come astruse incantevoli destinazioni, spenta la gloria resterò con le luci che traspaiono ancora dalle palme delle mie mani, scroscianti di applausi che sbattono come vele spiegate, sbandierate, eccessive e piene di vento, tra le onde alte e lucenti del maestrale che soffia ardito sulle creste spumose del destino.
Arriverò certo con i fianchi dolenti, le braccia salve per essersi fidate, i miei piedi arrampicati come edere alle gambe solide... arriverò a quell'altezza che fa dello spazio un carro alato per una fiaba ancora non scritta, spogliando man mano, poco alla volta della storia e del prima, una catena di orchidee, tra le cui vene incantevoli, sorriderà la mia impossibile fragilità.

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